(Dal blog di Franco Arminio)
Caro Latouche,
quando ero bambino aspettavo con ansia la neve. Ero, come tutti i bambini, desideroso di non andare a scuola. Il mio maestro non era un tipo mite, ma a quei tempi era normale che un maestro maltrattasse i suoi allievi. E allora la neve era una delle poche speranze che avevo, oltre alle malattie, per non andare a scuola. Quando nevicava c’era un altro motivo per cui ero contento. La neve bloccava quel poco di vita motorizzata che c’era nel paese. Mi piaceva che la vita si fermasse, perfino il fatto che andava via la corrente mi dava una certa esultanza, perché con la corrente andava via la modernità. Niente televisione, ma chiacchiere e partite a carte davanti al fuoco.
Erano gli anni sessanta. L’Irpinia cominciava a crescere, era una crescita lenta, che non cambiava l’aria dei luoghi. Le cose nuove, le cose moderne, si sistemavano prendendosi solo una parte della scena. Poteva essere la carta da parati, potevano essere i termosifoni o anche solo il cestino di plastica sulla tavola, comunque era un addobbo superficiale, il paese come focolare e grembo di tutti rimaneva ben vivo.
Poi arrivò il terremoto e la ricostruzione. Qui l’idea della crescita fu quanto mai nefasta. La rottamazione del mondo contadino divenne sempre più veloce e il cesto delle comunità cominciò a perdere molti fili. Lo sviluppismo portò a immaginare piani urbanistici assolutamente sovradimensionati. E il risultato adesso è sotto gli occhi di tutti: ci sono più case che abitanti. E quei pochi che sono rimasti abitano per lo più nelle periferie. I paesi hanno il buco al centro. Da qui la sensazione di vuoto che danno a chi li attraversa e a chi li abita, il loro rianimarsi solo nel mese di agosto o quando c’è qualche funerale. Siamo passati dallo sviluppismo alla desolazione. E i dirigenti politici di allora, che curiosamente sono in gran parte anche quelli di adesso, appaiono come sigillati nelle loro fumose manfrine, tesi a preservare poteri e privilegi.
L’Irpinia di oggi si presenta tumefatta, ammaccata dalla modernizzazione incivile, ma è un luogo molto interessante, perché qui più che altrove si sta provando a dire e a fare qualcosa di diverso. La tua analisi dei guasti prodotti dallo sviluppismo qui trova una palese conferma, ma anche i tuoi ragionamenti sulla necessità di trovare un’altra strada, qui possono trovare un terreno propizio. Magari del mio lavoro parlerò durante la pubblica conversazione che faremo domani. Ora mi preme farti cenno al fatto che a dispetto di tanti sfregi, l’Irpinia è ancora una provincia bellissima. La sua bellezza non è fatta di luoghi famosi e pezzi firmati. Bisogna andarsela a cercare, è una bellezza diffusa sopratutto sui bordi e nelle zone più alte. Penso che ti possa dare belle suggestioni fare un giro in posti come Montefusco, Montaguto, Trevico, Senerchia, Monteverde, Cairano. Proprio in quest’ultimo paese abbiamo fatto per due anni un festival di arti e di pensieri adiacenti all’idea della decrescita. L’Irpinia ha sempre avuto un’economia fragile. E forse questa fragilità ha sempre tenuto viva una certa predisposizione al pensiero. E da questo umore pensoso nascono pericoli e opportunità. Da una parte l’accidia, la maldicenza, e altri prodotti tipici della mentalità provinciale, dall’altra una vena utopica che porta a concepire quello che manca come una risorsa. E allora a Cairano parlavamo di museo dell’aria. E sull’altopiano del Formicoso ci siamo opposti tenacemente a chi voleva esportare i rifiuti in una terra considerata vuota.
Insomma, caro Latouche,
qui ci può essere una significativa ricaduta locale del tuo pensiero.
A questo proposito mi piacerebbe che tornassi in Irpinia per mostrarti quanto sono pieni i nostri vuoti.
Nei prossimi mesi nell’ambito del parco letterario dedicato al grande irpino Francesco De Sanctis, ci saranno una serie di incontri con pensatori ed artisti molto vicini alla tua sensibilità e in generale molto attenti ai luoghi. Non a caso il primo incontro sarà col geografo Franco Farinelli. Mi piacerebbe che l’ultimo incontro fosse con te. Sarebbe incoraggiante che questo tuo primo passaggio irpino ti convincesse a impiantare qui una sorta di laboratorio della decrescita. Non siamo stati bravi a seguire le sirene dello sviluppo, sicuramente saremo meno zoppicanti su una strada in cui si sta bene o si sta male tutti assieme e non ognuno per conto suo.
Io non sono un esperto di economia. La mia critica alla modernità si basa sul malessere che sento in me e che vedo in giro. La dittatura dell’economia mi pare abbia portato a una sorta di autismo corale. Prima era come se la vita di ognuno uscisse da un fondo comune. Adesso questo fondo si è molto assottigliato. Mi viene da pensare a uno zoccolo di luce, consumato dal buio delle infinite transazioni quotidiane per curare i nostri interessi personali. Molti sono riusciti ad affrancarsi dalle miserie materiali anche di un recente passato, ma per tutti adesso c’è lo zoccolo della miseria spirituale. Come se la vita di ognuno, anche quella più ricca, fosse comunque impoverita dallo squallore di fondo in cui girano le cose.
La mia adesione alla decrescita è emotiva prima che intellettuale. Sento la necessità di restare qui, ma di restare contribuendo a inventare nuove comunità. Io le chiamo comunità provvisorie. E con questa espressione penso alla certezza dei danni che il modello capitalista arreca al pianeta e alle persone che ancora possiamo dire umane. Non altrettanta chiarezza c’è sull’alternativa. Forse ci vuole che maturi proprio un’altra percezione, un’altra idea del nostro stare al mondo. E forse il fallimento del comunismo è stato dovuto al fatto che non era poi un modello veramente alternativo al capitalismo. In attesa che arrivi un nuovo umanesimo, che a me piace immaginare possa venire da posti come questo, forse si possono tracciare strade provvisorie, strade che non sono dirette verso il sol dell’avvenire, ma che permettano almeno di farci un poco meglio compagnia.


















