A PROPOSITO DI “NEW ITALIAN EPIC” di Valter Binaghi
Dopo la polemica corsa tra me e Wu Ming1 in questo stesso blog, polemica che verteva più sul metodo e sul contesto che sui contenuti del suo “manifesto” ampiamente diffuso in Rete, mi è sembrato giusto entrare nel merito dell’argomento, con qualche breve considerazione.
Il testo di Wu Ming1 che porta questo titolo può essere considerato da un punto di vista mediatico e da un punto di vista contenutistico.
Per quanto riguarda il primo aspetto, si tratta come ho scritto altrove di una comprensibile e raffinata operazione di autolegittimazione: Wu Ming1 enuncia una poetica che il collettivo di scrittori cui appartiene persegue da anni in modo sempre più consapevole e continuativo, facendone però l’elemento catalizzatore di una galassia di opere alcune delle quali possiedono solo in minima parte le caratteristiche più avanti delineate. L’elenco da lui compilato, oltre a evidenziare indubbie prossimità letterarie, dà in certi casi l’impressione di consolidare solidarietà culturali tra gli autori più che un vero isomorfismo delle opere, in altri di avvicinare al proprio successi editoriali che in realtà traggono origine da altre pulsioni, e di cui in qualche misura ci si appropria. Ci sono esclusioni inopinate, oltre che inclusioni discutibili: all’operazione avrebbe giovato un’esemplificazione più misurata e prudente (tre, quattro testi analizzati in profondità): una lunga processione non può non dare l’impressione di promettere una completezza e una precisione classificatoria che poi non è in grado di mantenere.
Poichè però riconosco al testo in oggetto chiarezza e profondità di sguardo su una direzione artistica alla quale attribuisco una vera urgenza e nella quale io stesso mi sento coinvolto come scrittore, proverò a isolare i quattro punti fondamentali intorno a cui si articola il suo contenuto citando da Wu Ming1 e aggiungendovi le mie glosse.
Grandiosità (diverso da minimalismo)
Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose (…) Inoltre, queste narrazioni sono epiche perché grandi, ambiziose, “a lunga gittata”, “di ampio respiro”.
Leggendo ho pensato: evviva, la facciamo finita coi diari sentimentali del tardo-adolescente sfigato, coi forzati del call-center, ma anche con ritratti di femmine esangui e solitarie, acquarelli di infanzie idealizzate, profumi di verbena nel cassetto (però quando il pariolino Colombati ripudia i tinelli macchiati di sugo per passeggiare tra le rovine col gelato in mano insieme all’amico Piperno metterei mano alla pistola se l’avessi).
Serietà (diverso da post-modernismo)
Le opere del New Italian Epic non mancano di humour, ma rigettano il tono distaccato e gelidamente ironico da pastiche postmodernista. In queste narrazioni c’è un calore, o comunque una presa di posizione e assunzione di responsabilità, che le traghetta oltre la playfulness obbligatoria del passato recente, oltre la strizzata d’occhio compulsiva, oltre la rivendicazione del “non prendersi sul serio” come unica linea di condotta.
Approvo senza riserve, purchè questo significhi che a essere messo in scena non è più lo stereotipo antropologico forgiato da quel demiurgo freudiano e darwinista che è diventato l’artigiano della penna, ma l’intera profondità del soggetto morale, l’abissale ricerca di significato che non è fatta di un’ideologia più o meno spiritualistica ma di azioni scultoree e sentimenti definitivi, come accade ne “La strada” di McCarthy.
Simbolismo (diverso da allegorismo)
Raccontare una storia che in realtà è un’altra storia, perché i personaggi e le loro azioni sostituiscono altri personaggi e azioni, oppure personificano astrazioni, concetti, virtù morali. (…) E’ l’allegoria “a chiave”. (…) Le allegorie a chiave sono piatte, rigide, destinate a invecchiare male. Presto o tardi, i posteri perderanno cognizione del contesto, delle allusioni, dei riferimenti, e l’opera cesserà di parlare al loro tempo, poiché troppo legata al proprio.
Attenzione però: questo accade non solo nel moralismo figurato delle favole di Esopo, ma anche nel saccheggio della storia e del dramma umano operato dall’ideologia. Ad esempio quando decenni di cronaca italiana servono unicamente a leggere in filigrana una contro-storia che è più che altro complottismo ideologico. Oppure quando la vicenda di Hitler pretende di esibire una rappresentazione compiuta e definitiva del Male dietro cui s’intuisce l’identificazione dell’Olocausto come sacrificio esemplare, chiudendo la porta proprio all’inesauribile metafisico che lo stesso Genna invece riusciva ad evocare negli squarci della cronaca italiana aperti dal “Dies irae”.
Infatti: non tutte le allegorie storiche sono “a chiave” (intenzionali, esplicite, coerenti, “biunivoche”). In questo caso, scrive Wu Ming1: la loro indeterminatezza non è assenza: le allegorie sono “bombe a tempo”, letture potenziali che passano all’atto quando il tempo giunge. E cita il Benjamin de L’origine del dramma barocco tedesco (1928), che descrisse l’allegoria come una serie di rimbalzi imprevedibili, triangolazione fra quello che si vede nell’opera, le intenzioni di chi l’ha creata e i significati che l’opera assume a prescindere dalle intenzioni. (…) Questo livello dell’allegoria è privo di una “chiave” da trovare una volta per tutte. E’ l’allegoria metastorica.
Un solo appunto qui, di tipo terminologico: per indicare questa inesauribilità, preferirei sostituire il termine allegoria (che in realtà è sempre a chiave) con “simbolismo”, nell’accezione che i migliori studiosi del XX secolo (da Eliade a Jung a Furio Jesi) ne hanno dato.
Wu Ming1 osserva giustamente che il segreto di quelle opere che diventano “classici” sta nella ricchezza dell’allegoria metastorica, la stessa che possiamo trovare in miti e leggende. La storia di Robin Hood è sopravvissuta ed è ri-narrata a ogni generazione perché la sua allegoria profonda continua ad “attivarsi” nel presente, a interrogare il tempo in cui vive chi la legge o ascolta.
Postumano (diverso da antropocentrico)
Per Wu Ming1 la possibilità di raggiungere questo livello metastorico è data da una particolare distanza o “scarto”, che l’autore assume contemplando il suo oggetto, che si tratti di cronaca del presente o di episodio storico. Qui non possiamo non tornare ai fondamentali della storia letteraria. Da sempre, la parola epico implica il racconto di res gestae il cui senso è pienamente dispiegato alla luce di uno sguardo che le trascende dall’alto. E’ così per l’epica classica, è così per quella medievale. E’ così ne “La strada” di Mc Carthy, dove l’avventura di un padre e di un figlio è elevata al mito, e il valore assoluto del dono di sè è il sacro che giudica il profano. Insomma, quello che (per dirla con McLuhan) svela l’archetipo oltre il clichè, è una teologia o una filosofia della storia, non necessariamente esplicitata e nemmeno confessionalmente identificabile. Si tratta di una teologia del narratore non - come qualche lettore starà già paventando - di quella di Ratzinger. L’epica dell’Ariosto, ad esempio, muove dalla superiore indifferenza degli dei pagani al teatro del mondo, e ci restituisce una contemplazione estetica che compone e risolve le umane agitazioni in un sorriso soave.
L’interpretazione che Wu Ming1 dà di questa “altitudine” si colloca dichiaratamente nel solco della de-mitizzazione e dell’anti-umanesimo, che evidentemente considera patrimonio inalienabile della post-modernità: Qualunque “ritorno all’ordine” è illusorio. In primis, perché non è un ritorno ad alcunché: “i bei tempi non ci sono mai stati” (Jack Beauregard), ogni società ha vagheggiato presunti stati di equilibrio antecedenti, prima che il cielo precipitasse sulla terra e si imponesse il caos. Demagoghi di ogni sorta hanno sfruttato quei miti per prendere e mantenere il potere.
Piuttosto, essa trae origine dall’emergenza di specie: I ritorni all’ordine sono illusioni e non c’è nessun “dopoguerra. (…) La vera guerra è il conflitto senza fine tra noi, la specie umana, e la nostro tendenza all’auto-annichilimento. (…) Perciò è tanto importante la questione del punto di vista obliquo, e diverrà sempre più importante – come aveva intuito Calvino – la “resa” letteraria di sguardi extra-umani, non-umani, non-identificabili. Questi esperimenti ci aiutano a uscire da noi stessi. (…) Quell’effetto non è semplice “straniamento”: è lo sforzo supremo di produrre un pensiero ecocentrico.
Faccio osservare che una rappresentazione post-umana appare solo come un’antitesi dialettica di quella tradizionalmente antropocentrica. Tra le magnifiche sorti e progressive e la paralisi del nichilismo, c’è la dinamica socio-culturale, l’epifania e il declino del significato che filosofi della cultura come Vico o Sorokin hanno provato a delineare. Aggiungo che proprio i prodromi di una nuova e salvifica “barbarie” si annunciano nel ritorno dell’epica in letteratura, perchè fortunatamente questo non riguarda solo discussioni tra scrittori, ma identifica un’evoluzione del gusto che torna a reimmergersi nella freschezza rigenerante del simbolo distaccandosi dalla scolastica agonizzante del romanzo minimalista o di genere, anche quando ne utilizza gli stereotipi. L’allegoria nasce proprio per ridare pregnanza significativa a un codice consunto, quando i neoplatonici dell’era cristiana scoprono profondi significati nei miti omerici, o quando Filone Alessandrino rilegge la Bibbia alla luce del platonismo. Oggi che la percezione della realtà è ridotta allo stereotipo mediatico, è impossibile non utilizzare quest’ultimo per raccontare ma facendone appunto un’allegoria della tragedia umana: Moana Pozzi nel “Dies Irae” di Genna, o il palestrato alla Taricone in “Troppi paradisi” di Siti.
Concludo col dire che proprio nella seconda parte di Manituana, con la delegazione degli Indiani a Londra e la malinconica ospitalità del conte Warwick, io vedo ben realizzato l’intento epico: consegnare una civiltà al tramonto alla perennità della memoria, chiedendo ai barbari da cui è affascinato una nuova giovinezza per il mondo.
Un contributo importante, Valter. E le ultime righe in parte *intercettano* - come direbbe Genna - uno dei messaggi più importanti che affidammo a Manituana. Tenuto però conto che il raporto civiltà-barbari, in quel romanzo, viene continuamente rovesciato e ridislocato, come è continuamente “spiazzata”, nell’allegoria, la dialettica tra declino del vecchio e fascinazione per il nuovo.
Commento di Wu Ming 1 — Maggio 17, 2008 @ 1:23 pm
Al volo, che non ho (per il momento) molto tempo: da benjaminiano qual sono, allegoria e simbolo non sono equivalenti. Il simbolo rimanda (anche etimologicamente) a un tutto da ricomporre, l’allegoria apre (anzi, dice il grande Walter B., “esplode”) verso il nuovo, il sorprendente. Il simbolo ricompone, l’allegoria disegna nuove relazioni. Da questa prospettiva il postmoderno “debole”, per il quale tutto è già stato detto e non resta che interpretarlo all’infinito, finge l’allegoria, ma di fatto ricade nell’orizzonte simbolico (senza avere la forza dei grandi interpreti del simbolismo che si sono mossi tra etnologia, pensiero religioso e antropologia).
Commento di girolamo — Maggio 18, 2008 @ 11:11 am
sorry, non intendevo inserire un emoticon (che non ha senso lì dov’è): mi ero limitato a chiudere una parentesi, il tuo programma ha fatto il resto
Commento di girolamo — Maggio 18, 2008 @ 11:12 am
Esatto, infatti quando parlo di “allegoria metastorica”, “allegoria profonda”, “allegoria non a chiave”, io faccio riferimento alle riflessioni di Benjamin (e, in parte, alle glosse di Jameson a quelle riflessioni). Per questo non parlo di “simbolismo”. La risalita alle opposte etimologie è corretta e, direi, “igienica”: “simbolo” deriva dal verbo greco “syn-ballein” (”gettare con”, “gettare insieme”, nella stessa direzione, cioè raggruppare diverse cose), mentre “allegoria” deriva da allos egorein (”parlare altro”, parlare riferendosi ad altro). Mentre nel simbolismo c’è un movimento centripeto, un convergere, nell’allegoria c’è un movimento centrifugo, un divergere. E su questo divergere, su questo potenziale di novità, Benjamin basa la propria idea di un’allegoria che non ha una chiave definita una volte per tutte ma continua a “parlare altro”, a essere “riattivata” e rinnovata ogni volta che la si legge, anche col cambiare delle epoche.
Commento di Wu Ming 1 — Maggio 18, 2008 @ 11:53 am
Valter, vai nelle impostazioni di wordpress e disattiva la funzione “mostra emoticon come immagine”, o qualunque sia la formulazione, perché ogni volta che si alternano punteggiatura e parentesi chiusa compare un sorrisino…
Commento di Wu Ming 1 — Maggio 18, 2008 @ 11:56 am
Ci provo. In effetti è fastidioso.
Già che ci siamo: una caratteristica che avrei aggiunto a quelle che definiscono l’epica è la “mondità”. Il contrario di una rappresentazione socialmente settoriale o provincialistica dell’essere storico. Cosmicità. Non so che termine usare. La totalità come ideale artistico.
Commento di vbinaghi — Maggio 18, 2008 @ 12:07 pm
Quando uso il termine simbolismo penso soprattutto a Jung contrapposto a Freud. Per Freud l’immaginario ha un “princeps analogatum”, che è la pulsione sessuale (allegoria a chiave o, come direbbe Ricoeur, archeologia). Per Jung il simbolo è espressione di un Sè indecifrabile, fenomenologicamente rilevabile solo nell’atto del suo manifestarsi, proiettato verso una declinazione e una realizzazione mai compiutamente definibile. Il simbolo allude a ciò che ha da esserci (Ricoeur direbbe: approccio teleologico al simbolo). In effetti il testo di Ricoeur “L’interpretazione. Saggio su Freud” è uno dei miei must sull’argomento.
Commento di vbinaghi — Maggio 18, 2008 @ 1:18 pm
La precisazione mi rafforza nel sospetto che il simbolismo (nemmeno questo simbolismo, Jung via Ricoeur) non è precisamente ciò di cui sto parlando (o sto cercando di parlare) io. Ma mi rendo conto che quella parte del saggio è ancora troppo imprecisa, e infatti è quella dove più si concentrano grumi di metafore, segno di una mia difficoltà a far capire cosa intendo, per cui ho scelto “scorciatoie”, tentando almeno di far *intuire* al lettore in che direzione mi stavo muovendo.
In questi giorni sto dialogando via e-mail con un collega che mi pone dubbi e perplessità sul saggio. Discussione molto utile, benché a volte il collega mia dia l’impressione di eccessivo tetrapillectomismo (parla come magni: spaccare il capello in quattro). Provo a riproporre qui alcuni esempi fatti durante lo scambio:
—
Il livello allegorico profondo è quello che si trova nell’opera quando si prova la sensazione che essa, parlandoti di un mondo e di un tempo altri, stia in realtà parlando del mondo e del tempo in cui viviamo.
Ad esempio, ogni volta che si parla di terrorismo si evoca “I Demoni” di Dostoevskij. Quell’opera parla della Russia zarista e di una frangia estremista del populismo russo, eppure ogni volta che la leggiamo abbiamo la forte sensazione che parli di noi oggi, che la “cifra” nasconda in realtà riferimenti alle Brigate Rosse etc. Quella è l’allegoria profonda dell’opera. Nel saggio mi riferisco esplicitamente a Robin Hood, una storia la cui allegoria profonda funziona a ogni generazione, perché ogni generazione ha una componente che sogna di rendere difficile l’ambiente intorno al Palazzo di un potere usurpatore, e di essere amata dal popolo per questo. Poi arriva “I Demoni” che è l’allegoria profonda di quel che succede quando si resta prigionieri dell’allegoria profonda di Robin Hood.
[...] Proviamo a metterla così: un’opera ha in sé delle potenzialità, degli elementi che si riattivano ogni volta che la si legge. Il lavoro interpretativo non è puramente arbitrario, non avviene nel vuoto ma appoggia i piedi sull’opera,è reso possibile da alcuni prerequisiti dell’opera, in primis quello di intercettare pulsioni collettive profonde.
“I Demoni” (romanzo) e “Robin Hood” (insieme di leggende, ballate, romanzi e film) sono narrazioni cristalline, che toccano un comune denominatore, rappresentano in modo efficace e toccante aspetti del nostro vivere in società che probabilmente si sono riproposti in ogni periodo storico. Uno junghiano parlerebbe di “archetipi”, qualcun altro di “mitologemi”, qualcun altro di “memi”, a me in questa fase non interessa definirli con un singolo termine. Siccome quelle opere sono scritte in quel modo, quando le leggiamo ci viene naturale interpretarle in chiave allegorica. Cosa che sarebbe più difficile se l’opera fosse scritta male, con uno sviluppo farraginoso, confusa nel modo di affrontare le tematiche etc.
[...] Per me l’allegoria è una potenzialità insita nell’opera, potenzialità immessa nell’opera dal modo e dal contesto in cui essa si è nata e formata. Questa potenzialità ha innumerevoli modi di divenire “atto” (e parlo di atto interpretativo da parte del lettore), poiché potenzialmente innumerevoli sono i lettori. Questi passaggi dalla potenza all’atto dipendono da quanto l’opera intercetti e dia voce a pulsioni profonde, tòpoi che si ripresentano nella vicenda umana etc.
Commento di Wu Ming 1 — Maggio 18, 2008 @ 2:26 pm
Errata corrige:
nella prima frase c’è un “è” al posto di “sia”.
“Tetrapilectomismo”, con una elle sola.
Commento di Wu Ming 1 — Maggio 18, 2008 @ 2:28 pm
grande post, è un vero piacere leggervi.
grazie
Commento di gunny1958 — Maggio 18, 2008 @ 3:09 pm
Capisco bene, soprattutto quando parli di Robin Hood come “archetipo” di contropotere e di prigionia dell’archetipo (Jung parlerebbe di “inflazione”, come nel saggio su Wotan dove parla di Hitler come di un inflazionato dall’archetipo). Questo però collocherebbe l’u-cronia del metastorico in una dimensione che a me in realtà è congeniale, quella vichiana.
Commento di vbinaghi — Maggio 18, 2008 @ 3:12 pm
Sono contento che hai cambiato idea gunny. Per la cronaca, Gunny leggeva “Il dramma barocco tedesco” quando noi tre avevamo i calzoni corti.
Commento di vbinaghi — Maggio 18, 2008 @ 3:14 pm
valter non ti distrarre,
e poi il mio mononeurone ha rilasciato molto,
a me solo il piacere, seguendovi,
di ritrovare pezzi di sentieri praticati,
e riascoltare un’antica lingua
Commento di gunny1958 — Maggio 18, 2008 @ 3:32 pm
Insomma, mai pensato dei collocare l’epico non nell’archeologia delle origini e nemmeno nell’apocalissi della civiltà, ma nel trascendentale, nell’a priori?
Commento di vbinaghi — Maggio 18, 2008 @ 3:40 pm
I lettori del Dramma barocco si riconoscono a vista d’occhio, direi. Il punto è che il resto del mondo fa fatica a capire, dietro la parola “allegoria”, quello che intendono i lettori di Benjamin. E l parola “simbolo” non è univoca (a me ad esempio Rocoeur va benissimo, ma non è la prima cosa che mi viene in mente). Credo che sarà il caso, a costo di essere un filo pedanti, specificare il significato di queste due parole quando le si usa, per evitare fraintendimenti.
Commento di girolamo — Maggio 18, 2008 @ 4:38 pm
per bacco, quanta erudizione! :)
a me l’epica stanca, i romanzi epici annoiano: parole e parole e parole per arrivare a dire che siamo di una brutta razza con coazione a ripetere.
e mai che si “impari”
bah, potendo scegliere, leggo il mio gatto.
tanti baci
la funambola
Commento di la funambola — Maggio 18, 2008 @ 6:32 pm
A me romperebbe il cazzo il tuo gatto. Sono allergico…
Commento di Alessandro C. — Maggio 18, 2008 @ 7:53 pm
Domanda. In un post più sotto rifletto sul 9/11 che è anche il punto di partenza del testo di Wu Ming1. Che cosa conferisce alla cronaca di quel giorno una dimensione epica? Solo il rombo magniloquente dei media, o lo spettacolo catastrofico? O la scelta dei terroristi di richiamare con la torre che crolla l’archetipo biblico (l’utilizzo del “mito tecnicizzato” in questo caso pare evidente)? Non il fatto che proprio la verticalità spezzata contiene in sè lo schema trascendentale della rivolta, di ogni rivolta? E’ mostruoso, ma io credo che ogni suddito del mondo (e tutti lo siamo, in parte), al di là del raccapriccio per l’umanità colpita e del panico per l’irruzione del terrore globale, abbia intimamente, in quanto suddito, “indossato” e consentito allo spettacolo.
Commento di vbinaghi — Maggio 18, 2008 @ 8:12 pm
il mio gatto non lo presto a nessuno, tantomeno ad uno allergico…tranquillo!
:)
Commento di la funambola — Maggio 18, 2008 @ 8:15 pm
#14: insomma il racconto epico come possibilità di ‘isofrequenza’ o di ‘risonanza’?
ma come ‘percezione’ o ’simpatia’ con l’oggetto dell’epica?
ma la certezza della soglia di qs ’simpatia’ non implica la mediazione del tempo (mio antico rovello)?
#16: in fin dei conti hai ragione, solo che la coazione a ripetere non è brutta razza,
tramite essa è possibile lo ’scarto’ ad altro livello, al conoscere
#18: lo sfondamento del ‘nemico’ non è avvenuto in lontano settore della dacia,
per cui è affare delle legioni là stanziate;
è avvenuto in modo tale da azzerare la ns distanza dall’epicentro,
distanza culturale di civiltà e percettiva dell’evento,
il centro o la totalità o la verticalità sono pari,
da allora sulla strada di casa nostra si è aggiunto il tassello skyline delle twin towers.
direi che siamo entrati in ‘risonanza’ con l’evento,
tempo di vita, tempo d’evento, tempo del racconto di esso, tempo della sua percezione: stessa frequenza
buona giornata
Commento di gunny1958 — Maggio 19, 2008 @ 7:54 am
Commenti a… onda corta? :-D
Blackjack.
Commento di Giocatore d'Azzardo — Maggio 19, 2008 @ 7:31 pm
Houston, mi sentite!!! Houston, mi sentite. Per Ming, Houston mi sentite? Non mi mentite, Houston!
Qui Whitney Houston, mi sto facendo una pera, poi dovrei tornare il sala a registrare.
Houston, per Dio, non lo fare?
Devo farlo!
No che non devi!!! C’è sempre una seconda possibilità.
Chi l’ha duro… la vince! Qui Houston, infilo lago, inietto, collasso. E chiudo.
Nooo Houston, nooo…
:-D
Commento di Giuseppe Iannozzi — Maggio 19, 2008 @ 7:45 pm
I Re fusi sono dovuti ala droga che ha fatto voltare in cielo Houston col bel campo, nonostante il rostro in gola. :-D
Commento di Giuseppe Iannozzi — Maggio 19, 2008 @ 7:47 pm
Eccolo.
Commento di vbinaghi — Maggio 19, 2008 @ 7:53 pm
GRANDE GLANDE.
Commento di Giuseppe Iannozzi — Maggio 19, 2008 @ 8:43 pm
iannozzi iso = uguale,
quello che ti capita quando sei troppo vicino al cristallo,
esplodi, vecchio fumetto ‘60 di pippo, topolino e gamba di legno
Commento di gunny1958 — Maggio 19, 2008 @ 9:03 pm
Di grazia, potreste spiegare ad una neofita come me quali sarebbero i titoli di questa “new italian epic”? Mi sfuggono.
Attendo, grazie!
Commento di Elisabetta — Maggio 20, 2008 @ 5:48 pm
Puoi scaricare il testo di Wu Ming1 con questo titolo dalla Rete, sul blog Carmilla per esempio o sul sito Wu Ming Fundation.
Commento di vbinaghi — Maggio 20, 2008 @ 5:54 pm
Sì, ci sono andata e ho visto il testo da scaricare. Userò il materiale anche per il mio articolo sulle nuove tendenze dell’editoria, anche se sono un pò scettica (cioè, devo studiarci su) perchè su altri siti tipo booksblog non erano molto a favore dell’analisi dei Wu Ming. Comunque per me che sono alle prime armi c’è sempre da imparare a leggere quello che scrivi tu.
Ciao ciao, in bocca al lupo!
Eli
Commento di Elisabetta — Maggio 20, 2008 @ 6:15 pm
Su giap wu ming 1 ha raggruppato le obiezioni più stupide al suo testo in quattro macro-categorie, e ognuna ha una specie di “colonna sonora”…
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap22_VIIIa.htm#newitalianepic
Commento di Alessandro C. — Maggio 20, 2008 @ 7:25 pm
Classifica anche gli oppositori?
Ma allora è proprio un vizioso della categoria….
Commento di vbinaghi — Maggio 21, 2008 @ 12:54 am
No, ma io volevo far notare questa cosa della colonna sonora, che se clicchi sull’obiezione… :-)))))
Commento di Alessandro C. — Maggio 21, 2008 @ 1:30 am
Il termine “livello allegorico” (come spiegato più sopra) a me sembra andar bene, anche se “livello archetipico” sarebbe forse ancora più evocativo - se non fosse che su Jung sembra essere calato, dopo la guerra, un certo comprensibile interdetto culturale. Diciamo allora che il senso è quello di una inafferabile “costellazione” di contenuti mentali, più o meno consci, preferibilmente nell’accezione più gentile, labirintica e frammentaria di Benjamin. Forse andrebbe altrettanto bene parlare della percezione di “isomorfismi profondi”, alla Hofstaedter. Il simbolo, invece, mi sembra situarsi ad un livello di articolazione insufficiente al contesto: simbolo può essere un quadro, o un’installazione, non tanto un romanzo o un film.
Mi hanno comunque sempre incuriosito le formulazioni sintetiche che talvolta vengono tentate per le complesse “illuminazioni” che un’opera narrativa ti può fornire. Ne ricordo una intrigante di Mozzi: “I quattro libri che ho citati sono, per me, avventure nell’ignoto. Sono libri belli grossi, e che mi sarebbe piaciuto fossero ancora più grossi. Sono libri in cui l’ego dell’autore (e si tratta di quattro eghi assai diversi) la fa da padrone. E sono libri, tutti e quattro, che mentre espongono un caos di superficie edificano al loro interno un organizzatissimo ordine profondo. Che non è un ordine logico-razionale, ma è un ordine del discorso: è una retorica.”
Ecco che questa puntualizzazione sembra rispondere a quella mia domanda che era andata inevasa, e che era legata alla mia ossessione di risolvere (nel senso di separarare, discriminare) fra la sensazione estetica, o “marcatura somatica” o sottolineatura emotiva (in quanto legata all’oscura azione delle divergenti discipline sopra le predisposizioni innate dei corpi) di un certo pensiero o discorso, ed il suo modello (o scheletro) concettuale - in teoria maggiormente ancorabile all’intersoggettività (o aperta negoziabilità) del segno linguistico. La mia domanda era in fondo dettata dalla pigrizia: sondavo la possibilità di esimermi dall’esposizione diretta ad opere che non mi attraggono per nulla, attendendo il successivo compattamento dei loro certamente ampi e profondi sensi in sottoprodotti logico-razionali (ed era certo un po’inane chiedere garanzie di questo tipo ad un produttore di tali opere - ma forse anche dei sottoprodotti - e forse una fortuna che egli non abbia compreso la domanda). Ora comunque mi risponderei senz’altro di “no”: senza aratura del campo la semina andrebbe sicuramente sprecata.
Commento di elio — Maggio 21, 2008 @ 7:03 pm
Grazie per questa discussione, molto interessante. Per quanto raggiunga vette di cultura inaccessibili alla mia umana mediocritas, trovo che arricchisca il dibattito. Sergio.
Commento di sergio — Maggio 22, 2008 @ 12:42 pm
Molto interessante anche l’intervista sul tuo blog, Sergio.
Commento di vbinaghi — Maggio 22, 2008 @ 1:28 pm
@elio
Credo che decifrare “intellettualmente”, cioè con un linguaggio scientificamente assimilabile, un fenomeno come l’analogia sia il mito per eccellenza delle scienze umane, proprio perchè impresa disperata. Posso dirti solo che l’ipotesi strutturalista non mi soddisfa: riduce la forma a un sistema di relazioni, e l’isomorfismo a una proporzione. Ho l’impressione che così facendo si manchi il bersaglio più grosso. Senti che bello questo, invece:
“Ogni essere sembra in sè rotondo” (Karl Jaspers).
Qui colgo l’anima della forma, proprio perchè non si tenta di decifrarla e ci si accontenta di “viverne” la pienezza.
Commento di vbinaghi — Maggio 22, 2008 @ 3:37 pm
Segnalo una conversazione sorella di e parallela a questa, molto approfondita. Incontratevi, fate amicizia. Io comincio a sentire un po’ troppo la fatica, mi sa che spegnerò per un po’ la parte di cervello contrassegnata con: “DISCUSSIONE NIE: SII DISPONIBILE”.
http://rivistatabard.blogspot.com/2008/05/seconda-nota-sul-nie.html
Commento di Wu Ming 1 — Maggio 23, 2008 @ 4:13 pm
Segnalo una discussione sorella di e parallela a questa, già molto approfondita. Incontratevi, fate amicissia. Io sto cominciando a sentire la fatica, mi sa che spegnerò per un po’ la parte di cervello contrassegnata “DISCUSSIONE NIE: SII DISPONIBILE”.
http://rivistatabard.blogspot.com/2008/05/seconda-nota-sul-nie.html
Commento di wm1 — Maggio 23, 2008 @ 4:33 pm