Doctor Blue and Sister Robinia

Maggio 2, 2008

DEL DOLORE RIFIUTATO di Romano Amerio

Archiviato in: Scritture, recensioni — vbinaghi @ 6:56 pm

dolore

(Da: Romano Amerio: Metaphysica Scripta, curata da Enrico Maria Radaelli).

Parliamo qui del dolore che un uomo subisce: materiale, morale o spirituale che sia. Questo dolore può essere accettato, e persino benedetto, ma può essere anche rifiutato.
Il dolore rifiutato non dà nessun frutto, né per chi lo rifiuta, né per chi non lo rifiuta. Non è come del dolore benedetto da chi lo riceve, che giova anche a coloro che non sanno che giova: un uomo prega per la guarigione di un malato e il malato trova vantaggio da queste orazioni, ma neanche sa che si è pregato per lui. Invece il dolore che è proprio rifiutato, rigettato in maniera rabbiosa, irata, è un dolore che non produce alcun effetto positivo per nessuno. È quindi la sola cosa al mondo che sia un puro male. Un male cioè che non ha nessun lato dal quale esso si possa prendere come bene. È un male che è solo male, e, per questo, è una condizione infernale. In fondo, è un problema profondo e difficile, perché si sarebbe trovata una cosa sulla terra che è puro male. Qui si pensa a quell’uomo che sta in una situazione di dolore non soltanto subìta indifferentemente, ma positivamente abominata, odiata, positivamente maledetta; si pensa a un uomo che positivamente addirittura bestemmia il proprio dolore. (…)

E rimangono fissi per sempre nel loro proprio male che li incatena. A causa di queste catene infatti gli uomini si chiamano cattivi, da captivitas, perché non hanno saputo liberare il loro corpo con un desiderio positivo della propria anima: di aprire la porta verso gli altri, di far uscire come un flusso benefico ciò che attraverso il corpo era entrato come un macigno malefico.
Quindi, l’unico modo per non dannarsi – già qui sulla terra – è pregare, è offrire a Dio, sorridendo, il proprio dolore, accettando, accogliendo la propria finitudine, la propria natura che non può non andare a morire; è offrire questa natura a Dio che l’ha creata e che, così ricevuta una seconda volta – e definitiva – dal cuore contrito, la ‘ricrea’ nella redenzione che la farà vivere davvero nella gloria, in eterno.
Ogni uomo dipende quindi da tutti gli altri uomini. L’uomo che non vuole dipendere da altri può provare a fare da sé, certamente, quando vuol essere causa a se stesso e, in una certa misura, può anche riuscire in questo intento, fintanto che le scelte da compiere sembrano dipendere in larga misura da giudizii personali.
Ma l’uomo certamente non vuole che il proprio bene. Non vuole positivamente per sé né malattie, né privazioni, né mali morali, né infine la morte. Ma tutte queste cose gli sono connaturali e, contrastando la sua volontà, ne hanno il sopravvento, lo vincono: ne vincono il corpo, ne vincono il morale – la psiche, l’affetto, la volontà, perché la privazione massima che è nella morte ha la meglio sulla volontà di non essere annientati da questa privazione –, e rimane solo lo spirito, che da queste due parti dipende.
‘Dipende’. Ancora questo predicato fatidico. E le cose stanno così: per gli uomini che riconoscono in sé lo spirito, lo spirito esiste (si fa loro vedere). Per gli uomini che allo spirito non credono, lo spirito non esiste (gli viene celato, nascosto come non esistesse). Costoro muoiono nei loro corpi e nella loro consistenza morale: la loro stessa volontà, che li ha fatti scegliere per un giudizio di condanna dello spirito, li porta alla morte conseguente e coincidente con l’inerzia biologica della materia.
Gli uomini che, al contrario, credono anche allo spirito, e ad esso credono come forma e causa del loro corpo e della loro anima animale, la psiche, ecco che per costoro lo spirito davvero si fa causa di ulteriore vita. L’esistenza dello spirito dipende dalla nostra volontà. Ma quando lo spirito esiste, tutta la nostra vita viene a dipendere da esso.
Quando poi in un uomo è data libera esistenza al suo spirito, ecco che quest’uomo, ricevendo dal mondo circostante del male – sia che sia del male materiale, sia che sia male affettivo o morale – non chiude questo male in se stesso, come in una scatola dolorosa di male assoluto e indipendente da tutto, ma ne tiene aperto un varco di uscita che non può essere che di dono, di offerta gratuita, di regalia di dolore.
Questo scorrimento delle acque del dolore tramuta il male doloroso, per volontà dell’uomo – volontà libera di fare quest’offerta o di non farla –, in bene per gli altri uomini, che quindi da esso dipendono: la vita degli uomini dipende dalla volontà di un uomo di dare o di non dare agli altri il proprio dolore.

Su Romano Amerio, riporto dal blog di Sandro Magister

Filologo e filosofo. Di lui restano memorabili le edizioni critiche, in trentaquattro volumi, degli scritti del grande pensatore del XVI secolo Tommaso Campanella, i tre volumi dedicati alle “Osservazioni sulla Morale Cattolica” di Alessandro Manzoni, gli studi su Epicuro, Paolo Sarpi, Giacomo Leopardi.
Ma Amerio – che fu consultore del vescovo di Lugano al Concilio Vaticano II – scrisse anche due libri importanti sulla Chiesa d’oggi. Il primo, “Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo”, edito da Riccardo Ricciardi nel 1985, di 658 pagine, può essere considerato il capolavoro della critica cosiddetta “tradizionalista” alla Chiesa contemporanea: fermo restando che la “tradizione” alla quale Amerio si appella è quella accumulata dalla Chiesa in quasi due millenni prima dell’attuale stagione, con il suo vertice filosofico e teologico in san Tommaso d’Aquino.
Il secondo volume è la continuazione del precedente. Edito anch’esso da Ricciardi, nel 1997, poco dopo la morte dell’autore, ha per titolo: “Stat Veritas. Seguito a ‘Iota unum’”. E ha per oggetto un’analisi della “Tertio Millennio Adveniente”, la lettera apostolica del 1994 che compendia la visione di Giovanni Paolo II.
Sia l’uno che l’altro volume convergono nell’individuare il maggior “disordine” della Chiesa d’oggi nel primato accordato alla “Caritas” invece che alla “Veritas”, col conseguente “ferimento” della giusta concezione del Dio cristiano trinitario, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Amerio era cristiano fedelissimo. Ma nonostante ciò, su questi suoi due libri, specie su “Iota unum”, la Chiesa ufficiale e la quasi totalità del mondo cattolico fecero calare un silenzio talora venato di disprezzo.

1 Commento »

  1. Buona meditazione. Ma mi ci riconosco solamente in parte, certamente nella prima, la più importante credo. Il rifiuto del dolore se inevitabilmente esiste, come scelta ostinata quanto inutile, porta ad opposizione che non fa che alimentare dolore maggiore e senso di dannazione.
    E’, come dire, un loop infernale.
    Ma non mi riconosco in questo: “E rimangono fissi per sempre nel loro proprio male che li incatena.” Qui c’è un concetto di Assoluto Senza Tempo, ovvero di Giudizio o Giustizia Divina essenzialmente cattolico in cui (..io) non trovo verità. Su questo punto, mi riconosco maggiormente nella prospettiva buddista.
    Ma è il parere di uno che “cerca”.

    In ogni caso è un bel problema da “cum-prendere”, prender con se’. Soprattutto quando il dolore diventa un fatto tremendo, epocale, con il concorso di popoli interi.
    Mi sgomentano sempre le parole e la vita di Primo Levi.

    Ciao

    Commento di aiace — Maggio 3, 2008 @ 2:30 am

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