
Con la serie dei suoi “ready-made”, tra cui la celeberrima ruota di bicicletta (1913), Duchamp è riuscito a dire tre cose, che restano patrimonio inalienabile dell’arte e soprattutto delle speculazioni sull’arte contemporanea.
1) Si può prendere un oggetto ignobile, frammento di ambiente domestico come uno scolabottiglie, una ruota di bicicletta o un cesso, e dargli la dignità dell’arte collocandolo su un trespolo ed esponendolo in una Galleria
2) Da questo si desume che non esistono oggetti artistici o meno: arte è ciò che sta sul trespolo di una Galleria, arte è ciò che sta in una cornice
3) Il contesto ideologico dell’arte occidentale è interamente risolto nell’ambito della “rappresentazione”. Dai bisonti di Lascaux alle ballerine di Degas, il problema appare sempre la scelta di ciò che merita mettere in cornice, elevando a dignità via via il vitale, il nobile, il mistico, il popolare, il pesante, l’etereo. Denunciando ed esibendo questo limite, il ready-made di Duchamp intende chiudere il capitolo dell’arte “rappresentativa” e rendere possibile l’arte come “evento”.
Non voglio continuare a parlare di arte contemporanea, per arrivare a Sophie Call e Cattelan (che detesto abbastanza), perchè quello che mi interessa davvero è la letteratura. O meglio: in che modo la letteratura ha fatto propria a suo modo questa triplice consapevolezza, dal XX secolo fino ad oggi.
Schematicamente (e soprattutto provvisoriamente: vorrei che queste annotazioni diventassero prima o poi una ricerca di maggior sostanza), mi pare di poter dire quanto segue.
C’è chi Duchamp nemmeno sa dove stia di casa, e il ready-made per lui non è mai esistito. Come il pittore di paesaggi montani, che continua a vendere i suoi quadretti nelle fiere di paese (incontrano un gusto popolare, è giusto che ci siano), lo scrittore di fiction continua a incorniciare stereotipi di genere: la torbida metropoli schiumante di assassini, il drammone sentimentale della contessa o della sartina, il tesoro sepolto e l’Indiana Jones di turno.
C’è chi ha introiettato 1), e allora mette nel suo quadretto il precario da 700 euro, l’amore ai tempi della chat, la guerra di bande dei bulli di periferia, con la stessa acritica compostezza con cui gli scrittori romantici credevano di essere popolari perchè “parlavano” del popolo.
C’è chi non si è fermato a 1) ed è arrivato a 2). A questo punto, volendo sfuggire alla tirannia della cornice, ha provato a fare entrare la vita e la viva voce nello spazio della pagina letteraria, preoccupandosi molto meno dell’oggetto rappresentato e molto più della spietata autenticità della voce narrante, che della vita intende avere la brutale immediatezza, il libero flusso e le imbarazzanti pause, scarnificando al massimo la vicenda della sua letterarietà e facendola coincidere con la testimonianza esistenziale dell’autore. E’ il cosiddetto “minimalismo”, da Carver in su. Un buon esempio di questo atteggiamento mi pare l’ultimo romanzo di Mauro Covacich, “Prima di sparire”, di cui si parla giustamente parecchio perchè padroneggia questa poetica mostrando notevole maturità stilistica. Nel romanzo Covacich ha raccontato in sequenza la relazione adulterina che ha portato alla sua separazione dalla moglie. A proposito di questo tipo di esposizione, in una recente intervista lo stesso Covacich parla di “body art”. Si può dire così, ma a me pare piuttosto che siamo ancora nei pressi del “Bue squartato” di Rembrandt, ovvero dell’ossessione (per quanto criticamente avvertita) per il “desueto” e il “viscerale” come oggetto di rappresentazione.

La recente discussione con Wu Ming1 a proposito della cosiddetta “New Italian Epic” mi ha suggerito invece un’ipotesi di percorso che potrebbe assimilare 3) in letteratura.
Il superamento dell’ossessione rappresentativa potrebbe verificarsi nel momento in cui l’oggetto rappresentato (meglio se coi tratti iniziali della fiction e utilizzando gli stereotipi della letteratura di genere) si proponesse in termini non di “visibilità” ma di “risonanza”. Quell’eco di rimandi dal presente al passato al futuro del senso, che trasforma la figura incorniciata in una finestra. In questo caso però la parola chiave non è tanto “epico”, quanto “simbolico” o per chi preferisce “allegorico”. Non stiamo parlando ovviamente di allegoria “a chiave” (gli animali di Esopo), ma della possibilità del testo di aprirsi a una semiosi potenzialmente infinita, la cui dimora è perennemente l’altrove, e il cui perimetro è il luogo stesso dell’accadere: l’intervallo di risonanza tra il testo e tutti i contesti che suggerisce. Questo si verifica se il dramma del personaggio deborda dallo stereotipo eroico-sentimentale, ma nemmeno accetta di chiudersi nel dolore di un’esistenza singolare, per far convergere in sè una profondità che non è intimismo, una storicità che non è appropriazione del senso da parte di un ordine del discorso dettato dal potere.
Da continuare, of course.
mi piace valter, mi piace; oso seguirti (e chiosarti) per un momento:
“si proponesse in termini non di “visibilità” ma di “risonanza”.
Quell’eco di rimandi dal presente al passato al futuro del senso, che trasforma …”
ma la dinamica temporale non è propria solo del senso, del significato o oggetto concettuale,
è insita e intima anche del soggetto, come un prepararsi, predisporsi a(lla)
“… possibilità del testo di aprirsi a una semiosi potenzialmente infinita,
la cui dimora è perennemente l’altrove, e il cui perimetro è il luogo stesso dell’accadere:
l’intervallo di risonanza tra …”.
cito, per ‘azzeccatezza’ delle frasi dall’altro tuo post:
“Le solitudini d’oggi ci restituiscono alle prime solitudini. Queste prime solitudini, solitudini infantili …”,
“L’essere della révenie attraversa senza invecchiare tutte le età dell’uomo …” e
“Nella réverie del bimbo, l’immagine supera tutto. Le esperienze vengono dopo …”,
come esempio della fondamentalità della temporalità, la semiosi non avviene comunque e a prescindere da essa.
soggetto e oggetto concettuale hanno da essere pronti all’intercetto
così uso anche un termine caro all’autore tuo interlocutore).
“l’intervallo di risonanza tra il testo e tutti i contesti … ” e il soggetto/lettore suggerito,
è allora (la sto sparando grossa) un’intersezione di onde semiotiche in risonanza.
Commento di gunny1958 — Maggio 21, 2008 @ 6:46 pm |
Tu sottovaluti l’istruzione di massa. Non esistono più pittori di paesaggi montani che continuino a vendere i loro “quadretti” nelle fiere di paese: se osservi bene quei “quadretti” vedrai che in basso a destra, in caratteri molto piccoli per non disturbare l’occhio, v’è scritto sempre, a volte persino in lingua francese, “questo non è un paesaggio montano”.
Commento di elio — Maggio 21, 2008 @ 7:41 pm |
Avessi voglia di farti le pulci, farei presente che “Il superamento dell’ossessione rappresentativa [...] nel momento in cui l’oggetto rappresentato si propone in termini non di “visibilità” ma di “risonanza”” – sul quale dopo Duchamp nessuno può far finta di non sapere – non è una prerogativa del moderno (penso a Velasquez, dove la risonanza prevale nettamente sulla rappresentazione). Ma per tornare al tuo post, mi sembra che tu cogli molto bene delle potenzialità narrative che indicano un “al di là” del “genere” e del nudo fatto (narrato) in sé. La semiosi illimitata, e il correlativo “altrove” di cui parli riferendoti allo strabordare del personaggio dallo stereotipo, sono strumenti interpretativi molto più cogenti di chi si lascia abbindolare dalla linea di confine dei “generi”. Soprattutto: sembra che a te, più che appiccicare etichette, interessi capire cosa si può aggiungere a quanto detto da altri, cos’altro può essere esplorato, quali territori si possono ancora esplorare: ecco perché resti in provincia a coltivare patate (in senso letterale il pomeriggio, ed anche, di mattina, in senso allegorico), e non andrai mai ad insegnare letteratura all’università. Il che, per ambedue le specie di patate che coltivi, è un bene :-)
Commento di girolamo — Maggio 21, 2008 @ 7:48 pm |
Se prendo un cesso e lo firmo, quello diventa un pezzo d’arte da ammirare e capire.
Ma se scrivo un libro, o credo di scriverlo, e lo firmo, non necessariamente ho scritto un buon libro. Capita che invece di un libro mi trovi fra le mani uno scartafaccio. O una cagata tremenda, come appunto giudico l’auto-incensarsi dei Wu Ming con ’sta storia della New Italian Epic.
Warhol scrisse un romanzo, “a”. E’ ricco di refusi, perché Warhol stesso ha voluto che quello scritto venisse stampato con tutti i refusi che erano venuti a crearsi durante lo sbobinamento dei nastri e la trascrizione su carta da parte di quattro dattilografe, se non ricordo male. E’ una gran bella storia quella della nascita di “a”. E anche “a” è un gran romanzo, alto esempio di pop-part che ha largamente dato avvio a quello che è oggi l’avantpop, almeno a mio avviso.
P.S. di trollaggio: Valter, ma perché ami così tanto i cimiteri? :-D
Commento di Giuseppe Iannozzi — Maggio 21, 2008 @ 8:32 pm |
Beh, taglio a fette grosse (molto grosse e perdonatemi) il tema, riprendendo una battuta che avevo fatto a Wu Ming durante uno dei precedenti post: la grande differenza fra pittura e scrittura è che non poi acquistare una serie di brutti libri, imbastire una campagna commerciale e vederli speculando.
Con la pittura e la scultura si può :-)
Blackjack.
Commento di Giocatore d'Azzardo — Maggio 21, 2008 @ 9:59 pm |
venderli, non vederli. Scusate.
Blackjack.
Commento di Giocatore d'Azzardo — Maggio 21, 2008 @ 11:11 pm |
“Denominare, connotare, significare comporta sempre un rinvio ad altro dal nome, dal significante, implica sempre un rimando al’istanza decisiva che è l’esperienza interiore, silenziosa e meditativa del significato…..Fra gli strumenti dell’agricoltura di idee, possono servire anche i discorsi, purchè cambino di continuo, purchè con significanti sempre diversi si risponda via via alle interrogazioni che il destinatario farà sul significato.”I migliori discorsi- conclude Socrate- non fanno che suscitare il ricordo in coloro che già sanno”.(da Verità segrete esposte in evidenza – ed. Marsilio di Elémire Zolla)
Commento di lucio — Maggio 23, 2008 @ 12:53 am |
Cattelan è semplicemente un genio, il vero romanziere, la continuazione ultra-contemporanea del lavoro di hopper.
Per il resto, 2 e 3 si contraddicono, 1 non ha senso, il paragone con la letteratura è un po’ pedante.
Questo post è un ready-made.
Ceci n’est pas un post.
Commento di null pointer — Maggio 26, 2008 @ 11:40 pm |
Non capire un cazzo e lasciare commenti anonimi è un privilegio dei coglioni.
Gli altri se ne vergognano.
Cattelan è il romanziere che ti meriti se la tua massima aspirazione è l’afasia.
Commento di valter binaghi — Maggio 27, 2008 @ 11:12 am |
Ah, rispondere ai troll con la solita ultraviolenza dell’orso bruno… certezza scientifica. E poi solo per aver usato la parola “pedante”. Altolà marrano! Ti sfido in singolar tenzone (se non usi almeno 500 parole)!
Comunque è incredibile che ci sia ancora qualcosa di cui si pensi ci si possa vergognare – e, per favore, moderiamo i commenti!
Commento di null pointer — Maggio 27, 2008 @ 2:03 pm |
Sbagli carissimo. Io per esempio mi vergogno di un sacco di cose che ho fatto in vita. Sarà perchè sono più vecchio. O forse perchè ho una faccia e un culo e non mi riesce più di confonderli.
Commento di vbinaghi — Maggio 27, 2008 @ 3:15 pm |