Doctor Blue and Sister Robinia

Novembre 8, 2009

PICCOLI PASSI(6) CRISTO: IL DIO VISIBILE E LE PERIPEZIE DELLO SGUARDO di Ivan Illich

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Madonna della Tenerezza

Il dio visibile

Il cuore del messaggio neotestamentario è questo: l’infinito, il buono, il saggio, il potente – quell’Uno il cui nome gli Ebrei non pronunciavano, quell’Allah, e fammelo dire, finalmente – quel Dio non solo è diventato parole nelle bocche dei suoi Profeti ma è diventato anche carne nel grembo di una fanciulla. La carne che Giovanni Evangelista ricorda, con le lacrime agli occhi, di aver toccato, quando posò la guancia sulla spalla di Gesù che presiedeva l’Ultima Cena, è la carne dell’Uomo-Dio. Grazie a questo, la carne umana acquista una dignità nuova; gli esseri umani diventano degni di un nuovo rispetto, non come entità sociali ma come persone irripetibilmente incarnate.
So anche, da quanto afferma il Nuovo Testamento, che i cristiani hanno sempre creduto che la Chiesa stessa sia un corpo quale nasce dal.nutrimento che i cristiani trovano nel sacramento, tramite l’acqua del battesimo, che rappresenta la loro immersione in questo nuovo corpo. Nella liturgia della messa condividevano questo corpo mangiandolo, e condividevano il suo spirito attraverso il bacio bocca a bocca, che faceva anch’esso parte della prima celebrazione cristiana della Cena del Signore. Ciò che prendeva forma in quella celebrazione era un corpo, e non un corpo in senso astratto, come il corpo degli scritti shakespeariani o il corpo di un edificio, ma un corpo di vera carne e vero sangue. (…)

Nella mia ricerca di una più chiara comprensione di ciò che il «corpo» era una volta, la storia dello sguardo si è rivelata particolarmente propizia, per il modo in cui un tempo la vista era percepita: come un atto di relazione corporea con l’oggetto del mio sguardo. (…)
La gente oggi ha difficoltà a cogliere come possano esserci usi buoni o cattivi degli occhi, Forse ne conserviamo qualche traccia – da ragazzo mi ricordo che mi insegnavano a tenere gli occhi su di me e ad evitare quel tipo di sguardi indecenti che poteva provocare la scollatura di una signora -, ma questo codice borghese era essenzialmente repressivo. Ciò che gli antichi Greci, e più ancora i Padri greci cristiani, avevano in mente era qualcosa di diverso. Quando parlavano di custodia oculorum intendevano la costante consapevolezza che, così come posso addestrare le mie mani, io posso addestrare i miei occhi a rivolgere sempre lo sguardo giusto sull’oggetto giusto che ho scelto a modello, che voglio interiorizzare. Come l’ospitalità o qualunque altra virtù, lo sguardo buono si sviluppa attraverso la pratica; ripetizioni frequenti lo rendono parte del mio atteggiamento, del mio abito interiore, per il quale i Greci avevano una splendida parola: hexis. I verbi greci hanno non solo forme attive e passive, ma anche una forma media, che si riferisce a stati abituali e consueti, per cui, così come si parla di «passeggiare» o, se si tratta di un cane, di «essere fatto passeggiare», si può anche intendere qualcosa come «il modo in cui ero solito passeggiare». Si ha dunque la possibiilità di sviluppare una hexis, un abito, una virtù, di usare in modo appropriato queste due cose gloriose -lumina, stelle, erano chiamate – nel mio cranio.
Un possibile modo di indicare l’esistenza di uno sguardo buono è contrapporlo al suo contrario, l’occhio cattivo o «malocchio», In tutte le società premoderne si teme il malocchio. L’antropologo George Foster ha scritto un bell’articolo sul malocchio come concretizzarsi dell’invidia. Niente è più temibiile dell’invidia, per la maggior parte dei popoli, e una delle principali fasi dell’emergere della modernità è stata la scomparsa della paura dell’invidia. Il terrore del malocchio cessò di essere un problema medico, più o meno intorno alla metà del XIX secolo, nei Paesi che ora sono diventati ricchi. Nella nostra medicina occidentale, fin dal tempo delle primissime scuole influenzate dalla medicina araba, l’invidia fu considerata una brutta malattia. (…) È stato ritenuto che ciò che sostituì la malattia dell’invidia fu la preoccupazione per la giustizia sociale, che ne divenne a un tempo antidoto e pratica vicaria. Ma il motivo per cui io chiamo ora in causa il malocchio è solo quello di mostrare quale forza potente e fisica osse un tempo lo sguardo.
Ho sentito che, parlando di questo tema della storia dello sguardo, potevo portare gli studenti di oggi a capire che cosa intendo quando parlo del nuovo accento posto sul corpo dalla fede nella incarnazione di Dio. L’Incarnazione mi invita a cercare il volto di Dio nel volto di chiunque io incontri; e mi fa credere che, sebbene tu e io diventeremo presto cenere, c’è qualcosa nel nostro incontro corporeo che è al di fuori di questo mondo in cui ora siamo. La nostra corporeità assume una qualità metafisica, e diventa ben più che un accidente del momento. (…)
(continua…)

Novembre 7, 2009

PICCOLI PASSI (5) RITUALISMO E ANTIRITUALISMO di Mary Douglas

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madonna orante

Che la controversia sul crocifisso nelle aule metta allo scoperto qualcosa d’importante, si percepisce dal carattere acceso del dibattito. Quello che a me preme sottolineare è un punto politico: chi sostiene che la libertà di religione implichi azzeramento delle espressioni religiose non è certo la laicità dello stato di diritto ma un laicismo tutto ideologico, che vorrebbe ridurre l’uomo al minimo sindacale di umanità (pappa cacca e nanna) piuttosto che riconoscerne gli slanci alla trascendenza, diversamente esprimibili. Il punto religioso, invece, è trattato magistralmente da questo brano di Mary Douglas, antropologa e autrice di uno dei libri più importanti in materia (I simboli naturali, Einaudi). In sintesi: una religione privata della materialità dei suoi simboli e dei suoi riti, una religione ridotta a teologia e buoni sentimenti, è una religione più elevata o una religione sterilizzata?

Chi usa la parola «rituale» ad indicare vuoti simboli conformistici, privandoci di un termine atto a indicare i simboli di quel conformismo che non è una pedissequa e non sentita adesione a simboli e comportamenti, pone un grave ostacolo sulla via della sociologia della religione. Infatti, il problema dei simboli vuoti è pur sempre un problema che riguarda la correlazione fra i simboli e la vita sociale, e che quindi esige un vocabolario non inquinato da pregiudizi. È più onesta l’accezione antropologica, che riporta la discussione alle controversie religiose storiche.

I Bog Irish e l’allontanamento dal rito

Il rituale nel senso positivo del termine corrisponde al ritualismo nella storia della Chiesa, e ci permette di indicare ritualisti e antiritualisti con le denominazioni che essi stessi usavano. Accettandolo, siamo in grado di riflettere su noi stessi, e di studiare le cause dell’antiritualismo odierno. Un esempio istruttivo è l’interesse che la gerarchia cattolica romana in Inghilterra ha recentemente mostrato per l’astinenza del venerdì. È questo un precetto che, da una parte, è caro a gran parte della popolazione cattolica, che vi adempie, ne confessa l’infrazione con contrizione, e in generale lo prende sul serio; d’altra parte il clero non gli annette grande importanza. Per il clero, l’astensione dalla carne al venerdì è diventato un rituale vuoto, senza rilevanza religiosa. In questo conflitto, la parte antiritualista è il clero, e la ritualista è rappresentata da coloro che vengono chiamati con condiscendenza i Bog-Irishmen (gli Irlandesi del Pantano).
Essi sembrano appartenere ad una cultura fortemente intrisa di magia, irrazionale e non-verbale. Paradossalmente, questi Irlandesi non sono tanto numerosi in Irlanda, quanto nelle parrocchie di Londra. L’astinenza del venerdì è la regola fondamentale della loro religione: è un tabù la cui infrazione è automaticamente foriera di qualche sventura. È il solo peccato che essi ritengano vada ammesso in confessione, ed è chiaro che per loro, al giorno del giudizio universale, peserà contro il peccatore assai di più che non la contravvenzione ad uno dei dieci comandamenti. Per riavvicinarli alla vera dottrina, la regola dell’astinenza del venerdì è ora stata abolita in Inghilterra, ed un attivo movimento catechistico si sforza di allontanare i fedeli da atteggiamenti che sanno di magia e di avviarli a forme di culto più elevati.
Quando domando ai miei amici religiosi perché ritengono superiori questi nuovi modi, mi trovo davanti a un evoluzionismo teilhardiano che dà per scontato che una fede in un dio razionale, verbalmente esplicita e personale, è palesemente più evoluta e migliore del suo presunto contrario, e cioè di un conformismo esteriore e ritualistico.

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Novembre 6, 2009

PICCOLI PASSI(4) MONOTEISMO E DUALISMO GNOSTICO

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demone alato

Una delle principali fonti di confusione in materia religiosa è la contaminazione tra i monoteismi nati dal Libro ed elementi gnostici. La gnosi si potrebbe definire come una tentazione permanente che affligge le religioni rivelate, inoculando un disprezzo del mondo e un ascetismo nichilistico che sono totalmente estranei all’ispirazione biblica, evangelica e anche coranica. A volte la contaminazione è legata a fenomeni di acculturazione (l’influsso orientale sul cristianesimo delle origini), altre volte è legata all’incapacità morale di sostenere la Rivelazione dell’Essere come Dono, ma a volte è frutto di pura malafede. Un esempio? La leggenda di un Cristianesimo nemico del mondo materiale e spregiatore della corporeità, spacciata dagli Illuministi e di ieri e di oggi allo scopo di fornire del Cristianesimo stesso una versione caricaturale cui contrapporre la solare libertà di un razionalismo prima o poi compiutamente materialista.
Il breve testo che segue, tratto dal sito di “Civiltà cattolica”, ha il merito di evidenziare atteggiamenti dualistici che, erroneamente attribuiti alle religioni del Libro, ne rappresentano in realtà la negazione.

LO GNOSTICISMO di Ermanno Pavesi

Lo gnosticismo nell’antichità

Con il termine “gnosticismo” si designa un gruppo di correnti filosofico-religiose dell’antichità, che hanno avuto la loro massima diffusione nei secoli II e III dell’era cristiana nei maggiori centri culturali dell’area mediterranea, come Roma e Alessandria d’Egitto. In certi casi si tratta di scuole fondate da personaggi noti, come Basilide, Marcione o Valentino — tutti vissuti nel secolo II —, in altri casi di gruppi di cui non si conoscono i fondatori e la cui denominazione deriva da elementi dottrinali: per esempio, gli ofiti attribuiscono un ruolo importante al serpente, in greco ofis; i cainiti si richiamano a Caino, e così via.
Fino al ritrovamento nel 1945 a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, di un’intera biblioteca gnostica, gli studiosi disponevano di scarsi testi originali e integrali, ritrovati nel corso del tempo, e le fonti per lo studio delle teorie gnostiche erano costituite per lo più da descrizioni e da citazioni contenute nelle confutazioni da parte di autori cristiani, che scrivono in difesa dell’ortodossia, come sant’Ireneo, vescovo di Lione (sec. II) nell’opera Denuncia e confutazione della pseudo-gnosi. Il cristianesimo nei primi secoli è minacciato dallo gnosticismo tanto dall’esterno, cioè da movimenti che si pongono dichiaratamente in posizione alternativa a esso, quanto dall’interno, da gruppi che cercavano d’infiltrarsi in ambienti cristiani rifacendosi talvolta a scritti, come i vangeli apocrifi — cioè non riconosciuti nella Chiesa come ispirati —, ritenuti più autorevoli dei vangeli canonici: questi ultimi raccoglierebbero gl’insegnamenti di Gesù alle masse e avrebbero un carattere essoterico, mentre testi come La Sofia di Gesù Cristo o l’Apocrifo di Giovanni conterrebbero una dottrina rivelata da Gesù ad alcuni apostoli o a discepoli e destinata solo a pochi adepti.

Dualismo radicale

Un carattere fondamentale dello gnosticismo è il dualismo radicale. Anche nella tradizione biblica esiste un dualismo fra Dio creatore da una parte e l’uomo e l’universo dall’altra, ma tanto la creatura quanto il creato corrispondono a un progetto divino e questo conferisce loro dignità: l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, e la creazione contiene l’impronta del creatore. Per lo gnosticismo, invece, esiste una differenza abissale fra Dio e la realtà materiale: lo spirito è sostanzialmente estraneo all’universo e il rapporto con il mondo materiale non può contribuire in nessun modo all’elevazione spirituale dell’uomo. Gli specialisti distinguono due tipi principali di dualismo gnostico: il tipo iranico ammette la contrapposizione di due princìpi in lotta fra di loro e considera il mondo materiale come il dominio di una potenza negativa, mentre la speculazione siriaco-egizia, secondo lo storico delle religioni e filosofo Hans Jonas (1903-1993), fa “[…] derivare il dualismo stesso, e la conseguente situazione del divino nel sistema di creazione, dall’unica e indivisa fonte dell’essere, per mezzo di una genealogia di stati divini personificati che si evolvono l’uno dall’altro e descrivono il progressivo oscuramento della Luce originaria in categorie di colpa, errore e fallimento. Questa interna “involuzione” divina termina nella decadenza completa dell’alienazione di sé che è questo mondo”. Caratteristica di molti sistemi gnostici è pure la descrizione mitologica dei passaggi intermedi. Tanto ammettendo un processo di degenerazione o di “devoluzione”, con la comparsa di uno stato inferiore, quanto la creazione da parte di un essere malvagio, il demiurgo, né la creazione del mondo né l’ordine di natura corrispondono alla volontà dell’Essere Supremo. Le leggi di natura sarebbero dettate dal demiurgo che, orgoglioso del proprio dominio, cerca d’indurre l’uomo a riprodursi, aumentando e prolungando la condizione di alienazione dello spirito nella materia.
(continua…)

Novembre 5, 2009

PICCOLI PASSI(3) IL DEMONIACO NELL’ARTE CONTEMPORANEA

SERPENTE Adamo ed Eva

Chesterton sosteneva che la parabola del paganesimo si svolge a partire dall’esuberante innocenza della mitologia, ma prima o poi precipita nell’evocazione dei demoni, alla ricerca di una magia (leggi tecnica) finalmente efficace di controllo della vita e dello spirito. Non sembra molto diverso ciò che è accaduto all’Occidente secolarizzato: al gaio paganesimo del Rinascimento è succeduta una rappresentazione sempre più torbida della realtà spirituale, che giunge a fare del demoniaco una via d’accesso obbligata alla realizzazione del Sè. L’articolo di Borghesi ne scandisce i passaggi più significativi nell’arte e nel pensiero contemporanei, di cui la vertigine del nulla e l’inquietante mistura dell’androgino sembrano gli emblemi caratterizzanti. Se qualcuno pensa che l’improvvisa rilevanza dei trans nella Seconda Repubblica mi abbiano suggerito questo post, ha ragione al cinquanta per cento. L’altro cinquanta, è l’uscita imminente di un libro come Emmaus di Baricco.

IL PATTO CON IL SERPENTE di Massimo Borghesi
(Da: 30 giorni, febbraio 2003)

Gli Ofiti: il serpente come liberatore

Sono più di due secoli che la cultura occidentale accarezza il male, lo blandisce, lo giustifica. Il negativo comunica vertigine, delirio di onnipotenza, emozioni inconfessabili; illumina di bagliori rossastri i sentieri proibiti, gli abissi della notte, le vette ghiacciate. Colora di sé il peculiare titanismo moderno, la provocatoria sfida che esso lancia all’Eterno. Se il Faust antico, quello di Marlowe, si pente in punto di morte, quello posteriore vive dell’oltraggio, brama la dissoluzione. Il patto col serpente, come titola Mario Praz uno dei suoi ultimi volumi1, diviene ora stabile. Il Serpente, il tentatore, appare nelle vesti del liberatore, di colui che solleva l’uomo al di là del bene e del male, al di là della “legge”, al di là del Dio antico, nemico della libertà. Gli ultimi duecento anni riscoprono “il principio liberatore del mondo [affermato] dalla setta degli Ofiti”2, principio intravisto, secondo Gershom Scholem, dalla concezione sabbatiana con il suo Messia consegnato ai “serpenti”3. Principio riaffermato da Ernst Bloch nel suo Ateismo nel cristianesimo dove il Cristo-Serpente libera il mondo dalla tirannia di Jahvè4. Anche Goethe, secondo Vittorio Mathieu, “aveva sentito parlare della setta degli Ofiti”5. Nel suo Goethe e il suo diavolo custode, Mathieu osserva come nel Faust Mefistofele è la “forza che fa emergere dalla tenebra il positivo dell’uomo”6. Come afferma Dio, rivolto a Mefistofele nel Prologo in Cielo, “non hai che da mostrarti, liberamente, quello che sei; non ho mai odiato i tuoi pari; di tutti gli spiriti che negano, il beffardo è quello che mi dà noia minore. L’attività dell’uomo si affloscia troppo facilmente ed egli si adagerebbe con piacere in un assoluto riposo. Perciò gli metto volentieri accanto un compagno che lo sproni, ed agisca, e deve, come Diavolo, creare”7. Il Diavolo è posto volentieri (“gern”) da Dio come collaboratore dell’uomo. Come notava Mircea Eliade, “si potrebbe parlare di una simpatia organica tra il Creatore e Mefistofele”8. Goethe fa di Mefistofele, del male, la molla che muove verso l’azione (“Tat”), verso ciò che è positivo. Si tratta dell’idea, destinata a percorrere molta strada, per cui la via verso il Cielo passa attraverso l’inferno. L’uomo diventa uomo, vivo, intelligente, libero, solo assaporando fino in fondo l’amaro della vita. L’innocenza dell’”anima bella” è, al contrario, inerzia, stasi, morte. Hegel, con la sua dialettica del negativo, darà una sontuosa veste teorica a quest’idea. L’uomo deve peccare, deve uscire dall’innocenza naturale per divenire Dio. Egli deve realizzare la promessa del Serpente: deve conoscere, come Dio, il bene e il male. Questa conoscenza “è l’origine della malattia, ma anche la sorgente della salute, è la coppa avvelenata nella quale l’uomo beve la morte e la putrefazione, e nello stesso tempo il punto sorgivo della riconciliazione, poiché porsi come cattivo è in sé il superamento del male”9. Attraverso questa prospettiva la figura dell’Angelo ribelle, di colui che, provocando l’uomo, lo innalzerebbe alla sua libertà, rifulge di uno splendore nuovo. Mefistofele diviene, passo dopo passo, l’eroe, il Prometeo moderno, il liberatore. “Senza cercarne per il momento le cause profonde”, scriveva Roger Caillois nel 1937, “bisogna constatare come uno dei fenomeni psicologici più carico di conseguenze dell’inizio del XIX secolo sia la nascita e la diffusione del satanismo poetico, il fatto che lo scrittore assuma volentieri la parte dell’Angelo del male e con lui senta precise affinità. Sotto questa luce il romanticismo appare in parte come una trasmutazione di valore”10. Da Byron a Vigny la “mitologia satanica” elabora la figura di un “Angelo del male”, ribelle e vendicatore, le cui premesse risalgono indietro nel tempo.

Satana contro Dio

Giustamente Mario Praz, nel suo La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, l’opera a tutt’oggi più interessante sul fascino del demoniaco nella letteratura dell’Ottocento, indica l’inizio di questo processo nella peculiare caratterizzazione di Satana offerta da Milton nel suo Paradiso perduto. “Fu Milton a conferire alla figura di Satana tutto il fascino del ribelle indomito che già apparteneva alle figure del Prometeo eschileo e del Capaneo dantesco”11. L’Avversario “diventa stranamente bello”12. Come scriveva Baudelaire: “Le plus parfait type de Beauté virile est Satan — à la manière de Milton”13. Al suo confronto, osserva Harold Bloom, “il Dio di Milton è una catastrofe”, così come il Cristo, il quale “è un disastro poetico nel Paradiso perduto”14. Per Blake: “Milton era impacciato scrivendo di Dio e degli Angeli, e a suo agio scrivendo dei Demòni e dell’inferno, poiché egli era un vero Poeta, e dalla parte del Demonio senza saperlo”15. Giudizio, questo, perfettamente condiviso da Shelley per il quale: “Nulla può superare l’energia e lo splendore del carattere di Satana quale si trova espresso nel Paradiso perduto […]. Il demonio di Milton come essere morale è di tanto superiore al suo Dio”16.
Impavido, indomito, il principe delle tenebre appare come lo strenuo lottatore contro la tirannia divina. Satana è Prometeo, prende il posto del mitico titano incatenato da Zeus alla rupe, immortalato dalla fantasia di Eschilo. Il Prometeo moderno si oppone al dio ostile, malvagio. Il luciferino Satana appare migliore del Creatore: “Milton conferisce apertamente un atteggiamento gnostico a Satana, secondo il quale Dio e Cristo sono soltanto versione del Demiurgo”17. Il vero affermativo è il demonio. È lui, e non l’angelo obbediente, che appare, eticamente ed esteticamente, dotato di un fascino più grande. Come asserisce Hegel: “Quando si presenta il Diavolo bisogna dimostrare che vi è in lui un affermativo; la sua forza di carattere, la sua energia, il suo spirito consequenziale appare di gran lunga migliore, più affermativo di quello di qualche angelo […]. Come in Milton” aggiunge Hegel “dove egli, nella sua energia piena di carattere, è migliore di alcuni angeli”18.
Grazie a Milton, alla sua rielaborazione mitica, Satana fa così il suo ingresso nell’immaginario moderno. Si ha con ciò quella che Praz chiama, in un capitolo del suo volume, la “metamorfosi di Satana”, il suo trapassare da figura negativa a eroe positivo: il ribelle triste, privato, come l’uomo, della sua felicità paradisiaca da un dio tiranno. Nel suo studio Praz documenta, con grande perizia, autori e correnti che fanno propria la mitologia satanica. Se nel Settecento “il Satana miltonico trasfuse il suo fascino sinistro nel tipo tradizionale del bandito generoso, del sublime delinquente”19, è nell’Ottocento, nella temperie romantica, che egli diviene il ribelle, l’espressione della rivolta metafisica, del “no” alla creazione. Fu Byron “a portare a perfezione il tipo del ribelle, lontano discendente del Satana di Milton”20. Con lui il ribelle diviene lo “straniero”, l’uomo impenetrabile che trascende l’ordinario modo di sentire, che trascende i suoi stessi delitti. È l’oltre-uomo che sta più in alto e al contempo più in basso degli altri uomini. È l’infelice che si nutre di risentimento verso un dio crudele del quale imita la crudeltà. La teologia di Byron è, secondo Praz, la stessa di de Sade la cui opera, secondo l’autore, ha una influenza fondamentale nella letteratura romantica. Al centro v’è l’odio verso la creazione e il suo autore, l’esaltazione del piacere e del crimine come dileggio, profanazione, oltraggio. Siamo qui di fronte, per Praz, ad un “satanismo cosmico”21. La sua influenza è enorme. Se la natura crea solo per distruggere, assecondare la natura è ripeterne il ritmo, il piacere della distruzione, il gusto (sadico) che fa sorgere il piacere dal dolore, il delirio dall’annientamento, il divino dal diabolico. È la pittura di Delacroix. “Quel pittore “cannibale”, “molochista”, “dolorista” che fu Delacroix, instancabilmente curioso di stragi, d’incendi, di rapine, di putrideros, illustratore delle scene più cupe del Faust e dei poemi più satanici del suo idolatrato Byron; quell’innamorato di felinità […] e dei Paesi violenti e calorosi”22. È la poesia di Baudelaire, nutrita di Poe e di de Sade, il cui pessimismo cosmico è più simile all’eresia manichea che alla religione cristiana: “Absolu! Résultante des contraires! Ormuz et Arimane, vous êtes le même!”23. È la narrativa di Flaubert, per il quale “Néron vivra aussi longtemps que Vespasien, Satan que Jésus-Christ”24. Dei Canti di Maldoror di Lautréamont, il quale confessa di aver “cantato il male come hanno fatto Mickiewicz, Byron, Milton, Southey, A. de Musset, Baudelaire”25. Di Swinburne che, avvinto dalla teologia gnostica di de Sade, declama il suo uomo in rivolta: “…potessimo ostacolare la natura, allora sì il delitto diventerebbe perfetto e il peccato una realtà. Se l’uomo potesse far questo, se egli potesse intralciare il corso delle stelle e alterare il tempo delle maree; se potesse cambiare i moti del mondo e trovar la sede della vita e distruggerla; se potesse entrare in cielo e contaminarlo, nell’inferno e liberarlo dalla soggezione; potesse trar giù il sole e consumare la terra, e ordinare alla luna di spargere veleno o fuoco nell’aria; potesse uccidere il frutto nel seme e corrodere la bocca del pargolo col latte di sua madre; allora si potrebbe dire d’aver peccato e d’aver fatto del male contro natura”26.
Distruzione e profanazione: questo è il piacere più grande! Un filone consistente della letteratura, a partire dal romanzo libertino del Settecento, gode della profanazione. La violazione appassiona in quanto trasgressione, oltraggio. Il corpo, quello della donna, è tanto più oggetto del desiderio quanto più esso è inerme (bambina, vergine, suora). Profanarlo è togliere la trascendenza, ricondurre alla terra, svelare il volto oscuro di Eva, l’eterno femminino da sempre legato al potere di Satana. Il demoniaco mescola il puro e l’impuro, ha bisogno dell’innocenza per eccitare le passioni, per destare la forza dirompente del negativo. Con de Sade l’eros diviene parte di una teologia gnostica. Dopo di lui il connubio tra Eros e Thanatos, amore e morte, diviene l’elemento dominante di un nichilismo luciferino che trova nel Decadentismo prima e nel Surrealismo poi il suo compimento.
(continua…)

Novembre 3, 2009

PRESENTO UNA RASSEGNA LETTERARIA

libro2az

E’ da un anno e mezzo che non partecipo a incontri pubblici e devo dire che la cosa disintossica chi ultimamente aveva esagerato (ma dovrò riprendere, per forza: da febbraio a ottobre 2010 ho tre libri miei in uscita e uno di Roberta, poi vi diremo). Per riabituarmi alla cosa con l’Assessorato alla Cultura di Busto Garolfo ho organizzato questa rassegna letteraria, e sarò io ogni volta a presentare gli autori: si tratta di scrittori di grande sostanza, alcuni anche molto noti. E’ la prima volta che m’impegno ad organizzare incontri che non siano per la presentazione dei miei libri e lo faccio perchè qui da noi in provincia le occasioni sono rare, pur sapendo che c’è un interesse diffuso e un pubblico più attento che nella svagata metropoli.
Siete tutti invitati.

NEL VIVO DELLA SCRITTURA
Incontri con l’autore

4 novembre – Laura Bosio.
Scrivere il paesaggio, scrivere l’anima

Una delle più apprezzate scrittrici italiane presenta il suo ultimo romanzo, Le stagioni dell’acqua (Longanesi 2007, TEA 2009), finalista al Premio Strega. La vicenda si svolge in una grande casa che si specchia nell’acqua delle risaie. Un mondo capovolto dove la terra e il cielo si mescolano e si confondono. Intrecciando cultura materiale, storie in corso e storie passate, leggende e scienza, ci svela i segreti di un universo a parte, da riscoprire.

11 novembre – Raul Montanari.
Le vie della letteratura sono infinite

Autore di storie che spaziano dal noir al dramma esistenziale, pervase di un erotismo raffinato, oltre a presentare il suo ultimo romanzo Strane cose, domani (Baldini & Castoldi, 2009), ci parlerà della sua attività a trecentosessanta gradi nel mondo della scrittura: narrativa, traduzioni e corsi di scrittura creativa .

18 novembre – Gianni Biondillo.
Scrivere l’amore e il disamore.

Autore di gialli di successo, è in realtà uno scrittore multiforme, con saggi che vanno dalla critica letteraria all’architettura. Con l’ultimo romanzo Nel nome del padre (Guanda 2009) libera la sua vena più psicologica e drammatica: il calvario del protagonista è quello di molti padri separati, a cui la moglie impedisce di vedere i figli approfittando di un vuoto legislativo che carica gli uomini di obblighi ma li lascia spesso privi di diritti.

25 novembre – Franz Krauspenhaar.
La scrittura è un blues.

Di origini tedesche ma italianissimo, il più estroverso tra gli animatori della scena letteraria milanese è innanzitutto un cantore del blues metropolitano: la sua prosa sa innalzare il lettore a vertici di un vitalismo frenetico per poi accompagnarlo in vallate di profonda malinconia. Franzwolf, il lupo solitario, ci presenterà il suo ultimo romanzo L’inquieto vivere segreto (Transeuropa 2009)

2 dicembre – Francesco Marotta.
La poesia tra prosa e versi

Una delle voci più autentiche della poesia italiana d’oggi, leggerà per noi dalle sue ultime raccolte, e ci aiuterà a comprendere l’essenza del poetare, al di là di ogni collocazione scolastica: uno spazio nel cuore della parola, dove pensiero e canto sono tangenti. Dove il linguaggio diventa sostanza di volo, per riemergere alle labbra in natura di lampo, di sorgente: l’attimo indicibile in cui ogni silenzio si fa voce.

Tutti gli incontri si terrano a Busto Garolfo (Mi)
nella Sala Consiliare di via Magenta 25
Inizio ore 21.15

Novembre 2, 2009

POESIE ALLA MADRE DI DIO di Alda Merini

Archiviato in: Poesia — vbinaghi @ 1:01 pm
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alda merini

Un ricordo e una preghiera per l’anima bella di Alda Merini (1931-2009), da ieri migrata nella pace di Dio.
Il testo che segue è tratto da: Poema della croce (Frassinelli, 2004)

pietà di michelangelo

La Madre,
quella che come me
mangiò la terra del manicomio credendola pastura divina,
quella che si legò ai piedi del figlio
per essere trascinata con lui sulla croce e ne venne sciolta
perché continuasse a vivere nel suo dolore.

Potevano uccidere anche Maria,
ma Maria venne lasciata libera di vedere
la disfatta di tutto il suo grande pensiero.
Ed ecco che Dio dalla croce guarda la madre,
ed è la prima volta che così crocifisso
non la può stringere al cuore,
perché Maria spesso si rifugiava in quelle braccia possenti,
e lui la baciava sui capelli e la chiamava «giovane»
e la considerava ragazza.
Maria, figlia di Gesù
Maria non invecchiò mai,
rimase col tempo della croce
nei suoi lunghi capelli
che le coprivano il volto.

«lo credo, madre,
che qualsiasi senso del cuore
sia dentro il tuo sguardo.
Come Figlio di Dio sono un bambino felice,
come Gesù sono colui che camminerà con te
sulle acque dell’incredulità.
Io, madre, ho visto il tuo seno pieno d’obbedienza
e bianco come il tuo pensiero.
E io so che l’amore di Dio è impalpabile
come le ali di una farfalla.
Io ho creduto, madre, al tuo volto,
ma ho anche creduto al Padre.
Non potrebbe ingiuriarti nessuno
al di fuori di quella voce
che ti ha percossa come un nubifragio:
l’addio del messaggero celeste.»

«Quante lacrime, madre, su quella tua
visitazione.
È stato un lavacro per tutti i peccati degli uomini,
e solo Giuseppe ha creduto che il tuo mantello
contenesse tanto dolore.
Non ti ha mai levato di dosso quel mantello di luce,
Maria,
con cui Dio ti ha coperta
per non far vedere
che le tue spalle tremavano d’amore.
Ma io, Maria, credo in te,
e credendo in te
credo in Lui.»

Novembre 1, 2009

PICCOLI PASSI(2) IL PAGANESIMO: MITOLOGIA, DEMONOLATRIA, FILOSOFIA di G. K. Chesterton

moloch

Qui sopra Moloch, l’idolo cartaginese che esigeva in sacrificio bambini, da consumare nel suo ventre costruito a guisa di fornace. Mi sono occupato abbastanza di demonologia, soprattutto mentre scrivevo “I tre giorni all’Inferno di Enrico Bonetti, cronista padano”, dove ho cercato di mostrare quanto certi crimini e associazioni criminose odierne rivelino continuità con l’antica perversione della magia nera. Il brano che propongo, tratto da uno straordinario libro di Chesterton, ha il merito di distinguere e far comprendere cose che l’etnologia e l’antropologia culturale contemporanea d’impostazione illuministica hanno spesso totalmente frainteso. Il testo è tratto da: G.K. Chesterton, L’uomo eterno, Rubbettino Editore 2008.

La fantasia mitologica

Il politeismo si sfrangia in racconti di fate e in ricordi barbarici; non è come il monoteismo conservato da seri monoteisti. Ancora: il paganesimo corrisponde al bisogno di invocare qualche alto nome o qualche notevole reeminiscenza in momenti che sono per se stessi nobili e alti, come la nascita di un bambino o la salvezza di una città. Ma il nome, per molti di quelli che lo invocavano, era nient’ alltro che un nome. Finalmente il paganesimo soddisfaceva, almeno in parte, a un altro bisogno molto profondo dell’umanità: all’idea di rinunciare a qualche cosa quasi per dare la loro parte a poteri sconosciuti, col versare del vino sulla terra, o col gettare un anello in mare, in una parola, col sacrifizio. È la saggia e degna idea di non abusare del nostro vantaggio, di mettere qualche cosa sull’ altro piatto della bilancia per compensare il nostro malcerto orgoglio, di pagar le decime alla natura per il nostro possesso. La profonda verità di questo pericolo di superbia, di questo pericolo di essere troppo grandi per le nostre scarpe, si ritrova in tutte le grandi tragedie greche ed è quello che le fa grandi. Ma esso sta fianco a fianco con un quasi segreto agnosticismo sulla natura del dio che occorra propiziarsi. Dove il gesto della rinunzia è più magnifico, come fra i grandi greci, c’è assai più l’idea che faccia bene all’uomo sacrificare il vitello che non quella che faccia bene al dio ricevere il sacrifizio. Si dice che nelle sue forme più grossolane il sacrifizio suggerisse grottescamente l’immagine di un dio che mangia davvvero quel che gli è offerto. (…) È fraintendere la psicologia di chi fantastica. Un bambino che dice d’aver visto un folletto in una grotta farà una cosa molto semplice e naturale: gli lascerà un pezzo della sua focaccia. Un poeta farebbe forse una cosa più pomposa ed elegante: gli porterebbe della frutta e dei fiori. Ma la serietà con cui si compiono entrambi questi atti può essere la stessa o può avere un’infinità di gradazioni. La fantasia non è un credo né quando è rozza né quando è elevata. Il pagano non è miscredente come un ateo, ma nemmeno credente come un cristiano. Sente la presenza di forze, che egli inventa o indovina. San Paolo scrive che i greci avevano un altare dedicato al dio ignoto. Ma in realtà tutti gli dei erano dei ignoti. E una nuova era si schiuse quando san Paolo rivelò loro quello che avevano nell’ignoranza adorato.
L’essenza di tutto il paganesimo può essere riassunta in questo modo: il paganesimo è un tentativo di raggiungere la realtà divina mediante la sola immaginazione, la quale nel suo campo non deve essere limitata dalla ragione. Atttraverso tutta la storia vediamo che in queste civiltà pagaane, anche le più razionali, la ragione è sempre qualche cosa di distinto dalla religione. Soltanto come riflessione a posteriori, quando tali civiltà decadono o stanno sulla difennsiva, troviamo pochi neoplatonici o bramini che tentano di razionalizzare i miti, e di razionalizzarli soltanto con l’attribuire loro un senso allegorico. Veramente i fiumi della miitologia e della filosofia scorrono paralleli e non mescolano le loro acque finché non s’incontrano nel mare del Cristianesimo. Ci sono degli anticlericali ingenui che ancora parrlano della Chiesa come di un’istituzione che ha prodotto una specie di scisma fra religione e ragione. La verità è che la Chiesa fu effettivamente la prima a cercare una combinazione fra religione e ragione. Non c’era mai stata prima alcuna possibilità di mettere insieme i preti e i filosofi. La mitologia cercava Dio per mezzo dell’immaginazione; o la verità per mezzo della bellezza, intesa quest’ultima come comprendente anche il grottesco. Ma l’immaginazione ha le sue leggi, e quindi i suoi trionfi, che né logici né scienziati sono in grado di capire. La mitologia restava fedele alll’istinto immaginativo, tra mille stravaganze, come la rozza pantomima cosmica del porco che mangia la luna, o del mondo tagliato d’addosso a una vacca; tra le vertiginose circonvoluzioni e deformazioni artistiche dell’ arte asiatica; con la stecchita regolarità dei ritratti egiziani o assiri, e con lo specchio frantumato di un’ arte pazzesca, che sembra deformare il mondo e spostare i cieli; restava fedele a quallche cosa intorno a cui non c’è discussione: qualche cosa che permette a un artista di una qualche scuola di fermarsi a un tratto davanti a questa particolare deformazione, e dire: «Il mio sogno s’è avverato». Perciò tutti sentiamo che i miti primitivi e pagani sono infinitamente suggestivi purché si abbia la saggezza di non chiedere che cosa suggeriscano. Perciò sentiamo che cosa significhi Promèteo che ruba il fuoco dal cielo, purché qualche saccente di pessimista o di progressista non s’incomodi a spiegarcelo: perciò sappiamo il significato di Jack e il fagiolo magico purché nessuno ce lo venga a dichiarare. È vero che è l’ignorante che accetta i miti; ma nel senso in cui è vero che è l’ignorante che gusta la poesia. L’immaginazione ha le sue leggi e i suoi trionfi, e una potenza ineffabile riveste le sue immagini, sia che sorgano dalla mente o dal fango, sia che ci si presentino nel marmo delle montagne elleniche o nel bambù delle isole dell’Oceano Antartico. Ma c’è in tale trionfo un senso di disagio che invano mi sono sforzato di analizzare e che potrebbe forse essere registrato qui, a guisa di conclusione.
Il punto cruciale e critico è questo: che l’uomo ha sempre trovato naturale adorare qualche cosa, anche le cose innnaturali. La posizione dell’idolo può essere dura e strana; ma il gesto dell’ adoratore è sempre generoso e bello. Egli si sente più libero quando è legato; si sente più alto quando s’inchina. Tutto ciò che gli vieta il gesto dell’adorazione lo avvilisce e lo mutila per sempre. L’anticlericalismo è una schiavitù e un’inibizione. Se non può pregare è come imbarazzato; se non può inginocchiarsi è come in ceppi. Perciò, attraverso tutto il paganesimo, proviamo un curioso duplice sentimento, di fiducia e di sfiducia. Quando l’uomo fa il gesto dell’ adorazione e del sacrificio, quando versa le libazioni o quando alza la spada, egli sa di fare una cosa degna e virile; sa di fare una di quelle cose per le quali gli uomini sono stati creati. Il suo esperimento immaginativo è dunque giustificato. Ma precisamente perché è cominciato con l’immaginazione c’è in esso qualche cosa di beffardo, che, nei momenti di maggiore entità intellettuale, diventa l’ironia quasi intollerabile della tragedia greca. Sembra esserci una sproporzione fra il sacerdote e l’altare, o fra l’altare e il dio. Il sacerdote sembra più solenne e quasi più sacro del dio. Tutto il tempio è lateralmente solido e rispondente a certe parti della nostra natura; il centro no: esso sembra stranamente mutevole e malfermo come fuoco fatuo. Tutto è stato costruito intorno a quella prima idea, e la prima idea è ancora fantasia e quasi assenza di serietà. In quello strano punto d’incrocio, l’uomo sembra più statuario della statua; egli può atteggiarsi nel nobile e naturale atteggiamento della statua rappresentante «Il fanciullo che prega». Ma, qualunque sia il nome scritto sul piedistallo – Zeus o Ammone o Apollo – quello che l’uomo adora è un altro dio: Pròteo.
(continua…)

Ottobre 30, 2009

PICCOLI PASSI(1) LE DIFFERENTI CONCEZIONI DI DIO: ATEISMO, PANTEISMO, TEISMO di C.S. Lewis

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 6:50 pm
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creazione - chagall

Chagall – Creazione

Piccoli passi, per arrivare a chiarire questioni fondamentali. Credo che ce ne sia un gran bisogno, non perchè dubito dell’intelligenza dei miei simili, ma perchè il linguaggio con cui si descrive il fenomeno religioso è talmente contaminato dall’ideologia e dalla rivendicazione politica, da confondere più che rendere ragione. Così, intanto, continuo a proporre ai frequentatori del blog oltre che le mie noterelle dei brani di libri importanti, non sufficientemente conosciuti: i libri che ci meritiamo. Il testo che segue è tratto da “Il Cristianesimo così com’è”, edito da Adelphi

Mi hanno chiesto di dirvi che cosa credono i cristiani, e comincerò con una cosa che i cristiani non sono tenuti a credere. Se sei cristiano non sei tenuto a credere che tutte le altre religioni siano sbagliate da cima a fondo. Se sei ateo, devi credere per forza che il nocciolo di qualsiasi religione sia un errore madornale. Se sei cristiano, sei libero di pensare che tutte le religioni, anche le più strane, contengano almeno un barlume di verità. Quando io ero ateo dovevo cercare di convincermi che la maggior parte del genere umano si fosse sempre ingannato sul punto che più gli importava; quando divenni cristiano fui in grado di adotttare una visione più liberale. Ma va da sé che essere cristiani significa ritenere che là dove il cristianesimo differisce da altre religioni, il cristianesimo ha ragione e le altre torto. E’ come in aritmetica: in un problema aritmetico la soluzione giusta è una sola, e tutte le altre sono sbagliate; ma alcune di esse si avvicinano a quella giusta molto più di altre.
L’umanità si divide anzitutto e principalmente in una maggioranza, che crede in una qualche sorta di Dio o di dèi, e in una minoranza che non ci crede. Su questo punto, il cristianesimo si schiera con la maggioranza: con i greci e i romani antichi, con i selvaggi moderni, con gli stoici, i platonici, gli indù, i maomettani, ecc., contro il moderno materialismo europeo- occidentale.
Passiamo ora alla grande divisione successiva. La gente che crede in Dio si può dividere a seconda del tipo di Dio in cui crede.
(continua…)

Ottobre 28, 2009

UN EVENTO EDITORIALE DI PRIMARIA IMPORTANZA

pervertimento del cristianesimo

PERVERTIMENTO DEL CRISTIANESIMO (Quodlibet 2008)

Illich I fiumi a nord del futuro

I FIUMI A NORD DEL FUTURO ( Velarium 2009)

IVAN ILLICH: LA MODERNITA’ COME PERVERTIMENTO DEL CRISTIANESIMO
di Stefano Di Ludovico

Nel 1988, nonostante la notoria diffidenza verso le moderne forme della comunicazione di massa, Ivan Illich accetta di rilasciare una serie di interviste a David Cayley, giornalista della Canadian Broadcasting Corporation e suo grande estimatore. Da tali interviste presero forma prima un ciclo di trasmissioni radiofoniche trasmesse dalla Cbc l’anno successivo, poi, nel 1992, un testo che, con il titolo Conversazioni con Ivan Illich. Archeologo della modernità, fu pubblicato due anni dopo in Italia dalla casa editrice Elèuthera. Dato l’esito felice di quella prima esperienza ed il legame sempre più stretto stabilitosi tra i due, tra il 1997 e il 1999 Cayley ed Illich registrarono una nuova serie di interviste, sempre mandate poi in onda dalla radio canadese, la cui trascrizione costituisce il contenuto del testo in oggetto, pubblicato in Italia dall’editore Quodlibet con il titolo Pervertimento del Cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su Vangelo, Chiesa, modernità. Viste le tematiche affrontate da Illich in queste interviste, così come gli anni in cui furono rilasciate – gli ultimi anni di vita del pensatore di origini dalmate, quando le sue opere principali erano ormai da tempo già state tutte pubblicate -, questi testi rappresentano un po’ il bilancio definitivo di una riflessione sviluppatasi nell’arco di oltre quarant’anni, e, per certi versi, il testamento stesso dell’autore, che sarebbe scomparso di lì a pochi anni, precisamente il 2 dicembre 2002 a Brema.

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Ottobre 27, 2009

UN’ORA DI ISLAM NELLE SCUOLE? di Ferdinando Camon

Archiviato in: Cronache, Pensiero — vbinaghi @ 8:48 pm
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donne in islam

(Da: Quotidiani delle Venezie 21 ottobre 2009, ora leggibile sul blog di Ferdinando Camon)

Istanbul, capitale culturale di una Turchia in marcia verso l’integralismo, siamo nell’auletta di una moschea (cioè una madrassa), e un redattore tv m’intervista. Con disprezzo. Mai sentito un simile disprezzo piovermi addosso. Capisco subito perché: sono un cristiano, fedele di un’altra religione, cioè un infedele. Sahara, un villaggio dell’interno, io stupido ad andarci in agosto: c’è una calura tale che a un certo punto le lenti scure dei miei occhiali estivi cadono per terra, la montatura di tartaruga a 45 gradi si deforma, diventa molle. Parlo con islamici tunisini, ma c’è anche un saudita. Lo trattano con rispetto, lui e il sistema politico della sua nazione. Perché a reggerlo sono discendenti di Maometto: un governante è più degno di governare non se ha più voti ma se è più vicino al Profeta. Siria, qui c’è un presidente il cui figlio diventerà presidente, come in Libia. In religione c’è una certa apertura. Ma a cena noi siamo in 3-4 e alcuni han portato la moglie, degli islamici nessuno: la donna deve stare a casa. Che l’uomo valga più della donna, il fedele più dell’infedele, e l’emirato più della democrazia, non sono credenze degli integralisti, ma dell’ortodossia. L’Arabia Saudita è il loro Vaticano, il cuore del cuore del sistema. Il capo supremo si chiama Custode dei Luoghi Sacri, noi diciamo (erroneamente) re, e ha una specie di consiglio della corona. Nel consiglio della corona un consigliere propone un’apertura verso le donne, dar loro il diritto di prendere la patente e guidare un’auto. Proposta bocciata: l’obiezione è che “una donna che guida un’auto da sola non può essere onesta”, il che probabilmente è vero. Quale di questi Islam è compatibile con le nostre leggi, costituzione, codici? Posso rispondere: “Nessuno” senza passare per xenofobo?
(continua…)

Ottobre 26, 2009

RINCOGLIONIMENTO SENILE(7) Il Blues o dell’intramontabile

Archiviato in: canzoni — vbinaghi @ 6:41 pm
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Mentre continuo ad ascoltare di tutto e disordinatamente, all’inizio degli anni Novanta il Blues è diventata la MIA musica. Quella da studiare, da riproporre nelle più differenti versioni, quella da suonare e cantare soprattutto. Dal 90 ad oggi ho fondato diverse blues band (Blues Ortiga, Blue Valentine, Doctor Blue and the healers e infine Senor Blues, che esordirà a giorni e vi dirò). Perchè il Blues? Perchè è diventato un canone, cioè una struttura intramontabile e inamovibile su cui ogni autore e interprete può inserire la propria sensibilità, certo di trovare un mezzo adatto alla sua anima perchè il blues intercetta qualcosa di universalmente umano, come è accaduto in letteratura con la tragedia, nata in Grecia e divenuta patrimonio comune dell’umanità, o l’icona bizantina, divenuta un modello intemporale della pittura religiosa. E’ qui che l’arte dismette i panni arlecchineschi dell’invenzione ad ogni costo e trova nell’intramontabile una mimesi dell’eterno. Vi propongo prima l’originale e poi una versione celebre di Love in vain.

Poi due versioni ugualmente lontane eppure ugualmente vicine nello spirito all’originale di Walkin’ blues. Ce ne sarebbero molte altre, innumerevoli, a dimostrazione di quanto dicevo sopra. Ci vuole umiltà e talento a ripetere senza imitare.

Ottobre 25, 2009

RINCOGLIONIMENTO SENILE(6) Agonia del rock

Archiviato in: canzoni — vbinaghi @ 4:28 pm
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Il rock degli anni Ottanta, Novanta e Duemila mi ha lasciato freddino, almeno per quanto riguarda le band che hanno fatto da traino a queste generazioni. I Police, levigati e geometrici, con la coda noiosamente estetizzante dello Sting solista. Gli U2, con un pacifismo globalista che costa poco e vale poco, e una musica che è più sound che componimento. I Nirvana, con un surrealismo già visto e l’isterismo adolescenziale del loro disgraziato leader.
La verità è che ne ho avute piene le scatole di una musica che serve a dichiarare, abdicando a quella che è la sua natura: commuovere. Se devo salvare qualche gemma memorabile, più che di artisti parlerei di canzoni, visto che le band son durate sempre di meno. Nell’epoca di facebook e dei cellulari tuttofare non c’è più palco e il rock, che è una messa laica e necessita di un altare non ha più un vero pubblico, se si esclude il museo personale dei superstiti di ogni decennio, che custodiscono insieme alla musica dei loro beniamini di allora la memoria di una giovinezza divenuta mito.

Il discorso vale anche per me, rispetto a percorsi autoriali iniziati nei decenni precedenti, e che ho seguito con grande interesse: Roger Waters, Dylan, Leonard Cohen, Robbie Robertson, Johnny Cash. A un livello più basso (perchè più monotono e prevedibile) Springsteen.
Degli italiani, Paolo Conte, tre gradini sopra tutti, ma con lui il rock c’entra poco: il generazionale lascia il posto all’intramontabile.

Ottobre 24, 2009

RINCOGLIONIMENTO SENILE(5) simpathy for the devil

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:05 pm

Com’è che da “pace amore e verdi prati” ci si ritrova nell’inferno dello sdoppiamento e della dipendenza, ad aspirare con voluttà l’aroma mortifero del fiore nero?
Inutile immaginare complotti deviazionisti o fatali involuzioni: la storia dimostra che ogni naturalismo presunto sfocia nel demoniaco, per la semplice ragione che l’uomo non è un essere naturale, e quando strizza i capezzoli di madre natura per un latte che non è di questo mondo finisce assetato e disperato ad accettare il potere magico (e puramente allucinatorio) che promettono i demoni.
Se parlo del demoniaco nel rock non è per le allusioni esplicite di un Mick Jagger o per lo stupido antiquariato occultistico di un Jimmy Page che compra la casa di Alistair Crowley (ma il faccione di colui che si faceva chiamare la Grande Bestia campeggiava già sulla copertina di Sgt Pepper dei Beatles).

Se parlo del demoniaco è perchè ho avuto una certa esperienza della cosa, come ho scritto in Devoti a Babele per quel tanto (non tutto) che vi è di autobiografico in quel romanzo. A quei tempi sognavo la conflagrazione cosmica, o meglio l’esplosione del narciso che ero in un’orgia pirotecnica memorabile, come il protagonista di questo brano di David Bowie, tra i miei preferiti di allora, dove una rock’n roll star progetta il suicidio in diretta, per assurgere al cielo dei miti.

Oppure, il che è lo stesso, sprofondare nell’oblio del beatifico nulla, sulle note di quello che era l’indiscusso inno dei tossici di allora.

Com’è che sono qui a raccontarla? La cosa più semplice del mondo: un miracolo. Ogni esistenza è un miracolo, ogni svolta è un miracolo, ogni lampo d’intelligenza e ogni slancio d’amore lo è. Il miracolo, cioè l’irruzione di Dio nel mondo, è talmente quotidiano che nemmeno ce ne accorgiamo. Bisogna mettercela tutta per rifiutare la vita, l’amore e il perdono. E infatti, come disse una volta un grande teologo (Hans Urs Von Balthasar), l’inferno come possibilità metafisica esiste certamente, ma potrebbe anche essere vuoto.

Ottobre 23, 2009

RINCOGLIONIMENTO SENILE(4) musica nuova, vita nuova

Archiviato in: canzoni — vbinaghi @ 7:57 pm
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Poi succede che incontri cose diverse, e soprattutto un’onda d’urto che va da un oceano all’altro, e insieme alla musica porta pensieri, utopie forse anche deliri. Coi salottini borghesi delle festicciole hai chiuso, adesso la musica la vuoi suonare, e i posti giusti sono all’aria aperta, il parco, la spiaggia di notte, e certi additivi orientali che fanno sentire tutti più coraggiosi e sapienti. Durerà poco, ma il ragazzo con la chitarra, che comincia a grattare con Battisti, trova il primo pezzo un po’ complicato, e su quello si accanisce per settimane.
E’ questo qui.

Dischi più amati all’epoca del Parco Lambro: Thick as a brick dei Jethro Tull, H to He dei Van der Graaf, Trilogy degli EL& P, Wish you were here dei Pink Floyd, Harvest di Neil Young, Four Way Street di CSN& Y, Mud Slide Slim di James Taylor, Homecoming degli America, Desperado degli Eagles, con questa straziante:

Anche gli italiani, si. E una gran voglia di dartela a gambe dai tuoi vecchi, con la presunzione di essere meglio di loro e di toccare un giorno il cielo con un dito. Io me la sono data, a diciannove anni appena compiuti, dopo l’esame di maturità. Uscii di casa, come tanti allora, canticchiando questa:

Ottobre 22, 2009

RINCOGLIONIMENTO SENILE(3) SHAKE

Archiviato in: canzoni — vbinaghi @ 1:05 pm
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All’inizio i maschi si sedevano immusoniti e lasciavano le ragazze a dimenarsi (che gusto c’è a ballare da soli, senza il corpo dell’altra da esplorare timidissimamente, stringendo un po’ di più, o affondando il naso nei suoi capelli col cuore in gola, sperando l’abbandono e temendo la rigida ripulsa?). Poi qualcuno, per puro spirito mimetico o per ostentare intraprendenza, si lanciava in mezzo alla stanza ed esorcizzava il ridicolo con ostentate movenze clownesche.
Qualcuno, sorpreso e rapito dal ritmo, chiudeva gli occhi e si lasciava andare, per scoprire che le ragazze ne sanno sempre una di più: c’era Dioniso in agguato, dietro il ritmo pulsante del basso…

Ottobre 21, 2009

RINCOGLIONIMENTO SENILE(2) Altri bei lentoni

Archiviato in: canzoni — vbinaghi @ 1:54 pm
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Questo è uno dei primi che ho gettonato in un Juke Box, barattando l’ineguagliabile solitudine della mia brufolosa malinconia con qualche sguardo furtivo alla teen ager che spiccava dal mazzo del tavolino a fianco.

Questi invece sono i famigerati Bee Gees: prima di fare da soundtrack ai disgustosi galletti delle (da me) odiatissime discoteche dei primi anni ottanta, costoro furono complici di ben assestate frecce dell’ottimo Cupido adolescente.

Ottobre 20, 2009

RINCOGLIONIMENTO SENILE(1) Without you

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 4:10 pm
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O come vorreste chiamare il perdere tempo su Youtube in cerca delle canzoni che ti “molcevano il core” dai tredici ai sedici anni?
Chiamatelo come volete, e intanto, voi cinquantenni condividete e ricordate, e voi giovinastri cuccatevi qualcosa di giurassico: era il tempo delle prime feste a luci basse, e si ballava in due su una mattonella…

Ottobre 19, 2009

QUANDO IL CIELO SARA’ VUOTO di Valter Binaghi

Archiviato in: Poesia — vbinaghi @ 1:38 am
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Hopper - morning sun

Quando il cielo sarà vuoto
e tu
non avrai più parole
Quando il tempo o l’oblio
avranno dissipato
l’opera delle tue mani
Quando non sarà più che un filo sottile
ad impedire
che l’ultimo lembo di strazio diventi follia
Chiamami allora.
Ancora fra secoli io verrò arrancando
sulle quattro zampe della mia decrepitezza
e azzannerò la mano che ti opprime.

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