
E’ di moda criticare il ‘68, ci dicono: ma non è mica tutto da buttare. Daccordissimo.
Infatti credo che gli anni Sessanta abbiano espresso istanze di genuino e democratico rinnovamento, che però, soprattutto in Italia, sono state quasi subito fagocitate da una sinistra fondamentalmente statalista e giacobina, che ha barattato l’emancipazione delle menti con la burocrazia dei diritti: risultato, l’istruzione dequalificata e obbligatoria.
Eppure istanze antiburocratiche e antiautoritarie furono sollevate all’epoca, contro il sistema dell’istruzione pubblica, e le tre voci che ho raccolto qui non sono tra le meno autorevoli.
Cosa resta di tutto questo, che forse dell’effervescenza di quegli anni era la parte migliore?
Poco, direi, visto che, proprio grazie alle generazioni di politici e sindacalisti partorite dal ‘68 la scuola è diventata il diplomificio che è, gl’insegnanti gl’impiegatucci che sono, il sapere la ratifica del senso comune, orfano di qualsiasi autentico spirito di ricerca.
Alle origini dell’istruzione obbligatoria
“Napoleone crea il modello di Nazione centralizzata in vista della sua rapida mobilitazione da parte dello Stato. Si tratta di allineare i corpi attraverso la coscrizione universale e obbligatoria; gli spiriti con l’istruzione universale e obbligatoria; e le curiosità con la stampa pilotata, che si alimenta di sole agenzie nazionali. Queste tre ambizioni giacobine, lungamente combattute da tutti i libertari, finiscono per trionfare, pressoché in contemporanea, in quasi tutti i Paesi d’Europa, poco dopo 1880.
Le due guerre mondiali del 1914 e del 1939 sono i risultati inevitabili del nazionalismo statalista, e per retroazione lo rinforzano. Sia che lo Stato si professi apertamente totalitario, sia che si faccia ancora passare per liberale, la Scuola diventa uno strumento di condizionamento economico e militare. (…)
Perché è assolutamente necessario che tutti facciano la stessa cosa nello stesso tempo? Perché questa disciplina della classe che non è per nulla una disciplina dello spirito? Questa “correzione” contraria ad ogni senso creativo - e che consiste nel non “debordare” quando si colora un’immagine?
Perché bisogna ridurre il bambino - considerato come una materia prima - alla docilità dell’uniformità?
Perché lo scopo tacito e ultimo della Scuola è di formare agenti di accrescimento del Pil se ci si riferisce agli Stati Uniti; dei soggetti obbedienti ad una Nazione, pronti al sacrificio militare, se si è in Europa occidentale; o infine dei militanti telecomandati all’interno dei Paesi totalitari. (Queste tre motivazioni esistono in verità ovunque; ma in modo piuttosto ineguale)”.
(Denis de Rougemont - I misfatti dell’istruzione pubblica)
L’alunno moderno
“La sua immaginazione, sottomessa alla regola scolastica, si lascia convincere a sostituire all’idea di valore quella di servizio: che immagini, in effetti, le cure necessarie alla salute e non vedrà altro rimedio che il trattamento medico. Il miglioramento della vita comunitaria passerà attraverso i servizi sociali; confonderà la sicurezza individuale e la protezione della polizia, quella dell’esercito e la sicurezza nazionale, la lotta quotidiana per sopravvivere e il lavoro produttivo. Salute, istruzione, dignità umana, indipendenza, sforzo creativo, tutto dipende allora dal buon funzionamento delle istituzioni che pretendono di servire a questi scopi, ed ogni miglioramento non si concepisce più che con lo stanziamento di finanziamenti supplementari agli ospedali; alle scuole e a tutte le organizzazioni interessate”.
(Ivan Illich)
Imparare sul serio
“Verrà il giorno - e forse è già venuto - in cui i bambini impareranno molto di più e molto più velocemente a contatto con il mondo esteriore che nell’aula scolastica… GLi innovatori in materia di istruzione si compiacciono di raccontare che i bambini della scuola materna passano la ricreazione a discutere sulla velocità, sul raggio d’azione e sulle caratteristiche di volo dell’ultimo aereo supersonico, dopodiché ritornano in classe ad allineare ancora qualcuna di quelle buone vecchie aste… “
(Marshall Mac Luhan, “Mutations”).