
L’altro giorno, all’intervallo sono uscito come al solito nel cortile della scuola per una sigaretta. A quell’ora il cortile è pieno di capannelli che progettano serate al pub e varia umanità, e qualche coppietta appartata che si sbaciucchia dietro un albero.
Senza volerlo, mentre passeggiavo, mi sono trovato a una ventina di metri da una di queste. Si baciavano non proprio svogliatamente, ma con una tale alternata puntualità, riaccostando le bocche dopo essersi sussurrati qualcosa, da far pensare già a un rituale.
Lui era voltato dalla mia parte, e mi ha visto arrivare. A quel punto l’ha stretta con maggiore forza, e si è attaccato alle sue labbra con una foga divorante. Lei ha sussultato leggermente, stupita dell’assalto, poi ha visto me con la coda dell’occhio e ha corrisposto appassionatamente.
Ci si può leggere l’esibizione dispettosa: ecco, vecchio stronzo, quello che tu ti puoi scordare. Ma è stupidamente, gratuitamente cattiva: i ragazzi non sono così.
E’ il mio sguardo che li ha svegliati: ha svegliato lui, ha letto nel mio sguardo un possibile desiderio, e ha ritrovato in sè il fuoco del proprio. Più sociale che biologico: lei è ancora più desiderabile se tutti la vogliono. Ha svegliato lei: lo slancio rinnovato è un richiamo irrefrenabile per il cuore giovane.
Nella mia adolescenza, l’occhio persecutorio che ci seguiva negli angoli bui era quello del catechismo jahvista, lo scrutatore delle impurità, l’obbligo della confessione e il fiato pesante del prete. Siamo cresciuti tra il digiuno dichiarato e il furto di pere dall’albero, col cuore in gola.
Lisa e i suoi coetanei sono liberi da tutto questo, ma non dal riflettore che sentono puntato su di sè, un censore fattosi tutto esterno e collettivo che non legifera su quanto ma su come, l’approvazione estetica di un pubblico ideale, che trasforma ogni espressione in spettacolo, e i pensieri in prove tecniche di trasmissione.
Del Super Io non ci si libera, nè dei panni cacati di Edipo, ma per fortuna col tempo gl’impulsi all’azione si riducono, e così anche le contrattazioni con l’ultima versione di Jahvè. Benvenuta vecchiaia.
A diciott’anni la giovinezza sembra l’unica verità di questo mondo, a cinquanta un’illusione inevitabile. A posteriori pensi che senza quella stagione dissennata avresti avuto meno frustrazioni, miglior carattere, più facile saggezza. Ma non è così.
Senza quella, non avresti avuto voglia di continuare.
E’ lì che la vita ha avuto per la prima volta sapore.
L’astuzia previdente della natura, che ti vuole attivo fino all’accudimento della prole.
Matrigna finchè si vuole, ma che ci tiene a mantenersi giovane, e mica scema.