La Repubblica delle Lettere4 - IL TEATRINO DEI PUPI di V. Binaghi

PIPPADORO E IL MISERANDO
Quali noti scrittori italiani si celano sotto queste spoglie, che sembrano prese da un catalogo della Commedia dell’Arte? Ricchi premi e cotillons a chi indovina.
Pippadoro declama da una cattedra universitaria, il Miserando boccheggia in un bilocale, l’uno proviene da quella borghesia ebraica che compratosi il mondo reclama di definirlo pura merce, l’altro dai meandri oscuri di un proletariato rabbioso e vociferante. Cosa li unisce, quale incestuosa e inconfessabile tangenza, che si trovino spesso le loro voci posatamente contrapposte ad alternarsi nel medesimo salotto letterario?
Anche gli stili, sono così diversi. Pippadoro è Gastone il fortunato: antipatico e spocchioso, scatena il livore altrui per essere immeritatamente prescelto dalla Dea Bendata – nato ricco, cattedratico in breve, un solo articolo sul magazine lo lancia romanziere di successo, ginnasiale risposta al Moccia dell’istituto tecnico, il nuovo Proust delle nuove sartine. L’altro è faticoso e faticato, una sfiga cronica e visibile nella piega della bocca, una lunga e prona frequentazione del profeta mondadoriano come Paperino col ricco zio, nella speranza di un’investitura, del riconoscimento di una parentela, che non è mai definitiva, mai del tutto rassicurante.
Assidui agli appuntamenti letterari del video (pare che sia impossibile oggi prescinderne, per chi scrive e deve competere coi best seller dei cabarettisti di Zelig), emerge in pieno la loro fisica incompatibilità. L’algida sufficienza del primo, la tormentata incompiutezza del secondo. Ma volendo restare ai loro libri (è pur sempre di quello che si tratta, o no?), la reciproca esclusione sarebbe ancor più evidente. Da una parte (parliamo di Pippadoro, of course) la pura calligrafia di una scrittura dichiaratamente dis-utile, il distacco del fine dicitore, che passeggia sulle rovine col gelato in mano, contemplando il cadavere dell’Occidente. Dall’altra la promessa di una nuova genesi, il cantiere aperto del romanzo-non-romanzo-interminabile, la scrittura medianica, che cerca nelle suggestioni del Web e nella sovraesposizione del proprio corpo martoriato una patente di sgangherata santità: il Miserando che partorisce se stesso in vetrina, da anni, un centimetro dopo l’altro. Due verità incomponibili, due antitesi irrimediabili: eppure, eccoli lì, tutti e due a fare anticamera dalla Bignardi o dal redattore ultrapotente del magazine.
Che strana convivenza! In qualunque altro degli universi sarebbe impossibile, tranne che in quello spettacolare, dove il Diavolo e il Buon Dio sono soltanto pupi del medesimo teatro e il pubblico pagante, che ha polenta sul desco e lenzuola di bucato, di ritorno dalla piazzola è contento a pensare che la vita è altrove.