Doctor Blue and Sister Robinia

maggio 27, 2012

L’ASSENZA di Elena Rausa

Filed under: Poesia — vbinaghi @ 7:43 pm
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Dirk Van Baburen – Cristo fra i dottori

Poi la giara si rovesciò,
per questo non lo raggiunsi.
Acqua benedetta
sulla terra arsa,
ombra d’argilla
ai piedi della vecchia Abigail:
nel suo passo incerto,
smarrita,
lei cercò la mia mano,
ma non c’era tempo.

Tornai alla fonte
al suo posto,
per questo non lo cercai.

Lui,
lo sapevo seduto
tra rami di mandorlo,
lo sguardo distante,
l’anima altrove,
troppo Dio
per confondersi
tra i figli degli altri.

Eppure no:
che sarebbe rimasto,
non lo pensai.

Infine partimmo
e calò il crepuscolo
su Gerusalemme
lontana.

Ondeggiavano i carri
tra rari cespugli.
Ebbi fame d’aria,
algido fremito
che non compresi.
Fu per l’acqua versata
che non lo chiamai
e per un’unica lacrima
della vecchia Abigail.

Ci sorprese all’alba
la sua muta assenza,
crudele anticipo
di un destino
accolto (negato
per paura).

Ma ci guidò,
cometa,
il velo del tempio,
che danzava al suono
delle sue labbra.
Implume Elia
che il nostro sguardo
non resse:
non più figlio
di falegname,
ma (di nuovo)
terra divina
lavorata dal vento
in un cuore vergine.

Ed ecco
l’assenza
lo fece nostro:
fu per la giara vuota
che lo trovammo.

Postscriptum di Elena Rausa

Abigail è un nome biblico che identifica un personaggio (ovviamente) inventato. Nasce dal pensiero che debba esserci una ragione essenziale per cui una donna può arrivare a smarrire il proprio figlio (in particolare, quella donna e quel figlio dodicenne). Ho immaginato che questa ragione abbia a che fare con la compassione, con l’essere, una volta madre, inevitabilmente madre per sempre e di tutti.
La circostanza non è priva di senso perché offre ai due genitori l’occasione di un incontro vero con quel figlio, che come tutti i figli, non appartiene a loro. Quando l’amore rompe gli argini dell’appartenenza l’incontro è finalmente possibile.

maggio 26, 2012

LE MONETINE DEL RAPHAEL di Franz Krauspenhaar

E’ troppo vicina nel tempo (era il 30 aprile 1993) perchè qualcuno non ricordi la scena: Bettino Craxi, il leader indiscusso di un partito di governo e di un’intero decennio della storia italiana, veniva accolto all’uscita dell’Hotel Raphael da una furibonda manifestazione di indignazione popolare con relativo lancio di monetine, dopo che la Camera dei Deputati aveva negato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Era l’apice di “Tangentopoli” e nello stesso tempo la fine del sogno italiano, un sogno che durava dall’epoca del boom economico degli anni Sessanta, quello di fare dell’Italia un paese moderno e civile. Che importa se appena un anno dopo uno degli uomini più vicini a Craxi, Silvio Berlusconi, provava a riproporre l’epica del “miracolo italiano” con un partito di plastica e nuovo di zecca, popolato da suoi dipendenti, avvocati e commercialisti? Berlusconi era evidentemente fasullo: la simulazione elevata alla seconda potenza, nessuno poteva credere all’innocenza di quell’immaginario, così smaccatamente cialtrone da apparire ai suoi stessi sostenitori la satira e agli altri la caricatura della politica tradizionalmente intesa.
No, l’Italia era finita prima, il resto era solo conseguenza: per questo Franz Krauspenhaar, che di questo interminabile Basso Impero è un cantore spietatamente sincero, ha scelto quell’episodio come acme della vicenda che ha per protagonista uno dei suoi personaggi senza spada e senza corona. Dopo la furiosa tenerezza filiale del narratore di “Era mio padre” (Fazi 2008), ecco la parabola amara di un pittore che alla corte di nani e ballerine dell’ultimo vero satrapo italiano, ha raggiunto il successo di critica e di pubblico (per una volta non disgiunto da autentico talento), ha consumato i suoi proventi nella sfrenata disperazione dell’orgia, fino ad assistere, insieme a quello del Capo, al proprio declino fisico ed esistenziale, servendosi di tutto e di tutti (politica, amicizie, donne, sentimenti) per sacrificare all’unico idolo indiscusso: l’arte, la ricerca indefessa della forma e della sua dissoluzione, unico stile e ragione di vita possibile.
In questa parabola che non si lascia riassumere (le storie di Krauspenhaar sono dei blues per voce sola, che disdegnano l’elemento cronachistico e descrittivo per impegnare un corpo a corpo senza requie con il lettore, interrogato e brutalizzato da questa intimità fino a ritrovarsi nel ruolo non di spettatore ma di alter ego della voce narrante), in questa vicenda così spudoratamente privata, si nasconde tuttavia quanto di più prezioso ai fini dell’operazione storica, vale a dire la testimonianza di uno spirito così perfettamente calato nella contemporaneità da esserne (per citare un racconto di Poe), il “cuore rivelatore”, la pulsazione verace che rende presente l’epoca proprio perchè non pretende di giudicarla. Non è la solitudine intellettuale (che nasce dall’assoluta serietà del linguaggio più che dal suo abbandono sconfortato) il destino di noi tutti, una volta che le illusioni collettive svaniscono e la coscienza si ritrova faccia a faccia con la propria ineludibile mortalità? E il declino delle fedi politiche o religiose è un ostacolo o piuttosto un passaggio obbligato perchè l’anima messa a nudo ritrovi l’autentica differenza che fa dell’uomo un uomo, vale a dire la singolarità senza scampo di chi è straniero in terra straniera?
La passione furibonda del desiderio, l’appello irriducibile della creatività, il ruggito del morente, queste cose sono nella scrittura di Krauspenhaar, non come “ciò di cui si parla”, ma come il soggetto vivente, che ti trascina a centellinare questa vitalità proprio mentre la dichiara irrazionale e cosmicamente inutile.
E basta con le chiacchiere: questa è la scrittura, questa è la croce, ecce homo (v.b).

(Il testo che segue è tratto da F. Krauspenhaar, Le monetine del Raphael, Gaffi Editore 2012)

La conquista dello spazio non c’è stata, è rimasto soltanto il ricordo di un’illusione, di un elefantiaco lavoro senza senso. Denaro speso per nulla, per cercare quello che non ci poteva essere. Propaganda, lotta militare nello spazio contro il nemico sovietico in una battaglia virtuale, in una terza guerra mondiale impossibile da compiersi sulla terra senza la distruzione totale del mondo. E oggi siamo di nuovo con i piedi ancorati a terra, senza più sogni d’evasione dai nostri suoli. Invece che espandersi, l’uomo si ritira in se stesso. La tecnologia gli ha dato internet, la possibilità di ritirarsi in un canto per comunicare col mondo. Come un Robinson Crusoe, l’uomo contemporaneo lancia le sue bottiglie di messaggi dalla sua isola condominiale. Io sono uno di quelli, nonostante la mia malattia uso il computer. Mi trovo di fronte a un mondo che immagino sotterraneo: la rete, nella mia fantasia, la vedo come una infinita ramificazione impalpabile, che vive, come un organismo creato dall’uomo, nei sotterranei della terra. Gli impulsi della vita diventano impulsi propagati dalla rete. La comunicazione si affina, si velocizza, e noi, superstiti dalle missioni verso la luna, siamo ripiegati all’ estremo opposto, al nostro piccolo sedile di navicella casalinga, e spariamo i nostri codici e le nostre parole e visitiamo siti su siti facendo muovere lentamente piccole parti dell’immensa ragnateela. È la crisi, questo ripiegamento. Gli uomini hanno capito che non è possibile altra espansione, che il nostro pianeta è talmente acciaccato che non avrebbe senso esplorare altrove, che in fondo nulla è stato totalmente scoperto anche da noi. Che tutta la sabbia dei deserti non colmerà la nostra fame di viaggio, la fame dei nostri piedi di avventurieri della vita, di sperduti, di perduti, abbandonati. E allora ci stiamo ritirando. La politica si muove sempre più attraverso i messaggi televisivi, le piazze sono sempre meno piene. C’è un ritiro delle truppe umane, come se una guerra avessimo capito che è stata persa, che non c’è più nulla da fare. Le speranze del dopoguerra sono finite, e l’ultima speranza, quella dell’allunaggio, si è rivelata un imbroglio. Siamo spaesati ma anche consci di quello che ci aspetta, abbiamo ormai provato e visto tutto. Io sono un uomo quasi vecchio nell’anagrafe ma decisamente vecchio nel corpo e forse anche nella mente, e sento di aver vissuto tutto, di aver tutto sperimentato. Davanti a me vedo il deserto della mia stanza, le mie giornaate chiuse, già archiviate in partenza. La sedia a rotelle, che mi trasporta per piccoli tratti, e che uso malvolentieri. Attendo la fine con disperata serenità. E attendo la fine dell’umanità, che non vedrò ma che sento scorrermi nelle ossa come un colossale presagio. Sono un membro della specie umana, una specie che sento e vedo arresa, staffilata da troppe guerre, da troppe carestie, da troppo dolore. Una specie caotica di scimmie avanzate che non si sono mai veramente staccate dai loro inizi, dai loro primi branchi. L’uomo si è scisso dalla natura, l’ha poggiata in un canto e l’ha massacrata senza avere alcuno scrupolo, soltanto per il proprio assurdo interesse. Ha preso ciò che l’aveva nutrito e l’ha distrutto, in una guerra lenta ma inesorabile. Io mi sento non più un uomo, ma un pezzo scarnificato e putrescente di natura offesa. M’immedesimo nella natura picchiata a sangue, lasciata mezza morta per la strada, e poi travolta da enormi ruote di camion. Il mio sangue scorre dentro la mia carcassa ma io lo sento precisamente scorrermi fuori, zampillare osceno e quasi nero, come in una vecchia ferita d’animale predato. Sento gli alberi, le foreste intere, i campi, gli animali agitarsi nel mio corpo in un ultimo tentativo di liberarsi prima della fine. Sento la disperazione della natura prima del colpo fatale, l’agitarsi scomposto dell’animale del bosco colpito a morte. Dentro di me millenni di natura vigile si spezzano, si scardinano, scompaiono, muoiono.

maggio 25, 2012

GENERAZIONE BETAMAX di Eschaton

Immaginate un’azienda che fabbrica un certo tipo di macchina, in previsione di una domanda molto ampia. Si tratta di un gigantesco investimento, ma altrettanto gigantesco è il profitto atteso. Immaginate poi che la previsione si riveli completamente sbagliata. La domanda si è contratta e le macchine non si vendono. Immaginate allora tutte queste belle macchine, oramai inutili, abbandonate nei magazzini. O svendute. Smontate. Distrutte.

Bene. Ora immaginate di essere una di quelle macchine.

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maggio 23, 2012

LA MATERNITA’ ESEMPLARE DI MARIA di Valter Binaghi


Carpaccio – La fuga in Egitto

Nei contesti in cui l’individuo è definito dal ruolo che esercita, la sua singolarità passa indubbiamente in secondo piano. Proverbialmente, la vita militare sembra l’esempio classico di questa situazione (niente personalismi: solo l’esercizio di una funzione, l’identificazione con la gerarchia e l’obbedienza agli ordini), ma neanche la comunità familiare sembra il luogo più adatto perchè la persona possa scoprire ed esprimere la propria singolarità. In famiglia ognuno è innanzitutto marito o moglie, genitore o figlio. Per questo Hannah Arendt ha collocato nello spazio pubblico e politico l’autentica nascita della soggettività modernamente intesa, identificandone l’origine nell’agorà della polis greca(1) che però – va detto – riservava questa libertà ai soli maschi. Sempre per lo stesso motivo (e non senza mettere in questione l’intero istituto familiare) il femminismo contemporaneo ha voluto fortemente che la donna fosse libera di esprimersi al di fuori della cerchia domestica, realizzandosi professionalmente e contribuendo positivamente alla gestione della cosa pubblica: ne andava del pieno riconoscimento della propria identità personale, al di là del ruolo coniugale e materno a cui per troppo tempo era rimasta confinata. Tutto questo, però, ha ingenerato un equivoco pericoloso: che la famiglia fosse un tipo di comunità antiquata e in via di superamento, in funzione di una società civile capace non solo di ospitare le libertà affettive dei singoli, ma anche di assolvere la funzione di accudimento ed educazione della prole. Tuttavia, a distanza di un secolo dalle prime legittime battaglie del femminismo, spiace dire che le speranze riposte nelle istituzioni pubbliche che avrebbero dovuto sostituire l’accudimento e l’educazione familiare sono andate in gran parte deluse, mentre per quanto minacciata da ogni parte la famiglia continua (oggi più che mai) a essere percepita come l’unico “rifugio in un mondo senza cuore”(2).
Questo per due motivi fondamentali: 1) lo stato sociale è risultato deludente nel sostituire l’assistenza della famiglia ai suoi membri più fragili; 2) nessuna società artificiale, fondata sul contratto, può realizzare le aspirazioni umane all’amore e alla condivisione comunitaria.
La delusione nei confronti delle istituzioni pubbliche nasce innanzitutto dai costi insostenibili del Welfare State come era pensato ancora negli anni Settanta. In molti casi uno stipendio basta appena per coprire le spese dell’asilo e la badante del nonno, mentre con l’altro la famiglia si mantiene a stento. In altre parole, si riesce appena a pagare ciò che qualsiasi famiglia contadina di un tempo garantiva gratuitamente: i figli presso la madre fino all’uscita dall’infanzia e il nonno che chiudeva gli occhi nel suo letto con i parenti vicino anzichè in un ospizio con infermieri pagati per assisterlo. In secondo luogo, la trasformazione della famiglia in entità nucleare, luogo in cui esplodono tutte le contraddizioni del sistema, ha reso molto meno stabile il nucleo familiare stesso, a tutto detrimento dei ruoli genitoriali e a vantaggio di separazioni e divorzi che per molti membri della ex coppia si traducono in rovina economica (quanti padri separati e obbligati al pagamento degli alimenti si trovano a scendere sotto la soglia della povertà, avendo ceduto l’alloggio alla ex compagna e ai figli e non potendosi permettere un affitto proprio?). Così il sistema di vita occidentale ha prodotto aspettative crescenti nei confronti di un individualismo materialmente insostenibile, e nel frattempo ha perduto molti dei vantaggi psicologici e assistenziali che la famiglia estesa in passato forniva. Se a questo si aggiunge l’aumento della distanza culturale tra le generazioni (i saperi “ereditati” diventano sempre più obsoleti in un mondo forsennatamente votato alla metamorfosi tecnologica) quando non addirittura la crescente competizione tra le medesime (come si vede bene oggi, la coperta del Welfare è corta e il conflitto tra pensionati e giovani al primo impiego è evidente), lascia le coppie di nuova formazione sempre più disorientate rispetto all’esercizio della funzione genitoriale, che appare tutta da reinventare dalle macerie del passato.
Ma è proprio così? Il declino o la crisi della famiglia tradizionale lascia l’uomo contemporaneo totalmente orfano di un modello di genitorialità?

Non la pensano in questo modo Guido Chiesa e Nicoletta Micheli, che su questa ricerca di una genitorialità esemplare hanno costruito una sceneggiatura a suo modo esemplare, per il film di Guido Chiesa “Io sono con te”, dedicato a Maria e Giuseppe di Nazareth, e all’infanzia di Gesù.
Mentre del film ho già parlato, vorrei esaminare in questa sede le implicazioni antropologiche di quella che considero una sceneggiatura esemplare, tra quelle riferite a episodi della Storia Sacra. Questa “esemplarità” deriva dal fatto che i due autori hanno deliberatamente evitato di “replicare” con un realismo che sarebbe perdente in partenza la narrazione evangelica, cercando piuttosto di rileggere la maternità di Maria e l’infanzia di Gesù alla luce di ciò che, proprio grazie all’eredità cristiana, noi oggi possiamo comprendere della persona umana e della libertà spirituale. Insomma, hanno perfettamente messo in opera quel “circolo ermeneutico” per cui l’uomo del presente torna a interrogare il testo sul quale la sua stessa capacità di comprensione si è formata, per trarne insegnamenti adulti che il suo intelletto infantile di un tempo non era in grado di riconoscervi. E’ questa maturità di fede, unita alla propria esperienza di genitori, a fornire la sostanza primaria del lavoro. Ad esse, però, va aggiunta l’assimilazione dell’opera di due fra le più importanti figure dell’antropologia e della psicologia contemporanea: René Girard e Alice Miller.
(continua…)

maggio 21, 2012

DUE STORIE DI DONNE di Roberta Borsani


Stefania Quartieri – Nessuna solitudine

(Testo già pubblicato su La fata centenaria)

Due storie al femminile apparentemente lontane, per certi versi opposte.
C’è quella di Angela, donna non più giovane immigrata da una regione del sud. Proviene da un ambiente piuttosto chiuso e retrogrado, in cui è il bisogno economico a far da padrone. Il matrimonio con un uomo decisamente grezzo è stato combinato dalla famiglia. Ne sono nati due figli, di cui il secondo è malato psichico, il primo ha, per ora, alcune fragilità. Lei rimane incinta per la terza volta: vorrebbe abortire ma viene convinta da alcuni antiabortisti a non farlo. Il terzo figlio nasce e, ahimè, è disabile psichico, mentre le condizioni mentali del più grande peggiorano. Angela si ritrova a far da madre a tre ragazzi disabili psichici, più o meno gravi. Uno socialmente pericoloso, in trattamento sanitario obbligatorio. Il marito muore lasciandola vedova. Chi le aveva consigliato di mettere al mondo il terzo figlio si è intanto defilato per benino. Forse è troppo impegnato a combattere la sua battaglia contro l’aborto, non ha tempo per lei che il figlio infine l’ha messo al mondo uniformandosi ai dettami celesti. Nessun frutto dell’atto creativo deve andare sprecato.
Romina è invece di famiglia colta e benestante. Eppure ha tribulato parecchio nell’infanzia, con una diagnosi poco chiara di tratti (forse) autistici. Scolasticamente non ha avuto problemi, ha frequentato un liceo linguistico privato con successo, pervendendo a un’apparente normalità sul piano delle prestazioni, sebbene le sue relazioni sociali siano sempre assai difficoltose. Romina è umorale, alterna slanci di eccessiva fiducia nei confronti degli altri, esponendosi troppo personalmente, a sentimenti di persecuzione. Un giorno fa proclami razzisti, un altro si mostra in compagnia di immigrati africani, sudamericani, asiatici, di cui non sa nulla. Resta incinta di uno studente straniero di passaggio, ospitato nell’appartamento che i suoi, per togliersela dai piedi, le hanno affittato in una città universitaria. La famiglia si trova davanti al fatto piuttosto tardi e subito la costringe al ricovero in una clinica: vuole farla abortire. Romina grida per giorni e giorni che lei quel figlio lo desidera con tutta sé stessa. Grida talmente forte da sembrare davvero pazza. Gli psicofarmaci la rendono a poco a poco più arrendevole. “Ragionevole”, come la vogliono i parenti secondo i quali la ragazza è troppo instabile per potersi permettere un figlio, e, considerando la sua storia, chi potrebbe dire di no?
Dopo l’aborto, Romina cerca di dimenticare riprendendosi la vita di tutti i giorni, provando perfino a costruirsi un’esistenza da integrata – impiegata in un’agenzia di viaggi – ma non ce la fa. I “tratti autistici” riaffiorano più potenti di prima. Diventa paziente fissa del reparto psichiatrico della sua città.

Due storie di violenza, che però difficilmente troverete raccontate insieme. Appartengono, potenzialmente, a due bandiere diverse.
Quella di Angela non la racconteranno mai i soldati di Cristo, con le lugubri croci che si portano in giro sulla spalla come scuri. Quella di Romina, invece, non verrà mai raccontata dalle femministe che, identificando in maniera quasi esclusiva la libertà femminile nella assoluta disposizione del proprio corpo e nella facoltà di abortire, non hanno aspetti meno funerei dei loro nemici. Facendo del corpo lo strumento principale di rivendicazione, le femministe non riescono a liberare la donna dalla identificazione donna-corpo, donna-piacere, donna-strumento di riproduzione, che è stata all’origine del suo asservimento.

In ogni caso, le due storie di Angela e Romina hanno anche questo in comune: sono storie di donne che nessuno ha saputo ascoltare, storie che nessuna legge sull’aborto può risolvere – Perché quasi mai una storia è una storia di aborto imposto o negato e basta. Leggendole, ciò di cui si sente la mancanza è un tessuto sociale e legami comunitari accoglienti capaci sia di aiutare le donne a interpretare in modo consapevole i loro desideri profondi, nel rispetto della particolare delicatezza di ogni situazione, sia di sostenerle fino in fondo, giorno dopo giorno, nella scelta – qualsiasi scelta, purché matura e cosciente.

SENZA PADRE: SERVI O TRASGRESSORI di Claudio Risè

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 2:21 am
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Molte cose mi dividono dalle opinioni del noto scrittore e psicologo (più di tutte l’enfasi sul valore educativo della scuola privata). Tuttavia, l’istanza di fondo mi trova consenziente: la mia esperienza trentennale di docente mi conferma che il vuoto d’autorità paterna è la principale fonte di corruzione del mondo giovanile, e di ciò i ragazzi sono ben coscienti. Sono i primi infatti ad aderire appassionatamente a figure autorevoli, quando ne incontrano. Naturalmente l’autorevolezza non ha niente a che vedere con il grado o l’incarico burocratico, ma è qualcosa che viene spontaneamente riconosciuto a chi mostra autentico amore per la vita, maturità di giudizio e generosità nel comunicarle (v.b.)

(Intervista a Claudio Risé, di Federico Ferraù, da “Il Sussidiario”, 1 febbraio 2012, www.ilsussidiario.net)

Lei ha scritto che il tema della crisi dell’autorità è divenuto un slogan. Perché?

Autorità è un termine molto ampio e credo che valga la pena di distinguere almeno tra due aspetti diversi. Il primo è il bisogno del soggetto umano che chiede un’autorità come fonte di sapere, di accoglimento, di identità, in ultima analisi di crescita della propria personalità, del proprio sé. Come ricorda Luigi Giussani, autorità viene da augeo ovvero «aumento, faccio crescere, alimento». Il valore di questa autorità è comunemente negato dalla società attuale, questo è vero. Ma al tempo stesso, e molto insidiosamente, assistiamo ad una ipertrofia della seconda valenza dell’autorità, intesa come fatto di potere burocratico-organizzativo.

Un esempio?

Nelle società occidentali contemporanee, soprattutto in quelle europee, vengono create ogni giorno decine di nuove norme giuridiche che orientano in modo dettagliato la nostra condotta. Questo è un fenomeno di evidente e crescente autoritarismo. Non ne è immune, per restare a noi, nemmeno la manovra economica varata da questo governo. Vi sono contenuti degli aspetti «autoritari», dal controllo del denaro ai profili economici delle persone, certamente fuori del comune. Si «liberalizzano» imprese economiche modeste, come i tassisti o gli autotrasportatori, ma non si tocca un monopolio pressoché onnipotente nei trasporti come le Ferrovie Italiane…

Ma esiste un nesso tra l’overdose di norme e l’irrilevanza della funzione autorevole in un rapporto educativo?

Sì. Se il soggetto non viene più educato – e perché questo avvenga ci vuole quell’autorità formatrice di cui parlavo prima –, viene consegnato alla polizia, alla norma autoritaria, che si riproduce all’infinito come metastasi. L’intera esperienza del Novecento, da questo punto di vista, chiarisce questa trasformazione: alla crisi degli imperi centrali che ponevano Dio come riferimento ultimo dell’ordine politico e dell’Autorità, succedono le rivoluzioni fasciste in Italia e in Germania, e l’avvento dei totalitarismi nazista e comunista. La secolarizzazione avviata dalle rivoluzioni del Settecento si compie attraverso l’intensificazione dei controlli burocratici e polizieschi. All’autorità su di sé, costruita nel rapporto educativo con l’altro, succede la diseducazione dell’individuo, che diventa quindi schiavo del funzionario.

Ma la crisi dell’autorità è l’esito di una formale, esplicita diseducazione ad essa?

No, si tratta di una crisi culturale collettiva che si ripercuote all’interno della persona annichilendo la sua soggettività e distruggendo la sua libertà. Se l’uomo non può più riconoscersi come soggetto – e quindi, innanzitutto, anche come soggetto di autorità su di sé, appresa nel rapporto educativo – diviene schiavo.

Non è questo un esito tragico dell’individualismo?

A mio avviso va messo piuttosto in relazione con la demolizione dell’autorità paterna. Precisando che questa autorità paterna non è tanto il padre biologico o spirituale, ma Dio stesso, il Padre. In tal senso, la crisi di cui parliamo è l’esito ultimo della secolarizzazione. Mi limito a notare che le società anglosassoni, che per altri versi sono fortemente individualiste, non hanno vissuto la stessa deriva continentale europea.

Perché sottolinea questa differenza?

La società americana è una società molto più religiosa e meno secolarizzata della nostra: il riferimento a Dio è costante, anche nella vita politica e nel dibattito pubblico. La società inglese è forse meno religiosa, ma è sicuramente liberale e in essa il senso della libertà individuale è fortissimo. L’autorità – anche da parte del cittadino su se stesso e dunque come autolimitazione – è costantemente rivendicata e protetta dalle norme; e la stessa attività legislativa è molto più contenuta che nel resto d’Europa. I totalitarismi moderni sono un’invenzione (e forse ancora oggi una tentazione) del continente europeo.

Che differenza c’è tra un maestro e un semplice docente

Il maestro è una figura dell’anima, è qualcuno cui tu, allievo, riconosci la capacità di insegnarti qualcosa che hai bisogno di apprendere per vivere come soggetto, e non come schiavo. Il docente invece è una figura burocratica, una qualifica. Non è detto che un docente sia anche maestro, come non è detto che un maestro sia iscritto in qualche registro di docenti.

Si può dire che la figura del maestro più che essere legata all’esercizio di un’autorità, è invece legata all’autorevolezza?

Questa distinzione mi lascia diffidente. Facendola nostra, seguiremmo un percorso proprio della cultura contemporanea secolarizzata, per la quale l’autorità è qualcosa di cattivo in sé: i suoi aspetti buoni sono l’autorevolezza, mentre i suoi aspetti cattivi convergono sul polo dell’autorità. Io credo che il maestro, il padre, per certi versi anche il capo in quanto persona riconosciuta come dotata di capacità formative ed educative, siano delle figure d’autorità nel senso positivo del termine, in quanto indispensabili a rafforzare l’autorità del soggetto su se stesso, dunque la sua libertà. È la proliferazione delle norme la spia del fenomeno autoritario nella sua accezione negativa moderna: il modello funzionariale. In base al quale non ha valore chi tu sia, ma come «funzioni». Quella burocratizzazione del mondo che Max Weber, già nei primi anni del secolo scorso, aveva indicato come il grande pericolo del Novecento e che continua, rafforzato, anche oggi.

Quali sono gli effetti palpabili, nei giovani, di quella crisi dell’autorità che lei riconduce all’allontanamento da Dio?

Il più evidente è l’indebolimento del soggetto (tendente al suo annichilimento). Se non c’è più un maestro inteso come formatore e suscitatore di libertà, il soggetto non si sviluppa. Da qui questa scuola più o meno «pediatrica», che sforna persone per nulla adulte, pronte ad essere diligenti osservatori delle norme che il potere continua a somministrare; oppure, in modo speculare, trasgressori folli di queste stesse norme. Vengono meno soggetti liberi capaci di sviluppo, amore, devozione per la vita.

Che cosa deve fare chi ambisce ad essere educatore?

Cercare di essere maestro: riconoscere nell’allievo le sue potenzialità ed impegnarsi ad alimentarle alla luce di una personale visione dell’uomo e della vita, di cui il maestro deve assumersi la responsabilità. In secondo luogo, un maestro deve poter essere libero di creare scuole. In fondo, la scuola di Stato è un’invenzione anch’essa molto europea, imposta ovunque – e non è un caso – dopo la rivoluzione francese. Spero che si vada presto verso l’estinzione di ogni forma di autoritarismo statale, anche educativo, a vantaggio di scuole nate dalla passione di chi si sente portatore di potenzialità formatrici, sul cui valore verrà vagliato dalle persone, e non dai burocrati di Stato.

E’ difficile oggi essere maestri?

Molto. Non solo per viltà e per pigrizia, ma perché essere maestri vuol dire umiliare continuamente se stessi, riconoscersi mendicanti di sapere, cercare, imparare a ri/conoscere; mettersi in ascolto del magister interiore. Il Padre, che ci cerca, e senza stancarsi parla dentro di noi.

maggio 18, 2012

IL DIO DELLE DONNE di Luisa Muraro

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 4:52 pm
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Certamente non esiste un Dio delle donne, come suggerirebbe un’interpretazione letterale del titolo – volutamente provocatorio – di questo libro. Ma forse esiste uno stile femminile della devozione, che ha fatto sì che le pagine più intense della mistica cristiana siano state scritte da donne. Commentando queste scritture, Luisa Muraro scopre che, al di sotto (o al di sopra?) dell’enfasi tutta maschile della speculazione teologica e dell’impegno morale, la sequela di Cristo è in un amore che non conosce limiti, neanche quello dell’abbandono, di quell’”assenza ingiustificata” che i filosofi odierni chiamano “la morte di Dio”. Il primo passo in questa via dell’amore consiste nella scoperta di un Dio prossimo e docile, un Dio che si lascia “usare”, un Dio di cui ci si nutre senza remore nè scrupoli, come il lattante al seno materno.

(Il testo che segue è tratto da: Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Il margine 2012)

Dio che può capitare a questo mondo e noi che sappiamo o non sappiamo usarlo, questa idea qui viene formulata e va presa alla lettera. O respinta, alla lettera. C’è qualcuno, infatti che, a questo punto, vorrà obiettare che Dio, da sempre presente al mondo in quanto suo creatore, signore e salvatore, gli è assolutamente trascendente e come tale non si lascia usare come un oggetto. O qualcosa del genere. L’obiezione si può formulare in più modi, il succo resta comunque che il principio della trascendenza divina ci vieta a priori di pensare che Dio sia a nostra disposizione.
Per la risposta, non entrerò nella sfera della speculazione ma resteremo al nostro livello, che è di far passare esperienza attraverso le parole – esperienza di donne, qui s’intende di preferenza, senza escludere gli uomini.
C’è molta esperienza umana femminile che si è tramandata insieme alla storia del dio concepito, partorito e allattato da una donna di questo mondo, il dio abbbandonato dai suoi compagni nelle mani dei nemici, ma non dalle donne che gli restarono accanto nelle ore buie dell’odio e del patimento, il dio che si è misticamente trasformato in cibo e bevanda offerti alla fame e alla sete dell’umanità.
Parlo della tradizione cristiana, che conosco meglio, ma, per quello che so, non c’è dio o dea di cui si parli in questo mondo senza storie di donne che lo/la riguardino. Sempre mi ricorderò le donne povere del mio paese durante le cerimonie del Venerdì santo, come baciavano il grande crocefisso di legno che i preti offrivano all’adorazione dei fedeli. Noi bambine si stava inginocchiate o sedute ai primi posti e vedevamo tutto. Egli lascia fare (…). Lascia fare anche nel senso preciso con cui si dice che uno si lascia fare. Si lascia vestire, spogliare, sbaciucchiare, abbracciare, toccare, anche nei punti più sensibili (le cinque piaghe) o interni (il cuore). Quando Teresa di Lisieux inventa il suo gioco della palla con il bambino Gesù, lei immagina di essere un giocattolo nelle mani di Dio e finirà per essserlo, in effetti. Ma, per cominciare, quello che capita è che Dio Padre, Figlio e Spirito santo si riduce a essere un gioco tra le sue mani.
Quale che sia il concetto di Dio che i filosofi e i teologi hanno proposto o vorranno proporci, se non comprende esplicitamente questo suo lasciar fare e lasciarsi fare, io dico che è un concetto mutilato. Lo dico pensando a quelli che a volte si fanno prendere dall’idea che la lettura di un libro ci metta con Dio in un rapporto più adeguato e degno del baciare statue o recitare rosari. Da un punto di vista strettamente umano, sì, ma, se di un rapporto si tratta, c’è da considerare anche il punto di vista dell’altro, che qui andrebbe con la maiuscola, Altro, per sottolineare che i suoi criteri di dignità e adeguatezza non sono i nostri né lo saranno mai. Quelli mi sembrano i difensori del concetto della trascendenza, più che della trascendenza divina.
Tuttavia, c’è del vero nell’obiezione che Dio non saarebbe a nostra disposizione, come invece lo erano gli dei e gli idoli dei pagani. Dio è a disposizione, sì, ma proprio quelle che sanno usarlo, come le mie autrici di riferimento, e arrivano agli ultimi passaggi, finiscono per scoprire una specie di sua indisponibilità. O, se quest’ultima parola vi suona sgradevole, chiamatela riservatezza. Insomma, viene il momento in cui l’altro sta sulle sue, come si dice, senza dare nessuna spiegazione.
Non è come la trascendenza – una nozione filosofica molto fine e piuttosto difficile da afferrare -, che somiglia a un’assenza giustificata. L’«indisponibilità», invece, è un’assenza ingiustificata, che nel rapporto personale si vive come un arbitrio dell’altro. Per saperla, non occorre aver studiato filosofia, occorre piuttosto aver amato, il che naturalmente non la rende più agevole da sapere: la si vive, infatti, come una perdita senza rimedio e come una sottrazione ingiusta che fa soffrire inutilmente e quasi morire.
Ma c’è un passaggio ulteriore. Può capitare allora – non che capiti sicuramente, ma può – che la sofferenza lasci passare l’assente sotto forma di una gioia stabile, come il reale stesso con le sue inesauribili riserve di essere, non consumato e disponibile al godimento illimitato. Allora la «riservatezza» si rivela essere una diga che non finisce mai di rompersi e di riversare acqua.
Parlo da ignorante di dighe e d’amore, e molto a tentoni, ma ci sono dei racconti, alcuni straordinariamente precisi. Io ho accennato a un percorso con un finale felice, ma in queste storie ci sono molti racconti e ognuno è diverso dall’altro. Così, per fare un grande esempio, nel racconto di Hadewijch di Anversa l’amore – che è Dio – non fa che lasciarla e tornare per lasciarla di nuovo, sempre inappagata, ma «per chi lo conosce e si fida di lui / anche questo è gioia sovrana»(1).
Ricordiamo, più vicina a noi, la storia di Teresa di Lisieux e dei suoi giochi con Gesù: un giorno, di colpo, i giochi finirono nell’immobilità di piombo dell’assenza inngiustificata. La prosa infiorata e il linguaggio devoto che caratterizzano lo stile di Teresina non riescono a coprire la teribilità di questo passaggio, che per lei durerà fino alla morte, e tendono anzi a prosciugarsi nella durezza del racconto. Siamo nella primavera del 1896, lei ha venntitré anni e da pochi giorni le si sono presentati i primi gravi sintomi della tubercolosi:

«Come il genio di Cristoforo Colombo gli faceva presagire l’esistenza di un nuovo mondo, mentre nessuno vi aveva pensato, così io sentivo che un’altra terra mi sarebbe servita di stabile dimora. Ma improvvisamente le foschie che mi circondavano divennero così spesse, penetrando nella mia anima e avvolgendola in modo tale che non mi è più possibile ritrovare in essa la dolce immagine della mia Patria: tutto s’è cancellato! Quando voglio riposare il mio cuore stanco per le tenebre che lo circondano, ricordando il paese luminoso cui tende, il mio tormento si fa maggiore; ho la sensazione che le tenebre, con la stessa voce dei peccatori, mi dicano irridendosi di me: “Tu sogni di luce, una patria avvolta nei più soavi profumi, tu sogni il possesso eterno del Creatore, di tutte queste cose meravigliose, credi di uscire un giorno dalle nebbie che ti circondano! Continua, continua pure a rallegrarti per una morte che ti offrirà non quello che tu speri ma una notte ancora più profonda, la notte del nulla!”

Madre diletta – aggiunge Teresa rivolgendosi alla sua superiora, come per allontanarsi dall’abisso della disperazione – la descrizione che le ho fatto delle tenebre che oscurano la mia anima è poca cosa al confronto di quello che vivo, ma mi fermo, «temerei di bestemmiare … Temo perfino di averne detto troppo»(2).
Persa la fede nella vita eterna, perso cioè un caposaldo della sua fede, sotto i colpi di un male di cui intuì subito che era una condanna a morte, la giovane donna, mostrando la tempra della grande giocatrice di Borsa, non tolse credito alla scommessa della sua vita ma la appprofondì ed esplicitò, con la scrittura dei Manoscritti B e C. Persa la garanzia della realtà di Dio, confrontata alla tentazione fierissima di fingere, con se stessa e con le altre suore che la consideravano già santa, la loro piccola santa vivente, scelse la verità. Che voleva dire andare spogliata di tutto all’appuntamento con uno che poteva non arrivare mai.
Come abbia fatto, dove abbia trovato la forza, che forza sia mai questa, non so, non sappiamo, ma certo non avrebbe potuto senza «la scienza dell’amore» (la formula è sua). Né il senso di sé, che pure aveva forte, né la voglia di guadagnare, non meno grande in lei, potevano infatti bastare a tanta impresa. Grazie alla sua fermezza nella scommessa, risultato di una straordinaria miscela di docilità e combattività … ma tanti ne hanno già scritto meglio di me e vado avanti, grazie dunque alla sua energia simbolica e all’intelligenza dell’amore, lei decise o capì o vide, o le tre cose insieme, che, tra il Gesù grazioso e gratificante della sua infanzia e l’Assente ingiustificato della sua malattia e morte, non c’era soluzione di continuità; c’era un collegamento, ossia poteva esserci e lei lo trovò o lo creò. È il frutto della sua grande prova. «Ah! se apparissse all’esterno quella prova che patisco da un anno, quale sorpresa»(3).
Prova di che cosa? I commentatori cattolici parlano di una messa alla prova della fede e della speranza; c’è chi parla di una tentazione contro la fede. Della fede si tratta, indubbiamente, ma Teresa sottolinea più spesso la perdita del piacere o del godimento: «questa prova che mi toglie ogni godimento», «non provo gioia alcuna», «mi toglie tutta quella soddisfazione che si sarebbe potuta provare». E dunque possiamo anche chiamarla una prova di realtà cui lei si trovò sottoposta insieme al suo Buon Dio, come usa chiamarlo, o al suo Gesù, come lo chiama più spesso. Prova di condivisione della realtà, più esattamente, se accettiamo che la realtà si forma tra due che la parlano, per parlarsi tra loro. Lei risolse di condividerrla con quelli che non credono nel Cielo, gli «empi senza fede» dei quali aveva sempre pensato che parlassero tanto per parlare. Ora non più, ora lei sa «come esistano veramente anime che non hanno la fede» e accetta di stare seduta alla loro mensa a mangiare «il pane della prova fino al giorno in cui vorrai», sta pregando, «introdurmi nel tuo regno luminoso»(4).
Ancora un racconto. Matilde di Magdeburgo racconta che lei stessa avrebbe chiesto al suo Signore, dopo anni di felicità, di lasciarla perdere: «Ebbene, allontanati da me, caro Signore, e lasciami cadere ancor più in basso». Così accade: «Dell’intimità di Dio non seppi più nulla», l’anima e il corpo sprofondati in un luogo senza conoscenza né luce. Allora fa appello alla sua fedeltà, che l’aiuta a viveere senza dolore. Ma !’incredulità s’impadronisce di lei e l’estraneità la sommerge: «Sopraggiunse poi la costante Estraneità di Dio e avvolse l’anima». Lei allora arriva a dire: «La Sua Estraneità mi è più cara che Egli stesso». Dopo di che, «giunse in una tenebra così grande che il corpo suudava e si dibatteva nelle pene». La sua risposta è: caduta così in basso come sono, o Signore, «non posso sfuggirti». E anche lei, come Hadewijch, parla, per finire, di una gioia inusitata. «Ma quanto più profondamente cado, tanto più dolcemente mi abbevero».
Perché lo ha fatto? Che significato ha la sua richiesta che mira a ottenere come una grazia ciò che tutte, tutti, temiamo come una delle peggiori disgrazie, ossia perdeere l’orientamento di un amore corrisposto, di una passione gratificante, di una rispondenza negli altri, di una voce che risponde? E non una voce qualsiasi, non una passione comunque destinata a finire, non una rispondenza desiderata ma facoltativa, no, ma di una natura e di una qualità che, venendo a mancare quello, manca l’essenziale, manca tutto. Perché? Che cosa significa?
Non si tratta della scelta di un passaggio in un itinerario verso Dio. Come spiega uno studioso che ben conosce l’opera di Matilde, «la mancanza di grazia, come già in Hadewijch, è il livello più profondo dell’esperienza dell’ amore [ ... ] non è una condizione transitoria, una specie di periodo di prova e di attesa, ma è immanente all’amore divino»(5)
Vero è che la via che passa per l’estraneità da Dio si rivela poi «la vera via che conduce all’amore di Dio», ma non è la risposta alla domanda del perché, poiché la richiesta di lei non ha in mente nessuno scopo, neanche questo che, anzi, respingerebbe. Quello che lei cerca, risponde lo stesso autore, è di seguire il figlio di Dio nella sua totale, estrema umiliazione: «Nella discesa prodotta dalla volontaria rinuncia, che si conclude nella pena, si compie la sequela di Cristo»(6). Sì, ma qui c’è qualcosa di più o di altro, un’invenzione della mistica femminile, forse sulla scia dell’amore umano non corrisposto e respinto: considerato per questo più puro o più grande o più vero? Invenzione dell’amore per niente e fatto niente, amore annientato, che opera la grande decantazione di tutte le costruzioni e di tutte le mediazioni umane e fa un’apertura totale all’Altro che consente all’anima di «abbeverarsi» a esso, l’Altro, il reale.
E se Dio non esiste? E la morte di Dio? Loro, le donne che stiamo ascoltando, ci sono già passate, loro da lì sono passate.

NOTE

1) Hadewijch, Van Liefde en Minne. De Strofisclze Gedichten, Hertaald door M. Ortrnanns, Lannoo-Tielt-Bussum 1982, p. 54
2) Teresa di Lisieux, Storia di un ‘anima. Manoscritti autobiografici, traduzione di Luisito Bianchi e Adriana Zarri, Queriniana, Brescia 1974, pp. 203-204.
3) Teresa di Lisieux, Storia di un’anima, cit., p. 200
4) Ivi, pp. 203-205
5) Hans Urs von Balthasar, Sorelle nello spirito. Teresa di Lisieux e Elisabetta di Digione, Jaca Book, Milano 1991, p.185.
6) Kurt Ruh, Storia della mistica occidentale. II, Mistica femminile e mistica francescana delle origini, traduzione di Giuliana Cavallo-Guzzo e Cesare De Marchi, Vita e Pensiero, Milano 2002, pp. 280-282.

maggio 16, 2012

IL FEMMINILE DELL’ESSERE secondo Annick de Souzenelle

(i corsivi nel testo sono miei. Il resto è tratto da Annick de Souzenelle, Il femminile dell’essere, Servitium 2001)

Storia metafisica e storia cronologica

Nell’antropologia religiosa tradizionale ebraico-cristiana vengono usati due termini per indicare l’interiorità dell’uomo: anima e spirito. Questa dualità mostra quanto lontano il simbolismo dei generi possa giungere, per dar conto di una polarità che si ritrova fino ai livelli più profondi della soggettività. Se vogliamo dare il giusto peso all’immaginario suggerito dai verbi, l’uomo è anima quando sente e comprende, è spirito quando intende e giudica. Tuttavia, nel rapporto che il soggetto umano intrattiene con Dio – rapporto che lo costituisce come tale – l’uomo è disposto femminilmente, come colui che riceve, e l’Umanità nel suo complesso è chiamata alla redenzione nella figura sempre femminile della Chiesa.
Annick De Souzenelle, esegeta biblica e scrittrice di spiritualità, sembra riferirsi a questi diversi piani quando nel suo libro si propone di prendere in esame

“tre livelli del femminile:
- la donna che io sono sul piano biologico;
- il femminile “altro lato di Adam”, quello dell’interiorità dell’uomo e della donna, di cui questo libro darà una testimonianza;
- ma anche l’intera umanità (uomini e donne) femminile rispetto a Dio.”

Tuttavia, per collocare nella giusta prospettiva la sua meditazione, l’autrice spiega di volersi situare a monte delle più o meno fondate diatribe secolari che oppongono un genere all’altro come si trattasse di classi sociali, dove l’antagonismo rivela una competizione per il potere materiale e finisce con il rimuovere la più profonda ricerca dell’integrazione spirituale dei soggetti: da qui il rifiuto “di impelagarci in considerazioni di ordine affettivo che pullulano quando si sollevano certi argomenti scottanti, come quello dell’ ordinazione delle donne presso i cristiani”.
Esiste una verità che precede i discorsi umani e anche la storia: una verità ancestrale, inscritta nella creazione del mondo e nella costituzione stessa dell’essere umano, leggibile forse in un tempo primordiale in una lingua oggi perduta, prima che l’uomo giungesse nella terra di Sennaar, prima che l’impresa della torre di Babele fosse duramente punita dalla confusione delle lingue. Da allora questa verità è udibile solo come una nota lontana, che attraversa la cortina apparentemente grossolana del mito, a patto che i miti siano ricevuti nella giusta disposizione di spirito:

“Il suono fondamentale è dato dai miti dei nostri libri sacri. Questi cristallizzano in una forma divinamente cesellata le risonanze del diapason che vibra dall’ alto e ne diffondono le armoniche a misura della ricettività dei cuori. Il cuore dell’umanità d’oggi è in sofferenza, nella confusione e nel vuoto che l’assurdo crea. Ma la sordità non è estranea a questi stessi miti o, meglio, alla traduzione molto elementare che ne è stata fatta, alla loro interpretazione riduttiva e infantile, generatrice soltanto di valori irricevibili. Si tratta, dunque, di verticalizzare questo cuore e di dargli la gioia di pulsare secondo quanto è iscritto nel suo più profondo, di cui, all’esterno, i miti conservano il segreto. Se non c’è eco dall’uno all’altro di questi due poli, il cuore è malato.
I miti infatti sono, sul piano collettivo, ciò che per una persona è il sogno. Questo rinvia al principio stesso dell’ essere: è la voce delle profondità ancora ignote della persona, la voce del suo Nome segreto, quella del suo Dio che già la informa sollecitandone l’ascolto; a partire dai simboli che ne costituiscono il messaggio, il sogno è portatore di senso, carico di una conoscenza che è amore e che aiuta a crescere. (…) Ignorarlo genera tutti i labirinti del mondo, che nessun suono fondamentale riesce a penetrare e i limiti dei quali diventano presto prigioni; le etiche elaborate al loro interno secondo le note emesse dall’intelligenza, che si ritiene lucida, oppure dal sentimento che, senza fondamento ontologico, impone la sua priorità, non fanno altro che ispessire i muri di questa prigione, che diviene piuttosto una tomba. Soltanto l’ascolto delle profondità libera dagli arsenali del sapere e fornisce gli strumenti operativi. Per questa ragione non potremo dare un giusto sguardo all’identità della donna, al suo mistero e ai problemi che il suo risveglio pone in modo particolare oggi, se non dopo aver interrogato questi miti.(…)
Questa lingua, se la sento in certi miei sogni o nel più sottile respirare dei miti, la riconosco però anche nei canti sacri, nella realtà profonda della natura, quando, liberata dagli orpelli dei nostri concetti, parla direttamente al cuore; la riconosco nella realtà di ogni cosa che allora odo dialogare con il Verbo, quando mi volgo, io stessa, “casa del Verbo”, verso il Verbo che mi fonda, e mi lascio prendere da lui e respirare di lui.
So che questa lingua è in grado di issare l’anima fin sulla sua più sottile punta poiché parla in uno spazio divino del mio essere, quello che la Bibbia definisce “paradiso terrestre” o “giardino di Eden”, “giardino di godimento”. Questo giardino è dentro di me, non posso più dubitarne. Non lo guardo più come un luogo esterno storicamente molto antico, ma come uno spazio attuale, presente nel più profondo, il molto antico del mio essere, a monte dello stato d’esilio che è comune a tutti noi; è posto” a oriente di Eden” , dove i cherubini difendono con la spada (il Verbo-spada) il YHWH, il cammino dell’albero di vita, quello del “luogo” ove Dio si ritira lasciando il suo seme, il cammino del “Nulla”.
Abbiamo deviato da questo spazio nel collettivo del grande Adam e, nella misura in cui restiamo confusi con lui nella nostra persona, rimaniamo anche colpiti da amnesia, da sordità e dalla cecità che il profeta Geremia denuncia quando dice: «Hanno occhi e non vedono, orecchie e non sentono!». Ma se attraversiamo queste paludi d’incoscienza dirigendoci verso l’oriente del nostro essere sulla barca dell’ amore, almeno su quella del desiderio folle di questo amore, i cherubini risvegliano i nostri sensi e noi udiamo il Verbo-spada, ne riconosciaamo la voce e balbettiamo nuovamente “la lingua una”, quella che, a detta dei traduttori del mito della torre di Babele, gli uomini un tempo parlavano.”

Ciò che i miti del Genesi narrano si verifica non in un tempo storico, ma in un tempo “ontologico”: il tempo primordiale della creazione che si ripete alla scaturigine di ogni essere umano. Ecco perchè poca importanza ha, nei miti come nelle fiabe, la collocazione cronologica dei fatti narrati, sostituita dalla profonda risonanza interiore che genera il “c’era una volta…”

“Una volta? Sempre prigionieri delle nostre categorie mentali legate al tempo del mondo esteriore, abbiamo inteso questo mito come fosse soltanto un racconto storico; abbiamo chiuso l’orecchio a ciò che di essenziale sin dall’inizio esso diceva:
‘Ora, viaggiando, provenienti dall’ oriente,
gli uomini trovano una pianura in terra di Senaar e vi si stabiliscono’
Si tratta senza dubbio dell’Uomo, considerato al limite dello storico e del metastorico, ma certamente anche dell’uomo che, in ogni periodo storico, si allontana dal suo oriente, da quello spazio interno a se stesso, nel quale sono parlate la lingua una e le parole une: lingua divina e parole divine, poiché il numero “uno” è in ebraico un Nome divino e soltanto Dio è Uno.
Quest’uomo che si allontana dal Verbo in lui fondatore si stabilisce allora in una terra il cui nome, Sinear, può essere tradotto con: “là, dove si grida, dove si urla” o meglio ancora: “principio dell’ oscillazione”.
Questo fa pensare a ciò che vive un bambino in modo molto concreto, quando, al momento di nascere, abbandona un paradiso primordiale per entrare nel mondo in cui grida, dove tutto è un urlo, salvo la “lingua divina” che egli udiva fin dai primordi nel grembo materno, e in cui l’asse verticale di riferimento semmbra perduto. Questa situazione molto esistenziale tipica del tempo storico significa, in breve, ciò che dice il mito del passaggio dalla lingua una dell’interiorità alle grida delle nostre lingue: per quanto belle, queste lingue non sono che ruggiti in confronto alla lingua divina. L’uomo che volta le spalle al suo oriente vacilla verso l’esterno di sé, totalmente identificato con la Babilonia cacofonica, sordo alla voce del Verbo, a quella della lingua una del suo oriente.”

Una storia della creazione che si svolge al cuore di ogni uomo: la caduta non fu una volta, ad opera di lontani progenitori ma qui ed ora, ogni volta che un uomo compare sulla terra. Del pari, la redenzione che nella storia del mondo avviene con l’incarnazione di Cristo giunge al centro di ogni vita, a patto di non esserne allontanata dalla riduzione alla cronologia esteriore e ad una precettistica che ne deriverebbe. L’incarnazione, come diceva già il mistico renano Eckart, è “il natale dell’Anima”.

“Quando Dio stesso, nel cuore della storia, ma sconvolgendola, s’incarna e porta a compimento l’Uomo (dunque gli uomini e le donne di tutti i tempi) nella dinamica trattenuta all’oriente dell’essere e di colpo liberata (…) rivela ad ognuno il mistero (…) della sua persona unica e allo stesso tempo universale e capace di deificazione. Ma il Cristo che è IO SONO sarà ridotto al rango di fondatore di religione, di cui si ricorda per lo più la storia svuotata della sua scottante attualità, della sua dimensione di eternità e della sua potenza deificante.
Questa coscienza del concetto di persona che lui è venuto a diffondere e che trae origine nel nucleo dell’ essere è tuttavia in crescita: molti sono coloro che si risvegliano e oggi scoprono l’importanza dei rituali religiosi quando questi ritrovano la loro sostanza unificante; sentono quanto l’evocazione dei miti e dei sogni riattivino questi strati più arcaici del loro essere e li faccia accedere al divino in una respirazione senza la quale non potrebbbero vivere. Ma per la maggior parte degli uomini e delle donne, la rottura quasi radicale con riti, miti e sogni è gravemente patogena. (…)
Se l’uomo vive ancora, o meglio sopravvive, in questo teatro di burattini, lo deve soprattutto all’ accesso che conserva, molto involontariamente, agli strati limbici delle proprie profondità tramite il sonno e i sogni. Anche se non ha il ricordo concettualizzato dei sogni, ne conserva il soffio soltanto grazie alla respirazione che essi instaurano al momento del sonno paradossale tra la parte divina del suo essere e se stesso. Ciò significa che questa impercettibile immersione nelle zone incoscienti e più arcaiche di se stesso assicura solo la sopravvivenza dell’uomo; una sopravvivenza molto fragile nella piana di Senaar, che è il nostro mondo, ma non la vita. E solo nel sogno memorizzato, esplorato, decifrato, che gli rivela il suo messaggio” derivante da oriente”, che l’uomo, ubbidendo a questo messaggio, partecipa alla lingua una e può cominciare a vivere.
(continua…)

maggio 14, 2012

PERCHE’ DIO HA AVUTO BISOGNO DI UNA DONNA di Valter Binaghi

(Da: Valter Binaghi e Giulio Mozzi – 10 buoni motivi per essere cattolici, Laurana Editore 2011)

La primissima profezia contenuta nella Bibbia riguarda una donna. Rivolgendosi al serpente, che ha sedotto Adamo ed Eva affinché disobbedissero al comando di Dio, Dio stesso dice: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. Già per i primi Padri della Chiesa (Ireneo, Epifanio), non vi è dubbio che la profezia si riferisca alla Vergine Maria. Infatti è lei che darà alla luce il Salvatore non prima, però, che Dio stesso si sia preparato in lei un “vaso” purissimo, una materia tutta speciale, perché la “piena di Grazia” rivesta il seme che lo Spirito vi ha deposto di una carne integra, incorrotta dal disordine causato nella natura umana dal peccato originale. È questo il senso della formula dogmatica con cui la Chiesa Cattolica ha definito nel 1854 l’“Immacolata Concezione”, ossia la convinzione secondo cui Maria è stata concepita senza che il suo essere patisse le conseguenze del peccato d’origine.
Come debba intendersi esattamente il peccato originale è oggetto di dispute teologiche da sempre, e oggi più di prima. Il linguaggio utilizzato nel libro della Genesi (l’albero, la mela, il serpente) presenta una prevalenza di elementi allegorici, anche se pare predominante l’idea della violazione di un divieto: il peccato d’origine sta essenzialmente nel rifiuto della condizione creaturale; seguendo i consigli di Satana, Adamo ed Eva manifestano sfiducia nell’ordine all’interno del quale Dio collocava la creatura disponendola a un bene designato. La creatura rigetta questo ordine e questo bene, rivendicando una superiorità di giudizio che non possiede (“Sarete come Dio” promette il serpente) e per questo precipita in una condizione di erramento e confusione, segnalata dalla Genesi con due gesti pieni di significato: Adamo ed Eva si vergognano della propria nudità e provano a nascondersi agli occhi di Dio. Come dire: dopo quella decisione sciagurata, qualcosa si è rotto nel rapporto con Dio, ma anche nel rapporto fra l’uomo e la sua immagine, ossia in ciò che oggi chiameremmo la propria identità. Fortunatamente è Dio stesso a cercare la coppia, additandole una condizione dolorosa ma vivibile, in cui luce e tenebra si alterneranno fino a nuovo ordine. Viene in mente un pensiero di Pascal: “Se non ci fosse oscurità l’uomo non avvertirebbe la sua corruttela, se non ci fosse luce l’uomo non spererebbe alcun rimedio. Così è utile per noi che Dio sia nascosto in parte e manifesto in parte, poiché è ugualmente pericoloso per l’uomo conoscere Dio senza conoscere la propria miseria e conoscere la propria miseria senza conoscere Dio”. Si pensa spesso che il pudore ci protegga dallo sguardo altrui, dallo scherno o dalla rapacità con cui altri possono minacciare la nostra fragile integrità; non altrettanto spesso si ricorda che lo sguardo più impietoso sulle nostre piaghe è proprio il nostro, il che rende assai pericoloso sostituire la confessione dei peccati con la psicanalisi: solo un Dio capace di perdonare la sua creatura è in grado di curvarsi sulle piaghe del cuore senza provarne disgusto, mentre è proprio la nostra incapacità di perdonare noi stessi che apre lacerazioni e invoca oscurità. Tanto ai negatori del peccato originale quanto a coloro che ne sostengono una versione puramente “giuridica”, consiglierei di riflettere sulla concretezza della vita morale: che il peccato d’origine sia trasmesso ai figli di Adamo dal progenitore o sia compiuto ogni volta da ogni uomo al primo barlume del volere, l’effetto è lo stesso: l’incapacità di accettare se stessi nel proprio limite è direttamente proporzionale a quella di trascenderlo nella speranza, ed entrambe, come i corni di un medesimo dilemma, sono la cartina al tornasole dell’impossibilità dell’uomo a salvare se stesso, se non riconoscendo il proprio statuto creaturale.
Da questo punto di vista, la perfezione di Maria sta nel suo essere essenzialmente creatura. La sua docilità (che non ha niente della sottomissione al sistema patriarcale giustamente deprecata dalle femministe), è la docilità alla parola di Dio, che grazie al suo consenso può farsi carne per la salvezza del mondo. In questo modo, Maria diviene non solo madre del Salvatore ma principio di una nuova creazione, inaugurata dall’avvento di Cristo e proseguita dalla Sua presenza nella materia dei Sacramenti. L’acqua, l’olio, il pane e il vino, sono come Maria frutti della terra, che la soprannaturale presenza della Grazia trasforma in nutrimenti ed energie spirituali. Come scrive Romano Guardini: “Nella dimensione liturgica si annuncia uno stato dell’esistenza, che può venire solo da Dio. […] L’essenza della liturgia non sta nell’elemento morale, in quello pedagogico, o didattico; non v’è essenzialmente per annunciare una verità o per insegnare il giusto agire, ma per essere. È realtà – realtà che si fa strada e appare. Mysterium e sacramento sono i luoghi donde fa breccia la nuova creazione. Nella fede certo: ma la fede è accertamento di realtà” (Natura, cultura, cristianesimo, Morcelliana 1983, p. 190)
Abbiamo parlato di docilità alla Parola: eppure Maria assume nei Vangeli ben altro rilievo che quello della serva del Signore. Alle nozze di Cana è lei a chiedere un intervento di Gesù, quando la festa minaccia di trasformarsi in disonorevole fallimento per mancanza di vino. E Gesù, per quanto il Vangelo di Giovanni tenga a precisare che la cosa non era prevista (“Non è ancora giunta la mia ora”), acconsente a manifestarsi nel suo primo miracolo. Da questo la Chiesa trae l’insegnamento per cui a Maria Dio nulla rifiuta: è lei che intercede per noi, è a lei che si rivolgeranno i credenti, soprattutto i più umili e negletti, che non trovano parole acconce per rivolgersi all’Altissimo. È lei che si manifesta più volte nella storia, scegliendo i più piccoli, come i pastorelli di Lourdes, Fatima o Medjugorje, per ammonire gli uomini e convertire i cuori. Lasciamo volentieri a teologi e inquisitori il compito di discernere quanto di queste apparizioni sia da ascrivere al soprannaturale e quanto alla pura e semplice speranza umana, e limitiamoci a constatare quanto la figura di Maria abbia forgiato l’anima della cristianità, allontanandola dall’ossessione legalista e patriarcale dei monoteismi orientali, elevando la condizione femminile a una dignità che il mondo non aveva mai conosciuto, e ben oltre le pur importanti forme dell’emancipazione sociale.
La preminenza del femminile è innanzitutto spirituale, e si manifesta a chi ha orecchi per intendere nel linguaggio teologico. Dio non è maschio né femmina, non è padre più di quanto non sia madre ed è chiamato Padre in quanto principio dell’essere e creatore del mondo: ebbene, Dio non ci lascia altra immagine della sua cura per la creazione che l’universale abbraccio di Maria: “la maternità della Vergine si pone come figura umana della Paternità divina”. (Paul Evdokimov, La donna e la salvezza del mondo, Jaca Book 1980, p. 154)

maggio 11, 2012

MASCHIO E FEMMINA IN ANTROPOLOGIA di Jean Servier

(Da: L’uomo e l’invisibile, Rusconi 1973)

Nel pensiero dualistico, sia esso australiano, oceaniano o mediterraneo, un postulato s’impone all’osservatore: l’uomo si sposa solo nel clan di cui può spargere il sangue. In queste diverse civiltà dualistiche, ritroviamo quindi il principio dei clan opposti e complementari. (…)
Non possiamo studiare un’istituzione, un rito, senza riferirci all’uomo nel suo insieme, nella sua integrità, e non ritagliato in capitoli: l’uomo che pensa il mondo in termini d’uomo e pensa se stesso in termini d’universo. Nello spirito degli uomini più poveri di tecniche e di utensili, non si uniscono clan, ma si accostano i due principi del mondo opposti e complementari, attirati l’uno verso l’altro dal matrimonio degli uomini, in una stessa stretta feconda.
Il legame creato dal matrimonio è insieme permanente e temporaneo. È permanente perché fonda un focolare nella città; temporaneo perché si evolve nel ciclo dell’anno, al ritmo del mondo.
Prima dell’aratura le famiglie si avvicinano e fecondano il mondo con i matrimoni; dopo le messi si allontanano ed è il momento dell’agone rituale, la guerra. Una guerra ambigua nel corso della quale si allacciano molte intese, ricordo delle alleanze passate. Poi, i matrimoni rinnovano le alleanze e riconducono la pace; una pace anch’essa ambigua, che porta in sé il germe della prossima guerra .. Si combinano matrimoni tra famiglie in cui un nonnulla può ravvivare una ostilità latente tra parenti avvicinati solamente da un contratto d’ospitalità, corollario delle relazioni tradizionali di ostilità.
Il matrimonio non è dunque soltanto l’archetipo dello scambio commerciale. È senza dubbio, come lo scambio, mettere in contatto due gruppi, riflessi dei due principi del mondo. (…)
Senza dubbio, bisogna che la società esista, e bisogna anche che sia fatta in un modo o nell’altro. Ma l’uomo non vuole che essa sia fatta in un modo qualsiasi. Egli vuole che la società in cui vive sia un riflesso della sua concezione dell’universo. Quando perde questa volontà, egli vaga nel sentimento di una società assurda, tronca, caotica, come quella dell’Occidente nel secolo XX.
Allora, il gruppo umano perde la veduta d’insieme della società, così come perde il senso della reciprocità e del contratto d’alleanza: l’uomo si impossessa della proprietà sul metro della propria cupidigia, tentando di intaccare il più possibile quella del vicino.
La soluzione proposta dalle società tradizionali poggia interamente sull’ accettazione di un postulato: l’uomo partecipa all’universo con le proprie forze, cercando di reintegrarvisi; è il tentativo su scala umana di redimere quanto fu causa della « caduta ».
Vi è dunque una dialettica uomo-universo coome vi è una dialettica tra i due principi dell’universo; la prima è l’archetipo delle relazioni esistenti tra i clan umani.
Gli uomini di tutte le civiltà hanno visto nel matrimonio il simbolo dell’unione delle due metà del mondo. Tuttavia noi abbiamo la tendenza, in etnologia comparata, a fare del matrimonio la base di ogni vita economica. Certamente la divisione del lavoro è uno degli aspetti dell’uomo e della donna che più stupisce.

«Quando Adamo arava ed Eva filava … » dice una vecchia canzone della rivoluzione francese …
Questa divisione dei compiti sembra talmente evidente, che molti autori ne hanno fatto la causa profonda del matrimonio, diventato per essi una semplice associazione economica di produzione.
Tuttavia, questa divisione del lavoro non è nata da una qualsiasi necessità biologica, ma soltanto dalla volontà dell’uomo, dal suo desiderio profondo di modellare i propri gesti su di un archetipo mitico che è, in tutte le civiltà, il principale sistema di riferimento.
Possiamo infatti concepire l’esistenza di una civiltà in cui le donne arino la terra e gli uomini filino la lana; ma è sempre in accordo con un modello mitico, con una certa concezione dell’universo e del posto dell’uomo nel cosmo, e non è mai in funzione di una migliore distribuzione delle forze produttive o delle attitudini particolari.
Come ha suggerito Margaret Mead, attribuire a un sesso o all’altro certe funzioni e certi tratti precisi, è anzitutto un problema di classificazione sociale storica. Una simile ripartizione ha lo stesso valore di una divisione dei compiti, per esempio, in funzione del colore degli occhi o dei capelli.
Nell’area culturale dell’aratro e dei cereali, dall’Atlantico al Mar della Cina, la terra è concepita come femmina, votata alla generazione, mentre il cielo è maschio. In queste civiltà, solo l’uomo può maneggiare l’aratro di legno tirato dai buoi e fecondare la terra, facendo la parte del cielo maschio. Quando la donna coltiva, lo fa con la marra, e coltiva un orto in cui fa spuntare le verdure primaticce. Essa non può coltivare i cereali sacri nati dall’unione dei due principi del mondo.
La donna è associata alla terra generatrice: le sono riservate l’arte della tessitura e, in certi casi, quella della terracotta: la tessitura riproduce simmbolicamente l’unione del cielo e della terra, è la copia simmetrica dell’aratura compiuta dagli uomini. Il dio solare Bochica della mitologia dei muisca, nell’America centrale, diede agli uomini l’agricoltura, le leggi e l’arte della tessitura. Egli si ricongiunge in questo ad Atena e, in Cabilia, alla coppia mitica dell’Akfadu, di cui l’uomo scoprì la fucina e la donna la tessitura. La terracotta è una creazione, una maturazione, un parto, che mette in gioco l’equilibrio dei rapporti tra l’uomo e l’universo ed è, di conseguenza, circondata da divieti rigorosi.
I beni di consumo sono molto spesso divisi in maschio e femmina: divisione che è impossibile spiegare senza conoscere la chiave dei simboli utiilizzati in un’area determinata.
Nell’Africa del Nord, l’opposizione che abbiamo già notata tra alimenti cotti, o beni femmina, e alimenti crudi, o beni maschio, deriva dal fatto che la gestazione è concepita come una maturazione, una cottura. Forse è per la stessa ragione che la donna, in molte civiltà, ha il compito della cottura dei cibi. È forse anche la ragione profonda per cui il fabbro è un essere particolare della società, il ricettacolo femmina della fecondità del cielo, incaricato di comunicarla agli strumenti di ‘[ ferro che egli martella sul fuoco della fucina. In tutto ciò non vi è, se vi si riflette bene, nessuna ragione evidente, nessun imperativo biologico.
In Oceania, a Tikopia, si sono riscontrati diivieti molto simili: una donna può accompagnare una spedizione di pesca come rematrice, ma non può servirsi di una rete. Gli uomini non battono la corteccia per confezionare i tapas, stoffe dai molteplici usi. La consacrazione di una piroga ne deetermina in modo stretto la polarità magica. Certe piroghe sono consacrate a entità maschili. Le donne non possono quindi entrarvi in nessun caso, e neppure avvicinarvisi troppo. Nello stesso modo, nella preparazione del cucurma, le donne intervengono solo nelle operazioni preliminari; sradicamento e pulitura delle radici. Ma esse non partecipano alle operazioni più delicate della filtrazione della polpa pestata. In questo caso, il loro ruolo varia in funzione delle necessità del rituale.
«Quando il capo Ariki Tafua diresse la preparazione del cucurma, le donne furono escluse il primo giorno dal recinto perché si trattava del cucurma che gli era riservato; poterono entrarvi i giorni seguenti perché si trattava del cucurma destinato a tutti: tuttavia erano incaricate solo del trasporto dell’acqua. In nessun caso esse possono partecipare alla filtrazione della polpa e alle altre operazioni».(1)
Ci sembra difficile, attraverso gli esempi citati, valutare la divisione sessuale del lavoro in termini di compito da svolgere o di determinismo biologico; conta solo la polarità magica.
Nei gesti della vita quotidiana, nei lavori degli uomini e delle donne di quest’isola dell’Oceania, cosi come nelle altre civiltà, ritroviamo la volontà dell’uomo di conformarsi a un modello invisibile che gli sembra perfetto; senza la conoscenza del quale i gesti di tutte le civiltà tradizionali sembrano inutili o assurdi.
L’osservazione scientifica di fatti recenti ci induce a rifiutare le teorie secondo le quali la divisione sessuale del lavoro sarebbe operata «spontaneamente» secondo una «legge naturale ».

NOTE

1) R. Firth, Primitive polynesian economy, Routledge and Sons, Londra 1939, VI.

maggio 9, 2012

SALVATE IL SOLDATO RIGONI STERN di Girolamo De Michele

Questo testo esce in contemporanea su Carmilla e altri blog accomunati dalla difesa della scuola.

Lo scorso maggio gli studenti del secondo anno di istruzione superiore (licei e istituti tecnici e professionali) sono stati sottoposti alle prove dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI). Lo scopo di queste prove di “valutazione esterna” in italiano è di “accertare la capacità di comprensione del testo e le conoscenze di base della lingua italiana” (vedremo dopo le finalità più generali dell’INVALSI). Per verificare queste capacità e conoscenze è stato chiesto agli studenti di leggere dei testi e rispondere a un certo numero di “domande a risposta chiusa” [1]. Uno dei testi era il racconto di Mario Rigoni Stern “Sulle nevi di gennaio”, compreso all’interno della raccolta Aspettando l’alba e altri racconti (Einaudi, Torino 2004, in appendice). Il racconto, originariamente pubblicato su “La Stampa” del 19 gennaio 1994 col titolo “Sul Don, quel lontano inverno”, fa parte del “Ciclo del Don”: e infatti nel Meridiano Rigoni Stern è inserito, dopo i romanzi, tra i racconti della seconda guerra mondiale (alle pp. 859-863].
In questo testo il Narratore racconta, con lo stile che gli è abituale, le ultime ore di un soldato ferito durante la ritirata di Russia. Al termine della breve narrazione apprendiamo che le scene di un amore alla vigilia della partenza per la guerra che intercalano lo svolgersi degli eventi (il soldato, ferito, viene raccolto da un commilitone che sta conducendo una slitta) erano il delirio che precede la morte del soldato. E scopriamo che l’alpino che lo ha caricato sulla slitta era, forse, quello stesso contadino che lo trasportò sulla propria slitta, assieme alla sua morosa, in quella notte serena che il morente rammemorava mentre moriva. A suo modo, nella sua brevità, il racconto può considerarsi esemplare della produzione di Mario Rigoni Stern, e nella sua capacità di condensare molti dei temi trattati nelle più distese narrazioni romanzesche costituisce una significativa prova di raggiunta maturità e perfezione del narratore di Asiago: uno di quei salici nani cui Rigoni Stern paragonava, a fronte dei grandi alberi della letteratura, se stesso [2].
Rigoni Stern, forse per essere un salice nano nella foresta della letteratura, è un autore che non sempre si riesce ad affrontare a scuola: c’era quindi da rallegrarsi del fatto che, dovendo fare un test di misurazione, gli studenti avessero occasione di incontrarlo. Ma l’allegria ha ceduto il posto ad altri sentimenti, una volta esaminate le domande preparate dagli esaminatori, e le risposte indicate come “esatte”.
La seconda domanda, che ha per scopo “Riconoscere e comprendere il significato letterale e figurato di parole ed espressioni; riconoscere le relazioni tra parole”, chiede agli studenti di indicare il significato dell’espressione “soldati sbandati” all’interno del passo «il conducente bestemmiò e si guardò attorno: una moltitudine di soldati sbandati, di muli, di slitte era ferma su un grande spazio bianco. Erano tutti in attesa che lì, dove si sentiva sparare, si riprendesse a camminare». La risposta “esatta” era: “Sono in ritirata e non sanno dove andare”. In realtà l’uso del termine “sbandati” è, in questo testo, quello del lessico militare: «Isolato, disperso, non più in contatto con gli altri componenti del proprio reparto» (vocabolario Treccani); nessuna delle scelte possibili contemplava questa opzione. Non è questione di poco conto: quella di Rigoni Stern è un’anabasi (senza epica), e in un’anabasi si sa sempre dove andare – verso casa. Se i soldati in questo frangente sono fermi è perché là dove devono passare c’è battaglia, non perché hanno perso la direzione o la guida. I soldati in ritirata sapevano dove andare, benché sbandati, ossia non più irregimentati nei reparti di appartenenza, perché guidati da altri, magari giovani sottufficiali come lo stesso Rigoni Stern.
Dietro questa parola – anzi: dietro al sintagma “moltitudine di soldati sbandati” c’è dunque un profondo messaggio etico: la guerra non ha spezzato il legame di umanità che, più profondo delle appartenenze politiche o militari, accomuna gli uomini, e grazie al quale i soldati sono tornati a casa. Solo estrapolando il racconto dal suo contesto – il ciclo del Don, all’interno della più generale narrativa di Rigoni Stern – è possibile un simile fraintendimento. Ma Rigoni Stern non ha scritto per i test di misurazione e valutazione esterna.
La terza domanda (“Ricostruire il significato di una parte più o meno estesa del testo, integrando più informazioni e concetti, anche formulando inferenze complesse”) chiede allo studente “Quale frase riassume meglio la prima parte del racconto”. Incredibile a dirsi, la risposta “esatta” non è la C (“Il conducente di una slitta non esita a gettare via il carico per far posto a un ufficiale ferito”), ma “Un ufficiale gravemente ferito riesce a stento a farsi trasportare su una slitta”. Questa risposta è errata sia dal punto di vista letterale – l’ufficiale ferito, che non ha la forza di parlare, non chiede di essere soccorso, si limita a mormorare «sono stato ferito» –, sia dal punto di vista di una corretta interpretazione del gesto dell’alpino che conduce la slitta: che ha un ordine (impartitogli da un maggiore) da rispettare, ma viola quest’ordine gettando via le due casse di carte che dovrebbe trasportare e, senza parole ma con una bestemmia, soccorre il ferito. Le storie di Rigoni Stern sono piene di personaggi che scelgono il bene piuttosto che il male o l’ignavia di chi rispetta gli ordini senza curarsi delle conseguenze: e compiono il bene senza perdere tempo in inutili parole o giustificazioni. La risposta “esatta” fraintende questo aspetto, che è per l’Autore uno dei caratteri di quell’umanità che resiste all’orrore della guerra.
Con la quarta domanda, allo scopo di “Individuare informazioni date esplicitamente nel testo” si chiede allo studente di interpretare un brusco gesto della ragazza. Ebbene: la risposta “esatta” – “[la ragazza] è irritata con se stessa per essere caduta” – è errata, perché è la scusa innocente che la giovane usa per entrare in relazione, alla festa, col giovane alpino che ha in precedenza allontanato. È l’Autore a indicarci, con l’uso dell’indiretto libero, il contrasto tra l’aspetto buffo della ragazza in tuta da sci caduta nella neve, «così tutta bianca e il viso imbronciato», e quello leggiadro alla festa: «Senza la tenuta da sci, ora, in quel vestito, appariva leggera, luminosa e sorridente». È evidente che in quel frangente, come proponeva la risposta B, la ragazza si era vergognata del proprio aspetto. E sembra altrettanto evidente che questa domanda dimostra che all’interno dei tempi e delle modalità della rilevazione INVALSI gli studenti non riescono a cogliere le informazioni che l’Autore dà loro con lo stile letterario. Ma, di nuovo: Rigoni Stern scriveva letteratura, non compilava testi per la misurazione degli apprendimenti.

(continua…)

maggio 7, 2012

DECLARATIO TERMINORUM di Valter Binaghi

Il soggetto, il sesso, il genere

Prima di avventurarsi nella speculazione che ci porta dalle polarità filosofiche a quella umana di genere, meglio una declaratio terminorum, resa particolarmente urgente da alcune discussioni recenti su questo e altri blog.
Uomo e donna dice due singole persone, questo Mario e questa Maria. Sono loro che esistono: sessualità, genere, specie e cultura sono attributi, non esistono senza un soggetto che ne è portatore. Il soggetto è un essere umano. Umanità è una rappresentazione che prescinde dal genere e dal sesso perchè indica la personalità spirituale, ma naturalmente non ne esclude l’esistenza. L’io non è neutro nel senso di amputato dei suoi caratteri sessuali, ma si pronuncia da un livello dell’essere che trascende la sessualità come anche la dimensione puramente biologica.
Maschio e femmina dice il diverso ruolo biologico in vista dell’atto riproduttivo e dell’eventuale allevamento della prole. Qui la specie umana è tutto ciò che è frutto diretto o indiretto (pensando alle varie procreazioni assistite) di questa riproduzione. Ma la sessualità umana non è contenuta nell’atto riproduttivo, semmai lo contiene come possibilità. Mario e Maria possono vivere la loro sessualità essendo sterili o rifiutando per altri motivi di diventare padre e madre. Inoltre Gino può essere sessualmente attratto da Francesco e Giorgia da Fiammetta, ma entrambe le coppie desiderare dei figli. Poi ci sono Don Camillo e Suor Cristina, che hanno scelto di vivere maschilità e femminilità in un senso che va oltre quello riproduttivo ma anche sessuale. Infine c’è Fabiana, nata Fabio, che alla nascita possedeva caratteri sessuali incerti, e ha risolto scegliendo (chirurgicamente o meno) un’appartenenza di genere visibilmente definita, mentre Rachel ha scelto di mantenere anche esteticamente questi tratti ermafroditi.
Maschile e femminile dice tutto ciò che è correlato col genere, nelle diverse culture: divisione del lavoro, forme conviviali, ruoli familiari, tendenze psicologiche e comportamenti estetici. Le diversità epocali e culturali di questa declinazione sono evidenti, ma questo non toglie che ci sia un certo legame simbolico tra ciò che è reputato “femminile” o “maschile” in una cultura e ciò che lo è in un’altra, perchè la polarità vi è sempre comunque rispettata. In più la designazione di genere è straordinariamente pervasiva: s’impossessa del lessico, esige l’articolo ma anche due differenti universi metaforici, che spaziano nell’intero ambito dell’esperienza. I due termini si apparentano a tutto ciò con cui entrano in contatto, e dividono il mondo tra due signorie elementari. Questo innesca un utilizzo cosmologico e perfino metafisico dei termini maschile e femminile, come esempi fondamentali della polarità, il che avviene sia nelle cosmologie presocratiche che in quelle orientali, specie nel taoismo. Del pari, le narrazioni mitologiche fortemente legate a polarità di genere si prestano a forme di allegorismo più o meno azzardato, ma non privo di fondamento.
Dato che senza riproduzione una società si estingue, il destino socialmente auspicabile del maschile è la paternità, quello del femminile la maternità, certamente in ambito biologico, ma generalmente anche in senso culturale. I padri e le madri sono due forme ideali oltre che reali della maturità umana (anche se non le sole), e ispirano diversi stili di autorità e di governo, nella famiglia e fuori di essa. Su questo si fonda la distinzione almeno ideale tra patriarcato e matriarcato, che però alcuni antropologi (Bachofen, Morgan, Gjmbutas) ritengono anche storicamente fondata.
Il femminismo denuncia l’inaccettabilità del modello patriarcale in quelli che sarebbero sempre stati suoi connotati essenziali, fondati sullo sfruttamento e la sottomissione della donna e soprattutto le sue sopravvivenze nella società democratica, dove questo maschilismo risulta frenante rispetto all’accesso a pari opportunità per entrambi i generi.
Il comunitarismo attribuisce piuttosto la causa di questa disparità al passaggio dalle comunità vernacolari alla società industriale e a una neutralizzazione del genere in funzione del lavoratore neutro e intercambiabile, dove la donna risulta svantaggiata dalla sua componente materna. Esso accusa il femminismo dell’uguaglianza di rivendicare spazi di alienazione per la donna, costretta a rinunciare a sè stessa. Su questo punto e non solo è possibile fare una distinzione tra femminismo dell’uguaglianza e della differenza. Per il primo i generi competono per il medesimo status di individuo, per il secondo ambiscono a influenzare diversamente le cose umane. Naturalmente anche questa opposizione è polare: è la rappresentazione più simmetrica o più complementare dei generi stessi, dove la seconda rappresenta a mio avviso un’evoluzione della prima, perchè supera l’astratta neutralità dell’individuo anche se lascia inindagata la natura spirituale del soggetto. Considero comunitarismo e femminismo della differenza due percorsi destinati ad incontrarsi, nella filosofia e nella politica.

maggio 6, 2012

LA MOGLIE DEL COLONNELLO di Carlos Alberto Montaner

Edizioni Anordest – 15 euro

Nella Roma degli anni Settanta Nuria, psicologa cubana e affascinante quarantenne, moglie di Arturo Gomez, un alto ufficiale della rivoluzione castrista, conosce il più anziano professor Martinelli, organizzatore del convegno di studi cui la psicologa deve partecipare.
Dopo una prima cena rivelatasi più intima di quanto Nuria avrebbe desiderato, la donna, sinceramente innamorata del marito cui è sempre rimasta fedele, cede tuttavia alle avances del professore, uomo di raffinata sensibilità e di grande cultura, e trascorre il resto del suo soggiorno romano abbandonandosi a un vortice di passione erotica, ogni giorno attizzata dalle lettere infuocate di lui, che dopo ogni amplesso ne intensifica il ricordo con una narrazione squisitamente letteraria e potentemente sensuale.
Alla fine del convegno Nuria torna a Cuba, senza rimpianti per quella che le è parsa un’esperienza straordinaria ma sostanzialmente estranea alla sua vita sentimentale, e desiderosa di riabbracciare il marito. Ignora che il servizio segreto cubano spia abitualmente gli stretti congiunti dei più alti rappresentanti del regime, e che Arturo Gomez non solo è stato informato dell’adulterio, ma che i suoi superiori gli hanno ingiunto di divorziare dalla moglie. L’ossessione patriarcale che domina la casta tutta maschile che governa l’isola ritiene infatti inaccettabile che uno dei suoi membri possa sopportare senza conseguenze una situazione che ne sminuirebbe la scultorea virilità: il perdono non è previsto, dunque o il divorzio o le dimissioni. Dopo un rabbioso faccia a faccia, in cui Arturo pretende di ascoltare dalla bocca della moglie l’esatto racconto di ciò che è accaduto a Roma, il colonnello si punta la pistola alla tempia e si uccide davanti a lei.

L’autore, Montaner, è uno scrittore e giornalista cubano in esilio di notevolissima fama. Il romanzo, splendidamente tradotto da Marino Magliani, unisce le qualità di una raffinata psicologia sentimentale, di un ritmo narrativo serrato, e di una riflessione non banale su quelle che risultano le più profonde caratteristiche del dispotismo. Per stare su quest’ultimo aspetto, si potrebbe dire che, come per primo ha mostrato Wilhelm Reich (autore di “Psicologia di massa del fascismo”), il vero oggetto del dominio è il corpo, irreggimentato nella replica di un ordine coercitivo e gerarchizzante, e per questo il focolaio di ogni rivoluzione è l’eros, quando smette di incanalarsi nella clandestinità ed esplode nella manifestazione di una libertà che la repressione gli nega.
Tuttavia, l’aspetto più interessante della vicenda sta nella capacità dell’autore di sondare la psicologia della protagonista, donna professionalmente realizzata e felicemente coniugata, eppure inibita in ciò che è forse la più segreta e profonda aspirazione dell’eros femminile, e cioè la conoscenza di sè, la ricerca di una narrazione di sè stessa per bocca di un altro, ruolo troppo spesso incompreso e rifiutato dagli uomini, che vivono il rapporto a due soprattutto in termini di prestazione personale o di scambio contrattuale. E’ questo genere di conoscenza intima che Nuria trova non tanto nella presenza fisica di Martinelli ma nelle sue lettere, che le permettono di rispecchiarsi in un’immagine di sè finora inespressa. Forte di questa esperienza, la donna potrebbe felicemente rinnovare il suo rapporto coniugale, chiedendo al marito di essere finalmente “tu che mi guardi, tu che mi racconti”(1). Ma l’esito tragico della vicenda mostra la drammatica impreparazione a comprendere questa richiesta non solo di Arturo Gomez, ma di un’intera generazione maschile, forse di un’intera civiltà che le femministe definirebbero “patriarcale”, che in questa storia esemplare si mostra ostinatamente feroce, per quanto agonizzante.

NOTE

1) E’ il titolo di un bellissimo saggio di Adriana Cavarero (Feltrinelli 1997), a cui rimando chiunque sia interessato a questa visione “dialogica” e “narrativa” della soggettività.

maggio 4, 2012

FEMMINICIDIO E MORTALITA’ DI GENERE di Valter Binaghi

Recentemente il termine femminicidio, proveniente dai blog femministi e dagli articoli delle giornaliste più impegnate nella causa di genere, ha avuto diritto di cittadinanza nei telegiornali. Come ognuno sa, in questo paese una cosa comincia ad esistere veramente solo quando passa in TV: dunque, bisognerà prendere atto della realtà effettuale di un nuovo crimine, finora non contemplato dal codice penale, per il quale “omicidio” bastava e avanzava.
Tutto ciò lo dico senza ironia: io stesso ho convintamente firmato un appello per sensibilizzare in tale direzione i media e l’opinione pubblica sulla presenza allarmante in Italia (anche se inferiore rispetto ad altri paesi europei) di una violenza maschile contro le donne, che giunge alla soppressione di quella che è stata fino al giorno prima la moglie, la fidanzata o l’amante.
Come ha scritto Loredana Lipperini sul suo blog: “Per me, e per molte e molti, è l’occasione non solo di fare il punto su un fenomeno che da sempre esiste e che culturalmente non viene (non veniva?) fin qui riconosciuto. Il femminicidio è legato agli abbandoni. E’ legato a un’incapacità di accettare un rifiuto, un distacco, e la libertà di scegliere una strada diversa da quella che era stata prospettata. E’ legato, anche, a una rappresentazione mediatica di queste morti che tende, inconsapevolmente o meno, a ‘giustificarle’ “. La giustificazione di cui parla Lipperini non è ovviamente una giustificazione morale, semmai una spiegazione che, ponendo in primo piano l’indubbia fragilità psicologica di molti degli assassini, sposta la questione sul piano della psicopatologia, evitando che si ponga nel giusto rilievo il carattere “di genere” di questi crimini.
Come dicevo, ho firmato l’appello perchè evidentemente condivido almeno in parte la diagnosi che di questo fenomeno viene fatta dai gruppi femministi, dove si parla di “colpi di coda” di un patriarcato morente. Oddio, su cosa esattamente sia il patriarcato e se questo termine abbia un fondamento storico sono stati versati fiumi d’inchiostro, ma se vogliamo esprimerci alla buona diciamo che i secoli precedenti ci hanno trasmesso un’immagine asimmetrica dei ruoli nella coppia e nella famiglia, dove il maschio è colui che detta le regole e la femmina colei che le subisce. Che in molti contesti i maschi italiani siano ancora educati ad esercitare questo potere quando in effetti esso non corrisponde più ad un’egemonia reale e civilmente accettabile nella relazione con l’altro sesso, mi sembra innegabile. Così come è evidente dietro molte di queste violenze il rifiuto di prendere atto della libertà della donna, affermando invece una strenua volontà di sottomissione. A questo punto sono gli uomini che dovrebbero, oltre a firmare appelli, interrogarsi in profondità su quella che resta una pedagogia occulta, che non passa per le parole dei libri o degli insegnanti e forse nemmeno (o comunque non solo) per gli espliciti inviti al machismo di certi genitori o di certa TV. La domanda (rubata a Carver) è: di che cosa parliamo quando parliamo d’amore?
Tuttavia, vorrei aggiungere un altro dato alla questione, un dato apparentemente estraneo e invece a mio avviso pertinentissimo.

A fronte di una sessantina di “femminicidi”, quest’ultimo anno ci ha portato una serie impressionante (80!) di suicidi di imprenditori. Vittime della crisi, si mormora (ma siccome la crisi non esiste come soggetto criminale, preferirei che si dicesse ad alta voce che la maggior parte di essi sono vittime di banche che si rifiutano di concedere crediti, a fronte di anni e anni di onorati pagamenti, perchè è aumentata la percentuale di rischio). Cosa c’entra l’imprenditore suicida con i crimini legati al genere? C’entra, e parecchio: questi imprenditori suicidi sono tutti maschi. So che molte donne storceranno il naso a fronte di questo accostamento ma essere sensibile alle ragioni del femminismo non significa accettarne supinamente anche i limiti. Quel che ho sempre invidiato alle donne negli anni Settanta è l’autocoscienza, quel che mi pareva e mi pare poco utile è lo sciovinismo. Dunque, la domanda è: perchè questi uomini, che pure avevano al loro fianco mogli e compagne come collaboratrici e co-titolari dell’impresa, hanno ritenuto di doversi immolare come vittime sacrificali, o per dirla in altro modo essi soltanto non hanno sopportato la vergogna del fallimento, al punto da togliersi la vita? Non ci troviamo qui di fronte ad una simmetrica, e altrettanto lugubre, “debolezza” di genere?
Non è forse questa un’altra, e non meno devastante, declinazione di quello che le femministe chiamerebbero “il patriarcato morente”?
Forse l’autoritarismo prevaricante con cui il maschio tende a dettare le regole della relazione è parente prossimo del malinteso orgoglio con cui si accolla l’intero fallimento di un’impresa familiare. Forse, dopo avere ascoltato per decenni il lamento femminile che accusa il sistema sociale di opprimere ed escludere le donne, sarebbe il momento di dire che in questo sistema nessuno è veramente privilegiato, se il privilegio presunto si manifesta in follia omicida o in auto-immolazione. Forse, a fronte dei diktat di banchieri che identificano come unica e vera causa della crisi dell’occidente il debito pubblico e di una classe politica ignobilmente sottomessa alla pura ripetizione della stessa litania, è arrivato il momento di dire a chiare lettere che la minaccia peggiore che grava su questa nostra civiltà non riguarda i patrimoni ma la salute mentale. La competizione per i beni e per i diritti si è spostata dai conflitti tra popoli e aggredisce le basi minime della convivenza, trasformando le comunità e le famiglie di un tempo in una giungla sanguinosa dove è guerra e diffidenza di tutti contro tutti, e non è per individui, per classi generazionali o per identità di genere che se ne potrà uscire, perchè individualismo e corporativismo sono precisamente la malattia di cui pretendono di essere la cura. Se il veleno della concorrenza si è sparso dal campo economico a quello delle relazioni umane finendo per intossicarle, condannando la persona a una solitudine che gli è innaturale e spesso risulta letale, non è con forme più raffinate di contrattualismo che si potrà guarire da questo male, ma con quello che un tempo si sarebbe chiamata una “conversione spirituale”. Espressione antiquata, politicamente scorrettissima ma, per quanto mi riguarda, temo di non averne a disposizione una migliore.

maggio 3, 2012

VOCI DA LONTANO

maggio 1, 2012

DATOSI CHE E’ IL 1 MAGGIO…

…festa dei lavoratori, con le aziende che chiudono, i cinquantenni che restano senza lavoro, i trentenni che di lavoro non ne trovano, e abbiamo un (vergognoso) presidente della repubblica che, anzichè mettere i lavoratori al centro di tutto, dice proprio oggi ai lavoratori di “non abbarbicarsi alle nostalgie del passato” ma di ballare di buon grado sul filo come i diktat della finanza internazionale impongono e il “governo dei tecnici” prontamente esegue, io trovo importante cominciare a dire ad alta voce che questo presidente, questo governo, questa finanza, questo scippo di sovranità nazionale hanno rotto i coglioni e spero che finiscano come meritano tra le vergogne della storia (senza invocar la ghigliottina), o meglio vorrei trovare le parole per dire che serve una sterzata di politica vera e non presunta (presidente, quella che sta montando non è l’antipolitica ma il rifiuto di quella caricatura che i servi della Goldman Sachs spacciano come tale), ma non trovandole nel mio lessico da umanista le chiedo a uno che di economia politica ne capiva forse più di molti e mi limito a dargli un titolo.

RIPRENDIAMOCI IL PAESE!

Spesso, opportune direttive economiche interne potrebbero essere adottate più facilmente, se si potesse eliminare quel fenomeno conosciuto col nome di «fuga dei capitali». La separazione tra la proprietà del capitale e la reale direzione dell’impresa è già una cosa preoccupante all’interno di un paese, dove, come conseguenza della diffusione delle imprese in forma di società anonima, la proprietà è spezzettata tra innumerevoli individui che comprano la loro partecipazione oggi e la rivendono domani, e mancano totalmente così di conoscenza come di responsabilità per quello di cui sono momentaneamente proprietari. Ma quando il medesimo principio viene applicato su una scala internazionale, esso, nei tempi difficili, diventa intollerabile: – io sono irresponsabile verso ciò che possiedo e quelli che amministrano ciò che possiedo sono irresponsabili verso di me. Ci può essere pure qualche formula di calcolo finanziario, che dimostri essere vantaggioso che i miei risparmi vengano investiti in quella parte qualsiasi del mondo abitabile dove si ha la massima utilità marginale del capitale o il più alto saggio d’interesse; ma le esperienze si accumulano a dimostrare che, nelle relazioni tra gli uomini, la lontananza tra proprietà e amministrazione è un male, suscettibile a lungo andare di generare tensioni e inimicizie che finiranno col distruggere il calcolo finanziario.
Di conseguenza, io simpatizzo piuttosto con coloro che vorrebbero ridurre al minimo il groviglio economico tra le nazioni, che non con quelli che lo vorrebbero aumentare al massimo. Le idee, il sapere, la scienza, l’ospitalità, il viaggiare, – queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali. Ma lasciate che le merci siano fatte in casa ogni qualvolta ciò è ragionevolmente e praticamente possibile, e, soprattutto, che la finanza sia eminentemente nazionale. Al tempo stesso, però, coloro che cercano di liberare un paese dai suoi vincoli internazionali dovrebbero essere molto lenti e cauti. Non si tratta di strappare le radici, ma di abituare lentamente la pianta a crescere in un’altra direzione.
(John Maynard Keynes)

aprile 30, 2012

IL TRENO IN CORSA di Valter Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 6:20 pm
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Ero a Novara oggi, uscivo dal centro, a un incrocio senza semaforo mi fermo per far passare due pedoni che attraversano sulle zebrate. Una mamma e un bambino, si tengono per mano, si parlano. A un certo punto la mamma si ferma, guarda il bambino e ride (ne avrà sparata una grossa).
Io sono lì con le mani sul volante, le mie labbra pronunciano da sole: “Allora, cristo, ti muovi o no?”
Quelli sono passati, io schiaccio l’acceleratore e continuo la mia strada. E intanto penso una cosa ovvia, elementare Watson: io non sono più stronzo della media degli italiani, no, è che le strade non sono più fatte per i pedoni. Nelle strade di città il tempo è denaro (direttamente o indirettamente), non c’è posto per lo spreco. Una vera banalità, finchè non scopri che tu stesso sei diventato parte di questo sopruso che governa il mondo, anzi alla prima occasione te ne fai custode e banditore.

Più passano gli anni e più mi rendo conto che non si può comprendere l’essenza del capitalismo restando solo sul piano della sua manifestazione economica. Marx ha ragione quando sostiene che il “capitale” è qualsiasi forma di ricchezza che abbandoni l’immobilità del patrimonio, della rendita o dell’ostentazione e si tramuti in “mezzo di produzione”. Purchè si capisca che per “ricchezza” non si deve intendere solo il denaro o i beni immobili, ma la vita stessa, meglio: il tempo della vita.
Ha ragione Max Weber nel dire che per convertire il tempo della vita in una forma di investimento il quale non ha altro obiettivo che il profitto in quanto tale non sarebbe bastato il fantasma della penuria e nemmeno il tarlo dell’avidità: ci voleva una religione. Un cristianesimo deprivato dalla sua forma cattolica e riconsegnato da Lutero e Calvino all’eterno erramento dell’ebraismo. Un dio che non accetta come buona nessuna opera mondana, che sceglie da sè e predestina (misteriosamente) da principio i suoi eletti, ai quali viene a mancare la forma sacramentale di un rapporto col Padre e insieme la forma comunitaria in cui riconoscersi e sostare.
Nessuna forma significante, nessun simbolo praticabile, nessun limite all’angoscia dell’identità e all’appetito del benessere, della sicurezza, della salute. A questa coscienza senza dimora si offre la potenza della razionalizzazione, che scientificamente sostituisca la verità con la certezza, il sentimento con la misura, la speranza col calcolo, il bene col valore e il valore con la merce.
In cambio vuole poca roba: la tua anima. Da adesso sarai pilota, passeggero o semplice bagaglio di una megamacchina che tritura l’esistenza e la restituisce in termini monetizzabili e che somiglia sempre più a un treno in corsa, senza destinazione.

In effetti ultimamente pare che il treno non piaccia più a nessuno: destinazione ignota a parte, per restare seduti anche in terza classe non basta più il tempo del lavoro, e nemmeno l’altra forma del lavoro che è il consumo di tempo libero, le posture richieste sono talmente contro natura da esigere il sacrificio del cuore e della ragione. Qualcuno parla di saltare giù dal treno.
Saltare giù da un treno in corsa che va veloce più della TAV, non si sa se verso l’abisso o semplicemente girando in tondo, quel che si sa è che è senza pilota e brucia nella sua fornace di Moloch i sogni, le speranze, il tempo e il vigore di tutti, compresi gli illusi che credono che il treno dovrebbe solo invertire il senso di marcia (destra-sinistra) o far salire nuovi passeggeri (più donne in politica, più immigrati a spalare carbone).
Saltar giù, e riscoprire di avere i piedi per camminare, e il tempo della vita che rifiuta il cronometro, e una compagnia che non richiede arruolamento, tesseramento, certificazione.
Decrescita? Detto così, sembra solo una riduzione di velocità, purchè il treno continui a viaggiare. Decrescita, se intesa come alternativa puramente economica, è scarsamente praticabile in un orizzonte che resta fondato sul mito delle aspettative crescenti e l’ideologia della scarsità. Come ha ben visto Illich, non c’è possibilità di rapporto tra la gestione burocratico-industriale della scarsità e la sussistenza comunitaria. La comunità tollera solo lo strumento conviviale, quello che valorizza e non distrugge l’autonomia del singolo e l’uso comune delle risorse della terra.

Scendere dal treno implica in effetti una conversione religiosa più che uno smantellamento dell’apparato industriale. Ritrovare una forma liturgica, e con essa una comunità al posto di una moltitudine boccheggiante e ansiogena. Lasciarsi alle spalle una Chiesa che somministra la salvezza come merce scarsa a quelli che rigano dritto o fingono di farlo (il moralismo, cioè il surrogato della religione), e ritrovare il Cristo, che si fa ospitare dal pubblicano e dalla prostituta e trasforma la loro tana in una dimora. Forse occorre sempre qualcosa come una catastrofe o un diluvio per liberare l’uomo dalle sue illusioni e dalla schiavitù che ha contratto a furia d’indebitarsi con il Principe di questo mondo. Tornerebbe il figliol prodigo alla casa del Padre, se non fosse costretto a litigarsi le ghiande coi porci? Al Padre non importa. Sulla torre di guardia attende, l’occhio fisso all’orizzonte.

aprile 29, 2012

LA POLARITA’ TRA PSICHE E CERVELLO di Paul Watzlavick

(Da: Paul Watzlavick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli 1980)

Le nostre due lingue

Abbiamo a che fare con due tipi di lingue. L’una, quella per esempio in cui è formulata questa frase, dà delle definizioni, è obiettiva, cerebrale, logica, analitica; è la lingua della ragione, della scienza, dell’interpretazione e della spiegazione (…). L’altra (…) è molto più difficile da definire, appunto perché non è la lingua della definizione. La si potrebbe chiamare la lingua dell’immagine, della metafora, della pars pro toto, forse del simbolo, in ogni caso comunque della totalità (e non della scomposizione analitica).
È notorio che la psicologia del pensiero opera una distinzione analoga fra il cosiddetto pensiero diretto e non diretto. Il primo segue le leggi della logica della lingua, e dunque la grammmatica, la sintassi e la semantica, il secondo invece ha alla sua base i sogni, le fantasie, le vicende del mondo interiore e via dicendo. È non diretto solo in rapporto all’altro, il pensiero diretto: ha infatti le sue proprie, “illogiche”, regole e leggi, che si esprimono fra l’altro nello scherzo, nel gioco di parole, nellla freddura, nell’insinuazione e nella condensazione.
Anche nella linguistica e nella ricerca sulla comunicazione esiste una bipartizione quasi identica: si tratta della distinzione fra modalità digitali ed analogiche. Per esprimere un determinato senso, un significato, vi è da un lato la possibilità di rappresentarlo mediante una designazione che ha con ciò che viene designato una relazione puramente arbitraria (ma necessariamente riconosciuta da coloro che si servono di questi segni). Un semplice esempio può essere rappresentato da una parola qualsiasi di questa pagina: fra essa ed il suo significato non sussiste alcun rapporto immediatamente ovvio e direttamente comprensibile, bensì solo il tacito accordo per cui questa successione di segni astratti (o, nel caso della parola detta, di suoni) in italiano, ha proprio questo significato. Per designare questa forma di rappresentazione viene impiegato il termine digitale, espressione tecnica presa in prestito dalla matematica. L’altra possibilità consiste nell’impiego di segni che hanno con ciò che designano un immediato rapporto di significato in quanto rappresentano un’analogia, contengono dunque un certo potere di evocare immagini. Esempi ne sono una carta geografiica nel suo rapporto con il paesaggio rappresentato (esclusi naturalmente i nomi stampati su di essa), immagini e segni ideografici di ogni tipo (benché, come per esempio nel caso della scrittura cinese, un lungo processo di stereotipizzazione possa far si che dei segni originariamente ideografici vengano resi digitali), veri e propri simboli (e dunque non solo rappresentazioni allegoriche) quali per esempio compaiono spontaneamennte nei sogni, parole onomatopeiche (come sussurrare, gorgogliare, crepitare, e innumerevoli altre), rappresentazioni della parte per il tutto (in cui determinati particolari stanno per l’intero), e cosi via.
Il fatto dell’esistenza di queste due “lingue” fa supporre che ad esse debbano corrispondere due immagini del mondo fondamentalmente differenti, giacché è noto che un linguaggio non rispecchia la realtà, ma piuttosto crea una realtà. E attraverso i millenni della storia dello spirito, nella filosofia, nella psicologia, nelle arti figurative, nella religione ed anche nelle scienze naturali, sedicenti obiettive, possiamo seguire il presentarsi di questa bipartizione – molto piu spesso scisma che concordanza armonica. Si pensi per esempio alla teoria dei tipi psicologici di C. G. Jung in cui le coppie pensare-sentire, sensazione-intuizione si pongono come diametralmente opposte. Vi si esprimono due forme di comprensione della realtà, e precisamente un procedimento logico-metodico, che si organizza per gradi, che, se cosi si può dire, non vede il bosco a causa degli alberi e, dall’altro lato, un modo globale-olistico di cogliere totalità e forme, che si trova decisamente inerme nei confronnti dei particolari – e dunque non vede gli alberi a causa del bosco.
La capacità di integrare questi due modi antagonistici di cogliere la realtà sembra sia riservata ai geni: “Il risultato l’avevo già” pare che una volta abbia osservato Gauss “ora dovevo solo scoprire le vie per le quali ero giunto ad esso”. Questa affermazione cela in sé due importanti elementi: in primo luogo il fatto, per noi profani quasi incredibile, che non raramente ai geni della matematica il risultato dei problemi piu complicati è già in precedenza “in qualche modo” immmediatamente chiaro, e che il problema sta dunque nella dimostrazione metodica della giustezza del risultato già afferrato a priori. In secondo luogo rivela il fatto che – come facilmente ci si può immaginare – uno scisma fra correnti analitiche ed intuitive percorre la filosofia e l’epistemologia della matematica. Un abisso non meno profondo separa, nelle religioni principali, l’ortodossia dal misticismo: da un lato vi è la credenza che il Verbo di Dio sia accessibile al singolo solo attraverso la mediazione dei preti e dei libri sacri; dall’altro lato vi è l’atteggiamento scevro da compromessi dell’enfant terriible dell’ortodossia, il mistico, che non tiene conto della liturgia e degli inconfutabili dogmi della rivelazione, per trovarsi” facccia a faccia” con Dio.
Tutto ciò è noto, almeno empiricamente, da tempo. Negli ultimi decenni, tuttavia, a questi dati dell’esperienza sono stati inaspettatamente forniti dei fondamenti scientifici grazie ai risultati della moderna ricerca sul cervello. Abbiamo qui a che fare con uno di quei rari casi in cui la scienza esatta non solo ci fornisce la comprensione oggettiva di singole funzioni psicologiche (come ad esempio la percezione, la memoria, ecc.) bensì anche di quei fenomeni complementari da noi appena descritti, che sono presenti in quasi tutti i campi dell’esperienza e dell’agire umano. Credo che grazie a ciò noi abbiamo per la prima volta una chiave per la comprensione di quei meccanismi e disturbi psichici funzionali (come la repressione, la depersonalizzazione, l’allucinazione, ecc.) per l’interpretazione dei quali fino ad oggi avevamo a disposizione solo ipotesi speculative e decisamente nebulose. E viceversa vien fatta nuova luce anche su quei fenomeni che vengono vissuti dagli scienziati come improvvisa e immaginosa ispirazione, che insorge dopo che a lungo essi hanno sostenuto un’estenuante e vana battaglia intellettuale con un problema. Si pensi solo a Kekulé, che capì la catena del benzolo in sogno, o ai molti altri esempi raccolti da Koestler nel suo “Atto della creazione” e che anche Kuhn descrive come elemento essenziale della scoperta scientifica.

I nostri due cervelli

Sui gemelli, specialmente se monozigotici, vi è spesso nellle famiglie un mito: uno è l’assennato, l’altro ha un temperamento artistico.
Non è invece affatto un mito che noi abbiamo un simile paio di gemelli nella testa; piu precisamente, le due metà del nostro cervello (emisferi) che non costituiscono affatto un appparentemente inutile doppione, ma sono – come oggi sappiamo – due veri e propri cervelli con funzioni differenti.
Un po’ piu concretamente di come l’aveva inteso Goethe, il medico e anatomista inglese Wigan stabili nel 1844 che non nel nostro petto, bensi nella nostra testa abitano due “anime”: “Credo di poter dimostrare che, in primo luogo, ogni cerebro [metà del cervello] rappresenta di per sé un organo integrale di pensiero, e in secondo luogo che procedimenti di pensiero e riflessioni separati e diversi possono aver luogo contemporaneamente nelle due metà del cervello”.
(continua…)

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