
Dedico a Elisabetta Bucciarelli questo post, nato da nostre conversazioni sull’argomento.
Il romanzo è molte cose, ma a detta dei più ciò che lo distingue da altre forme letterarie è l’ambizione a rappresentare l’intero epocale. Che lo faccia in un vasto affresco storico, in una mitologica teogonia, o nella costellazione di eventi e futilità che avvolge il passo di un’eroe post-moderno e minimalista, è sempre alla totalità che il romanzo aspira.
Dire la totalità si può solo in due modi: l’ineffabile silenzio dell’Uno, o il concerto del numero. Quale numero scegliere, non è indifferente: ognuno di essi dice diversamente l’intero, cogliendone una sola posizione dinamica, un ritmo interno, un atto qualificante ma non esclusivo. Come il numero di strumenti e l’arrangiamento determina diverse interpretazioni della melodia, tutte ugualmente eseguibili, tutte diverse.
Ad esempio il Quattro. A me dice Quartetti mozartiani e la Quadriglia.
A Roger Caillos il Quattro servì per una classificazione dei giochi, ma nella dimensione ludica l’Accademico di Francia intuì quattro angoli che dettano il perimetro del cuore umano, quando per cuore non s’intenda un muscolo.
La lunga citazione, da un libro imperdibile: I giochi e gli uomini (edito in Italia da Bompiani).
Sia al momento di una scommmessa che di fronte alla lotteria, alla roulette o a baccarà, è chiaro che il giocatore mantiene lo stesso atteggiamento. Non prende iniziative, attende la decisione della sorte. Al contrario, il pugile, il podista, il giocatore di scacchi o il bambino che fa il “gioco del mondo” ce la mettono tutta per vincere. Poco importa che a volte questi giochi siano atletici, a volte intellettuali. L’atteggiamento del giocatore è lo stesso e consiste nello sforzo di vincere un avversario che si trova nelle sue stesse condizioni. Appare così giustificato contrapporre i giochi d’azzardo ai giochi agonistici. E, soprattutto, diventa stimolante vedere se non sia possibile scoprire altri atteggiamenti non meno fondamentali, e tali da fornire eventualmente gli indici di una classificazione ragionata.
Dopo un esame delle diverse possibilità, proporrei a questo scopo una suddivisione in quattro categorie principali a seconda che, nei giochi considerati, predomini il ruolo della competizione, del caso, del simulacro o della vertigine. Le ho chiamate rispettivamente Agon, Alea, Mimicry e Ilinx. Tutte e quattro appartengono a pieno titolo al campo dei giochi: si gioca al calcio, a biglie o a scacchi (agon), si gioca alla roulette o alla lotteria (alea), si gioca ai pirati o si recita la parte di Nerone o Amleto (mimicry), ci si diverte, si gioca, a provocare in noi, con un movimento accelerato di rotazione o di caduta, uno stato organico di perdita della coscienza e di smarrimennto (ilinx).
Tuttavia, queste designazioni non esauriscono ancora l’intero universo del gioco. Esse lo dividono in quadranti ciascuno dei quali è governato da un principio originale e delimitano dei settori che riuniscono giochi della stessa specie. Ma, all’interno di questi settori, i vari giochi si scaglionano nello stesso ordine, secondo una progressione comparabile. E li si può contemporaneamente ordinare fra due poli antagonisti. A un’estremità regna, quasi incondizionatamente, un principio comune di divertimento, di turbolenza, di libera improvvisazione e spensierata pienezza vitale, attraverso cui si manifesta una fantasia di tipo incontrollato che si può designare con il nome di paidia. All’estremità opposta, questa esuberanza irrequieta e spontanea è quasi totalmente assorrbita, e comunque disciplinata, da una tendenza compleementare, opposta sotto certi aspetti, ma non tutti, alla sua natura anarchica e capricciosa: un’esigenza crescente di piegarla a delle convenzioni arbitrarie, imperative e di proposito ostacolanti, di contrastarla sempre di più drizzzandole davanti ostacoli via via più ingombranti allo scopo di renderle più arduo il pervenire al risultato ambito. Quest’ultimo diventa perfettamente inutile, benché esiga una somma sempre più grande di sforzi, di tenacia, di abilità o sagacia. A questa seconda componente do il nome di ludus.
Leggendo questo brano, non ho potuto fare a meno di vibrare a una risonanza antichissima, di quelle che ti fanno dubitare che il tempo sia poco più che un accidente di disturbo, visto che gli uomini pensano sempre il Medesimo.
Perchè, mutatis mutandis, questa è esattamente la stessa visione dinamica che emerge dagli antichi frammenti (VI secolo a. C.) del perduto poema cosmologico di Empedocle di Agrigento, il poeta dei mondi.
Empedocle riconduceva la multiforme varietà delle cose a quattro qualità fondamentali: fuoco, terra, aria e acqua, materialmente concepibili come componenti ultime e “radici” dei fenomeni. A governare il combinarsi e il disgregarsi delle radici tra loro, che determina le provvisorie forme dell’essere, è anche qui un’antagonismo polare: forza centrifuga e centripeta, poeticamente Amicizia e Contesa, alternativamente prevalenti a generare i cicli cosmici.
Talvolta l’uno si accrebbe ad un unico essere da molte cose, talvolta poi di nuovo ritornarono molte da un unico essere… E queste cose continuamente mutando non cessano mai, una volta ricongiungendosi tutte nell’uno per l’Amicizia, altra volta portate in direzioni opposte dall’inimicizia della Contesa.
(DK 31 B 17, vv. 1-2, 6-8)
Nemmeno questo mio accostamento vuole spacciarsi come inedito. A parlare di “cosmicità” dell’immaginazione letteraria fu per tutta la vita Gaston Bachelard, filosofo della scienza e, come amava definirsi, “lettore di poeti”, che le dedicò splendidi volumi il cui titolo si riferisce sempre a uno degli elementi del quaternario cosmico: L’eau et les reves, L’air et les songes, La terre et les reveries de la volonté, La psychanalyse du feu, La flamme d’une chandelle (In Italia tradotti da R.E:D edizioni)
Ma torniamo al romanzo.
Sono convinto che una delle sue strutture profonde sia intelligibile a partire da questa quaternità elementare, e dall’opposizione polare tra linearità e complicazione. Ma sono convinto anche che ciò che fa veramente del romanzo un’unità dinamica “in crescendo”, è inesprimibile con queste sole categorie, puramente statiche. Il Quattro descrive bene gli ingredienti della torta, il due l’alternarsi d’impasto e lievitazione, ma ciò che cuoce la torta e la rende commestibile, è ciò che il quattro non può dire.
Così il romanzo ha bisogno dei quattro (il caso delle coincidenze e la necessità dei caratteri, il bello della comunità e il sublime della folla e dell’orda), ma in esso ciò che ritarda l’eroe dal traguardo e il popolo dalla terra promessa non è mai pura complicazione, strategia ritardante per prolungare il piacere, ma ostacolo morale e dunque occasione di crescita, di riscatto o di gloriosa sconfitta. Il romanzo è cronaca di un “insight” cui pretende di condurre il lettore medesimo.
Ci vuole il Tre per dire ciò che evolve.
Come seppero bene Vico, Hegel e Sorokin.
Meglio ancora Tre volte i Quattro: lo Zodiaco Celeste.
Non la preistoria dell’astronomia, ma il Romanzo nel Cielo.
molto interessante.
mi permetto di aggiungere una considerazione che mi viene dall’aver approfondito la “nascita” del concetto di numero e di numerosità a livello paleo-antropologico, storico e di neuroscienze.
Quattro è una quantità (e un numero) che si colloca al confine tra il “banale” e il “numeroso”. Se ci si sofferma un attimo a pensarci, non dobbiamo fare nessun “ragionamento” e nessun “calcolo” per vedere-capire-comprendere-introiettare i concetti di 1,2 e 3. Forse più correttamente, dovrei dire che, di fronte ad un gruppo di 1,2 o 3 oggetti NON abbiamo bisogno di contarli. Come se i concetti, gli archetipi platonici, della unità-duità-treità fossero precostituiti nel nostro cervello. Ci sono splendidi esperimenti di neuropsicologia sperimentale che dimostrano questo assunto in neonati di “pochi giorni” !!
Ma il quattro è tutta un’altra faccenda. Per capire-avere-possedere-gestire il 4, forse sono stati necessari all’uomo qualche centinaio di migliaia di anni.
O forse solo a quel punto possiamo dire che l’ominide è diventato uomo.
Commento di enrico delfini — Maggio 25, 2008 @ 10:35 am |
Enrico, questo genere di indagini m’interessa moltissimo. Ti sarei grato se mi volessi comunicare qualcosa di tuo (anche da postare qui se vuoi) o riferimenti bibliografici (valterbinaghi@alice.it)
Commento di vbinaghi — Maggio 25, 2008 @ 12:08 pm |
Sì, posso dire che interessa molto anche a me?
elisabetta
Commento di elisabetta bucciarelli — Maggio 25, 2008 @ 12:14 pm |
Fatta salva la mia sincera ammirazione per i tuoi svariati talenti, penso di avere forse colto la differenza “concettuale” (o sentimentale) che ci distingue: a te queste graziose simmetrie di proiezioni fisiognomiche sembrano “coronare” quell’affascinante mistero, che tutti riconosciamo esser tale, umanizzandolo. A me invece sembrano, parimenti umanizzandolo, sottrargli maestà. Trasportando il tutto a livello estetico, l’illustrazione dei cavalieri che usi qui sotto a me sembra decisamente “kitsch” (e neanche il disegnino usato un po’ più sopra mi piace molto, devo dire.)
Commento di elio — Maggio 25, 2008 @ 1:34 pm |
A molti è sembrato scandaloso riconoscere Dio nel Figlio dell’Uomo. L’uomo piace più a Dio che a sè stesso, questa è l’inquietante verità.
Commento di vbinaghi — Maggio 25, 2008 @ 2:37 pm |
E’ un po’ che sto cercando di trovare il tempo per mettere nero su bianco alcune considerazioni su una materia per me affascinante, e sulla quale non ho trovato opinioni certe e stabilizzate.
Per affrontare lo studio, è indispensabile una infarinatura di paleo-antropologia; purtroppo è disciplina assai poco omogenea e attorno alla quale esiste molto sciovinismo e terribili lotte tra scuole di pensiero e di ricerca. Francesi spagnoli americani tedeschi….non è facile districarsi.
Leroi-Gourhan in Francia è forse lo studioso più “globale” per approcciarsi allo studio dei nostri antenati.
Leakey, Binford tra gli anglosassoni e F.Facchini in Italia sono ricchi di idee e suggestioni.
Arsuaga è brillantissimo, ma è…troppo spagnolo !!??
Per la storia della matematica, il classico è Carl B. Boyer “storia della matematica” (oscar saggi 1990), sterminata fonte di dati, ma forse un po’ troppo europocentrico. Una visione più equilibrata, la si può trovare in George Gheverghese Joseph “C’era una volta un numero” (il saggiatore,2000).
Sull’aspetto neuropsicologico, sono affascinanti i lavori di K.Devlin “Il gene della matematica” (Longanesi 2002) e “L’istinto matematico” (Raff. Cortina,2005), in parte sovrapponibili e relativamente facili per l’approccio divulgativo. Più tecnico S. Dehaene “il pallino della matematica” (Oscar saggi 2000), ma il testo più completo mi sembra B.Butterworth “intelligenza matematica” (Rizzoli,1999).
Prometto che mi impegnerò.
Commento di enrico delfini — Maggio 25, 2008 @ 5:52 pm |
Conosco Leroi-Gourhan (molto importante), quasi niente del resto.
Il miei studi sul numero sono più legati all’etnologia e all’esoterismo occidentale. Grazie Enrico.
Commento di vbinaghi — Maggio 25, 2008 @ 6:03 pm |
“L’arte imita la natura nel suo modo di operare” recitano gli Alchimisti, in tal modo le manifestazioni del mondo sono tutto un “dissolvi e coagula” e l’albero sefirotico descrive, tra gli altri,il ritmo del cosmo mediando i principi maschili e femminili.
Come l’Alchimista tra quadrati magici e formule numeriche,(1 + 2 + 3 + 4 = 10 recita la Tetraktys pitagorica), attraverso l’osservazione del macrocosmo trova la ragion d’essere del microcosmo terrestre inclusa la manifestazione delle forme in esso contenute, così lo scrittore organizza le parole e dà forma al pensiero della natura: ma le parole non sono la realtà, non possono essere la realtà perché la tradiscono “ il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l’eterno nome” recita il Tao Te Ching.
L’universo simbolico prende origine da questa lacuna, manca sempre qualcosa ed è per questo che non si tratta di creare un senso nuovo alle cose bensì di porre in luce quello originario. “Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gl’interlocutori condividono; come trasmettere agli altri l’infinito Aleph(…)?” *
Allo scrittore ed al lettore quindi non resta che osservare e lasciar essere ciò che è: entrambi si pongono in ascolto. L’autore/lettore fa del “libro”ciò che gli elementi della natura fanno all’opera degli uomini: erosioni visibili ed invisibili che danno nuova forma alle cose.
Sostando nel campo del romanzo il lettore trasforma il proprio io e trasforma nel contempo l’autore in un “altro da sé”, ma
“l’ambizione del romanzo di rappresentare l’intero epocale” naufraga nel conflitto che l’uomo della modernità soffre, per mancanza di silenzio e di contemplazione:
“Ogni testo antico esige una lettura almeno quadruplice, secondo gli elementi. La sua lettura è la terra; la sua morale è l’acqua, purificatrice dell’animo che legge; la sua allegoria è l’aria, che solleva al di sopra del testo stesso; la sua anagogia è il fuoco nascosto che arse l’autore e deve infervorare il lettore penetrante, spingendolo alla massima perfezione, fino a che si identifichi con il “fuoco anagogico” (…).”**
* J.L. Borges “L’Aleph “ ed. Mondadori Meridiani
**Elémire Zolla “Le meraviglie della natura” ed. Marsilio
Commento di lucio — Maggio 25, 2008 @ 8:17 pm |
Sempre più vicini, Lucio.
E adesso ricordo bene anche il tuo volto da moschettiere, col pizzo o i baffi o tutti e due.
“L’universo simbolico prende origine da questa lacuna, manca sempre qualcosa”
perchè la rappresentazione è metamorfica almeno quanto la natura.
Sto preparando un post su questo.
Commento di vbinaghi — Maggio 25, 2008 @ 8:30 pm |
Anni fa in libreria avevo sfogliato un libro di Reinhardt Brandt: D’Artagnan o il quarto escluso, ed Feltrinelli, poi mai acquistato né letto. Mi è ritornato in mente leggendo questo post.
Ciao. Danilo.
Reinhard Brandt
D’Artagnan o il quarto escluso
Su un principio d’ordine della storia culturale europea 1,2,3/4
qui una recensione, e la possibilità di leggerne una pagina:
http://erewhon.ticonuno.it/arch/1999/campus/quarto/darta.htm
Commento di danilo — Maggio 26, 2008 @ 7:13 pm |
Se piace a Formenti è una garanzia. Vedrò di capirne di più, grazie Danilo. Comunque, gli studi di Dumezil sul ternario indoeuropeo sono fondamentali.
Commento di vbinaghi — Maggio 26, 2008 @ 11:40 pm |
inopportunity says : I absolutely agree with this !
Commento di inopportunity — Maggio 27, 2008 @ 9:28 pm |
seaminess says : I absolutely agree with this !
Commento di seaminess — Maggio 28, 2008 @ 9:48 pm |