IL CORPO DI UN ALTRO - DEL PERCHE’ SCRIVO PARABOLE

Dal blog di Loredana Lipperini che intervista la scrittrice Simona Vinci, tolgo questo passaggio:
“…il corpo è l’unica cosa che possediamo davvero, o meglio che ci illudiamo di possedere, è sul corpo, sul nostro corpo, che possiamo intervenire, modificandolo, plasmandolo…quando non possiamo più esercitare un controllo, o qualsiasi forma di potere, su nient’altro, abbiamo sempre il corpo (penso all’incidenza dell’anoressia tra le adolescenti, ad esempio) in realtà è un’illusione perché anche i nostri corpi non ci appartengono; quell’immagine idealizzata che cerchiamo disperatamente di raggiungere, quell’immagine che ci rimandi un’identità che finalmente ci somigli, in realtà è un’immagine che niente ha a che fare con noi, è un modello che ci viene venduto, esattamente come tutto il resto. E’ un’idea di qualcun altro.…”
McLuhan scrisse a suo tempo che quando l’uomo vide nel televisore il pianeta terra ripreso dagli astronauti sulla Luna, avvenne qualcosa di più di uno spettacolo a reti unificate. Si avverava il destino del media televisivo e di tutti i media, che oltrepassata una certa soglia di espansione, tendono a inglobare l’emittente. Allo stesso modo di Narciso, che ama la propria immagine riflessa come se fosse un altro, l’uomo dell’era televisiva (non importa quanta televisione ognuno di noi veda), sta perdendo gradualmente il corpo come soggetto di un sentire, per assimilarsi all’immagine di sè, ovvero al corpo come contenuto di uno sguardo.
L’investimento narcisistico sul corpo e la sua esibizione e manipolazione (ossessione per il look, palestra, chirurgia estetica, telepresenza nel reality come attestato di consistenza ontologica) non è mai stato così debordante, e l’uomo non è mai stato così profondamente alienato dalla propria carne.
La ragione strumentale, cioè la tecnica, che finora l’uomo ha usato per assimilare la natura a sè stesso, oggi tocca le condizioni stesse dell’esistenza incarnata. La percezione di questa alienazione fondamentale e della degenerazione antropologica e culturale che essa porta con sè, è al centro di tutti i miei romanzi, da Robinia Blues a Devoti a Babele, dove descrivo questo accadimento nel suo svolgersi, durante le ultime generazioni. Non sono certo il solo a farlo: credo che Walter Siti, nel suo penultimo romanzo Troppi paradisi, lo abbia fatto in modo probabilmente insuperabile. Tuttavia, poichè in ciò che ad alcuni appare solo una fatalità epocale io vedo il manifestarsi di Colui che Nega, in me è difficile separare il narratore dal teologo. Se v’interessa, questa prospettiva non era estranea allo stesso McLuhan il quale, in una celebre lettera degli ultimi anni disse non senza ironia che probabilmente Satana era un ingegnere elettronico.
La Nardini scrive sul “Corriere Nazionale” che Devoti a Babele è una parabola.
Diciamo che sono uno scrittore di parabole, ma non cammino sulle acque.
Sono immerso fino alla cintola, esattamente come voi.
Bello il passaggio che citi…
eppure, da quest’idea di qualcun altro, noi possiamo attingere, vestirci, riscoprire la scrittura…
ciao Valter
C.
Commento di Carla — Maggio 3, 2008 @ 9:43 pm
ONTOLOGIA DEL DOLORE
Per quel poco del mondo letterario che
conosco, non c’è autore più profondo ed al tempo stesso poetico della Vinci per trarre spunti sul rapporto dell’uomo con il proprio corpo. Nei suoi scritti si trova un corpo straziato, altrimenti straziante, mutante anzichè trasformato, ed ancora, un fardello.
Alla stessa stregua sono trattate le figure dei figli, metastasi del corpo proprio che già di per se pare essere uno stato patologico
(leggendo il suo primo romanzo, all’età allora di 22 - 23 anni, ho provato per la prima volta reale dolore fisico leggendo un libro)
Vinci (in generale) ed il nosto Bustoblogger (qui riferendosi in particolare all’omologazione mediatica) analizzano una sorta di discrasia tra il corpo e…, già, e che cosa? il pensiero? ….l’anima?
La distanza tra il corpo doloroso e dolorante e questo qualcosa che non riesco ad afferrare fa dubitare me, santommaseo, della possibilità che questa esista. Perchè dovrei prendermi cura di qualcosa che no esiste?
Commento di Orin Incandenza — Maggio 6, 2008 @ 12:30 am
Lo scarto. Comincia a prendere in considerazione che se c’è uno scarto, anche doloroso, dal corpo come pieno possesso di sè, forse il soggetto si radica altrove.
Commento di vbinaghi — Maggio 6, 2008 @ 12:58 am