
Certamente non esiste un Dio delle donne, come suggerirebbe un’interpretazione letterale del titolo – volutamente provocatorio – di questo libro. Ma forse esiste uno stile femminile della devozione, che ha fatto sì che le pagine più intense della mistica cristiana siano state scritte da donne. Commentando queste scritture, Luisa Muraro scopre che, al di sotto (o al di sopra?) dell’enfasi tutta maschile della speculazione teologica e dell’impegno morale, la sequela di Cristo è in un amore che non conosce limiti, neanche quello dell’abbandono, di quell’”assenza ingiustificata” che i filosofi odierni chiamano “la morte di Dio”. Il primo passo in questa via dell’amore consiste nella scoperta di un Dio prossimo e docile, un Dio che si lascia “usare”, un Dio di cui ci si nutre senza remore nè scrupoli, come il lattante al seno materno.
(Il testo che segue è tratto da: Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Il margine 2012)
Dio che può capitare a questo mondo e noi che sappiamo o non sappiamo usarlo, questa idea qui viene formulata e va presa alla lettera. O respinta, alla lettera. C’è qualcuno, infatti che, a questo punto, vorrà obiettare che Dio, da sempre presente al mondo in quanto suo creatore, signore e salvatore, gli è assolutamente trascendente e come tale non si lascia usare come un oggetto. O qualcosa del genere. L’obiezione si può formulare in più modi, il succo resta comunque che il principio della trascendenza divina ci vieta a priori di pensare che Dio sia a nostra disposizione.
Per la risposta, non entrerò nella sfera della speculazione ma resteremo al nostro livello, che è di far passare esperienza attraverso le parole – esperienza di donne, qui s’intende di preferenza, senza escludere gli uomini.
C’è molta esperienza umana femminile che si è tramandata insieme alla storia del dio concepito, partorito e allattato da una donna di questo mondo, il dio abbbandonato dai suoi compagni nelle mani dei nemici, ma non dalle donne che gli restarono accanto nelle ore buie dell’odio e del patimento, il dio che si è misticamente trasformato in cibo e bevanda offerti alla fame e alla sete dell’umanità.
Parlo della tradizione cristiana, che conosco meglio, ma, per quello che so, non c’è dio o dea di cui si parli in questo mondo senza storie di donne che lo/la riguardino. Sempre mi ricorderò le donne povere del mio paese durante le cerimonie del Venerdì santo, come baciavano il grande crocefisso di legno che i preti offrivano all’adorazione dei fedeli. Noi bambine si stava inginocchiate o sedute ai primi posti e vedevamo tutto. Egli lascia fare (…). Lascia fare anche nel senso preciso con cui si dice che uno si lascia fare. Si lascia vestire, spogliare, sbaciucchiare, abbracciare, toccare, anche nei punti più sensibili (le cinque piaghe) o interni (il cuore). Quando Teresa di Lisieux inventa il suo gioco della palla con il bambino Gesù, lei immagina di essere un giocattolo nelle mani di Dio e finirà per essserlo, in effetti. Ma, per cominciare, quello che capita è che Dio Padre, Figlio e Spirito santo si riduce a essere un gioco tra le sue mani.
Quale che sia il concetto di Dio che i filosofi e i teologi hanno proposto o vorranno proporci, se non comprende esplicitamente questo suo lasciar fare e lasciarsi fare, io dico che è un concetto mutilato. Lo dico pensando a quelli che a volte si fanno prendere dall’idea che la lettura di un libro ci metta con Dio in un rapporto più adeguato e degno del baciare statue o recitare rosari. Da un punto di vista strettamente umano, sì, ma, se di un rapporto si tratta, c’è da considerare anche il punto di vista dell’altro, che qui andrebbe con la maiuscola, Altro, per sottolineare che i suoi criteri di dignità e adeguatezza non sono i nostri né lo saranno mai. Quelli mi sembrano i difensori del concetto della trascendenza, più che della trascendenza divina.
Tuttavia, c’è del vero nell’obiezione che Dio non saarebbe a nostra disposizione, come invece lo erano gli dei e gli idoli dei pagani. Dio è a disposizione, sì, ma proprio quelle che sanno usarlo, come le mie autrici di riferimento, e arrivano agli ultimi passaggi, finiscono per scoprire una specie di sua indisponibilità. O, se quest’ultima parola vi suona sgradevole, chiamatela riservatezza. Insomma, viene il momento in cui l’altro sta sulle sue, come si dice, senza dare nessuna spiegazione.
Non è come la trascendenza – una nozione filosofica molto fine e piuttosto difficile da afferrare -, che somiglia a un’assenza giustificata. L’«indisponibilità», invece, è un’assenza ingiustificata, che nel rapporto personale si vive come un arbitrio dell’altro. Per saperla, non occorre aver studiato filosofia, occorre piuttosto aver amato, il che naturalmente non la rende più agevole da sapere: la si vive, infatti, come una perdita senza rimedio e come una sottrazione ingiusta che fa soffrire inutilmente e quasi morire.
Ma c’è un passaggio ulteriore. Può capitare allora – non che capiti sicuramente, ma può – che la sofferenza lasci passare l’assente sotto forma di una gioia stabile, come il reale stesso con le sue inesauribili riserve di essere, non consumato e disponibile al godimento illimitato. Allora la «riservatezza» si rivela essere una diga che non finisce mai di rompersi e di riversare acqua.
Parlo da ignorante di dighe e d’amore, e molto a tentoni, ma ci sono dei racconti, alcuni straordinariamente precisi. Io ho accennato a un percorso con un finale felice, ma in queste storie ci sono molti racconti e ognuno è diverso dall’altro. Così, per fare un grande esempio, nel racconto di Hadewijch di Anversa l’amore – che è Dio – non fa che lasciarla e tornare per lasciarla di nuovo, sempre inappagata, ma «per chi lo conosce e si fida di lui / anche questo è gioia sovrana»(1).
Ricordiamo, più vicina a noi, la storia di Teresa di Lisieux e dei suoi giochi con Gesù: un giorno, di colpo, i giochi finirono nell’immobilità di piombo dell’assenza inngiustificata. La prosa infiorata e il linguaggio devoto che caratterizzano lo stile di Teresina non riescono a coprire la teribilità di questo passaggio, che per lei durerà fino alla morte, e tendono anzi a prosciugarsi nella durezza del racconto. Siamo nella primavera del 1896, lei ha venntitré anni e da pochi giorni le si sono presentati i primi gravi sintomi della tubercolosi:
«Come il genio di Cristoforo Colombo gli faceva presagire l’esistenza di un nuovo mondo, mentre nessuno vi aveva pensato, così io sentivo che un’altra terra mi sarebbe servita di stabile dimora. Ma improvvisamente le foschie che mi circondavano divennero così spesse, penetrando nella mia anima e avvolgendola in modo tale che non mi è più possibile ritrovare in essa la dolce immagine della mia Patria: tutto s’è cancellato! Quando voglio riposare il mio cuore stanco per le tenebre che lo circondano, ricordando il paese luminoso cui tende, il mio tormento si fa maggiore; ho la sensazione che le tenebre, con la stessa voce dei peccatori, mi dicano irridendosi di me: “Tu sogni di luce, una patria avvolta nei più soavi profumi, tu sogni il possesso eterno del Creatore, di tutte queste cose meravigliose, credi di uscire un giorno dalle nebbie che ti circondano! Continua, continua pure a rallegrarti per una morte che ti offrirà non quello che tu speri ma una notte ancora più profonda, la notte del nulla!”
Madre diletta – aggiunge Teresa rivolgendosi alla sua superiora, come per allontanarsi dall’abisso della disperazione – la descrizione che le ho fatto delle tenebre che oscurano la mia anima è poca cosa al confronto di quello che vivo, ma mi fermo, «temerei di bestemmiare … Temo perfino di averne detto troppo»(2).
Persa la fede nella vita eterna, perso cioè un caposaldo della sua fede, sotto i colpi di un male di cui intuì subito che era una condanna a morte, la giovane donna, mostrando la tempra della grande giocatrice di Borsa, non tolse credito alla scommessa della sua vita ma la appprofondì ed esplicitò, con la scrittura dei Manoscritti B e C. Persa la garanzia della realtà di Dio, confrontata alla tentazione fierissima di fingere, con se stessa e con le altre suore che la consideravano già santa, la loro piccola santa vivente, scelse la verità. Che voleva dire andare spogliata di tutto all’appuntamento con uno che poteva non arrivare mai.
Come abbia fatto, dove abbia trovato la forza, che forza sia mai questa, non so, non sappiamo, ma certo non avrebbe potuto senza «la scienza dell’amore» (la formula è sua). Né il senso di sé, che pure aveva forte, né la voglia di guadagnare, non meno grande in lei, potevano infatti bastare a tanta impresa. Grazie alla sua fermezza nella scommessa, risultato di una straordinaria miscela di docilità e combattività … ma tanti ne hanno già scritto meglio di me e vado avanti, grazie dunque alla sua energia simbolica e all’intelligenza dell’amore, lei decise o capì o vide, o le tre cose insieme, che, tra il Gesù grazioso e gratificante della sua infanzia e l’Assente ingiustificato della sua malattia e morte, non c’era soluzione di continuità; c’era un collegamento, ossia poteva esserci e lei lo trovò o lo creò. È il frutto della sua grande prova. «Ah! se apparissse all’esterno quella prova che patisco da un anno, quale sorpresa»(3).
Prova di che cosa? I commentatori cattolici parlano di una messa alla prova della fede e della speranza; c’è chi parla di una tentazione contro la fede. Della fede si tratta, indubbiamente, ma Teresa sottolinea più spesso la perdita del piacere o del godimento: «questa prova che mi toglie ogni godimento», «non provo gioia alcuna», «mi toglie tutta quella soddisfazione che si sarebbe potuta provare». E dunque possiamo anche chiamarla una prova di realtà cui lei si trovò sottoposta insieme al suo Buon Dio, come usa chiamarlo, o al suo Gesù, come lo chiama più spesso. Prova di condivisione della realtà, più esattamente, se accettiamo che la realtà si forma tra due che la parlano, per parlarsi tra loro. Lei risolse di condividerrla con quelli che non credono nel Cielo, gli «empi senza fede» dei quali aveva sempre pensato che parlassero tanto per parlare. Ora non più, ora lei sa «come esistano veramente anime che non hanno la fede» e accetta di stare seduta alla loro mensa a mangiare «il pane della prova fino al giorno in cui vorrai», sta pregando, «introdurmi nel tuo regno luminoso»(4).
Ancora un racconto. Matilde di Magdeburgo racconta che lei stessa avrebbe chiesto al suo Signore, dopo anni di felicità, di lasciarla perdere: «Ebbene, allontanati da me, caro Signore, e lasciami cadere ancor più in basso». Così accade: «Dell’intimità di Dio non seppi più nulla», l’anima e il corpo sprofondati in un luogo senza conoscenza né luce. Allora fa appello alla sua fedeltà, che l’aiuta a viveere senza dolore. Ma !’incredulità s’impadronisce di lei e l’estraneità la sommerge: «Sopraggiunse poi la costante Estraneità di Dio e avvolse l’anima». Lei allora arriva a dire: «La Sua Estraneità mi è più cara che Egli stesso». Dopo di che, «giunse in una tenebra così grande che il corpo suudava e si dibatteva nelle pene». La sua risposta è: caduta così in basso come sono, o Signore, «non posso sfuggirti». E anche lei, come Hadewijch, parla, per finire, di una gioia inusitata. «Ma quanto più profondamente cado, tanto più dolcemente mi abbevero».
Perché lo ha fatto? Che significato ha la sua richiesta che mira a ottenere come una grazia ciò che tutte, tutti, temiamo come una delle peggiori disgrazie, ossia perdeere l’orientamento di un amore corrisposto, di una passione gratificante, di una rispondenza negli altri, di una voce che risponde? E non una voce qualsiasi, non una passione comunque destinata a finire, non una rispondenza desiderata ma facoltativa, no, ma di una natura e di una qualità che, venendo a mancare quello, manca l’essenziale, manca tutto. Perché? Che cosa significa?
Non si tratta della scelta di un passaggio in un itinerario verso Dio. Come spiega uno studioso che ben conosce l’opera di Matilde, «la mancanza di grazia, come già in Hadewijch, è il livello più profondo dell’esperienza dell’ amore [ ... ] non è una condizione transitoria, una specie di periodo di prova e di attesa, ma è immanente all’amore divino»(5)
Vero è che la via che passa per l’estraneità da Dio si rivela poi «la vera via che conduce all’amore di Dio», ma non è la risposta alla domanda del perché, poiché la richiesta di lei non ha in mente nessuno scopo, neanche questo che, anzi, respingerebbe. Quello che lei cerca, risponde lo stesso autore, è di seguire il figlio di Dio nella sua totale, estrema umiliazione: «Nella discesa prodotta dalla volontaria rinuncia, che si conclude nella pena, si compie la sequela di Cristo»(6). Sì, ma qui c’è qualcosa di più o di altro, un’invenzione della mistica femminile, forse sulla scia dell’amore umano non corrisposto e respinto: considerato per questo più puro o più grande o più vero? Invenzione dell’amore per niente e fatto niente, amore annientato, che opera la grande decantazione di tutte le costruzioni e di tutte le mediazioni umane e fa un’apertura totale all’Altro che consente all’anima di «abbeverarsi» a esso, l’Altro, il reale.
E se Dio non esiste? E la morte di Dio? Loro, le donne che stiamo ascoltando, ci sono già passate, loro da lì sono passate.
NOTE
1) Hadewijch, Van Liefde en Minne. De Strofisclze Gedichten, Hertaald door M. Ortrnanns, Lannoo-Tielt-Bussum 1982, p. 54
2) Teresa di Lisieux, Storia di un ‘anima. Manoscritti autobiografici, traduzione di Luisito Bianchi e Adriana Zarri, Queriniana, Brescia 1974, pp. 203-204.
3) Teresa di Lisieux, Storia di un’anima, cit., p. 200
4) Ivi, pp. 203-205
5) Hans Urs von Balthasar, Sorelle nello spirito. Teresa di Lisieux e Elisabetta di Digione, Jaca Book, Milano 1991, p.185.
6) Kurt Ruh, Storia della mistica occidentale. II, Mistica femminile e mistica francescana delle origini, traduzione di Giuliana Cavallo-Guzzo e Cesare De Marchi, Vita e Pensiero, Milano 2002, pp. 280-282.