Doctor Blue and Sister Robinia

Aprile 5, 2008

IL MIO NUOVO ROMANZO - Un estratto

Archiviato in: Bacheca — vbinaghi @ 4:35 pm
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Dall’8 aprile in libreria

VALTER BINAGHI - DEVOTI A BABELE - PERDISA POP

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“Infermiere, sto male”
“Male dove?”
“Dappertutto. E’ la crisi, mi chiami il medico, per favore.”
“Il medico è in visita al piano di sopra, comincia a dire a me”
“Mi devo fare. Se no muoio. Morfina cloridrata, metadone. Non mi dica che non ce n’è”
E’ scafato, sa di medicina quanto gli basta per evitare guarigioni.
“Niente da fare”
“Mi chiami il medico”
“E’ la prescrizione del medico. Niente altro che sedativi, se ne vuoi.”
“Ma cosa vuol dire?”
“Vuol dire che mentre sei qui ti levi la scimmia, per amore o per forza”
E se ne va lasciandolo a smaniare.
Ha la flebo nel braccio, non può nemmeno muoversi dal letto.
“Bastardi, bastardi, non ce la faccio, per favore, bastardi, cosa vi costa? Una fiala, una sola fino a domani e poi me ne vado. Bastardiiii”

La sciattona claudicante in vestaglia rosa ha finalmente mollato il telefono, dopo avere sciorinato alla nuora la lista interminabile dei suoi disguidi gastro-intestinali e quant’è bello il dottore e quant’è stronza l’infermiera e quant’è scipito il puré, mentre Arvo batteva i denti a tre metri di distanza, avvolto nella vestaglia di velluto del padre defunto, nel corridoio scalpicciato dagli zoccoli bianchi del personale paramedico. Ha già il gettone in mano, si butta sull’apparecchio, compone il numero con mani tremanti.
“Giorgino?”
“Giorgino non c’è. Chi sei?”
“Sono…mi chiamo Arvo. Dov’è Giorgino?”
“L’ha preso la Madama in piazza. Sono Spina. Ho io le chiavi di casa, e il resto”
Un sospiro. Non sa chi è quel tizio, ma è chiaro che ha lui la roba.
“Spina, sono un amico di Giorgino. Amico…tanto, capito? Ho bisogno di una busta, subito, anche mezza. Sono qui in ospedale, a Niguarda, me la devi portare”
“Che faccio, le consegne a domicilio? Ma i soldi ce li hai?”
“Ho fregato un orologio in una camera. E’ un Breil. Vale un casino”
“Si, poi vengo lì e scopro che è una patacca. Niente da fare”
“Guarda che sto male. E poi sono amico di Giorgino. Giorgino la roba a credito me la dà, sa che può fidarsi. Pago sempre”
“Giorgino chissa se è vivo adesso. E io dei suoi amici me ne frego. Mi deve un sacco di soldi e poi guarda, la mia donna, qui, non mi fa uscire. Non se ne parla.”
“Sto male Cristo, sto male. Ti do anche i vestiti, tutto”
“Prova con la Caritas”
Ha riattaccato. Se ne sbatte quello, come Ponzio Pilato, dell’unica verità di questo mondo. Arvo torna alla croce della branda, a smaniare come un cane rabbioso, masticando insulti del passato prossimo e remoto, tua madre è una troia e lo prende in culo dai negri, fascisti carogne tornate nelle fogne.

Gli hanno dato una dose di sedativo che abbatterebbe un mulo ma l’astuzia del desiderio può muovere un automa. Alle tre di notte, guidato quasi solo da un olfatto di sonnambulo, svicola per corridoi, esplora salette, elude turnisti assonnati e casca sull’armadietto giusto, riconosce le fiale (ce n’è a mercato nero in Piazza Vetra), una, anzi due. E la siringa. Poi nel cesso.
E’ lì che lo ritrova il ragionier Lorini, unico nottambulo degente tormentato dalla prostata, alle ore 3 e 26 minuti, collassato.
La madre arriva in taxi, nel cuore della notte, la terza volta in vita sua che ne prende uno.
Le hanno parlato di coma, ma non profondo, non ha capito bene, si è seduta.
Lui è pallido, immobile, un fiore reciso.
Mater dolorosa, mater lacrimosa, una spada ti trapassa il cuore.
Non solo per l’orribile sorte della carne della tua carne, ma per il ruolo che hai avuto in tutto questo. E’ molto tempo che un pensiero ti tormenta, subito respinto negli inferi della memoria da ferite più fresche che lui ti ha procurato in abbondanza ma adesso, nell’ora che pare estrema della tenebra, non puoi più evitarne la fastidiosa luce. E’ una cosa che ti ha domandato uno psicologo due anni fa, uno dei tanti della vostra via crucis, uno antipatico, piuttosto.
Quando hai cominciato a preferirlo a suo padre, a versare in lui il tuo disprezzo per il genitore, a promettergli con l’immotivata ammirazione un Regno senza conquista? Sottraendolo a quell’uomo volgare, rimiravi in lui un simulacro più leggiadro delle bambole che ti ha negato l’infanzia di guerra, mentre a tuo figlio il Demone Assenza soffiava mostruose canzoni nella tibia del Desiderio.

Alle 7 e 58 Arvo riprende conoscenza.
“Va in comunità, dottore, me l’ha promesso.”
“Ne è sicura? Le promesse di questi….”
“Dillo al dottore, Arvo, che ci vai”
“Ci vado”
“Dov’è anche il figlio dell’Esterina. Ha un costo, ma pur di vederlo finalmente in pace…”
Come si fa col miracolato, restituito alla rassicurante banalità del vivere, è tutto un pellegrinaggio di anime pie e soccorrevoli, che ti evitavano come la peste quand’eri troppo strano, ora ansiose di rispecchiare in te la loro stanca normalità.
C’è una zia rimasta nubile (quando ti guarda e rammenta le pene della sorella rinnova felicemente la sua scelta), che porta arance e cioccolato.
C’è l’anziano parroco della tua parrocchia, le cui melensaggini tu diserti dai tempi della cresima, che ha una sua teoria: la droga è la comunione sacrilega col diavolo, e tu certamente ne sei stato liberato per l’intercessione di tua nonna, santa donna, rimpianta Dama della San Vincenzo.
C’è il nonno, che cammina col bastone e non vedi da cinque anni:
“Tua nonna era una figa di legno” dice: “E tu sei un lazzarone”
Ma aggiunge: “Non è tutta colpa tua”. E’ un vecchio stalinista, mastica tabacco e sputa senza ritegno sul pavimento della clinica, anche lui ha una teoria.
Dice che la droga l’hanno messa in giro gli americani, come i capelli lunghi e tutto il resto, per corrompere i figli degli operai e scongiurare la rivoluzione con il bordello. Religione del popolo, roba da dinosauri.
Arriva anche Laura.
“Come si chiama la comunità?”
“Castalia. Dice l’Esterina che col suo fanno miracoli”
Laura si curva su di lui e lo bacia sulle labbra fredde.
“Io sarò qui ad aspettarti, Arvo”
“Potrebbero volerci anni”
“Non m’importa”
Le sue preghiere hanno trovato grazia, Arvo.
Non ti libererai facilmente di lei.

Dopo la prima morte, il pattume karmico sul groppone sembra più leggero.
Non hai vinto la partita, hai solo buttato a monte, ma non importa.
Si ridanno le carte, a tutta prima sembreranno diverse.

2 Commenti »

  1. Mi ha incuriosito questo estratto!

    Lorenzo

    Commento di Lorenzo — Aprile 5, 2008 @ 8:35 pm

  2. “La droga è la comunione sacrilega con il diavolo”; “(…)Si ridanno le carte, a tutta prima sembreranno diverse.” Bello, mi piace.

    Commento di MicheleG — Aprile 6, 2008 @ 11:34 am

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