DEVOTI A BABELE - Cosa ne dicono i primi lettori…
“Nel complesso funziona assai, è un bel libretto, un bel pugno nello stomaco. mi piace come dipingi le donne, fanno sempre una gran figura nei tuoi libri. pare sempre che se il mondo si dovrà salvare sarà per merito loro. non merito delle suffragette, ma delle donne con la d maiuscola”.
(Michele Riccardi)
“E’ Scanner Darkly ( un oscuro scrutare mi pare fosse la traduzione italica) di Dick ma qui e ora. E senza neanche un “potere” che alla fine tiri le fila del tutto. Perchè le fila da tirare non ci sono più.”
(Onofrio Catacchio)
“Le scrivo sul suo ultimo libro: l’ho letto in un paio d’ore, durante la lezione di antropologia teologica… così accattivante da fare passare in secondo piano il tema della Predestinazione; la sua abilità nell’appassionare il lettore è il suo marchio di fabbrica. Lo schema peccato-possibilità di redenzione (scusi se brutalizzo) è in fondo lo stesso de I tre giorni all’inferno.
Mi aveva scritto che con Devoti a Babele avrebbe esplorato il tema della Speranza. Lo ha fatto. Se mi permette, qui viene per me il punctum dolens: nel senso che il tema, ancora una volta viene solo sfiorato e lasciato aperto. Ad uno sguardo romanzesco, la sua soluzione m’ha convinto, ma non dobbiamo dimenticare che però la Speranza è sostanza delle cose, per cui mi chiedo se anche i romanzieri, invece di fermarsi prudentemente sulla soglia, possano avere maggiore coraggio!”
(Gianfranco Rutigliano)
“Devoti a Babele é un potente scavo, una prova a liberarsi di schiavitù. come un allenamento a liberarsi da qualcos’altro, la tua voce, speciale, solo tua, credo, per raccontare un brivido e una noia metafisica, il crollo e una speranza assieme attraverso il crollo.”
(Marino Magliani)
“preferivo il custode delle brughiere, ho avuto la sensazione che in questo tuo ultimo, per qualche motivo per te importante, tu abbia voluto strapparti le budella in pubblico in una sorta di divinazione autocoscienziale, (minchia questa mi è venuta di getto), e questo dalla prima all’ultima pagina, anzi alla nota di chiusura, ma non è con l’autosevizia che si intriga il pubblico, non ci sarebbe limite… per me fatta questa stazione di travaglio, dovresti seguire il bonetti, il suo scrutare così diretto, palpabile e dentro la situazione umana, ne possono fare il maigret (o il montalbano o il pepe carvalho o meglio lo studer di friedrich glauser) delle brughiere o della provincia della metropoli. ugh ho detto”.
(Gunny)
“E’ un libro diverso dai precedenti, il delirio di una vita, vittima delle dipendenze a cui difficilmente un’anima riesce a sfuggire. Le ultime pagine della terza parte sono senza dubbio quelle che ho amato di più: c’è tanto di quell’amore tra quelle parole che fa quasi male.
E’ tutta la fragilità dell’essere umano quella che scorre e si rincorre in questo libro.”
(Daniela Basilico)
Aggiungetevi pure nei commenti, che m’interessa molto.
Ciao Valter, ho letto il tuo libro e, come al solito, scorre via come un bicchiere d’acqua fresca. La trama stavolta cede il passo senza scuse all’analisi sociale, che riprende da dove si erano fermati gli altri libro (persino dai personaggi) ed aggiunge un altro pezzetto a quel tutt’uni che stai descrivendo fin da Robinia Blues. Come al solito ti faccio i miei complimenti, in particolare per quel tuo descrivere con una sola pennellata persone e ambienti per i quali tanti altri autori avrebbero sprecato intere scatole di colori e pennelli, senza peraltro ottenere lo stesso risultato.
Complimenti ancora!
Luca
Commento di Lasa — Aprile 17, 2008 @ 7:49 pm
Bello, sicuramente nato da una costola concettuale de “I tre Giorni all’Inferno…”, anzi, per usare una tua frase, sembra quasi un “I tre Giorni all’Inferno…” zippato in 2cc. Le dimensioni ridotte ne permettono infatti l’assunzione immediata (verrebbe da dire direttamente in vena) con relativa botta conseguente. Anche a me piacciono i tratteggi dei personaggi, nonché il tuo modo di riuscire a evocare cose alte rimestando nel degrado, personale e sociale. Al di là comunque dell’interessante e piacevole romanzo in sé, da leggersi rigorosamente tutto d’un fiato, la cosa che salta all’occhio dopo aver letto in serie i tuoi libri, caro Valter, è la presenza di questo tenebroso e ancora indefinito bersaglio che vai a colpire ogni volta da un’angolazione differente, definendolo sempre meglio agli occhi dei tuoi lettori. Ogni libro è una via d’accesso diversa a questa massa oscura, un colpo di scalpello su questa roccia grezza che prende via via sempre più forma: La porta degli Innocenti, I tre giorni all’Inferno, Devoti a Babele… forse anche Robinia Blues, sono come missili, o meglio, come aerei pilotati da kamikaze (che in questo caso sono i lettori), proiettati a manetta contro questa massa oscura. Non la distruggono, non possono farlo, ma viceversa la definiscono meglio, schianto dopo schianto (=libro dopo libro), le danno una forma, un volto.
Credo che quando avrai finito di scrivere tutto ciò che devi, chi ti avrà seguito fino in fondo vedrà la vera immagine di Babele, che si nasconde al di là delle pagine, fuori, intorno a noi… e la cosa più agghiacciante sarà scoprire che non si tratta di un volto, ma di una maschera. Una maschera vuota.
Michele
Toglimi una curiosità: il cronista della terza parte del libro… a me sembra proprio il vecchio Bonetti. Cosa dici?
Commento di MicheleG — Aprile 18, 2008 @ 4:26 pm
Il cronista è una voce fuori campo, e le voci fuori campo si assomigliano tutte.
Commento di vbinaghi — Aprile 20, 2008 @ 3:31 pm
Arvo, o della schiavitù dell’uomo “libero” (ovvero, la dipendenza dell’”indipendente”)
In principio l’uomo ha anestetizzato la propria anima, poi l’ha definitivamente perduta, recidendo così il legame con Colui che gliela aveva donata. Superato l’iniziale senso di smarrimento, davanti a quel vuoto assapora per la prima volta “una libertà sconfinata e il potere di osare”, e se ne inebria. L’uomo che ha perduto la propria anima deve comunque colmare quell’assenza, e nel riprendere il suo cammino si fabbrica da sè falsi idoli, li spaccia per succedanei, e si illude di poterli controllare: in realtà ne subisce il fascino maligno, e rischia di soccombere.
La storia di Arvo, quasi una parabola post-moderna, racconta nella carne e nel sangue del protagonista la condizione di asservimento cui soggiace l’uomo che si è privato dell’anima, proprio mentre si illude di essere libero e padrone assoluto di sè.
Nell’arco dei tre periodi attraverso i quali si snoda la narrazione cambia lo scenario storico, si modifica l’impatto sociale della dipendenza, ma il meccanismo psicologico rimane identico: l’elusione della realtà, la ricerca spasmodica di vie di fuga artificiali (prima la droga, poi l’ideologia, infine internet), e la totale deresponsabilizzazione dell’uomo senz’anima.
Nella Milano da bere degli anni ‘80 Arvo è il tossico che cerca nell’eroina “il paradiso zippato in 2 cc della società dei consumi”. Pochi anni dopo lo ritroviamo operatore in una comunità di recupero per tossico-dipendenti, dove ammanisce pseudo-insegnamenti di sapore new-age a suoi simili. All’alba del nuovo millennio, mentre conduce una vita apparentemente normale (moglie, due figli, casa & lavoro), il demone si risveglia: Arvo è attratto prima da comparsate in televisione, poi precipita nei meandri virtuali della rete, delle chat e dei blog, perdendo definitivamente ogni contatto con il mondo reale circostante. Il tentativo estremo di riempire un vuoto sempre più lacerante assume le sembianze di un vero e proprio delirio erotomane di fronte allo schermo del computer.
Dopo l’ennesimo fallimento, Arvo sarà ancora in grado di riscattarsi e di risorgere? La risposta rimane come sospesa: Arvo scompare, ma le tracce che ha lasciato sparse per il ciberspazio - un’Immagine, una preghiera, un gesto - consentono di ricostruire l’epilogo della sua storia.
Arvo siamo noi, e la salvezza - ammesso che sia alla nostra portata - non è opera dell’uomo, ma ci viene data come puro dono: sta a noi saperla riconoscere ed accoglierla.
Commento di Luigi — Maggio 9, 2008 @ 4:05 pm
Molto bello, Valter, concordo con l’analisi di Luigi. L’ho finito di leggere da poco e lo sto ancora metabolizzando. Trovo che Arvo sia un personaggio per certi versi insopportabile e per altri commovente, con la sua incapacità di vivere “incarnato” e di amare veramente (ahimè in qualche modo mi ci sono riconosciuto). Ho anche riso, perchè i deliri erotico/onirici che Arvo dedica alla sua musa del web sono strepitosi. Bellissimo finale. Chissà come sarebbe la storia letta dal punto di vista di Laura…
Commento di Faber18 — Maggio 15, 2008 @ 10:01 pm