Il ritmo della Storia secondo G.B. Vico
DI ERIC VOEGELIN
Da un importante scritto di Eric Voegelin sul Vico (che potete scaricare interamente qui), ho selezionato alcuni frammenti significativi.
Al declino delle forze vitali di una romanità giunta alla sua massima espansione non ha fatto seguito la catastrofe: il rinnovamento interiore operato dalla fede cristiana e l’integrazione dei popoli germanici hanno reso possibile una nuova epoca, che preservando i valori perenni scoperti dalla precedente ha innalzato ulteriormente il livello di consapevolezza della natura spirituale dell’uomo.
A sua volta, la nostra civiltà sembra in avanzato stadio di putrefazione. Quale salvezza ci si possa attendere nell’ora del massimo pericolo, spetta alla preghiera impetrare, all’intelletto riconoscere.
1. Filosofia e storia del senso comune
“Questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini, onde se ne possono, perché se ne debbono, ritruovare i principi dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana” (G.B. Vico)
Come ogni teoria della politica e della storia ben costruita, quella vichiana pone al suo centro un’antropologia filosofica; dopo aver stabilito questa teoria fondamentale, Vico interpreta il corso della storia come un dispiegarsi nel tempo della potenzialità della mente umana; le varie attualizzazioni della mente nella società ricevono il loro significato nella storia in quanto fasi definite del dispiegarsi di una potenzialità. (…) L’uomo non è un individuo isolato che possa raggiungere il vero attraverso l’analisi della sua mente nel modo indicato dalla meditazione cartesiana; l’uomo esiste nella storia. Il linguaggio del mito, della poesia e delle istituzioni civili quale viene plasmato dall’uomo, in irriflessa creazione, nel corso dell’esistenza storica nell’ambito di una comunità, è la fonte autorevole alla quale attingere per comprendere la mente dell’uomo ed il suo posto nel cosmo. (…)
Il corso è chiaramente concepito come il movimento dal mito alla ragione. Esso comincia con la sapienza volgare che si cristallizza nelle istituzioni religiose e giuridiche; si muove in direzione della comprensione riflessiva di questa riserva di sapienza nelle scienze delle cose umane e divine, cioè metafisica, matematica, fisica, e nelle scienze umane della morale, dell’economia e della politica. Quando la comprensione riflessiva si è compiuta, si è raggiunta l’akme del corso; l’akme corrisponde allo stato perfetto della nazione quando le arti e le scienze, che hanno la loro origine nella religione e nel diritto, sono tutte al servizio della religione e del diritto. Quando l’akme di questo perfetto equilibrio fra mito e ragione è superata, la riflessione comincia a rivolgersi contro le sue origini — attraverso una deviazione come nel caso degli Stoici e degli Epicurei, attraverso l’indifferenza come negli Scettici, o attraverso la rivolta come nel caso degli ateisti. Questa è la fase nella quale le nazioni decadono. Esse perdono la loro religione ed il loro diritto; e dal momento che hanno perduto quei valori di civiltà che sono degni d’essere difesi, perdono anche le loro armi e la loro lingua. Con la perdita della personalità che li caratterizza in quanto civiltà, diventano incapaci di governarsi da sé. E così, per l’eterna legge della Provvidenza, che mira a preservare il genere umano, ritorniamo al diritto naturale dell’età eroica, secondo il quale non può darsi alcuna ragionevole eguaglianza fra il debole ed il forte quando essi siano indipendenti. (…)
Il ricorso non è semplicemente un altro corso, che dovrà ancora essere seguito da altri corsi in infinitum. È un secondo corso che ha la precisa funzione di assicurare l’esistenza storica del cristianesimo. I significati della storia sacra e di quella gentilesca si uniscono in questo secondo corso nella misura in cui, come cristianesimo rivelato, sono diventati il mito delle gentes del Medioevo. Il ricorso segue lo stesso paradigma di una storia ideale, come il corso: ma il mito pagano è soppiantato dal cristianesimo. Nonostante il secondo corso segua un tale paradigma tipico, esso ha luogo ad un più alto livello di coscienza spirituale. (…)
Le esitazioni di Vico, e le sue reticenze rispetto al corso futuro della storia occidentale, sono dovute alla consapevolezza che il significato del secondo corso va oltre quello di una mera ripetizione del primo; e che perciò le predizioni sulla storia occidentale non possono essere basate sulla nostra conoscenza del corso della storia antica. Il dispiegarsi del ricorso sul livello raggiunto dal recursus significa che la struttura della storia profana è stata impregnata della storicità del cristianesimo. (…)
Il senso comune è il punto di origine del corso di una civiltà. Comprende le istituzioni primordiali, religiose e giuridiche, di una nazione; e le idee irriflesse incarnate in queste istituzioni sono il quantitativo di senso che è penetrato nel corso storico attraverso la ragione, che va crescendo finché, all’akme del corso, non viene raggiunto il perfetto equilibrio fra sostanza e ragione. Il senso del corso è il raffinamento di una sostanza iniziale, densa e irriflessa, fino ad un massimo di differenziazione razionale. La successiva fase razionale non aggiunge nulla alla sostanza: la ragione può operare solo sul quantitativo iniziale. (…) Da questo punto di vista il concetto di senso comune stabilì il grande principio dell’interpretazione delle civiltà: la storia di una civiltà è la storia dell’esaurirsi del suo mito iniziale e di quegli elementi mitici provenienti da altre fonti che fossero potuti penetrare nel suo corso. (…)
I filosofi non hanno meditato sulla natura umana che produce le religioni e le leggi, che a loro volta producono i filosofi. La speculazione filosofica non ha alcuna funzione creativa; all’interno del medio della civiltà essa non ha alcuna autorità autonoma, ma un’autorità che deriva, nella misura in cui c’è, dalla sostanza di civiltà su cui essa riflette. Gli autori di libri seguono gli autori delle nazioni a più di un millennio di distanza. Se il filosofo non si rende conto della sua posizione all’interno del medio della civiltà, la sua speculazione oscillerà fra l’ingenua assunzione dei propri valori di civiltà come un sistema assoluto e una perdita della propria tradizione di civiltà che sfocia in aberrazioni idiosincratiche. Solo quando la filosofia è nello stesso tempo storia, cioè quando il filosofo comprende la propria storicità, può padroneggiare la sostanza mitica della sua civiltà ed orientarsi criticamente all’interno della saggezza del senso comune. Non può trascendere la sapienza del mito attraverso la creazione personale, ma la può trascendere speculativamente esplorando l’origine ed il corso del mito, ed accettando consapevolmente il mito stesso in quanto sostanza transpersonale di cui vive la sua stessa meditazione personale. (…)
2. Il corso della civiltà: le epoche di una polis
“Gli uomini prima sentono il necessario, dipoi badano all’utile, appresso avvertono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrappazzar le sostanze” (G.B. Vico)
Una filosofia che sia allo stesso tempo storia deve spingersi al di là del contenuto di una civiltà e giungere fino alle sue origini. Alla base di un corso di civiltà vi sono, quali suoi iniziatori, gli autori delle nazioni, cioè gli uomini nei quali il senso comune si risveglia e che, in virtù di tale provvidenziale destarsi, diventano i fondatori della comunità civile. Il corso stesso consiste di varie fasi lungo le quali l’originaria fondazione viene sviluppata, trasformata e dissolta. Dobbiamo esaminare brevemente l’origine e le fasi del corso.
Il corso è diviso da Vico in due fasi principali: la fase dell’azione creativa, chiamata età poetica, e l’età della riflessione, chiamata età umana. L’età poetica è suddivisa nell’età divina ed in quella eroica; l’età divina è preceduta da una fase primitiva, successiva alla Caduta ed al Diluvio, chiamata stato ferino. Come autorità che nel senso comune avalli la sua divisione, Vico cita una partizione egiziana della storia in tre età: degli dei, degli eroi e degli uomini.
a. ‘Stato ferino’ ed età degli dèi
Lo stato ferino è uno stato preistorico, caratterizzato dal nomadismo, dalla promiscuità e dall’esistenza solitaria e anarchica degli individui: serve solo come quadro di riferimento negativo per l’originarsi del processo storico. L’uomo è incapace di trascendere questo stato con i suoi soli sforzi. La divina Provvidenza risveglia in lui l’impulso all’ordine sociale attraverso il fenomeno del fulmine che irrompe nel cielo, in quell’era selvaggia successiva al diluvio. Il fulmine nel cielo suscita nel selvaggio la percezione della propria debolezza creaturale e dell’esistenza di un potere divino e superumano. Egli reagisce a un tale risveglio del timore religioso creando la “falsa religione” delle divinità pagane, quali garanti dell’ordine fra gli uomini. Vico interpreta gli dèi pagani come immagini poetiche, fantastiche, personificanti i principi dell’ordine sociale, del matrimonio, della famiglia, della patria potestas, dell’agricoltura, e così via.
Il mito della prima età non viene creato da tutti gli uomini che vivono nello stato ferino, ma solo da individui selezionati. Vico presuppone una distinzione originaria fra gli uomini, nella misura in cui alcuni sono più capaci degli altri di rispondere alla chiamata della Provvidenza. “Quindi deve essere provenuta una naturale differenza di due nature umane”. Una natura è “nobile, perché d’intelligenti”; l’altra natura è “vile, perché di stupidi”. Gli uomini di natura nobile ed intelligente diventano i creatori dell’ordine sociale: sono i primi patres familias. Gli altri, i meno forti e meno intelligenti, si accosteranno ai capi delle famiglie, i monarchi primitivi, e li imploreranno di accoglierli nell’ordine della famiglia; vogliono scambiare miseria e insicurezza con lo status di servi protetti, di clientes o famuli. Quest’originaria differenziazione degli uomini, distinti in capi di unità sociali e schiavi agricoli ad essi associati, è l’origine della struttura politica propria delle società civilizzate. Possiamo tracciare la storia di questi originari clientes attraverso tre stadi: (1) coloro che si associano agli eroi fondatori, (2) i plebei della repubblica eroica e (3) delle province del popolo imperiale. In questa differenziazione si origina la materia della scienza politica “ch’altro non è che scienza di comandare e d’ubbidire nelle città”.
b. L’età eroica
La repubblica stessa emerge dallo stato della famiglia monarchica attraverso la terribile necessità in cui si trovano gli eroici patres familias quando i clienti si ribellano. La risposta a questa minaccia è l’associazione dei patres indipendenti in uno stato aristocratico, sottoposto ad un re, che esercita un comune governo sopra i famuli: in questo nuovo ordine essi sono diventati i plebei. Nasce la repubblica aristocratica con i suoi due ceti dei patrizi e dei plebei. I ceti sono differenziati socialmente in quanto i patrizi sono ancora i depositari del mito e di conseguenza sono i latori dell’ordine sociale, mentre i plebei sono uomini senza dèi, senza auspici, senza matrimoni sacri, senza diritto o proprietà indipendente.
La repubblica aristocratica non dura. Dato che la classe dei plebei non si trova nella migliore delle condizioni, essi cominciano a resistere al cattivo trattamento: e per opporre un’effettiva resistenza devono creare un’unione sacramentale fra di loro. La storia della seconda età ci offre quindi la testimonianza delle contese eroiche, le guerre fra i ceti, nel corso delle quali i plebei creano il loro proprio mito e, in un processo complesso, costringono i patrizi ad estendere i loro privilegi ai plebei. La dinamica di questo periodo è formulata da Vico nella Degnità 92: “I deboli vogliono le leggi; i potenti le ricusano; gli ambiziosi, per farsi séguito, le promuovono; i principi, per uguagliar i potenti co’ deboli, le proteggono”.
c. L’età degli uomini
Una volta che l’eguaglianza di ordine mitico è stata ottenuta per mezzo delle contese eroiche, comincia la terza età, quella degli uomini. Nella sfera politica essa è caratterizzata dall’apparire della libera repubblica popolare. Nel regno delle idee questa fase viene raggiunta quando il potere di creazione mitica comincia a declinare e la filosofia riflessiva comincia l’elaborazione di sistemi ragionati di etica politica. L’azione virtuosa non è più il risultato del sentimento religioso ma viene caldeggiata in ragione della comprensione dell’idea di virtù. Appare allora la coscienza dell’eguaglianza naturale fra gli uomini; l’ordine del diritto sacro — e perciò segreto — che caratterizzava l’età eroica cede il posto al diritto razionale e codificato. La fine dell’ordine mitico cambia anche la dinamica della storia politica. La dinamica della repubblica aristocratica dipende dalle contese eroiche prima descritte; ora che gli uomini sono diventati eguali essi vengono differenziati solo dai loro interessi di potere; alla lotta fra le classi succede dunque la lotta fra i partiti. Se questa lotta raggiunge il punto in cui mette in pericolo l’esistenza della comunità, fa la sua apparizione il monarca forte di tipo augusteo, che costringe alla sottomissione le fazioni in guerra. Questa è la fase finale del corso. Se l’esperimento cesaristico fallisce, la repubblica o sarà conquistata da più forti e vigorosi vicini, o si disgregherà dall’interno e affonderà in una nuova barbarie dell’esistenza privata, cioè nella barbarie della riflessione. Solo la divina Provvidenza può allora liberare dall’orrore risvegliando nuovamente i poteri mitici dell’uomo, aprendo così un nuovo corso. (…)
3. L’identità spirituale nel mutamento: la “mente eroica”
La mente eroica è la coscienza degli autori delle nazioni che acquisendo il senso comune essi si sono elevati ad una statura umana oltrepassando lo stato selvaggio, che si sono in tal modo distinti da coloro che non partecipano di questo possesso; ed è, ancora, la volontà di preservare il senso comune nell’esistenza storica. La coscienza del mito iniziale, l’amore per i valori etici e religiosi ch’esso racchiude, l’orgoglio del loro comune possesso e la volontà di difenderlo sono gli elementi di cui consta la mente eroica. Finché lo spirito eroico vive nei membri di una comunità civile con una forza tale da sostenere gli autori delle effettive istituzioni di governo, la comunità conserverà la sua identità politica e la sua esistenza nella storia. Per quel che riguarda la sostanza politica, le forme politiche successive di un corso sono la storia dell’errare della mente eroica dai patrizi ai plebei, e dai plebei al monarca.
La scomparsa degli eroi come classe dominante non implica la scomparsa della mente eroica, della quale essi erano stati i latori nel momento della loro gloria. Gli ex-eroi si disperdono nel popolo delle repubbliche libere ma “l’eroismo si riunisce in un corpo nell’adunanze”. La mente eroica è diventata, in questa trasformazione, “una mente vacua d’affetti, come divinamente Aristotile diffinisce la buona legge”. Essa è diventata lo spirito delle leggi; la libertà verrà sempre preservata fra coloro “che comandano con tal mente le leggi”. Con il sorgere del Cesarismo, il potere dei patrizi viene ridimensionato dal monarca, che prende “a proteggere la moltitudine”. La mente eroica è ora concentrata nel monarca perché egli soltanto è di una natura superiore a quella dei suoi sudditi, e conseguentemente egli stesso non è soggetto a nessuno tranne che a Dio. I monarchi preservano quest’eroismo “con fare a’ sudditi godere egualmente le leggi”.
L’idea dell’errare della mente eroica è la pietra angolare della teoria politica del corso. Senza di essa la teoria del corso sarebbe soltanto una teoria della cultura; le fasi politiche del corso non diventerebbero altro che una serie di forme di governo, connesse l’una con l’altra da una psicologia della degenerazione della classe dirigente. La categoria della mente eroica introduce l’identità dell’esistenza politica nel corso.
Grande il Vico!
questa sera mi leggo questa tua selezione, grazie Valter!
:-)
C.
Commento di carla — Aprile 21, 2008 @ 6:38 pm
Anch’io leggerò con calma i testi che hai selezionato. Ti ringrazio doppiamente perché so che per me leggere VERAMENTE Vico sarebbe importantissimo, ma non trovo mai la “scusa” per farlo… Ora me ne hai data una buona!
Un caro saluto!
Commento di Carlo Susa — Aprile 23, 2008 @ 2:35 pm