UN LIBRO SULL’ULTIMO FILOSOFO ITALIANO: AUGUSTO DEL NOCE

Carlo Gambescia - Viaggio al termine dell’Occidente - Edizioni Il Settimo Sigillo
Recensione di V. Binaghi, pubblicata su “Il Corriere Nazionale” del 20 - 4 - 2008
Se siete tra quelli che inneggiano a Cacciari, Vattimo e Agamben come alle grandi voci della filosofia italiana contemporanea, questa recensione la potete pure saltare. Se invece vedete nei summenzionati gli ultimi stanchi epigoni di una dialettica onnivora, che danza sull’orlo del nulla non potendosi più permettere un pensiero dell’essere e del valore, se vi ostinate a chiedere alla filosofia la conoscenza del reale e il giudizio sulla storia e non semplicemente la pratica onanistica del pensiero, allora questo libro fa per voi. Vi si tratta di Augusto Del Noce, l’ultimo dei filosofi italiani che abbia avuto il coraggio di guardare l’abisso che attende il tuffo finale del progressismo presunto, chiamandolo per nome.
In un volume agile ma denso, Carlo Gambescia, sociologo e autore di parecchie pubblicazioni in materia di sociologia della conoscenza ed economia politica, traccia la biografia intellettuale di colui che più di ogni altro ha indagato i nessi che legano i processi di secolarizzazione agli esiti nichilistici del moderno. La manipolazione sfrenata della natura e del vivente, le rivendicazioni totalitarie di un consumismo senz’anima, vengono riportate da Del Noce non a un’essenza demoniaca della tecnica in quanto tale (come potrebbe suggerire una lettura dell’ultimo Heidegger), ma alla invasione indebita dell’agire tecnico nel campo del discernimento dei fini e dei valori, che tradizionalmente è stato appannaggio della saggezza filosofica e religiosa. La spiegazione scientifica illustra infatti le condizioni in base alle quali un fenomeno può verificarsi e di conseguenza ne consente la riproducibilità tecnica, ma non dice nè dirà mai nulla sul suo scopo e se valga la pena farlo. Chi si arroga questo diritto non è mai la scienza in quanto tale ma piuttosto lo scientismo, una cattiva filosofia che integra dati scientifici in una visione del mondo contrabbandata come ovvia conseguenza di quelli.
Il risultato è la confusione tra il tecnicamente possibile e il moralmente necessario: la lotta alla “superstizione” religiosa è solo l’anticamera dell’auto-deificazione del potere. Non si tratta di un declino fatale, ma del risultato di concrete forze storiche che può essere sovvertito, come molti segni di mutamento nell’opinione pubblica sembrano fortunatamente annunciare, a partire dal crollo dei sistemi totalitari del XX secolo che di questa mistica dell’agire tecnico furono l’incarnazione. Come scriveva Del Noce nel suo libro più conosciuto (“Il problema dell’ateismo”): “l’annientamento della saggezza in nome della scienza porta a usare il tutto in vista dell’individuo (pertanto) la religione può riaffermarsi solo riducendo la scienza al suo carattere strumentale”.
Intanto, però, tocca bere il calice di quest’epoca fino alla feccia: assistere al naufragio del marxismo che, rimuovendo la propria originaria componente messianica, si condanna all’apologia socialdemocratica dell’amministrazione dei “bisogni”, al trionfo dell’americanismo, di cui Del Noce criticò il pragmatismo esiziale, che identifica la verità con l’efficacia e la bontà col successo, e del sociologismo inteso come relativismo integrale di un pensiero diffuso, totalmente arreso alla necessità del fatto storico, incapace di progettare un futuro perchè rifiuta di trascendere il sistema per giudicarlo.
Un lavoro improbo questo di Gambescia: condurre il lettore attraverso un saggio breve e chiarissimo (ma senza rinunciare al rigore argomentativo e al ricco supporto testuale), nel cuore di una delle riflessioni più feconde del nostro Novecento: un pensiero a cui si dovrà attingere necessariamente per ricostruire un mondo vivibile dalle rovine di Babele.
Vedasi anche la recensione di Giovanni Sessa, qui
In pochi han saputo vedere, in tempi certo non sospetti, la strettissima parentela filosofica tra il pragmatismo americano di marca deweiana e il primato marxista della prassi sulla teoria. Tra questi Del Noce fu certo il più importante, a mio avviso.
Certo le origini storiche furono diverse, hegeliana l’una, e probabilmente benthamiana l’altro; ma la convergenza di fondo c’era eccome. La si vede più facilmente oggi.
Entrambi i movimenti rientrano a pieno titolo nel solco di quella modernità che dichiarò guerra alla dimensione speculativa del sapere, declinato per lo più nel suo solo aspetto operativo.
Commento di Giampaolo — Aprile 22, 2008 @ 2:50 pm
Mi arrendo: prendete ciò che volete!
Blackjack.
Commento di Giocatore d'Azzardo — Aprile 22, 2008 @ 6:10 pm
Più che altro si prende quel che passa il convento, soppressione degli ordini contemplativi permettendo.
Commento di Giampaolo — Aprile 22, 2008 @ 7:09 pm
Io penso però che sia almeno dai tempi della “rivoluzione agricola” (o delle grandi estinzioni che l’hanno preceduta, e forse provocata) che l’umanità non conosce “saggezza” alcuna: si tratta sempre della stessa, tumultuosa e sanguinante, incontrollabile scommessa.
Commento di elio — Aprile 22, 2008 @ 9:20 pm
Caro V.
hai scritto delle cose interessanti sul bel libro di Carlo.Ti segnalo sul mio blog una recensione al medesimo libro
buonlavoro
nicola
Commento di nicola vacca — Maggio 18, 2008 @ 9:47 am