Doctor Blue and Sister Robinia

Novembre 19, 2007

SIMBOLO E CONOSCENZA4 – METAFORE E COMPORTAMENTO

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 12:47 am
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DI LAKOFF-JOHNSON
(Da: Metafore e vita quotidiana, Edizioni dell’Espresso)

La metafora è da molti considerata come uno strumento dell’immaginazione poetica, un artificio retorico, qualcosa insomma che ha più a che vedere con il linguaggio straordinario che con quello comune. Non solo, la metafora è anche tipicamente considerata come caratteristica del solo livello linguistico, una questione di parole piuttosto che di pensiero o di azione. Per questa ragione molti pensano di poter fare benissimo a meno della metafora. Noi abbiamo invece trovato che la metafora è diffusa ovunque nel linguaggio quotidiano e non solo nel linguaggio ma anche nel pensiero e nell’azione: il nostro comune sistema concettuale, in base al quale pensiamo ed agiamo, è essenzialmente di natura metaforica.
I concetti che regolano il nostro pensiero non riguardano solo il nostro intelletto, ma regolano anche le nostre attività quotidiane, fino nei minimi particolari; essi strutturano ciò che noi percepiamo, il modo in cui ci muoviamo nel mondo e in cui ci rapportiamo agli altri. Il nostro sistema concettuale gioca quindi un ruolo centrale nella definizione delle nostre realtà quotidiane.
Se abbiamo ragione a ipotizzare che il nostro sistema concettuale è in larga misura metaforico, allora la metafora viene a rivestire un ruolo centrale nel nostro pensiero, nella nostra esperienza e nelle nostre azioni quotidiane. Normalmente però noi non siamo consapevoli del nostro sistema concettuale; nella maggior parte delle piccole azioni che quotidianamente compiamo, noi semplicemente pensiamo ed agiamo in modo più o meno automatico, seguendo certe linee di comportamento. La difficoltà risiede proprio nel definire cosa sono queste linee.
Una possibilità per individuarle, è prendere in considerazione il linguaggio; infatti, dal momento che la comunicazione è basata sullo stesso sistema concettuale che regola il nostro pensiero e la nostra azione, il linguaggio costituisce un’importante fonte per determinare come è fatto questo sistema.
Basandoci fondamentalmente sulla evidenza linguistica, abbiamo scoperto che la maggior parte del nostro normale sistema concettuale è di natura metaforica. Abbiamo inoltre trovato un modo per cominciare ad identificare in dettaglio quali sono le metafore che strutturano la nostra percezione, il nostro pensiero e le nostre azioni. Per dare un’idea di che cosa significa dire che un concetto è metaforico e che esso struttura una nostra attività quotidiana, consideriamo l’esempio del concetto discussione e della metafora concettuale la discussione è una guerra. Questa metafora è riflessa in una grande varietà di espressioni presenti nel nostro linguaggio quotidiano.

LA DISCUSSIONE E’ UNA GUERRA
Le tue richieste sono indifendibili.
Egli ha attaccato ogni punto debole nella mia argomentazione
Le sue critiche hanno colpito nel segno.
Ho demolito il suo argomento.
Non ho mai avuto la meglio su di lui in una discussione.
Non sei d’accordo? Va bene, spara!
Se usi questa strategia lui ti fa fuori in un minuto.
Egli ha distrutto tutti i miei argomenti.

Ciò che è importante sottolineare è che noi non soltanto parliamo delle discussioni in termini di guerra, ma effettivamente vinciamo o perdiamo nelle discussioni: noi vediamo la persona con cui stiamo discutendo come un nemico, attacchiamo le sue posizioni e difendiamo le nostre, guadagnamo o perdiamo terreno, facciamo piani e usiamo strategie, se troviamo una posizione indifendibile, la abbandoniamo e scegliamo una nuova linea di attacco. Molte delle cose che noi facciamo durante una discussione sono in parte strutturate dal concetto di guerra. Sebbene non ci sia un combattimento fisico, c’è tuttavia un combattimento verbale, che si riflette nella struttura della discussione: attacco, difesa, contrattacco ecc. In questo senso la metafora LA DISCUSSIONE E’ UNA GUERRA è una di quelle metafore con cui viviamo in questa cultura: essa struttura le azioni che noi compiamo quando discutiamo.
Provate a immaginare una cultura in cui le discussioni non siano viste in termini di guerra, dove nessuno vinca o perda, dove non ci sia il senso di attaccare o difendere, di guadagnare o perdere terreno. Una cultura in cui una discussione è vista come una danza, i partecipanti come attori, e lo scopo è una rappresentazione equilibrata ed esteticamente piacevole. In una tale cultura la gente vedrà le discussioni in modo diverso, le vivrà in modo diverso, le condurrà in modo diverso e ne parlerà in modo diverso. Ma dal nostro punto di vista, questa gente, probabilmente, non starebbe discutendo ma starebbe semplicemente facendo qualcosa di diverso. Sarebbe strano perfino definire la loro azione come una discussione. Forse il modo più neutro per descrivere questa differenza fra la nostra cultura e la loro, sarebbe il dire che noi abbiamo una forma di discorso strutturata in termini di combattimento mentre loro ne hanno una strutturata in termini di danza. Questo è un esempio di ciò che significa dire che un concetto metaforico, e precisamente la discussione è una guerra, struttura (almeno in parte) ciò che facciamo e come comprendiamo ciò che stiamo facendo nel corso di una discussione. L’essenza della metafora è compren¬dere e vivere un tipo di cosa in termini di un altro. Le discussioni non sono sottospeci di guerre. Le discussioni e le guerre sono cose diverse – discorsi verbali e conflitti armati – e le azioni che vengono compiute sono diverse. Ma una discussione è parzialmente strutturata, compresa, eseguita e definita in termini di guerra. Il concetto è strutturato metaforicamente, l’attività è strutturata metaforicamente, e conseguentemente il linguaggio stesso è strutturato metaforicamente.
Inoltre questo è il modo consueto di avere una discussione e di parlarne: normalmente se parliamo di attaccare la posizione di un altro usiamo precisamente le parole « attaccare la posizione ». Il nostro modo convenzionale di parlare delle discussioni presuppone una metafora di cui non siamo quasi mai consapevoli; tale metafora non è soltanto nelle parole che usiamo, ma nel concetto stesso di discussione. Il linguaggio con cui definiamo la discussione non è né poetico, né fantasioso, né retorico; è letterale: ne parliamo in quel modo perché la conce¬piamo in quel modo, e ci comportiamo secondo le concezioni che abbiamo delle cose.

24 Commenti »

  1. Esatto. Mi piacerebbe conoscere il suo parere su quando tutto questo accade nel web che di discussioni e di metafore è strapieno.

    Commento di Maria Rosaria — Novembre 19, 2007 @ 1:02 am | Replica

  2. Alle discussioni nel web mancano due elementi fondamentali per comprendere appieno le intenzioni dei parlanti: l’acustica e la mimica, che sono i veri interpreti di ciò che ci diciamo con le parole. Perciò quando le discussioni dal livello teorico s’imbarcano in quello delle realazioni esistenziali, il web diventa luogo di proiezioni, equivoci, disinganni brucianti.

    Commento di vbinaghi — Novembre 19, 2007 @ 1:14 am | Replica

  3. Mi scusi, ma ho l’impressione che lei sia uscito fuori tema. Io le avevo fatto una domanda sulle discussioni, non sulle “relazioni esistenziali” che non mi interessano e non mi riguardano.
    Non vedo, per esempio, come scrivere una lettera al direttore d’un giornale e riceverne la risposta, o più semplicemente lasciare un commento su di un blog, il suo magari, possa provocare equivoci, e addirittura “dinganni brucianti”. Non capisco questa drammatizzazione ad una domanda meramente tecnica.

    Commento di Maria Rosaria — Novembre 19, 2007 @ 3:53 am | Replica

  4. Io credo che più che la mancanza di acustica e mimica, alle quali si potrebbe – in linea di principio – sopperire attraverso accorgimenti stilistici, ciò che provoca gli equivoci maggiori sia la mancanza di tempo e la disparità di “investimento” che ciascuno può porre in una certa discussione. Ma d’altra parte penso anche che Internet sia semplicemente grandiosa, data la sua natura asincrona, nel permetterci di “sfruttare” anche frattaglie minime della nostra esistenza. Quanto all’articolo, direi che è chiaro e condivisibile, tuttavia credo che una discussione senza eliminazione di ipotesi (guerra di memi) sarebbe come, in natura, un principio di fecondità senza la limitazione di risorse: privo della conseguente selezione esso semplicemente si ingolferebbe in una marea di chiacchiere indifferenziate. Ora per alcuni Internet è precisamente questo, per me invece è evidente che le cose non stanno così.

    Commento di elioc — Novembre 19, 2007 @ 8:13 am | Replica

  5. L’”ipotesi originaria” pone il linguaggio come scaturito da un gesto di differimento della violenza interumana. Solo legando originariamente il linguaggio alla violenza e al suo differimento è possibile comprenderne la natura reale. Sognare di “danze” ecc. può essere consolatorio ma è un’illusione. Siamo nati da Polemos e possiamo solo negoziare con lui.

    Commento di Fabio Brotto — Novembre 19, 2007 @ 9:46 am | Replica

  6. Buon giorno Valter,
    credo che sia giusto che ogni persona adotti una sua strategia a seconda della discussione in cui si trova ‘imbarcato’, chi dentro di sè non riconosce almeno un briciolo di spirito guerriero?
    Credo sia necessario mantenere sempre un certo distacco emotivo dalle discussioni via Web, che spesso riescono a ferire più che un dialogo diretto,
    credo anche che sia meglio non avere il beneficio della mimica e della acustica….
    nel primo caso potremmo innervosirci ulteriormente, o magari intenerirci,
    mentre nel secondo caso potremmo essere aggrediti dal suono!;-)

    Commento di carlabariffi — Novembre 19, 2007 @ 9:58 am | Replica

  7. Il libro da cui ho tratto il brano ha una tesi centrale che è questa: le metafore ci agiscono, cioè ci condizionano a vivere una certa esperienza in certi termini più che in altri. In Occidente la discussione (anche nelle sue forme più alte, penso alla quaestio disputata della scolastica medioevale) è vissuta come contesa più che come arricchimento reciproco. Un’altra metafora a cui gli autori dedicano un’analisi notevole è “Il tempo è denaro”, che ha segnato la nostra civiltà più d’ogni altra. Il senso del mio post era dimostrare che il simbolismo non ha solo un aspetto semantico, ma anche uno pragmatico: induce comportamenti.

    Commento di vbinaghi — Novembre 19, 2007 @ 10:45 am | Replica

  8. mia convinzione è che qualsiasi espressione culturale dell’uomo, sia nella sua produzione, così come nei suoi prodotti, sedimentato, o ‘output’,
    contenga quello che definisco goccia di puro, ovvero il concetto o costellazione concettuale che significa il tutto per tale espressione,
    una sorta di germe primigenio da cui parte la costruzione della serie di significati e di connessioni che ne derivano.
    a volte il soggetto attivo dell’espressione è conscio di ciò e cerca di gestirla, a volte no e allora il significato prodotto va oltre
    (ma forse si potrebbe dire viene da oltre) lo stesso soggetto.
    la metafora per me è la chiave di accesso principe a questo spazio di produzione di significato.
    in questo senso, acustica e mimica nella comunicazione potrebbero essere ulteriori impedimenti nel protendere alla ‘goccia di puro’,
    ma d’altro canto a volte internet mi appare il luogo della comunicazione de-responsabilizzata, dove non si mira al cuore
    (alias non combattiamo di idee o con altra metafora non cerchiamo il testimone significazionale della comunicazione), non mettiamo cioè in gioco la nostra capacità produttiva di significati, quindi una sorta di non-luogo del parlare scrivendo.
    esempio di ciò che dico porto il racconto della memoria del vecchio al giovane

    Commento di gunny1958 alias graziano — Novembre 19, 2007 @ 11:19 am | Replica

  9. Faccio notare che anche l’espressione “arricchimento reciproco” che tu hai usato come positiva, Valter, e opposta alla “contesa”, ha un’origine definita e legata all’attività economica…

    Commento di Fabio Brotto — Novembre 19, 2007 @ 12:03 pm | Replica

  10. Acustica e mimica nella comunicazione potrebbero essere ulteriori impedimenti nel protendere alla
    “goccia di puro”. Sono assolutamente d’accordo con lei, soprattutto su quella goccia di puro

    Signor gunny 1958 alias graziano, ho una domanda da farle per me molto importante su Vézelay, ma non so dove raggiungerla.

    Commento di Maria Rosaria — Novembre 19, 2007 @ 12:25 pm | Replica

  11. spero di poterle essere d’aiuto
    g.dedionigi@seacomo.com

    Commento di gunny1958 alias graziano — Novembre 19, 2007 @ 12:44 pm | Replica

  12. Esco clamorosamente dal tema, agganciandomi alla prima domanda posta da Maria Rosaria e alla risposta di Valter, con un’affermazione (passatemi il termine) pesante: il WEB è falso, sempre.
    Falso anche nell’azzardo, che è il mio ‘lavoro’: non giocherei MAI d’azzardo via WEB; non vedi la faccia del tuo avversario, non lo senti respirare, non senti l’odore dell’adrenalina.

    E’ come andare in vacanza… guardando i documentari del National Geographic.

    Blackjack

    Commento di Giocatore d'Azzardo — Novembre 19, 2007 @ 12:57 pm | Replica

  13. Signor Blackjack, ritengo la sua opinione condizionata dal lavoro che svolge.
    Lei non si rende conto che sta mettendo in discussione tutti libri, l’arte, i segni che restano nel tempo. Anche quella è comunicazione, e che comunicazione!, con cui confrontarsi o scazzarsi. Senza necessità di mimica o di odori.

    Commento di Maria Rosaria — Novembre 19, 2007 @ 1:41 pm | Replica

  14. Maria Rosaria, la comunicazione artistica inizia dove l’autore si toglie di mezzo e la parola resta l’unica cosa pura e semplice da intendere, il lettore la fa sua come meglio crede. Nella comunicazione esistenziale, invece, la parola è interpretata dalla relazione che c’è tra i parlanti, e il discorso è potenzialmente infinito, come il desiderio.

    Commento di vbinaghi — Novembre 19, 2007 @ 1:59 pm | Replica

  15. Maria Rosaria, mi lascia un attimo basito e pure un po’ perplesso. Vero, non sono sicuramente un intellettuale, sempre che la definizione di intellettuale non possa calzare anche per un giocatore d’azzardo (di intelletto,le posso garantire, se ne deve usare parecchio e quindi l’eccezione potrebbe anche starci, quasi una puntata al buio). Ma non è questo il tema mi pare, epperò non riesco a capire, affermando che il WEB è falso (ed è falso), cosa ci incastri la negazione di libri, simbologia, segni (presentissimi nelle carte e potrei parlarne per mesi, ma le risparmio il supplizio) e compagnia tracciando.

    Un libro… puzza, ha odori, mimica mediata dalle tracce lasciate dai lettori. Così i simboli, col tempo a macerarli, le interpretazioni [diverse] stratificate a inventare nuove storie.

    Ma il WEB? Che odore ha?

    Blackjack.

    Commento di Giocatore d'Azzardo — Novembre 19, 2007 @ 9:00 pm | Replica

  16. Francamente quando leggo un libro vado oltre la fisicità dell’oggetto che ritengo sempre mezzo. Ci sono libri esteticamente bruttissimi, con contenuti eccezionali, e quando mi capita di leggerli, che me ne importa degli odori?
    Non sono nemmeno d’accordo con Binaghi. Io stabilisco sempre un rapporto con l’autore, se riesce a coinvolgermi. E non conta nemmeno che sia vivo o morto. Perchè il contatto si stabilisce su un piano molto più sottile, ben oltre la fisicità.

    Commento di Maria Rosaria — Novembre 19, 2007 @ 9:56 pm | Replica

  17. da ex libraio antiquario le potrei dire che non solo la carta o il libro odora,
    ma canta, come uno dei miei maestri diceva facendo schioccare l’angolo di un libro ante ‘800, quando la carta era carta.
    tutto sommato godere di un testo sono convinto contempli anche il possedere la fisicità del supporto.
    per converso immagini una poesia del leopardi (o testo di chi voglia lei) su carta chimica di scontrino dell’esselunga
    o cartiglio da baci perugina.
    per altri versi sono d’accordo con lei, non è che copulare con un autore possa aumentarne il gradimento.
    nella mia biblioteca c’è una sezione dedicata a libri come opere ommie e uniche al contempo,
    di autori consegnati alla storia da una sola produzione edita.
    quattro nomi su altri: etty hillesum diario 1941-1943, j kennedy toole una congrega di fissati, bruno schulz le botteghe color cannella,
    ma soprattutto aavv antologia degli scrittori morti in guerra (vallecchi 1929)

    Commento di gunny1958 alias graziano — Novembre 19, 2007 @ 10:29 pm | Replica

  18. oops: omnie

    Commento di gunny1958 alias graziano — Novembre 19, 2007 @ 10:31 pm | Replica

  19. Signor Gunny, sicuramente è colpa mia che non riesco a spiegarmi. D’altro canto è argomento difficile. A Napoli ho un’edizione medicea, del Pimandro,pergamena e lacci in pelle, ma qui con me ho una poesia bellissima, scritta da non saprò mai chi, proprio sullo scontrino di un supermercato, luogo detestabile, che è stato infilato di nascosto nella mia borsa.
    Ogni tanto me lo rileggo e spicco un volo.

    Commento di Maria Rosaria — Novembre 19, 2007 @ 11:19 pm | Replica

  20. Eh, me la ricordo la tua mania delle opere uniche, gunny.
    Iniziata con “La stella della redenzione”, o sbaglio?

    Commento di vbinaghi — Novembre 20, 2007 @ 12:18 am | Replica

  21. Mmmmm, c’è il rischio che si stia semplicemente raccontando di lati diversi dello stesso poliedro, oppure che si stia camminando, senza mai incrociarsi, sulla stessa striscia di Moebius. E’ il grosso problema delle discussioni asincrone, senza odori, sensazioni, contatto e tempi diversi.

    E’ il problema delle parole: una volta scritte perdono il significato che gli ha attribuito lo scrivente e l’unico significato, il senso vero, è determinato dall’interpretazione da chi le legge (non è mia, ma di una Scrittrice norvegese della quale non ricordo mai il nome).

    Per contro, quando gioco a carte, vado (quasi) sempre oltre la fisicità del mezzo: non è il mezzo che conta, ma i simboli che si ricombinano fra di loro e il verdetto, a volte assoluto, da rovesciare. Senza però scordarmi che, giocare con un mazzo di ‘plasticone’, è come leggere un libro stampato su carta lucida e neon in ogni dove che sparano sul foglio.

    La poesia sullo scontrino è un’ottima metafora. Trascritta prima che la carta chimica la perda definitivamente? :-)

    Blackjack.

    Commento di Giocatore d'Azzardo — Novembre 20, 2007 @ 2:26 am | Replica

  22. In definitiva, Platone spiega nel Fedro il motivo per cui il suo maestro Socrate non scrisse nulla, e il motivo è proprio questo. In assenza del parlante, le parole sono disponibili a totale arbitrio e possibilità di fraintendimento del lettore.

    Commento di vbinaghi — Novembre 20, 2007 @ 3:13 am | Replica

  23. Blackjack:trascritta nella memoria. Ed anche in quella del computer ovviamente.

    Binaghi: chi scrive per mestiere deve sapersene assumere tutte le responsabilità e i rischi. Sempre. Comunque. Punto.

    Commento di Maria Rosaria Ribolla — Novembre 20, 2007 @ 3:26 pm | Replica

  24. [...] più dispendioso. A Lakoff, autore per me di grande interesse, avevo già dedicato un post e mi ha fatto piacere vedere che proprio dalle sue riflessioni prenda le mosse Girolamo De Michele [...]

    Pingback di MITOLOGIE DEL PADRE di Valter Binaghi « Doctor Blue and Sister Robinia — Novembre 21, 2008 @ 12:24 am | Replica


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