Doctor Blue and Sister Robinia

Dicembre 31, 2007

IL COMMIATO di Ray Bradbury

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 2:38 pm

(Da: Trentaquattro racconti, Mondadori)

nonna

Era una donna con una scopa, o un panno per la polvere, o uno straccio per i pavimenti, o un cucchiaio. La mattina la si vedeva tagliare un tortino, canticchiando, a mezzogiorno mettere i dolci appena sfornati sulla finestra e la sera ritirarli, freddi. Faceva tintinnare le tazze di porcellana come un suonatore di campane svizzero, mettendole a posto. Scivolava per la casa con la regolarità di un aspirapolvere e, cercando, trovando, sistemando ogni cosa. Di ogni finestra faceva uno specchio che tratteneva il sole. Bastava che passasse due volte da qualunque giardino, con la zappa in mano, che i fiori alzavano i loro fuochi tremuli nell’aria calda, nella sua scia. Dormiva tranquilla, e di notte si rigirava solo tre volte, rilassata come un guanto bianco déntro il quale, all’alba, si infilava di nuovo una mano. Quando si svegliava, toccava le persone come se fossero state quadri ai quali raddrizzare la cornice. Ma ora…?
«Nonna» dicevano tutti. «Bisnonna.»
Ora era come se un’enorme somma aritmetica stesse arrivando alla fine.
(continua…)

LEZIONE di Luigi Santucci

Archiviato in: Poesia — vbinaghi @ 2:15 pm

contadina

“Insegnami insegnami mamma
solo ormai credo nella tua scuola.”

“È semplice è semplice figlio
sempre ti accade
la cosa che più ami
sempre ti sfugge
la cosa che più ami
quando più dolce si fa il frutto
devi staccare la bocca.”

Dicembre 30, 2007

IL DINAMISMO DELLA VITA SPIRITUALE di Henri Nouwen

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 2:12 pm

(Da: Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo, Queriniana)

preghiera

Ad ogni modo, si può dire una cosa: in mezzo alle ansie e alle preoccupazioni, che spesso continuano a somigliarsi in maniera scomoda, noi possiamo diventare più consci dei diversi poli tra i quali la nostra esistenza oscilla e si mantiene in uno stato di tensione. Tali poli offrono il contesto in cui possiamo parlare della vita spirituale perché possono essere riconosciuti da chiunque si sforzi di vivere la vita nello Spirito di Gesù Cristo.
La prima polarità riguarda il nostro rapporto con noi stessi. E’ la polarità fra isolamento e solitudine. La seconda polarità forma la base del nostro rapporto con gli altri. E’ la polarità fra ostilità ed ospitalità. La terza polarità, quella finale e più importante, è quella che dà una struttura al nostro rapporto con Dio. E’ la polarità fra illusione e preghiera. Nel corso dell’esistenza non solo ci accorgiamo del nostro miserevole senso di isolamento ma anche del concreto desiderio di solitudine deI cuore; non solo arriviamo alla dolorosa constatazione delle nostre crudeli ostilità, ma anche a quella della speranza di ricevere i nostri fratelli con un’ospitalità incondizionata; e sotto tutto questo non solo scopriamo le infinite illusioni che ci fanno agire come se fossimo padroni del nostro destino, ma anche il dono precario della preghiera che si nasconde nella profondità del nostro Io. Pertanto, la vita spirituale è quel moto costante fra i poli, dell’isolamento e della solitudine, dell’ostilità e dell’ospitalità, dell’illusione e della preghiera. Più ci accostiamo alla confessione dolorosa del nostro isolamento, dell’ostilità, delle illusioni più vediamo la solitudine, l’ospitalità, la preghiera, come parte del panorama dell’esistenza. Anche se, dopo aver vissuto molti anni, ci sentiamo più isolati, più ostili, più illusi di quando quasi non avevamo un passato su cui riflettere, sappiamo, tuttavia, meglio di prima che tutti questi dolori hanno reso più profondo e più acuto il nostro desiderio di abbracciare un nuovo modo di esistere, solitario, ospitale e pio. Perciò, scrivere della vita spirituale è come stampare delle negative. Forse è proprio l’esperienza dell’isolamento che ci permette di provare a tracciare i contorni della solitudine. Forse è precisamente il disgustoso confronto con il nostro io ostile che ci fornisce i termini per parlare dell’ospitalità come scelta concreta, e forse non troveremmo mai il coraggio di parlare della preghiera come vocazione umana senza la scoperta scomoda delle nostre illusioni. Sovente è la selva oscura che ci fa parlare dei campi aperti. La prigione ci fa pensare alla libertà, la fame ci aiuta ad apprezzare il cibo, la guerra ci suggerisce le parole per la pace. Non di rado, la nostra visione del futuro scaturisce dalle sofferenze del presente e la speranza per gli altri dalla nostra disperazione. Raramente un «lieto fine» ci dà la felicità, ma spesso un’ammissione chiara e sincera delle ambiguità, delle incertezze e delle dolorose condizioni dell’esistenza ci dà una nuova speranza. Il paradosso consiste nel fatto che la vita nuova nasce dai travagli di quella antica.
La vita di Gesù ci ha fatto capire chiaramente che la vita spirituale non permette aggiramenti. Se aggiriamo l’isolamento, la ostilità e l’illusione non arriveremo mai alla solitudine, all’ospitalità e alla preghiera. Non sapremo mai di sicuro se realizzeremo la nuova vita che possiamo scoprire già al centro di quella antica. Forse moriremo nell’isolamento, nell’ostilità, portando con noi stessi, fino alla tomba, le nostre illusioni. Sembra che molti lo facciano. Ma quando Gesù ci domanda di prendere la croce e di seguirlo (Mc 8,34) noi riceviamo un invito ad estenderci di gran lunga oltre la nostra miseria e peccaminosa condizione per dar forma ad un’esistenza in cui sono implicite le grandi cose che per noi si preparano.

Dicembre 29, 2007

UN LIBRO FELICEMENTE CRISTIANO E ANTIMODERNO

Archiviato in: Pensiero, recensioni — vbinaghi @ 2:16 pm

NICOLAS GOMEZ DE AVILA - TRA POCHE PAROLE - ADELPHI

adelphi

Dobbiamo questo prezioso florilegio a Stefano Borselli, su Il Covile.

Il mondo moderno non è una calamità definitiva. Esistono depositi clandestini di armi.

Dato che Marx dice chiaramente che le forze produttive di una società alla fine ne determinano la struttura, e dato che, d’altro canto, le forze produttive dell’attuale società comunista e quelle dell’attuale società capitalista sono chiaramente le stesse, Marx di fatto mostra che la differenza tra capitalismo e comunismo può consistere soltanto nella differenza passeggera tra alcuni dei loro aspetti giuridici. La società industriale comunista e la società industriale capitalista schiacciano l’uomo sotto lo stesso peso.

In un secolo in cui i mezzi di comunicazione divulgano infinite stupidaggini, l’uomo non si definisce colto per quello che sa ma per quello che ignora.

Forse non c’è scempiaggine pari a quella di passare la vita a leggere scrittori mediocri perché nostri contemporanei.

L’uomo moderno teme il potenziale distruttivo della tecnica, mentre è il suo potenziale costruttivo la vera minaccia.

Il cristiano di oggi non si cruccia del fatto che gli altri non sono d’accordo con lui, ma del fatto che lui non è d’accordo con gli altri.

Il cattolico progressista vorrebbe restaurare il cristianesimo primitivo imitando il moralismo umanitario dei chierici miscredenti del Settecento.

Il primato di san Pietro disturba il clero progressista, il misticismo di san Giovanni lo annoia, la teologia di san Paolo lo irrita. Non sarà che il suo patrono è l’apostolo dotato di coscienza sociale, colui che protestò contro lo spreco cerimoniale di unguenti e propose di vendere la mirra liturgica per dividere il ricavato tra i poveri?

Per stupido che sia un catechismo, lo è sempre meno di una personale professione di fede.

Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che credono nel peccato originale e gli sciocchi.

CONIGLI SOTTO LA LUNA di Dino Buzzati

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 1:51 am

(Da: La boutique del mistero, Mondadori)

coniglio

Nel giardino la luna, e quel profumo d’erba e piante che ricorda certe lontanissime mattine (saranno mai esistite?) quando alle prime luci, con gli scarponi e il flobert, si usciva a caccia. Ma adesso c’è la luna quieta, le finestre sono spente, la fontana non getta piú: silenzio. Sul prato quattro cinque piccole macchie nere. Ogni tanto si muovono con buffi salti veloci, senza il minimo rumore. All’ombra delle aiole, come aspettando. Sono i conigli. Il giardino, l’erba, quell’odore buono, la quieta luna, la notte cosí immensa e bella che fa male dentro per incomprensibili ragioni, tutta la notte meravigliosa è loro. Sono felici? Saltellano a due a due, non viene dalle loro zampe il piú lieve fruscio. Ombre, si direbbero. Minuscoli fantasmi, genietti inoffensivi della campagna che intorno dorme, visibile sotto la luna a grandissima distanza. E debolmente splendono anche le remote pareti bianche di roccia, le montagne solitarie. Ma i conigli stanno con le orecchie tese, aspettano, che cosa aspettano? Sperano forse di poter essere ancora piú felici? Là, dietro al muretto, nel cunicolo che viene dal tombino, dove all’alba si nascondono a dormire, è tesa la tagliola. Loro non lo sanno. Neppure noi sappiamo, quando insieme agli amici si gioca e ride, ciò che ci attende, nessuno può conoscere i dolori, le sorprese, le malattie destinate forse all’indomani. Come i conigli noi stiamo sul prato, immobili, con la stessa inquietudine che ci avvelena. Dove è tesa la tagliola? Anche le notti piú felici passano senza consolarci. Aspettiamo, aspettiamo. E intanto la luna ha compiuto un lungo arco nel cielo. Le sue ombre di minuto in minuto diventano piú lunghe. I conigli, con le orecchie tese, lasciano sull’erba illuminata mostruose strisce nere. (…)
Al lume favoloso della luna cantano i grilli.

Dicembre 28, 2007

IL CANE SCAPPATO di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 11:17 am

(Da: Robinia Blues, Dario Flaccovio Editore 2004)

husky

Il cane è scappato, è la prima volta.
Alla finestra immagino i rumori nel bosco al suo passaggio, annuso gli odori, la grazia riconquistata della bestia.
A letto, nel buio, ascolto il corpo che pesa, leggera pressione all’altezza del fegato, congestione bronchiale da fumatore, polpacci indolenziti, occhi che bruciano. E lo spirito che si libra sopra questa carcassa e la osserva dall’alto, e potrebbe – io lo so che potrebbe – sfuggire come uno spiffero dalla finestra socchiusa e involarsi nel bosco.
Al mattino il cane torna stanco e puzzolente, con gli occhi splendenti di una sapienza infinita. Va a sdraiarsi sotto il fico. Sazio di corsa e di sangue, non degna di uno sguardo la ciotola ricolma.

Dicembre 27, 2007

IL CANE di Ivan Turgenev

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 8:13 pm

(Da: Poemi in prosa, Edizioni Paoline)

caNE

Siamo in due nella stanza: il mio cane e io. Fuori urla una violenta bufera spaventosa. Il cane è accucciato davanti a me e mi guarda negli occhi. Anch’io lo guardo negli occhi. E’ come se volesse dirmi qualche cosa. E’ muto, non ha la parola, addirittura non capisce se stesso, ma io lo capisco. Capisco che in questo momento e in lui e in me vive l’identico sentimento, che tra noi non c’è alcuna differenza. Siamo identici: in tutt’e due arde e splende la stessa trepidante fiammella.
La morte ci piomberà addosso, agiterà su noi la sua ala fredda, larga… E poi la fine !
Chi saprà distinguere allora quale fiamma ardeva in ciascuno di noi? No ! non è un animale e non è un uomo che si scambiano gli sguardi… Sono due paia di identici occhi fissi l’uno nell’altro. E in questi occhi, sia nell’animale che nell’uomo, un’unica e medesima vita si stringe timidamente all’altra.

IL LEONE E IL CANE di Lev Tolstoj

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 1:08 am

(Da: I quattro libri di lettura, Longanesi)

leone

C’era a Londra un serraglio in cui si poteva entrare anche consegnando al proprietario, in luogo di denaro, cani o gatti da dare in pasto alle belve.
Un povero, che non aveva denaro, volle, un giorno, vedere le fiere. Per la strada aveva raccolto un piccolo cane randagio che portò al serraglio. Fu lasciato entrare. Il cagnolino venne gettato nella gabbia del leone perché questi se ne pascesse.
Il cagnolino si mise la coda fra le gambe, si rannicchiò in un angolo. Il leone s’avvicinò e lo fiutò un istante. Il cane allora si mise sulla schiena, con le zampe in aria, e dimenò la coda. Il leone lo tastò con la zampa e lo costrinse a rimettersi in piedi. Il piccolo cane si alzò e gli fece le moine.
Il leone lo seguiva con gli occhi, dondolando la testa ora a destra ora a sinistra, e non lo toccava. Quando il guardiano del serraglio gli ebbe lanciata la sua razione di carne, il leone ne staccò un pezzetto che lasciò per il cagnolino. Verso sera, quando il leone si coricò per dormire, il cagnolino si stese presso il leone e gli mise la testa su una zampa.
Da quel giorno, il cagnolino non abbandonò più la gabbia. Il leone lo lasciava tranquillo. Mangiavano e dormivano di buon accordo, e qualche volta il leone giocava con lui.
Un giorno, un signore che visitava il serraglio riconobbe il suo cagnolino; e domandò che gli fosse restituito. Il direttore del serraglio acconsentì; ma quando si chiamò il cagnolino per farlo uscire dalla gabbia il leone si raddrizzò sulle zampe e ruggì.
Il leone e il cagnolino vissero un anno intero nella medesima gabbia, quando un giorno il cagnolino si ammalò e morì. Il leone rifiutò il cibo, non smetteva di fiutare la bestiola, la carezzava, la scoteva con la zampa.
Quand’ebbe capito che il suo compagno era morto, diede un balzo, arruffò il pelo, si batté i fianchi con la coda, si gettò contro le sbarre e si mise a rodere i catenacci della gabbia e a mordere le assi del pavimento. Il suo furore durò tutto quel giorno: percorreva senza sosta la gabbia avanti e indietro e ruggiva. Soltanto verso sera, calmatosi, si coricò, accanto al morticino. Il guardiano voleva portar via il cadavere, ma il leone non lasciava avvicinare nessuno.
Il direttore pensò di calmare il dolore del leone mettendo nella sua gabbia un altro cagnolino vivo. Immediatamente il leone lo sbranò. Poi prese il piccolo cane morto fra le sue zampe e restò coricato cinque giorni, tenendolo così abbracciato.
Il sesto giorno morì.

Dicembre 25, 2007

QUANDO MI CHINO di J.R. Jimenez

Archiviato in: Poesia — vbinaghi @ 9:12 pm

(Da: Canzoniere dell’amore coniugale, Cappelli)

donna che dorme

Quando mi chino sulla tua anima, mentre dormi, e ascolto, col mio orecchio
sul tuo petto nudo,
il tuo cuore tranquillo, mi sembra
di cogliere, nel suo battito profondo,
il segreto del centro
del mondo.
Mi sembra
che legioni d’angeli,
su cavalli celesti
- come quando a notte
fonda ascoltiamo, senza respiro
e con l’orecchio a terra,
un lontano trotto che mai arriva -
che legioni d’angeli
vengano per te, da lontano
- come i Re Magi
alla nascita eterna
del nostro amore -
vengano per te, da lontano,
a portarmi, nel tuo sogno,
il segreto del centro del
cielo.

PREGHIERA PER MIO FIGLIO di W.B. Yeats

Archiviato in: Poesia — vbinaghi @ 9:12 pm

(Da: La Torre, Rizzoli)

fuga in egitto

Ordina a un forte spirito di stare al suo capezzale
Così che il mio Michael possa dormire sodo,
E non urlare, non rigirarsi nel letto,
Finché non giunga il suo pasto mattutino;
E possa, dileguando il crepuscolo,
Tener lontano ogni timore fino al ritorno del mattino,
Perché a sua madre non venga a mancare
Tutto il sonno che occorre.

Ordina allo spirito d’impugnare una spada: Perché certuni (io dichiaro
Che tali cose diaboliche esistono davvero)
Hanno in mente d’ucciderlo; essi sanno
Di qualche fiero atto o pensiero
Scritto nel suo futuro
E vorrebbero farlo fallire
Per odio degli allori.

Benché Tu possa creare ogni giorno
Ogni cosa dal nulla, e insegnare
A cantare alle stelle del mattino,
Ti sono mancate parole ben distinte
Per dire il più semplice bisogno,
E gemendo sul ginocchio d’una donna
Hai conosciuto fino in fondo l’ignominia
Della carne e delle ossa;

E quando per tutta la città s’avventarono
I servi del Tuo nemico,
Una donna ed un uomo,
Se le sacre scritture non mentiscono,
Fuggirono per luoghi impervi e piani,
Fertili e desolati,
Proteggendoti, finché passò il pericolo,
Con l’amore più umano.

Dicembre 24, 2007

IL RITORNO DEGLI ICONOCLASTI

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 3:13 am

Alain Besançon intervistato da Lucetta Scaraffia
[Da “Vita e Pensiero” n. 2, marzo-aprile 2004]

icona

Alain Besançon è uno degli intellettuali francesi più attenti alla Chiesa cattolica e a quello che i francesi hanno preso a chiamare – forse per prendere le dovute distanze – “le fait réligieux”. Besançon non si preoccupa invece di prendere distanze, ma rivela senza problema la sua appassionata preoccupazione per il futuro del cristianesimo in Europa. Come si vede chiaramente in una sua recente raccolta di saggi su questo tema, intitolata “Trois tentations dans l’Eglise”. E di questi temi – le prospettive della religione e l’arte, soprattutto – ha accettato di parlare per “Vita e Pensiero”. Nella sua bella casa nel cuore di Parigi, sulla “rive gauche”, fra antiche icone e bellissimi quadri di soggetto sacro, rivela subito che una delle sue prime preoccupazioni è senza dubbio la crescente ignoranza della tradizione cristiana da parte delle giovani generazioni:
“Si tratta veramente di un disastro di dimensioni drammatiche. Le cause possono essere fatte risalire alla decadenza della cultura cattolica e alla deriva umanitaria e sociale che ha preso il cattolicesimo negli ultimi decenni. Ai ragazzi si insegna, giustamente, a essere gentili, a non essere razzisti, a dimostrarsi sensibili ai problemi sociali, ma non la religione. E uno dei motivi principali di questa decadenza è la fine del metodo tradizionale d’insegnamento del catechismo, che una volta s’imparava a memoria. È vero, come molti hanno denunciato criticamente, che i ragazzi spesso imparavano senza capire, senza fare propri gli insegnamenti religiosi e morali, e nell’adolescenza tendevano a distaccarsene. Nonostante questo, restava nella loro mente un segno profondo, una memoria solida della tradizione religiosa. E quando, divenuti adulti, sentivano rinascere un interesse spirituale, avevano a disposizione questa memoria sedimentata alla quale tornare”.
“Oggi, l’esperienza religiosa vissuta da ragazzi – sottolinea Besançon – è solo di tipo sentimentale ed emotivo, viene dimenticata rapidamente e non c’è più nulla a cui tornare. La Chiesa non trasmette più una tradizione di storia sacra, e in questo senso sembra di assistere a un ritorno del marcionismo, l’antica eresia di Marcione che nel secondo secolo aveva rifiutato in blocco il giudaismo, e quindi anche le sue Scritture sacre, l’Antico Testamento dei cristiani. Ci si limita soltanto a una religione umanitaria e democratica, sempre più simile a quello che si sente continuamente ripetere in televisione”.
Uno dei segni più evidenti della crisi della cultura cristiana è senza dubbio la decadenza dell’arte sacra che – come sostiene Besançon in “L’image interdite”, un bellissimo e importante volume che è stato tradotto in molte lingue ma, stranamente, non in italiano – sembra aver fatta propria l’iconoclastia dell’ottavo secolo, condannata dal secondo concilio di Nicea nell’anno 787. In questo libro Besançon confronta i due momenti storici che segnano la sparizione del volto di Cristo – cioè il periodo iconoclasta, che durò fin verso la metà del nono secolo, e l’arte contemporanea – e fa rilevare, tra l’altro, che quando scompare il volto di Dio scompare anche quello dell’uomo e l’arte si vota a un astrattismo di matrice nichilista.
(continua…)

Dicembre 23, 2007

INCARNAZIONE E PSEUDOINCARNAZIONE2 di Marcel De Corte

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 10:58 am

In Trouble et lumière, Etudes carmélitaines, pp. 161 et ss.
Traduzione di Caterina Saletti

microcosmo

Il fatto che la sostanza umana sia scissa, ferita, instabile e che questa disunione si collochi tra lo spirito e l’anima, provocando uno squilibrio che la fa sbandare tanto da un lato quanto dall’altro, è così evidente che toglie la vista e comporta conseguenze importanti. Lo specifico dell’anima, principio della vita, è di adattarsi al reale, di aprirsi alla luce dell’essere, di attingere da lui il nutrimento perché la sua incarnazione la pone in immediata relazione con lui e la armonizza direttamente con i grandi ritmi dell’universo e con il mistero ontologico di cui quest’ultimo è carico. E’ certo questo il punto più commuovente, ignorato da una certa mentalità moderna che, contrariamente alle epoche precedenti, soffre di un’ipertrofia dello spirito oggettivante il cui unico impegno, una volta separato dall’anima e dalle sue risorse, è quello di introdurre, bene o male, i propri schemi a priori nell’esistenza che li rinnega. Il disagio dell’uomo contemporaneo davanti allo spettacolo di un mondo che rifiuta di obbedire ai suoi ordini via via che estendiamo su di esso il nostro illusorio dominio, non ha altra origine se non nella malsana ignoranza del ruolo dell’anima in noi. E’ strano constatare che l’uomo moderno non sa più sentire. Conosce soltanto il contatto esterno e brutale con il mondo, oppure ancora – e ciò spiegherebbe la sovrabbondanza delle nevrosi e degli squilibri psichici che osserviamo – non si collega con l’ordine dell’universo se non grazie a qualche fibra leggera che è incapace di alimentarlo e che lo costringono a nutrirsi di se stesso e della sua povertà. L’uomo manca d’anima e, nella maggior parte delle sue azioni, sembra inaridita la facoltà di essere in comunione con il reale, facoltà che presuppone la potenza di comunicare con ciò che fa appello alla sensazione. D’altra parte è per questo che egli sostituisce continuamente alla natura i prodotti del suo artificio che pongono rimedio alla sua carenza di base, e che gli consentono di mantenersi in vita: perduto nel mondo, aspira a creare un mondo completamente nuovo, adattato alla sua condizione ed in cui potrebbe infine respirare.
(continua…)

INCARNAZIONE E PSEUDOINCARNAZIONE1 - di Marcel De Corte

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 10:53 am

In Trouble et lumière, Etudes carmélitaines, pp. 161 et ss.
Traduzione italiana di Caterina Saletti

uomo vitruviano

Partiremo in questa sede da un’esperienza elementare, del tutto sdegnata dai filosofi o dai teologi di professione, ma la cui frequenza è tale che possiamo a buon diritto considerarla come rivelatrice dell’essenza concreta dell’uomo.
Un’affermazione qualsiasi: “Ti amo”, per es., oppure “Dio esiste” può affermare l’essere in due modi essenzialmente diversi. Essa verte su un oggetto il cui coefficiente di esistenza può oscillare tra il tutto e il niente, a seconda della sua origine. Il “ti amo” di Tristano ad Isotta non ha certamente lo stesso contenuto ontologico della stessa dichiarazione che si scembiano due amanti uniti dalla Venere plebea. L’affermazione dell’esistenza di Dio pronunciata da un predicatore senz’anima che ripete meccanicamente una predica cento volte pronunciata, non ha la stessa profondità metafisica e soprannaturale di quella che sentiamo in bocca ad un apostolo. Una certa frase di Platone, Aristotele o S. Tommaso si ritrova identica in ogni manuale di filosofia, ma secca ed immobilizzata come una foglia in un erbario. Si potrebbero moltiplicare gli esempi, prenderli da altri settori, e dimostrare che ogni attività umana, qualunque essa sia, è originata da due sorgenti differenti, malgrado la loro apparente identità di espressione.
Si replicherà certamente che questa pluralità originaria è in effetti una pluralità indefinita che discende dall’irriducibile soggettività di ciascuno. Si aggiungerà poi che tra questi due estremi si collocano una serie innumerevole di fasi intermedie le cui personali sfumature digradano da un estremo all’altro di un vasto ventaglio. Una simile osservazione non è falsa, ma secondo noi è insufficiente. Importa effettivamente sottolineare che l’atteggiamento dell’uomo di fronte all’essere – usiamo consapevolmente questo vocabolo metafisico – non può che concepirsi in due modi: o l’uomo prova la sua relazione organica con l’essere, o il contrario. Tutte le sfumature individuali si distribuiscono entro questi due comportamenti fondamentali che contrastano e si oppongono tra loro. Costituiscono semplici differenze quantitative di intensità che si stendono su due gamme qualitativamente differenti.
Qualunque siano i nostri rapporti con il reale, su qualsiasi piano si pongano, le nostre azioni assumono due significati che non si sovrappongono, a seconda che essi derivino dallo spirito oppure che essi sgorghino dall’anima; più precisamente, a seconda che essi risultino derivare dalla facoltà, data all’uomo, di ripiegarsi su se stesso e di non comunicare se non con sé - facoltà che chiamiamo spirito – oppure che sgorghino spontaneamente dalla nostra capacità di comunione con l’essere – facoltà che chiamiamo anima o principio vitale. Come afferma Cournot per giustificare il suo transrazionalismo, “le parole anima e spirito non hanno lo stesso significato. Un uomo può avere spirito grossolano ed anima delicata, spirito vigoroso ed anima debole. Chi si azzarderebbe a confondere la direzione delle anime e quella degli spiriti?”.
(continua…)

Dicembre 22, 2007

LA VITA IMPIGLIATA IN RETE di Antonio Scurati

Archiviato in: Cronache, Pensiero — vbinaghi @ 8:52 pm

(Da: LA STAMPA, 22 dicembre 2007)

garlasco

Una sorta di giudizio universale anticipato. A questo sembra esporci il combinato composto delle tecnologie informatiche, televisive e telematiche. Quando nella Valle di Giosafat saremo chiamati a veder la nostra vita sciorinata innanzi agli occhi dell’umanità, quello scrutinio finale non sarà che una replica di quello a cui siamo stati sottoposti qui sulla Terra. Con la sola differenza che l’occhio onnisciente di Dio si sostituirà all’occhio tecnologico della sorveglianza totale. Ci induce a pensarlo l’ultima svolta nelle indagini di Garlasco. Gli esperti informatici hanno rintracciato nella memoria del computer del fidanzatino presunto assassino l’orma di perversi percorsi pedopornografici che il biondino credeva cancellati per sempre. Ora forse il delitto trova un movente nella feroce determinazione a non vedere scoperte inconfessabili inclinazioni sessuali. La rete non perdona. La tecnologia non fa sconti. Tutto il nostro passato, tutto quello che abbiamo fatto o che siamo stati, ci sarà imputato. Camminiamo sotto un cielo di ricognizione piena e totale. Al solo pensiero ci coglie la vertigine: chi di noi può reggere il peso di tutto se stesso agli occhi del mondo?
Continua qui.

IL BAMBINO CHE GIOCA di Franco Fortini

Archiviato in: Poesia — vbinaghi @ 2:33 pm

(Da: Questo muro, Milano Mondadori 1973)

vecchio e bambina

Il bambino smise di giocare
e parlò al vecchio come un amico.
Il vecchio lo udiva raccontare
come una favola la sua vita.

Gli si facevano sicure e chiare
cose che mai aveva capite.
Prima lo prese paura poi calma.
Il bambino seguitava a parlare.

Dicembre 21, 2007

CONTRO LA PENA DI MORTE. MA ANCHE CONTRO L’ONU

Archiviato in: Cronache, Pensiero — vbinaghi @ 1:55 pm

DI CARLO GAMBESCIA

onu

Potete leggere il pezzo qui, su “Metapolitics”

PICCOLA MANO di Diego Valeri

Archiviato in: Poesia — vbinaghi @ 1:37 pm

(Da: Poesie, Mondadori)

manina

Momi, tu vuoi ch’io tenga la tua piccola mano
(oh calda e molle e dolce, come uccellino implume),
così, nella mia mano tutta raccolta e chiusa;
però ch’io son la forza onnipotente e buona
che fuga il male tristo e le fosche paure,
e comanda alla vita, e regna sul destino.

E non sai, creatura mia, che il tuo babbo grande
è un bambino anche lui: un piccolo bambino
smarrito fra i terrori della terra e del cielo;
un povero bambino che dentro sé si strugge
di non poter posare nella mano di Dio
la sua mano impotente e il suo fragile cuore

Dicembre 20, 2007

UN LIBRO FELICEMENTE REAZIONARIO

Archiviato in: Pensiero, recensioni — vbinaghi @ 8:29 pm

Nicolas Gomez Davila - In margine a un testo implicito - Adelphi

gomez davila

“Se i pessimisti profetizzano un futuro di macerie, i profeti ottimisti sono ancor più raccapriccianti quando annunciano la città futura in cui viltà e tedio dimoreranno in alveari intatti”

“Il popolo non elegge chi lo cura ma chi lo droga”

“La passione egualitaria è una perversione del senso critico: atrofia della facoltà di distinguere”

“Quando gli uomini si vantano di avere libere opinioni, pullulano incurabili pregiudizi”

“Le prediche progressiste hanno provocato una tale perversione che più nessuno crede di essere quello che è, ma quello che non è riuscito ad essere”

“Questo secolo sprofonda lentamente in un pantano di sperma e di merda. Per maneggiare gli avvenimenti attuali gli storici futuri dovranno mettersi i guanti”

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