Doctor Blue and Sister Robinia

Maggio 14, 2008

DEVOTI A BABELE - recensione di Franz Krauspenhaar

Archiviato in: recensioni — vbinaghi @ 11:44 am
Tags: , , ,

devoti a babele

(Pubblicato su Nazione Indiana)

Chi è Arvo, il protagonista del nuovo romanzo di Valter Binaghi, Devoti a Babele? Un ragazzo del ‘77, un sopravvissuto al piombo che cadeva sugli omonimi anni, che noi ragazzi nati all’inizio dei Sessanta o ancor meglio verso la fine dei Cinquanta, come il nostro autore, abbiamo assaggiato a lingua protesa, come cani masochisti affamati di quei tempi duri.
Arvo è un piccolo borghese della grande metropoli del nord, una Milano dove alle undici di sera c’è il coprifuoco e per il resto della giornata, se vai in centro, vi trovi più mezzi della celere che taxi, soprattutto nella molto armeggiata Piazza San Babila dei ragazzi nazi dalle scarpe a punta. E’ un ragazzo del suo tempo che tiene in camera i poster dei Rolling Stones e dei Police (siamo all’inizio degli Ottanta e il rock, con la morte di John Bonham dei Led Zeppelin, è per molti ufficialmente morto assieme alla sua epoca) e per il resto si tira in vena appena può la droga dei tempi, l’eroina della botta e via, la “roba” che non ti fa pensare, la droga di chi vuol rallentare le proprie pene e pure il resto fino a rallentarsi anche gli anni di vita; non certo la polvere bianca d’oggi, la cocaina divenuta per tutti i cani e tutti i porci, che ti ingloba ancor di più nel sistema dell’arrampicata mobile e liquida e ti fa accelerare la corsa verso il successo, fino al bang a testa sotto nel solito baratro, all’ultimo capitolo della tua tragicommedia d’un uomo ridicolo.

Arvo lo seguiamo attraverso i suoi buchi, le sue colazioni a base di caffelatte e krumiri rubate alla povera madre vedova, lo seguiamo nei suoi accampamenti a Piazza Vetra alla ricerca della maledettissima roba in cambio di stereo “zanzati”. Nella seconda parte, il ragazzo finisce finalmente in una comunità terapeutica, Castalia. Se prima, all’inizio degli ‘80, siamo alla fine di un’epoca fotografabile tra il multicolor della psichedelia di massa e il nero buco di una Vermicino dove si consuma una morte in diretta del tutto simile a quella che troviamo in uno dei capolavori “neri” di Billy Wilder, L’asso nella manica (1951) e si prospetta a larghe falde di spot ramazzotteschi fighettismo e berlusconismo strafottuto da bere, deglutire e -perdio- vomitare, ora siamo arrivati alla fine di questo decennio buggerone e corto, in una succursale fantastica ma anche parecchio brianzola di quel farabuttificio globalizzato che è Dianetics. A seguire il Programma, del quale Arvo diventa sostenitore e in seguito, uscito dal megatraforo della dipendenza, istruttore. Un Programma di normalizzazione ma anche di risucchio dell’anima, cosicchè è vero che si esce dalla schiavitù della droga, ma pagando il prezzo di un abbandono totale della propria indipendenza psicologica, della propria effettiva libertà di scegliere.
La terza parte, trattata intelligentemente e abilmente da Binaghi con altro passo stilistico, perchè i tempi lo richiedono per via di un’accelerazione del ritmo della comunicazione, trova Arvo, nel frattempo sposato e inquadrato nella vita piccolo borghese di quasi tutti, alle prese con una nuova, potentissima dipendenza: quella della Rete, delle ossessioni psicodrammatiche del virtuale. Una caduta, la sua, dal virtuale dell’endovena cosmica al virtuale della comunicazione illusoriamente totale, con Arvo - personaggio simbolico di una generazione di figli dei figli della guerra che in una sorta di effetto rebound hanno sconfessato gli sforzi e il sudore e le lacrime dei loro padri- che chiede amore ed erotismo via blog a una sconosciuta che sempre tale rimarrà, ectoplasma danzante nel liquido fintamente amniotico di una blogosfera megafono di semplici, banali sospiri di desiderio. Sarà la famiglia, banalmente ma realisticamente, a raddrizzare la via del protagonista verso una grigia ma solida salvezza dall’ultima dipendenza.
Un romanzo compatto e molto ben riuscito, dalla scrittura - tipica di quest’autore - che s’imbeve di una religiosità affannata e del senso di colpa di un’intera generazione che si è fin troppo stordita con cose che meritavano certamente meno attenzione, e nessuna passione; così che i libri di Binaghi, sempre più lontani, passo dopo passo cioè libro dopo libro, da qualsiasi “genere” codificato, diventano ben strutturati apologhi di una generazione cardine e certamente più interessante di altre, nella quale si trova successo pieno in una società opposta a quella vagheggiata in anni ben distanti, e al contempo continue ricadute nel bisogno di stordimento, nella vecchia droga, sul filo di un istinto di autodistruzione divenuto purtroppo di massa, in certo senso seminato a rattrappite mani alle nuove generazioni.

11 Commenti »

  1. L’avevo già letta, se non prendo fischi per fiaschi, su NI e deciso: mi compero il libro e voglio la dedica!

    Blackjack.

    Commento di Giocatore d'Azzardo — Maggio 14, 2008 @ 8:35 pm

  2. La prima volta dai cinesi portalo!

    Commento di vbinaghi — Maggio 15, 2008 @ 1:26 am

  3. Non mi fido di Franz. Nell’improbabile veste di critico poi meno che mai.
    Vi fate le recensioni fra di voi.
    Che critica sarebbe? Boh.

    Dove vivo io non c’è manco una libreria che lo distribuisca.
    E poi, soprattutto, non li compro i libri che recensisco. Figurati!

    Comunque, Valter, tu che sei cattolico, adesso devi credere negli alieni. E’ la Specola Vaticana che ammette la possibilità che gli extraterrestri esistano, quindi tu comincia a rigare dritto altrimenti quelli vengono e con un colpo di laser ti inceneriscono. :-D

    Ciao

    Commento di Giuseppe Iannozzi — Maggio 15, 2008 @ 11:07 am

  4. Giuseppe, uno scrittore non può provare a interpretare e valutare il libro di un altro? Perchè mai?

    Commento di vbinaghi — Maggio 15, 2008 @ 12:20 pm

  5. Perché è mia convinzione che sia solo una sega.
    Un amico può parlare del tuo libro, non dico di no, ma lo farà sempre e solo in veste di amico. Te lo immagini un amico che ti stronca? O che ti dice che il libro è così e così? Tutte le presunte recensioni fatte da amico ad amico sono talmente mielose da far venire il voltastomaco.

    Anch’io ho recensito degli amici, e quando è stato il caso, secondo il mio metro di giudizio, ho stroncato. Sono diventati dichiaratamente miei nemici. Non me ne faccio un cruccio. Evidentemente non erano veri amici e soprattutto non sono stati capaci d’essere critici con sé stessi.

    Io non sono tuo amico. Tu non sei mio amico.
    Lo sanno tutti.
    Ma il tuo “cronista padano” mi sembra d’averne detto bene: con tutti i miei limiti cerco di non avere pregiudizi, perché credo in una critica che guardi alla meritocrazia e non ad altro.

    ciao.

    g.

    Commento di Giuseppe Iannozzi — Maggio 15, 2008 @ 12:49 pm

  6. Franz è uno che se i libri non gli piacciono non li recensisce.
    Io invece ogni tanto mi prendo il gusto di stroncare.
    Giuseppe, è sempre solo un problema di persone.

    Commento di vbinaghi — Maggio 15, 2008 @ 1:14 pm

  7. Se ho fra le mani un libro che non mi piace lo recensisco e lo stronco.
    La critica non guarda in faccia nessuno.
    Non recensire un libro perché brutto è comunque fare un favoritismo all’autore, all’editore. E’ un trattare non alla pari. Perché i libri belli sì e quelli brutti no? Non si può rispondere con un semplice perché sono brutti. Troppo comodo.
    Ecco un altro motivo per cui non mi fido di Franz, ma in generale degli scrittori che si recensiscono fra di loro. Poi può darsi che Franz abbia detto il vero qui. Io non ho modo di saperlo però.

    Ciao.

    g.

    Commento di Giuseppe Iannozzi — Maggio 15, 2008 @ 4:03 pm

  8. Ogni tanto i libri si possono pure comprare

    Commento di vbinaghi — Maggio 15, 2008 @ 6:25 pm

  9. Ho recensito il libro di Valter perchè mi è piaciuto. Non recensisco MAI pe stroncare perchè non faccio, di mestiere, il critico.

    Mancando una critica veramente forte e agguerrita e attenta (tolti alcuni nomi) capita che ci si recensisca anche tra amici. Essere amici, però, non esenta dalla libertà di criticare un libro se questo non piace. Iannozzi prova gusto a provocare, ma a me fa solo ridere.
    Ricevo una quantità smodata d libri; o mi metto a fare il critico e ad assaggiarli perlomeno tutti (ma allora voglio essere pagato) o continuo a fare il narratore.
    Io personalmente, caro Iannozzi, sarei per la “separazione delle carriere”, come in magistratura.
    Gli scrittori facciano gli scrittori e i critici e i critici.
    Perchp, però, non te la prendi coi grandi nomi che si recensiscono tra loro e ti “scagli” su di me e Valter Binaghi, che è uscito con un ottimo romanzo ma con un piccolo editore dalla non eccelsa visibilità?

    E perchè non ti fidi del mio giudizio? Su quali basi? Ho dato prova da qualche parte di disonestà intellettuale?

    Commento di franz krauspenhaar — Maggio 17, 2008 @ 6:35 pm

  10. E.c. : questa frase “Essere amici, però, non esenta dalla libertà di criticare un libro se questo non piace.” va letta come “Essere amici, però, non esenta dalla libertà di NON criticare un libro se questo non piace”.

    Commento di franz krauspenhaar — Maggio 17, 2008 @ 6:37 pm

  11. Ohhh… Franz!

    Commento di Giuseppe Iannozzi — Maggio 19, 2008 @ 7:37 pm

RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.