Doctor Blue and Sister Robinia

Novembre 30, 2007

I BANDITI DEL PORTO di Jorge Amado

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 8:49 pm

(Da: I banditi del porto, Edizioni di Cultura Sociale)

nino de luz

Sotto la luna, in un vecchio deposito abbandonato del porto, dormono i ragazzi. Una volta qui c’era il mare. Sulle grandi e scure pietre, sopra le quali sorge il deposito, le onde ora si rovesciavano fragorose ora venivano ad urtare dolcemente. L’acqua passava sotto le tavole della banchina dove adesso riposano molti ragazzi. Da questa banchina partivano innumerevoli velieri carichi di merce: fra questi, alcuni erano di grosse dimensioni ed erano dipinti con strani colori. Qui essi venivano a riempire le stive attraccando a questa banchina di tavole oggi corrose. Prima, davanti al deposito si apriva il mistero dell’oceano: le notti avevano una tinta verde scura, quasi nera, quella tinta indefinita e arcana che ha il mare di notte.
Oggi, la notte è bianca davanti al capannone del deposito. E questo perché di fronte ad esso non c’è che sabbia. Sotto le tavole della banchina non c’è più sciacquìo di onde: la sabbia ha invaso tutto, e ha respinto il mare più lontano. A poco a poco, l’arenile ha conquistato tutta la zona che circonda il deposito. Non vi sono più velieri che salpano carichi di merce; non vi sono più negri muscolosi, usciti da poco dalla servitù, che trasportano sacchi; non vi sono più canzoni nostalgiche di marinai. Il deposito è stato circondato dalla sabbia bianca: ed è rimasto isolato in pieno arenile, come una macchia nera nel candore del porto.
Per anni ed anni, gli unici abitatori del deposito erano stati i topi, che vi scorrazzavano liberamente, rosicchiavano il legno delle vecchie porte monumentali, si muovevano e giocavano come i padroni esclusivi di tutto il capannone. Poi arrivò un cane randagio che scelse il deposito come rifugio contro il vento e la pioggia. La prima notte non poté dormire: non fece altro che rincorrere i topi che gli passavano davanti al naso. Riuscì a dormire qualche notte più tardi, latrando alla luna sul primo albeggiare: infatti gran parte del tetto cadeva in pezzi, e i raggi della luna penetravano tranquillamente dalle fessure, e illuminavano il pavimento fatto di grosse tavole. Ma quel cane aveva abitudini di animale vagabondo e presto se ne andò in cerca di un altro asilo: il vano di una porta, l’arcata di un ponte. E i topi tornarono a dominare indisturbati fino al giorno in cui i Banditi del Porto non posarono gli occhi sul magazzino abbandonato.
Una sera, appunto, uno del gruppo, girando qua e là nelle zone sotto il dominio dei Banditi del Porto (tutto l’arenile, come tutta la città di Bahia, era di loro proprietà), era entrato per la porta sgangherata del deposito.
(continua…)

DIVENTARE UOMO di Nelson Mandela

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 11:47 am

ragazzi africani

(Da: Nelson Mandela, Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli 1995)

Quando ebbi sedici anni (arrivò il) tempo per me di diventare uomo. Nella tradizione xhosa, ciò si raggiunge con un solo mezzo: la circoncisione. Nella tradizione, un maschio non circonciso non può ereditare i beni del padre, non può spo¬sarsi né officiare nei riti tribali. Un uomo xhosa non circonciso è una contraddizione in termini, in quanto questi non è considerato un uomo bensì un ragazzo. Per il popolo xhosa la circoncisione rappresenta l’integrazione ufficiale del maschio nella società. Non è tanto un procedimento chirurgico quanto un lunghissimo ed elaborato rituale che prepara all’ingresso nell’età adulta. Come xhosa, io conto gli anni della mia vita da uomo a partire dal giorno in cui sono stato circonciso.
(continua…)

Novembre 29, 2007

ADOLESCENZE D’ALTRI TEMPI di Giovanni Brera

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 2:23 pm

(Da: G.Brera, STORIE DEI LOMBARDI, Baldini e Castoldi)

Po

Il Po è tradítore, mi hanno insegnato a pensare fin da piccolo. Andare a nuotare in Po significa farlo a proprio rischio e pericolo. Il rivaiolo padano diventa vir agli occhi dei suoi paesani se riesce a traversare Po e tornare nuotando. Nei suoi vizi osteo muscolari è evidente l’influsso diverso delle due rive: chi sta sulla sinistra punta il remo per risalire manovrandolo contro il bordo destro del suo battello, chi sta sulla destra lo manovra sul bordo opposto. Le forcole sono ricavate da due rami di robinia divaricati. I battelli sono di rovere stagionata e obbediscono a norme idrodinamiche la cui memoria si perde nei secoli, forse nei millenni. La gondola veneziana è la sublimazione cittadina e mondana, diciamo edonistica, del battello padano. Chiunque sia nato sul fiume e non ne sia scappato per tempo sa remare vogando e sciando come i veneti. La sola complicazione è data dalla forcola, che nella gondola è di metallo a più appoggi non ricurvi (perché altrimenti, mi ha spiegato un gondoliere, tutti sarebbero capaci di remare come noi).
Personalmente ho attraversato Po a dodici anni e mi sono affidato alla corrente con altri non coetanei che mi hanno subito awertito come, in caso di malore, nessuno si sarebbe fermato per aiutarmi; la stessa cosa avrei dovuto fare io se fosse stato un altro ad avere una congestione o anche semplicemente i crampi nei polpacci.
(continua…)

Novembre 28, 2007

ESTERNO GIORNO di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:50 pm

tre metri sopra il cielo

Ue Sa’
Ciao Va, ciao Lu.
Mentre ti accomodi con gli altri due sulla panchina ti chiedi perchè della valanga di pensieri che vi portate dentro restano giusto questi sassi in bocca, bisillabi appena in cui stanno tutte le vostre cerimonie. Te lo chiedi ora che sei grande, e la domanda c’era anche allora, ma non con queste parole.
La pineta dietro le spalle alitava freddo, e voi tiravate su il bavero mentre le ultime babysitter se ne tornavano coi mocciosi a casa, qualcuna lanciando uno sguardo furtivo alla panchina – era lì il bello: il giorno dopo lo sguardo poteva durare qualche secondo in più, allora era fatta, le avresti portato un ghiacciolo così, a metà pomeriggio, senza dire niente, e lei ti avrebbe lasciato sedere accanto. Allora avresti dovuto sfoderare qualcosa in più che bisillabi, ma c’erano i gruppi musicali, poi le macchiette di scuola.
Adesso però le ragazze se ne andavano, e a voi restava il momento migliore, il parco deserto per farvi una canna in santa pace, e progettare la serata.
Il custode passava sul vialetto per controllare lampioni e scivoli in fondo al parco, c’era una mezz’ora buona prima che chiudesse, Va’ accendeva il cannone e passava.
Il fumo vi faceva ancora più silenziosi per un momento, raccolti nei giubbotti, il capo chino, affamati e lugubri, come corvi sul filo.
Poi qualcuno si stropicciava le braccia, e sparava la prima battuta.
- Ue Sa’, mi gratti i coglioni? -
Due o tre minuti di sfottò, e poi vi scompisciavate per la minima stronzata.
Ridevi fino alle lacrime, fino a non avere più fiato, poi ti pulivi la faccia nella manica e guardavi alle luci, lontane, giù dagli alberi della collina.
La città sotto di voi rinfoderava gli artigli e offriva le poppe a chiunque avesse avuto almeno un deca in tasca e la volontà di farlo fruttare in due o tre ore di sana goduria.
E dietro la città c’era il mondo che avreste conquistato.
Prima c’era la cena in famiglia, dove tuo padre avrebbe provato come ogni sera a sputare su tutto quello che a te piaceva, restituendoti la caricatura di un essere invertebrato e moralmente insulso, al posto del gentiluomo d’avventura che sapevi di essere.
Ma il saggio che diventavi, imparava a ingoiare.
Un’ora soltanto, e poi di nuovo fuori.
Uscivate dal cancello abbracciati, cantando a squarciagola l’inno del momento:
“We are the Sultans. We are the Sultans of swing da da da da dara…”
E Luca mimava la schitarrata di Knopfler, con una mano sulla pancia e l’altra in aria.
Prima di salutarvi.
- Ciao Sa’, ciao Va’ -
- Ue Lu’ -

MY FAVOURITE SONGS10 – ONE HEADLIGHT

Archiviato in: canzoni — vbinaghi @ 4:39 pm

wallflowers

TESTO DI JAKOB ZIMMERMAN – TRADUZIONE DI GAJA CENCIARELLI

So long ago, I don’t remember when
That’s when they say I lost my only friend
Well they said she died easy of a broken heart disease
As I listened through the cemetery trees
I seen the sun comin’ up at the funeral at dawn
The long broken arm of human law
Now it always seemed such a waste
She always had a pretty face
So I wondered how she hung around this place

Hey, come on try a little
Nothing is forever
There’s got to be something better than
In the middle
But me & Cinderella
We put it all together
We can drive it home
With one headlight
(continua…)

Novembre 27, 2007

MY FAVOURITE SONGS9 – SULTANS OF SWING

Archiviato in: canzoni — vbinaghi @ 5:12 pm

dire strait first album

TESTO DI MARK KNOPFLER – TRADUZIONE DI GAJA CENCIARELLI

you get a shiver in the dark
it’s raining in the park but meantime
south of the river you stop and you hold everything
a band is blowing Dixie double four time
you feel alright when you hear that music ring

Now you step inside but you don’t see too many faces
coming in out of the rain to hear the jazz go down
too much competition too many other places
but not too many horns can make that sound
way on downsouth way on downsouth London town
(continua…)

Novembre 26, 2007

HITLER, ODIFREDDI E IL CAN CHE DORME di V. Binaghi

Archiviato in: Pensiero, recensioni — vbinaghi @ 4:28 pm

Recensione a HITLER E I TEDESCHI, di Eric Voegelin (Edizioni Medusa 2005)

Il dogma della cristianità si logora di fronte ai progressi della scienza … Tutto ciò che rimane è dimostrare che nella natura non esistono frontiere tra organico e inorganico. Quando la comprensione dell’universo si sarà diffusa, quando la maggior parte degli uomini saprà che le stelle non sono fonti di luce, ma mondi, forse mondi abitati come il nostro, allora la dottrina cristiana sarà relegata al rango di assurdità … L’uomo che vive in comunione con la natura si ritrova necessariamente in opposizione a tutte le Chiese, ed ecco perché queste sono votate al fallimento, perché la scienza è destinata a vincere.

Vi chiederete, cosa c’entra qui Odifreddi? Perchè è chiaro che questa citazione non può che appartenere a uno di quegli scienziati d’assalto o divulgatori di scienza, che armati dei loro concetti da laboratorio si adoperano per liberare le masse da ogni residuo di superstizione come l’ammirazione reverenziale al mistero della creazione o l’esitazione a mettere in agenda la palingenesi tecnologica dell’universo, tipi come Dawkins o Odifreddi insomma, con quei loro libri acuminati e ultimativi. Ma vi sbagliate.
Le perle di saggezza qui sopra appartengono all’imbianchino più celebre del XX secolo, vale a dire Adolf Hitler, però Odifreddi c’entra comunque, a suo modo, perchè l’uno e l’altro raggiungono un’autorevolezza nei confronti delle masse che presuppone il verificarsi dell’identica condizione, vale a dire l’avvento della stupidità al potere.
(continua…)

Novembre 25, 2007

DODICI ROMANZI IMPORTANTI

Archiviato in: recensioni — vbinaghi @ 8:35 pm

L’altra sera al telefono con la mia amica scrittrice Elisabetta Bucciarelli si diceva che si potrebbe stilare un florilegio di romanzi importanti o addirittura essenziali, come ho fatto sotto con i saggi sulla modernità. Il fatto è che qui la cosa è molto più difficile perchè mentre un saggio illuminante ne rende obsoleti altri sullo stesso argomento, un capolavoro letterario non esclude i precedenti. Dunque, restringendo il campo a soli romanzi italiani usciti negli ultimi sessant’anni, vi segnalo quelli (dodici, un altro zodiaco) che hanno inciso davvero sul mio modo di intendere il mondo, la letteratura o entrambi. Anche qui vale il principio dell’integrazione: siete invitati a segnalare romanzi che vi hanno davvero colpito e, se non li conosco, farò tesoro dei vostri suggerimenti.

Ennio Flaiano – Tempo di uccidere (Rizzoli)
Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore (Einaudi)
Carlo Emilio Gadda – Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (Garzanti)
Luigi Meneghello – Libera nos a malo (Rizzoli)
Mario Pomilio – Il quinto evangelio (Rusconi)
Sebastiano Vassalli – La notte della cometa (Einaudi)
Umberto Eco – Il pendolo di Foucault (Bompiani)
Stefano Benni – La compagnia dei Celestini (Feltrinelli)
Giuseppe Pontiggia – Nati due volte (Mondadori)
Tullio Avoledo – Lo stato dell’unione (Sironi)
Elena Ferrante – I giorni dell’abbandono (e/o)
Walter Siti – Troppi paradisi (Einaudi)

Il sapore della ciliegia – di Abbas Kiarostami

Archiviato in: Pensiero, recensioni — vbinaghi @ 12:34 am

il sapore della ciliegia

Film iraniano, Palma d’Oro a Cannes qualche anno fa.
E’ la storia di un tizio che vuol farla finita, e cerca qualcuno che sia disposto a seppellirlo dopo che si sarà avvelenato in una fossa.
Nessuno accetta, finchè incontra un vecchio che gli racconta una storia. La storia vale il film.

Un turco andò dal medico: “Dottore, ho male dappertutto. Se mi tocco la testa ho male, se mi tocco il torace ho male, se mi tocco il braccio, la gamba, ho male. Sono senza speranza, vero?”
Il medico lo visitò e poi gli disse: “Hai male dovunque ti tocchi, perchè hai il dito rotto. Curiamo quello, e le cose saranno diverse”.

Amico, chi ti ha fottuto il gusto della vita?
Ogni tanto me lo chiedo anch’io, e stasera vedendomi questo film in DVD mi sono dato una risposta. Il film lo trovavo insopportabilmente lento, persino noioso. Eppure è semplice e profondo. Il fatto è che è un film di 90 minuti, che racconta 90 minuti della vita di un uomo: senza accelerazioni, senza colpi di scena, incontri casuali e campi lunghi che fanno crescere nel protagonista una consapevolezza lenta ma decisiva. Come avviene nella vita.
Ma noi non sentiamo più il sapore della vita: i ritmi artificiali e l’immaginario febbrile cui ci ha abituati il cinema americano prima, la televisione poi, si sono pian piano sostituiti alla percezione della durata naturale delle cose. Anche i ragazzi a scuola: sono distratti e annoiati più di noi alla loro età, non perchè più stupidi, ma perchè hanno assunto i ritmi del telecomando e del mouse. I nostri intellettuali sono così alienati che hanno fatto della mutazione l’unica religione, e scambiano l’accelerazione per progresso.
La terra brucia, l’anima svapora.
Signore, dacci il blackout, il prima possibile.
Sarà la morte per una generazione, e la salvezza per chi viene dopo.

Novembre 24, 2007

UNA SCELTA DI LIBERTA’ di Michel Bosquet

Archiviato in: Cronache — vbinaghi @ 10:35 am

(Da: Critica al capitalismo di ogni giorno, Jaca Book)

pescatore

E’ un testo di qualche anno fa, e forse oggi le cose sono cambiate anche a Tristan de Cuna, ma lo ripropongo ugualmente, perchè il suo valore di fondo è immutato: uomini spiritualmente integri possono preferire una dignitosa povertà a un benessere che rende schiavi.

Da due anni l’isoletta di Tristan da Cuna, nell’Atlantico meridionale, è nuovamente popolata dai suoi 274 abitanti. Che ci fanno? Lavorano per vivere. Lavorano duramente, dall’alba alla notte, per produrre di che vivere miseramente. Si tratta di gente condannata a restare su quest’isola in capo al mondo? No, assolutamente no: si sono installati a Tristan da Cuna perché non vogliono vivere da nessun’altra parte. Cosa li trattiene in quest’isola? Un sociologo di recente glielo ha chiesto. Hanno risposto: « La libertà ».
Bisogna cercare di comprendere questa risposta. Va perciò ricordata la breve storia degli abitanti di Tristan da Cuna. Vi è contenuta una condanna ingenua, ma senza appello, del mondo nel quale viviamo e delle sue pretese ricchezze.
(continua…)

Novembre 23, 2007

CIO’ CHE PIACE AL MONDO di Soren Kierkegaard

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 8:43 am

(Da: La malattia mortale, Edizioni di Comunità)

folla

Un uomo può passare la sua vita molto bene, essere, secondo l’apparenza, un uomo occupato dalle cose temporali, può sposarsi, mettere al mondo bambini, essere onorato e stimato e forse non si accorge nemmeno che egli, in un senso più profondo, non ha un io. Di una tal cosa non si fa molto caso nel mondo; perché dell’io il mondo si cura meno di tutto; e la cosa più pericolosa per un uomo è mostrare di possederlo.

Un tale uomo, proprio per aver perduto così se stesso, ha acquistato la capacità perfetta di andare avanti in tutti gli affari, anzi di far fortuna nel mondo. Egli non trova nel suo io alcun ostacolo, alcuna difficoltà che derivi da una tendenza verso l’infinito; egli è lasciato come un ciottolo, corrente come una moneta in corso.

Novembre 22, 2007

COSTUME, MORALITA’ E MORALISMO UTOPICO di Gustave Thibon

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 6:46 pm

(Da: Diagnosi, Edizioni Volpe)

robespierre
Massimiliano Robespierre

Chiamo costumi la morale vissuta piuttosto che rappresentata.

Chiamo morale la morale rappresentata e sentita piuttosto che vissuta e realizzata, la morale fonte di emozione e di ideale piuttosto che di azione.

L’unione di un forte ideale morale e di costumi decadenti costituisce un terribile pericolo sociale.

I peccati di idealismo ed angelismo che stanno alla base delle grandi convulsioni culturali e politiche dei tempi moderni, derivano in gran parte da ciò: unita a sani costumi, l’alta moralità fa i santi; legata a costumi in disfacimento, produce utopisti e rivoluzionari.

Novembre 21, 2007

GUERRA AI POVERI di Eduardo Galeano

Archiviato in: Cronache — vbinaghi @ 4:26 pm

(Da “Le Monde Diplomatique – il manifesto” del Settembre 1996)

poveri

I fatti recenti mi spingono a riesumare questo vecchio articolo di Galeano, purtroppo ancora attualissimo. Con un solo aggiornamento: dieci anni fa Galeano si riferiva alle metropoli dell’America Latina. L’altra sera ho visto in televisione un campo improvvisato alle porte di una città italiana in cui vivono immigrati dell’est, molti dei quali con tanto di lavoro (in nero). C’erano pantecane che passeggiavano tra le povere masserizie, una donna diceva che di notte si deve dormire con la faccia sotto le coperte per evitare i morsi dei topi. E’ il moderno che avanza.

Nell’era delle privatizzazioni e del libero mercato, il denaro vuole governare senza intermediari. Qual è allora il ruolo dello stato? Quello di reprimere le legioni di disoccupati, e di mettere al passo i lavoratori condannati a salari infimi: uno stato ridotto alle sole funzioni di giudice e poliziotto. E gli altri servizi pubblici? Il mercato ne farà cosa sua. La povertà, i cittadini poveri, le regioni disagiate? Dio provvederà, se non ne viene a capo la polizia. La pubblica amministrazione non deve trasformarsi in madre caritatevole, ma dedicare le sue precarie energie a sorvegliare e a punire. Il neo-liberismo riduce i diritti dei cittadini a semplici favori concessi dal potere. Un potere che si occupa della sanità e dell’istruzione come se appartenessero al campo della pubblica carità.
Nel frattempo la povertà aumenta, le città continuano a espandersi e le effrazioni, le violenze e i crimini si moltiplicano. “La criminalità si sviluppa molto più velocemente dei mezzi per reprimerla”, riconosce il ministro dell’interno uruguaiano. L’esplosione della delinquenza è visibile a occhio nudo, anche se le statistiche ufficiali chiudono gli occhi; e i governi riconoscono in qualche modo la loro impotenza. Ma il potere non ammette mai di essere in guerra contro i poveri che crea, cioè contro le conseguenze delle proprie azioni. “La criminalità cresce a causa del traffico di droga”, dicono i portavoce ufficiali, per sollevare da ogni responsabilità un sistema che getta un numero sempre maggiore di poveri sulla strada o in carcere, e fa ingrossare incessantemente le file dei condannati alla disperazione e all’annientamento.
Le élites esibiscono il cattivo esempio della loro impunità. In basso si punisce ciò cui si plaude in alto. Il furtarello è un reato contro la proprietà, mentre il furto su vasta scala è un diritto dei possidenti. Il primo è soggetto al codice penale, l’altro compete all’iniziativa privata. Senza il minimo pudore, le autorità che nei loro discorsi tessono gli elogi del lavoro e dei lavoratori, li maledicono con le loro azioni, premiando la disonestà e l’assenza di scrupoli. I grandi media sono complici di questo scandalo, mentendo col silenzio non meno che con le loro dichiarazioni. Mentre i governanti insegnano l’impunità, i grandi media e soprattutto la televisione diffondono messaggi di violenza e di consumismo. Una recente inchiesta ha rivelato che i bambini di Buenos Aires assistono mediamente ogni giorno, sul piccolo schermo, a quaranta atti di violenza. E quante immagini consumistiche li raggiungono? A quante scene di spreco e ostentazione sono quotidianamente esposti? Quante volte coloro che in pratica non possono acquistare nulla ricevono l’ordine di comprare? Quante volte si imbottisce loro la testa di messaggi per convincerli che chi non compra non esiste, e chi non possiede non è nulla?
(continua…)

Novembre 20, 2007

DODICI LIBRI PER CAPIRE LA MODERNITA’ (E LIBERARSENE)

Archiviato in: Pensiero, recensioni — vbinaghi @ 8:10 pm

libri

Per quanti sforzi facciano, tecnocrati neoliberisti o socialdemocratici e vestali dello scientismo non sono riusciti a convincerci che la società di mercato (cioè la società interamente asservita alle leggi del mercato) sia la terra promessa verso cui la storia era incamminata.
Quella che io considero una perversione diabolica della comunità umana è nata non più di tre secoli fa, e se non riusciremo a liberarcene nel giro di qualche decennio ci farà crepare definitivamente dell’unica felicità che è in grado di somministrare: gioiosa accelerazione dell’entropia, fisica e sociale.
Nell’immondezzaio cosmico che la pubblicistica è diventata, considero un dovere per l’uomo di cultura segnalare le poche cose che veramente contano, auspicando confronti ed eventuali integrazioni dai frequentatori del blog. Unica limitazione: lasciamo stare i classici ottocenteschi, per quanto irrinunciabili, e dedichiamoci solo a libri che non abbiano più di un secolo di vita.
Ecco i miei, ad oggi: l’ordine è più o meno quello di pubblicazione.

1. José Ortega Y Gasset – La ribellione delle masse (Tea)
2. Adorno-Horkheimer – Dialettica dell’Illuminismo (Einaudi)
3. Karl Polanyi – La grande trasformazione (Einaudi)
4. Hannah Arendt – Vita activa (Bompiani)
5. Eric Voegelin – La nuova scienza politica (Borla)
6. Marshall McLuhan – La galassia Gutenberg (Il Saggiatore)
7. Raymond Aron – Le delusioni del progresso (Armando)
8. Ivan Illich – La convivialità – (Mondadori)
9. Christopher Lasch – Il paradiso in terra (Feltrinelli)
10. Louis Dumont – Saggi sull’individualismo (Adelphi)
11. René Girard – La violenza e il sacro (Adelphi)
12. Roger Scruton – Manifesto dei conservatori (Cortina)

SIMBOLO E CONOSCENZA7 – PERSUASORI OCCULTI

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 2:32 pm

casalinga

Come dire: a scuola non s’impara più l’ermeneutica dei simboli (vanno di moda le tre I: inglese, informatica, impresa) ma i pubblicitari la conoscono benissimo!
Il testo di Barthes è vecchio ma sempre attuale, così come il libro di Vance Packard, I Persuasori Occulti, da cui ho tratto il titolo del post.

ROLAND BARTHES – SAPONIFICANTI E DETERSIVI
(Da: Miti d’oggi, Einaudi)

Si potrebbe contrapporre con profitto alla psicanalisi dei liquidi purificatori (acqua di varechina) quella delle polveri saponificanti (Lux, Persil) o detersive (Rai, Paic, Crio, Omo). I rapporti tra il rimedio e il male, tra questi prodotti e lo sporco, sono molto diversi nei due casi.
Per esempio, l’acqua di varechina è sempre stata sentita come una specie di fuoco liquido la cui azione va attentamente controllata, altrimenti l’oggetto stesso resta colpito, “bruciato”; la leggenda implicita di questo genere di prodotti poggia sull’idea di una modificazione violenta, abrasiva, della materia: vi corrispondono effetti di ordine chimico o mutilante: il prodotto “uccide” lo sporco. Al contrario le polveri sono elementi separatori; la loro funzione ideale è quella di liberare l’oggetto dalla sua imperfezione contingente: si “espelle” lo sporco, non lo si uccide più; nell’iconografia Omo, lo sporco è un minuscolo nemico gracile e nero che scappa a gambe levate dalla bella biancheria pura alla sola minaccia del giudizio di Omo. I clori e le ammoniache sono senza dubbio i delegati di una specie di fuoco totale, salutare, ma cieco; le polveri al contrario sono selettive, spingono, guidano lo sporco attraverso la trama dell’oggetto, hanno una funzione di polizia, non di guerra. Questa distinzione ha il suo corrispondente etnografico: il liquido chimico prolunga il gesto della lavandaia che batte i lenzuoli, mentre le polveri sostituiscono piuttosto quello della donna di casa che preme e strofina il bucato lungo l’asse inclinata. Ma nell’ordine stesso delle polveri bisogna ancora contrapporre alla pubblicità psicologica la pubblicità psicanalitica [...].
(continua…)

SIMBOLO E CONOSCENZA6 – LA VITA SPIRITUALE

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 1:09 am

DI CHARLES ANDRE’ BERNARD
(Da:Teologia simbolica, Edizioni Paoline)

pani e pesci

Colui che concepisce un progetto spirituale, si propone di giungere ad un’unità della coscienza molto più profonda e ad una integrazione sempre più stabile del proprio io, del mondo e di Dio. Ora non è difficile constatare che la ricerca di questa unità integrativa trova la sua espressione privilegiata nel simbolo. Ma il simbolo si limita solo ad esprimerla, o ne è anche lo strumento? In altre parole: non dobbiamo noi riconoscere alla funzione simbolica un’efficienza propria nell’ordine dell’edificazione cosciente dell’io spirituale? La risposta ci viene suggerita da un testo di san Giovanni della Croce in cui si dice che non soltanto l’espressione simbolica scaturisce da una sovrabbondanza di senso, ma che essa, superiore in ciò al discorso esplicativo, induce ad una partecipazione trasformante:” E perciò, egli scrive, quantunque questi cantici vengano spiegati in un modo determinato, non è per attaccarsi a questa spiegazione; infatti la sapienza mistica, di cui trattano questi Cantici (la quale viene intesa per amore), non ha bisogno di essere capita distintamente per produrre un effetto di amore e di affetto dell’anima, poiché essa è come la fede, mediante la quale amiamo Dio senza conoscerlo “.
Il problema è tanto più sentito nella vita cristiana, in quanto la comunicazione della vita divina avviene mediante i sacramenti che sono segni efficaci della grazia che conferiscono. Ora sarebbe molto strano che fra il segno simbolico e la sua efficacia vi fosse un rapporto arbitrario! Se invece l’adeguazione fra il simbolo e il suo effetto è rigorosa, la presa di coscienza e la meditazione dei significati sacramentali non può che condurre ad una partecipazione più fruttuosa ai sacramenti. Questi opereranno una trasformazione spirituale non soltanto in virtù della disposizione divina per la quale essi sono atti efficaci del Cristo risorto, ma anche in proporzione ad una partecipazione personale più adeguata all’azione significata dai sacramenti.
Oltre alla sfera sacramentale, un altro campo si apre alla percezione simbolica trasformante: quello della vita di Cristo e delle realtà del Regno. Meditando la Scrittura il fedele si trova in presenza di molteplici simboli che deve assimilare; d’altronde, qui, egli non farà mai altro che prolungare l’intenzione degli evangelisti. E’ evidente la simbolica di san Giovanni, che parte da un racconto per proporne subito l’interpretazione; il Cristo è pane, acqua, luce , pastore , ecc. Perfino un evangelista come san Marco non sfugge all’interpretazione simbolica; soltanto che è in lui più velata. Come osserva un commentatore, il simbolismo di Marco di solito si impone in modo brusco. Anche per lui la moltiplicazione dei pani doveva richiamare immediatamente l’idea del pane vero; sfortunatamente lo spirito dei discepoli “era indurito” (Mc 6,52). Lungo tutto il corso dei secoli cristiani, tuttavia, la Scrittura si offre alla contemplazione. Esercitata nello Spirito che dischiude il senso della Scrittura, la contemplazione permette al cristiano di giungere fino alla realtà sostanziale per trasformarsi in essa.

Novembre 19, 2007

SIMBOLO E CONOSCENZA5 – IMMAGINAZIONE E PSICOTERAPIA

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 2:38 pm

volare

Si deve a Robert Desoille l’invenzione di una forma di psicoterapia che si basa sulle proprietà psico-attive dell’immaginazione simbolica: il “reve eveillé dirigé” (sogno da svegli guidato) Nel testo che vi propongo, è lui stesso ad illustrare le caratteristiche di base del suo metodo.

IL SOGNO DA SVEGLI GUIDATO IN PSICOTERAPIA – di Robert Desoille
(Da: Teoria e pratica del sogno da svegli guidato, Edizioni Astrolabio)

Ricordiamo innanzi tutto, senza entrare nei particolari che verranno forniti in seguito, quali sono i mezzi impiegati. Il soggetto viene invitato a fare una fantasticheria. Per facilitarla, è opportuno sottrarre il paziente a qualunque sforzo muscolare e a tutte le eccitazioni luminose e sonore. Quindi la posizione orizzontale, in una stanza semibuia e lontana dal rumore, sarà la migliore.
Le immagini di questa fantasticheria si sostituiscono spontaneamente al linguaggio convenzionale per esprimere i sentimenti vissuti dal soggetto. Costituiscono un “linguaggio intimo”, come ha riconosciuto Politzer, un modo d’espressione arcaico che richiede uno sforzo minore del linguaggio convenzionale. La descrizione di tali immagini, come di quelle del sogno notturno, permette di penetrare nell’intimità affettiva del soggetto. Quindi facendo variare tali immagini, suggerendo situazioni nuove, potremo osservare i comportamenti abituali del soggetto. Per questo lo psicoterapeuta deve intervenire, ma evitando con ogni cura di introdurre nella trama del suo paziente un’immagine che può essergli estranea. L’idea del movimento nello spazio immaginario creato dal soggetto sembra la più efficace. Si possono anche proporre altre idee, a condizione che facciano necessariamente parte dell’esperienza vissuta del soggetto: per esempio, aprire una porta, afferrare un oggetto, ecc.
Come regola generale, gli interventi dello psicologo devono essere semplici stimoli dell’immaginazione, destinati unicamente a provocare la rappresentazione di situazioni nuove, per osservare le reazioni emotive del soggetto di fronte ad esse.
Il movimento è il segno stesso della vita e della libertà. Il paziente ha difficoltà a vivere nella stessa misura in cui l’idea di un movimento si rivela difficile da accettare nel sogno. Ma la direzione del movimento stesso non è indifferente. Seguendo la verticale, sia in ascensione sia in discesa, l’idea del movimento provoca i risultati più completi e nello stesso tempo più inattesi. Soltanto la nozione di “riflesso condizionato nel secondo sistema di segnalazione” permette, dando una spiegazione di questa risposta assolutamente generale, di dimostrare che in tal modo si giunge alle fonti biologiche del sentimento.
In pratica, che cosa constatiamo?
(continua…)

SIMBOLO E CONOSCENZA4 – METAFORE E COMPORTAMENTO

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 12:47 am
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DI LAKOFF-JOHNSON
(Da: Metafore e vita quotidiana, Edizioni dell’Espresso)

La metafora è da molti considerata come uno strumento dell’immaginazione poetica, un artificio retorico, qualcosa insomma che ha più a che vedere con il linguaggio straordinario che con quello comune. Non solo, la metafora è anche tipicamente considerata come caratteristica del solo livello linguistico, una questione di parole piuttosto che di pensiero o di azione. Per questa ragione molti pensano di poter fare benissimo a meno della metafora. Noi abbiamo invece trovato che la metafora è diffusa ovunque nel linguaggio quotidiano e non solo nel linguaggio ma anche nel pensiero e nell’azione: il nostro comune sistema concettuale, in base al quale pensiamo ed agiamo, è essenzialmente di natura metaforica.
I concetti che regolano il nostro pensiero non riguardano solo il nostro intelletto, ma regolano anche le nostre attività quotidiane, fino nei minimi particolari; essi strutturano ciò che noi percepiamo, il modo in cui ci muoviamo nel mondo e in cui ci rapportiamo agli altri. Il nostro sistema concettuale gioca quindi un ruolo centrale nella definizione delle nostre realtà quotidiane.
Se abbiamo ragione a ipotizzare che il nostro sistema concettuale è in larga misura metaforico, allora la metafora viene a rivestire un ruolo centrale nel nostro pensiero, nella nostra esperienza e nelle nostre azioni quotidiane. Normalmente però noi non siamo consapevoli del nostro sistema concettuale; nella maggior parte delle piccole azioni che quotidianamente compiamo, noi semplicemente pensiamo ed agiamo in modo più o meno automatico, seguendo certe linee di comportamento. La difficoltà risiede proprio nel definire cosa sono queste linee.
Una possibilità per individuarle, è prendere in considerazione il linguaggio; infatti, dal momento che la comunicazione è basata sullo stesso sistema concettuale che regola il nostro pensiero e la nostra azione, il linguaggio costituisce un’importante fonte per determinare come è fatto questo sistema.
Basandoci fondamentalmente sulla evidenza linguistica, abbiamo scoperto che la maggior parte del nostro normale sistema concettuale è di natura metaforica. Abbiamo inoltre trovato un modo per cominciare ad identificare in dettaglio quali sono le metafore che strutturano la nostra percezione, il nostro pensiero e le nostre azioni. Per dare un’idea di che cosa significa dire che un concetto è metaforico e che esso struttura una nostra attività quotidiana, consideriamo l’esempio del concetto discussione e della metafora concettuale la discussione è una guerra. Questa metafora è riflessa in una grande varietà di espressioni presenti nel nostro linguaggio quotidiano.
(continua…)

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