O DELL’IMAGINISMO COME FILOSOFIA
(Pubblicato originariamente sul blog collettivo “La poesia e lo spirito”)
Incarnata eppure sospesa sul corpo proprio come uno sguardo scrutatore, la coscienza dell’uomo moderno rimane innalzata, senza saper volare. Dovrebbe emettere nuovi arti per farlo, e infatti concepisce protesi diverse nel suo sogno meccanico e poi cibernetico, ma che restano esterne, maneggiabili, non indossabili veramente. Tutto ciò che l’anima può indossare, sono le immagini. Indossando diventa. Diventando trasmuta sè ed altro da sè, se è vero che la socialità è mimesis, innanzitutto, mutua imitazione. Imagismo e magia sono una cosa, ancora Paracelso lo credeva.
Per la coscienza l’immagine è sonda, veicolo e compagnia. Prima d’interrogarla un’immagine l’ammiri o la detesti, e scopri in te nuovi gusti ed orrori del vivere: dà forma al tuo sentire e si offre al pensare, come occasione e ancoraggio: ti servirai di quella d’ora in avanti, per dire a te stesso e ad altri. Modulare la voce, addestrare le mani al gesto, imitare nella pietra e nella fabula, sempre un’immagine. La pura presenza del parlante si fa mediata, nell’opera, ma ne puoi sentire ancora la forza ispiratrice.
Poi l’alfabeto. Un medium solo incidentalmente corporeo, che allude all’ubiquità dello spirito. E con esso il numero, premessa dell’ordine. L’immagine è all’origine dell’essere parlante, ma lo scritto ne cristallizza il profilo, spegnendone l’affetto originario. La moderna teoria prescrive più che svelare, e la sorgiva delle immagini è sterilizzata all’origine dalla scienza e dirottata dall’economia alla produzione dell’unica merce che assorbe le altre, la vita ridotta a spettacolo.
Resta la poesia, la pietra scartata dai costruttori.
Quando il dettato dell’aula scolastica è coperto dal ticchettio dei registratori di cassa e dal rombo dei cannoni (sue naturali estensioni), ritorniamo all’immagine come selvaggina braccata alla fonte, al “Dire originario” dei poeti e a un dialogo che sia presenza.
Per la filosofia si tratta di abbandonare il mondo di carta dei neologismi universitari, e tornare ad essere ciò che è: il pungolo al senso comune, che ne svela la pigrizia. Socrate ricompare scalzo, sulle strade di Atene, e invita alla Sapienza con le arguzie del Simposio e gli esempi virtuosi del ciabattino e Platone affida alla musica del mito ciò che deborda il perimetro del concetto. Storie di quando il mondo era giovane: spirito e anima non avevano divorziato ancora, e verità e bellezza erano un solo mistero.
Anche se Giulio Giorello si straccia le vesti sul CorriereSette, l’umanità annichilita dall’insulsa virtualità delle ideologie scientiste ha una maledetta sete di ricomprendersi dal principio, ovvero rientrare nella carne da cui la gnosi del moderno l’ha rapita. Si ritorna a metafore antiche, immemorabili, ma con una consapevolezza nuova, di scampati al diluvio. Fare i conti col mito, una volta per tutte.
(*) Il termine che uso qui si ispira esplicitamente al pensiero del filosofo padovano Luigi Stefanini, e in particolare al suo “Imaginismo come problema filosofico” del 1936.
L’espressione “Mundus Imaginalis” invece appartiene all’orizzonte del pensiero sufi, in particolare del mistico e filosofo medioevale Ibn’ Arabi.
“Dire originario” è la traduzione più comune dell’espressione heideggeriana “Ursage”, largamente usata nei suoi saggi sui poeti.
visto che mi intriga rimango nel solco:
“Si ritorna a metafore antiche, immemorabili, ma con una consapevolezza nuova, di scampati al diluvio …”
le compressioni o gli addensamenti storici ed esistenziali sembra necessitino di ‘epica’,
citando un normale dizionario: epica come celebrazione dell’eroismo della sopravvivenza,
la butto lì: l’epica (grandiosità, serietà, simbolismo e postumano) come il romanico: solidità, fondatezza, disegno e pietra
Commento di gunny1958 — Maggio 23, 2008 @ 9:51 am |
Gli abitatori del tempo
ritrovando il ceppo antico
realizzano che il cammino è circolare
rassegnati com’erano alla dissipazione
inciampano nell’infinito
loro malgrado
Commento di vbinaghi — Maggio 23, 2008 @ 10:29 am |
…considererei che nel ceppo antico vi sono anche un bel po’ di orrori. O meglio non lo dimenticherei.
Saluti
Commento di aiace — Maggio 24, 2008 @ 12:27 am |