Doctor Blue and Sister Robinia

Giugno 30, 2008

IL CERCHIO E IL QUADRATO(1) Allegoria filosofica della Grecità

DI VALTER BINAGHI
(Pubblicato in “Per la Filosofia” n° 20, dicembre 1990)
Anche questi racconti risalgono a molti anni fa, e anche questa serie vi ripropongo a puntate. Ogni tanto, oltre che discettare sul simbolo, bisogna pur provare a simbolizzare.
Che cosa? L’indicibile, naturalmente.

hermes

IL MITO DELL’ORIGINE

Fu Hermes, il signore dell’aria, colui che conduce il profumo della rosa alll’amante e lo risveglia dal sonno, fu lui a donare un giorno ai mortali il divino gioco della trottola.
Il cerchio stava sopra come il cielo, il quadrato stava sotto, come la terra. Con l’ausilio di un perno assiale il cerchio poteva girare nel quadrato e il quadrato possedeva un centro.
Gli uomini giocarono a lungo questo gioco divino, e nel gioco del mondo danzarono di buon grado.
Poi un giorno un bimbo ammalato, consumato da un tedio inguaribile, ruppe il giocattolo, da sempre muto al suo cuore.
Allora ciò che è in basso si allontanò da ciò che è in alto, il conforme si mutò in dissimile e dell’antica musica si perse anche il ricordo.
Molti, molti anni dopo il filosofo, passeggiando sulla spiaggia, ritrovò i due pezzi e si provò ad avvicinarli, ma nessuna armonia ne scaturì perché mancava ancora il perno: qualcosa come un albero, che avesse radici nel cielo.

ulisse

IL SONNO DEL SAPIENTE

Si dice che, prima della generazione attuale, quando ancora la stirpe dei filosofi non aveva visto la luce, la terra fosse abitata da una razza di uomini divinamente sapienti. Uno di costoro, di nome Epimenide, un giorno penetrò in una grotta sacra a Zeus e lì si addormentò, dormendo per molti, moltissimi anni.
Si risvegliò in un altro tempo, e il mondo era molto mutato. Appena gli uomini lo conobbero, si sparse la fama della sua sapienza e molti si recavano da lui. Tra questi giunse un giorno il re Odisseo di Itaca. Egli voleva tutto conoscere e raggiungere le colonne d’Ercole, dove si trovano i confini del mondo, ma venti contrari lo sospingevano ogni volta indietro, e !’impresa era più volte fallita. Così si recò da Epimenide e gli chiese: «Perché l’oriente e l’occidente non si possono ricongiungere?».
Il sapiente rispose:« Hai forse misurato la loro distannza, per sapere che sono separati? Nel tempo da cui provengo vivevano uomini regali. L’uomo regale è come il sole: cammina sempre senza mai allontanarsi dal centro. Poiché non desidera splendere in un luogo piuttosto che in un altro, non v’è luogo che gli sia lontano. È tanto discreto da sembrare invisibile: perciò in lui Cielo e Terra si specchiano fino a compiacersi. Non stacca la creta dalla ruota finché la forma è ben tornita: per questo i suoi vasi sono pieni di grazia. Molto diversi da questo sono gli uomini dell’attuale generazione. Nulla qui mi attrae: ho deciso di tornarmene a dormire, sperando di risvegliarmi in un tempo migliore». E fece per andarsene.
« Ancora un momento», lo trattenne Odisseo: « Dimmi prima: come potrò raggiungere l’Occidente?».
« Ancora non lo sai?» sorrise Epimenide: « È perché l’hai lasciato che conosci la sua esistenza. Ora hai un sogno da sognare, ma non procedi più in circolo. C’è sempre nuova terra sotto i tuoi passi, ma non c’è limite al tuo cammino. Forse salirai tanto in alto da dominare il mondo, ma non saprai più dove posare il capo. Sarai un Re senza regno, una coscienza senza dimora».

Giugno 29, 2008

POSSO FERMARMI QUI di Roberta Borsani

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libellula

Posso fermarmi qui
dove l’acqua è più verde
c’è un dolce
crescere d’ali
tra i fili dell’erba
un venire alla luce
entro fiocchi di bava
che non fa male

nascendo

non fanno più
rumore del prato
gli insetti
e non soffrono
d’essere meno
di ogni altra cosa

Giugno 28, 2008

MITI E ARCHETIPI di Carl Gustav Jung

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Jung

(Da: C.G. Jung e K. Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Boringhieri 1972)

Legittimo erede della psicologia romantica, Jung ha contribuito a correggere in senso finalistico l’impostazione unilateralmente meccanicistica della psicoanalisi freudiana, facendo della psicologia del profondo uno studio del divenire psichico prima che un’analisi delle sue deviazioni patologiche. Ritrovando le radici dello psichismo negli archetipi dell’inconscio collettivo, Jung ha riportato in auge il carattere salvifico e normativo delle rappresentazioni mitologiche e religiose, che l’illuminismo aveva liquidato come aborti del pensiero razionale. Con Jung l’immaginazione simbolica torna ad essere la base fondamentale del linguaggio e della conoscenza di sè e del mondo.

Lo spirito primitivo non inventa i miti: li vive. I miti sono, originariamente, rivelazioni dell’anima pre-cosciente, involontarie testimonianze di processi psichici inconsci e tutt’altro che allegorie di processi fisici. Allegorie di questo genere non sarebbero che giuochi oziosi di un intelletto non scientifico. I miti, invece, hanno un significato vitale. Essi non esprimono soltanto, ma sono essi stessi a costituire la vita psichica della tribù primitiva che si disgrega e tramonta, non appena viene a perdere la sua eredità mitica, come un uomo che perda la propria anima. La mitologia di una tribù è la sua religione viva e la perdita di questa è sempre e dovunque, anche presso l’uomo incivilito, una catastrofe morale.
(continua…)

Giugno 27, 2008

LA PSICOLOGIA ROMANTICA: HAMANN di Albert Beguin

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hamann

(Da: Albert Beguin, L’anima romantica e il sogno, Garzanti)

L’intelligenza amputata del cuore è il cannocchiale di Galileo puntato sull’essere umano. Il risultato è la psicologia empiristica di Hume e simili, cieca al mistero della vita quanto a quello della forma, che tratta la casa del pensiero come se fosse solo un mucchio di mattoni, senza un disegno e senza un abitante. La ribellione romantica porterà a una sovversione salutare, capace di riportare l’attenzione sull’irriducibilità dello psichico al materiale e di preparare tra l’altro la (ri)scoperta dell’inconscio. Alle origini del romanticismo filosofico un pensatore grande ed oscuro, che ho scoperto assieme ad altri tesori nascosti grazie ad un libro straordinario, oggi purtroppo introvabile.

Hamann, il «Mago del nord», fu forse il primo a tentare uno studio psicologico dell’essere umano, come la sua metafisica cristiana esigeva, superando la semplice descrizione delle facoltà e del loro meccanismo. Fin dalle Memorie socratiche del 1759, egli cerca di confutare l’empirismo, fondandosi su un ragionamento analogico.
Come l’uomo è stato creato a immagine di Dio, cosi il corpo sembra essere una figura o immagine dell’anima. Ora, la nostra ossatura ci resta nascosta, perché siamo formati in segreto e come sotto terra. Quanto più occulta resta per noi la formazione delle nostre idee! … Ogni idea è una nascita particolare e assoluta.
Prima dello Sturm und Drang, Hamann è anche fra i primi a ridare al termine genio tutta la sua portata: il demone socratico, il genio che ispira Omero o Shakespeare, invano lo si è voluto definire come questa o quella combinazione di poteri: esso è indefinibile, ribelle a ogni spiegazione razionale.
Questa particolare regione, irriducibile alle facoltà dell’anima, dove nascono le nostre idee, donde erompe il genio, questo luogo «sotterraneo» in noi è già quel che non si tarderà più a chiamare l’inconscio. E se ancora potessimo esitare a veder qui il primo abbozzo del mito romantico, una frase che Hamann stesso sottolinea, nella sua risposta alle critiche di Moses Mendelssohn sulla Nouvelle Héloise (1762) basterebbe a toglierci il dubbio: Tutta la taumaturgia estetica è impotente a sostituire il minimo sentimento immmediato; solo la conoscenza di sé, questa discesa agli Inferi, ci schiude la via della divinizzazione.
(continua…)

Giugno 26, 2008

Giugno 24, 2008

Devoti a Babele – recensione di Antonio Pagliaro

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(Pubblicata su Queer di “Liberazione” del 22 giugno 2008)

devoti a babele

“Devoti a Babele” di Valter Binaghi è una storia di dipendenze che a tratti assume i toni religiosi di una parabola. Nel “prologo nella preistoria”, ad esempio, che va riletto alla fine per meglio comprenderlo. Prologo che narra dell’ “uomo che nascose la sua anima in una pietra”, e, persa la pietra, la cercò fino a rassegnarsi. Ed è nel rassegnarsi che l’uomo intravede davanti a sé una libertà sconfinata e il potere di osare, fino a diventare venditore di pietre nel “mercato di Babele”.
(continua…)

Giugno 23, 2008

BREVE STORIA FILOSOFICA DELL’OCCHIO (3) di V. Binaghi

(Pubblicato in “Per la Filosofia”, numero 18, aprile 1990, Editrice Massimo)

bachelard

L’OCCHIO DEL POETA

Quando lo conobbi Gaston Bachelard era già quel vecchio dai lunghi capelli e la barba bianchi, il feltro sul capo e l’inseparabile bastone – così lo ritraggono le ultime, rare fotografie, dove però si perde l’acqua viva di quegli occhi eternamente fanciulli.
Io venivo dalla provincia, entusiasta lettore dei suoi libri di filosofia della scienza e da tempo sostenevo le sue teorie presso gli amici dell’Università: la scienza, un surrazionalismo che nulla ha da spartire con le facili seduzioni del senso comune, un pensiero che non trova ma costruisce i suoi ogggetti nella purezza di geometrie troppo veritiere per essere tangibili!
Volevo conoscerlo a tutti i costi. Me lo indicarono nei giardini dell’Università: assorto e sorridente, il veçchio contemplava la segreta intimità di un nido di merli, intravisto sul ramo di un ‘antica quercia. Non era affatto come l’avevo immaginato.
Poi mi dissero di quell’altra stranezza: da qualche tempo Bachelard, parallelamente ai suoi corsi epistemologici sul pensiero matematico e la fisica contemporanea, teneva un corso libero sull’immaginazione poetica, per la gioia dei numerosissimi studenti che lo affollavano. Il cosmo dei poeti? Ne rimasi addirittura sconcertato.
Ma quando andai ad ascoltarlo, la mia perplessità si mutò in entusiasmo.
Cominciai persino a disertare i corsi di matematica per seguire il vecchio che cantava la poetica delle fiamme danzanti nel camino. Il desiderio di conoscerlo divenne irrefrenabile: finalmente, qualche settimana dopo il mio arrivo a Parigi, mi fu presentato.
L’uomo era singolare, assolutamente fuori dal tempo: detestava la città, il cinema, lo sport, il jazz, l’auto e il telefono (1). Sapeva di essere quasi una leggenda tra gli studenti, ed anche di questo sorrideva senza fastidio e senza vanità, ma i suoi motti di spirito erano terribili, non risparmiavano neppure i colleghi: risuonava in essi intatta l’arguzia contadina della sua nativa Champagne.
(continua…)

Giugno 22, 2008

BREVE STORIA FILOSOFICA DELL’OCCHIO (2) di V. Binaghi

(Pubblicato originariamente in “Per la filosofia”, n.18, aprile 1990)

David Hume

L’AVVENTURA DI MISTER HUME

Non sappiamo come e quando, né a quale prezzo, ma è certo che David Hume entrò un giorno in possesso del cannocchiale di Calileo.
Rimirò a lungo il prodigioso strumento, ma, trovando insulso lo spettacolo delle distanze cosmiche – a che pro affaticarsi attorno a stupide palle di fuoco? – decise di puntarlo su di sé, per sondare gli inesplorati recessi della natura umana.
A tutta prima lo spettacolo inusitato lo stupi grandemente: vide le squame minute sul palmo delle sue mani, geometricamente disposte come tessere di un mosaico, vide il pallore del suo ventre sollevarsi come una duna nel deserto mentre una sconosciuta vertigine si apriva nell’umido cratere dell’ombelico. Poi volle scrutare gli anfratti della mente per disegnare una mappa del corso dei suoi pensieri. Molte cose contemplò: la traccia dei cammini, il luogo degli incontri, i sottili urti delle immagini e gli impercettibili interstizi per cui si avvicendano e si incastrano, quasi calamitandosi. E avendo percorso in lungo e in largo paesaggio e sentieri senza trovare traccia del viandante, pensò di abbandonare la sua ricerca sulla natura umana, giudicando il suo oggetto inesistente.
Poi però, fulminato da un lampo d’arguzia tutta scozzese, decise di scrivere un dettagliato resoconto di quella strana indagine, per lasciare ai posteri un enigma sibillino da risolvere: è possibile che il risultato più sublime della Scienza sia proprio l’estinzione dello Scienziato?
Qualcuno, da Konigsberg, avrebbe raccolto la sfida.

occhiali

IL TEMPO DEGLI OCCHIALI

Quel benedetto cannocchiale giunse alfine tra le mani del professor Kant. L’orologio di Konigsberg pensò per una volta di fare l’orologiaio, e così smontò lo strumento. Vi trovò due lenti rotonde. E disse: «Ogni cosa appare tonda perché le lenti sono tonde. Le lenti sono tonde perché l’occhio è rotondo. E se vi fosse da qualche parte un occhio quadrato?» Questo pensiero dapprima lo rese alquanto inquieto.
Poi si riprese, anzi gli venne un ‘idea rivoluzionaria, quasi copernicana. Disse: «L’unico modo per non dubitare delle lenti è quello di non toglierle mai». Così armeggiò per un quarto d’ora finché ne ebbe fatto un paio d’occhiali, che inforcò soddisfatto sul naso.
Veramente avvertì durante l’operazione qualcosa come un sottile disagio, un piccolo pensiero, solo un insetto fastidioso, sia chiaro – perché gli venne in mente che per costruire gli occhiali stava lavorando senza lenti. Ma l’opera era ormai terminata e adesso il mondo ridondava lucente e perfetto come la sfera di Parmenide, senza più fessure.
« Scienza e scienziato sono una cosa», disse.
E si affrettò ad uscire: era tempo per la passeggiata, e i bravi cittadini di Konigsberg erano impazienti di regolare gli orologi.

Giugno 21, 2008

BREVE STORIA FILOSOFICA DELL’OCCHIO(1) di V. Binaghi

(Pubblicato in Per la Filosofia, numero 18, aprile 1990, Editrice Massimo)

Come andò che il mondo delle forme e delle immagini si dissolse come un sogno, per lasciar posto al regno della quantità e della misura? Quale intelletto amputato del cuore ha perpetrato il divorzio tra Bellezza e Verità? Domande tremende, cui si può rispondere solo col sorriso sulle labbra, se non si vuole precipitare nella vertigine che esse aprono sotto ai nostri piedi post-moderni. Così, mi è tornata in mente questa favola filosofica, che scrissi molto tempo fa, con l’irriverenza di un trentenne ancora fresco di studi, che credeva ancora di poter smascherare la menzogna del mondo. Ve la propongo in tre puntate.

IL CANNOCCHIALE DI GALILEO

« Come punge la barba del tuo babbo!» mormorò stancamente Galileo. E abbbozzò un vago sorriso che mal celava la pena. Poi, staccando la sua dalla guancia emaciata del bimbo, sospirò. Quale mai poteva essere la causa di quello strano, improvviso malore? Il suo figlioletto da due giorni non mangiava più; non sorrideva, né rispondeva alle richieste accorate del genitore: ma una lacrima, come un malinconico gioiello, brillava nell’occhio grande e puro.
Arrivò il cerusico. Lo visitò, si grattò la barba e chiese: « Hai masticato delll’erba cipollina?»
Il bimbo scosse il capo.
« La fantesca ti ha sgridato?»
Altro cenno di diniego.
« Per caso hai giocato vicino alla casa di Matelda – tutti sanno che quella vecchia è una strega -?» Niente.
Il dottore tornò a grattarsi la barba, non sapendo più che chiedere. Poi gli venne un ‘idea improvvisa. «Quali giochi hai fatto l’altrieri, figliolo?» Il bimbo, sempre in silenzio, alzò il braccio ed indicò il cannocchiale di Galileo, che giaceva in un angolo della stanza – e in quel momento perfino a Galileo, l’orgoglioso esploratore dei cieli, parve un oggetto strano, dall’aria quasi sinistra.
(continua…)

Giugno 20, 2008

LA FORMA DELL’AMORE E’ “PER SEMPRE” di Giuseppe Ghini(1)

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anelli

Il “per sempre” non mette al riparo da distrazioni, ambiguità e perfino infedeltà, ma è l’unica parola che può trasformare la passione umana in qualcosa che trascenda la natura. Il “per sempre” non umilia la forza dei desideri e delle affinità psicologiche, ma li chiama a divenir materia di un edificio indistruttibile, a cui Dio stesso, chiamato a testimone, dà forma. Evoca responsabilità ed impegno altissimi, che ai più fanno tremare le vene e i polsi, perchè inaugura un destino che rende impossibile l’erramento innocente e lo trasforma in tradimento, come può fare di uno sgarbo una sofferenza atroce. Un tempo ho creduto che il matrimonio fosse una sorta di cassetta di sicurezza per mettere il cuore al riparo dalle tentazioni: adesso so che l’unica donna che ho veramente amato e di cui sono stato spesso indegno mi ha semplicemente salvato la vita. Non perchè mi ha protetto dalla dissipazione (e sarebbe già molto), nè perchè mi ha svelato la sua nobiltà d’animo (ogni anima serba a suo modo tesori nascosti), ma perchè offrendomi tutta sè stessa ha sciolto a poco a poco il mio cuore di pietra. Tutto quello che ho detto e scritto fino a oggi è preistoria. Da oggi in poi non scriverò parola che non sia a lei dedicata e a lei non piaccia.

C’è uno snodo cruciale perché un’amicizia solida e seria tra un uomo e una donna diventi d’un tratto un’unione sponsale, un’unione in cui ci si accetta l’un l’altro senza misurare e senza imporre. Sta in due parole: “per sempre”.
È solo “per sempre” che ci si accoglie. In caso contrario subentra di nuovo l’ansia e la pretesa di misurare. “Non mi hai scelto per sempre – si lamenta lei nel fondo del cuore – perché stai ancora cercando, perché io sono sostituibile, perché, per usare le parole di Heinrich Böll, non sono io quella che ‘ti girato il cuore’”.
Il “per sempre” garantisce che quello che il mondo chiama fallimento si dissolva in una carezza di mia moglie, il “per sempre” assicura che lei, ai miei occhi, non fallisca mai, perché non mi aspetto nient’altro che lei.
Dal “per sempre” nasce lo stile di coppia, l’autoironia di coppia, il sorriso comprensivo – “Come se non ti conoscessi!” –, la conferma di una decisione iniziale in cui la parte di dono è stata sicuramente maggiore della scelta consapevole (“Ma con quale maturità ci siamo sposati?” – continuano a chiedersi con meraviglia crescente due coniugi saggi).
Il “per sempre” permette quella che Giovanni Paolo II chiamò con precisione “la legge dell’assorbimento del pudore nell’amore”. È solo il per sempre, notava, che consente di disattivare le misure con cui giustamente difendiamo la nostra integrità fisica e spirituale. “Solo perché sono sicuro di te, posso mettere a nudo il mio corpo e soprattutto la mia anima”. Ed è su questo “per sempre” che i figli sanno di poter riposare. Non è un contratto a termine anche se straordinariamente vantaggioso, quello che vogliono i figli, non è uno sponsor munifico. No, i figli cercano una pietra su cui costruire, un consiglio o anche un rimprovero disinteressato, una piccola patria a cui appartenere per la vita. Cercano una poltrona comoda in cui sedere e chiacchierare con calma con i propri genitori, il lettone su cui tornare a fare due coccole. (…)
Si dirà che quello che ho descritto è un legame talmente forte e disinteressato da essere piuttosto divino che umano. Ma forse non è casuale se quello trinitario è un rapporto tra Padre e Figlio, un rapporto di paternità e filiazione, rapporto talmente denso da costituire addirittura una terza Persona, Relazione d’amore. Scrive Ugo Borghello:
“Una dimensione fondamentale dell’amore, posto che l’uomo viene da Dio che è Trinità, è la sponsalità. L’amore che lega e rende ‘consorti’, ossia unisce in un destino comune. Ci sono tanti legami di amore a livello sentimentale, intenzionale, ma l’amore sponsale ha qualcosa di ontologico: crea un legame che rimane per sempre e definisce in modo nuovo la persona: sposarsi non è come essere amici; così come generare un figlio non è come occuparsi di bambini bisognosi. Giovanni Paolo II si è intrattenuto a lungo sulla sponsalità originaria dell’uomo e della donna; giunge a dire, con vero ardimento, che l’immagine e somiglianza divina viene proprio dall’essere uomo e donna nella sponsalità”.
È l’onda lunga di quella “traccia trinitaria” nell’uomo su cui i Padri della Chiesa tanto hanno riflettuto.

(1) Il testo è tratto dall’ultima delle Newsletters de Il Covile, il blog di Stefano Borselli

Giugno 19, 2008

VITA E PERCEZIONE DELLA MONADE di G. W. Leibniz

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kandinsky
Wassily Kandinsky, 1912 – Sketch for Deluge II.

Nella “Monadologia” del 1714, sintesi di inarrivabile efficacia del suo complesso sistema, Leibniz (1646-1716) mostra di essere il vero e forse unico continuatore moderno dell’ilemorfismo aristotelico, cioè di quella cosmologia d’impronta schiettamente vitalistica, che fa di forma e materia i principi esplicativi della natura, prima che la frequenza statistica degli accadimenti e il modello meccanicistico trionfassero con Galileo e Cartesio, imponendo una rappresentazione del mondo di tutt’altro genere allo scientismo moderno.
Mi limito a postare alcuni paragrafi (il testo intero della Monadologia qui), senza appesantire con commenti. Basta osservare che qui i concetti di forma, psiche, percezione e immagine trovano un contesto che ne illumina le relazioni, nel senso indagato dai post precedenti.

Qualsivoglia porzione di materia può concepirsi come un giardino pieno di piante e come uno stagno pieno di pesci. Ma qualsivoglia ramo della pianta, qualsivoglia membro dell’animale, qualsivoglia goccia dei suoi umori è a sua volta un tale giardino o un tale stagno. (67)
Da ciò si vede che qualsivoglia corpo vivente ha un’entelechia dominante che è l’anima nell’animale, ma i membri di questo corpo vivente sono pieni di altri viventi, piante, animali, di cui ciascuno ha ancora la sua entelechia e la sua anima dominante. (70)
Lo stato transitorio che implica e rappresenta una moltitudine nell’unità o nella sostanza semplice non è altro che ciò che si chiama percezione, che dobbiamo distinguere dall’appercezione o coscienza, come vedremo. I cartesiani hanno sbagliato proprio in questo, perché hanno preso per un nulla le percezioni delle quali non siamo consci. Per questo erano convinti che solo gli spiriti fossero monadi, che non vi fossero anime degli animali né altre entelechie. (14)
L’azione del principio interno che opera il mutamento o il passaggio da una percezione a un’altra può essere denominato appetizione: è vero che l’appetito non può mai raggiungere interamente ogni percezione a cui tende, ma ne ottiene sempre qualcosa, e giunge a nuove percezioni. (15)
(continua…)

Giugno 18, 2008

I CORVI di Mario Rigoni Stern (1921-2008)

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corvo imperiale

(Da: Storie di uomini, boschi e api, Einaudi)

E’ di questi giorni la scomparsa di uno degli scrittori italiani più conosciuti e giustamente amati: autore oltre che di quel celebre diario di guerra che fu “Il sergente nella neve”, di molti e straordinari romanzi e racconti, spesso dedicati all’osservazione del mondo animale e del paesaggio montano. Un ricordo di lui, è un’occasione per continuare la nostra meditazione sulle forme viventi.

Mentre scrivo le cornacchie volano attorno alla casa e passano davanti alla finestra; arrivano qui dalle contrade sparse per la conca e dai cumoli di legname che i contadini hanno preparato sui prati ancora coperti dalla neve. Prima di andare ad appollaiarsi sugli abeti, con il loro craa craa craa dànno il saluto alla sera che sta salendo dai luoghi piú ombrosi; la loro voce, anche se abituale e profonda, ha un timbro particolare: ben differente da quella dell’alba, o da quella d’allarme o di richiamo. Prima di posarsi definitivamente si riuniscono in gruppo, sfiorano gli apici, riprendono ancora una volta la via dell’aria e le loro ali frusciano. Anche se non guardi verso di loro le puoi seguire nel volo con il suono che le penne fanno nel cielo della sera: virano, salgono, scendono; come una folata si calano quindi sui rami che dondolano sotto il loro peso, e torna il silenzio. Ma se prima di recarmi a dormire mi capiterà di fare due passi verso il bosco, allora, nel profondo della notte le sentirò volar via con improvviso rumore e subito ritornare a posarsi come se mi avessero riconosciuto.
(continua…)

FORMA E ANIMA IN ARISTOTELE di Enrico Berti

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aristotele

(Da: Struttura e significato della Metafisica di Aristotele, EDUSC, Roma 2006)

Tutti gli oggetti fisici (cioè le sostanze individuali) sono sinolo [= tutt’insieme] di materia e forma
(e, anche, di potenza e atto). La materia è ciò di cui gli oggetti fisici sono fatti, mentre la forma è
il modo in cui sono organizzati. Materia e forma non sono però le parti di un tutto: la forma non è
uno dei componenti dell’oggetto fisico, ma piuttosto il modo in cui è organizzato.
Esempio di Aristotele: c’è la lettera A e c’è la lettera B; se noi le mettiamo insieme otteniamo la sillaba BA: ciò che fa sì che BA sia ciò che è, cioè una sillaba, non è né la lettera A né la lettera B, è la forma – cioè il modo in cui sono organizzate – che tiene unite A e B. Aristotele dice: “la sillaba è un qualcosa che non è riducibile unicamente alle lettere”. (…)
Questo vale in particolare per le sostanze viventi, che costituiscono il modello cui si ispira la teoria
aristotelica. La forma, quando si ha a che fare con le sostanze viventi, è l’anima. (…)
(continua…)

Giugno 17, 2008

DAI TUOI PRATI NASCE E RINASCE IL MONDO di Roberta Borsani

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fogliame

dai tuoi prati nasce e rinasce il mondo
materno fogliame
nutre i bruchi delle anime

C’E’ UN FIUME CHE I VIVI di Roberta Borsani

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fiume

c’è un fiume che i vivi
divide dai morti
ma il corso
non è sempre chiaro

talvolta
(sebbene sia raro)
cade fradicio un albero
e unisce le rive

morti e vivi s’incontrano
ci si bacia la bocca
ci si scambia dei fiori
poi gli addii e le promesse
fugaci
di venirsi a vedere
d’incontrarsi di nuovo e
per sempre

lentamente
il tronco s’immerge
chi rimane ritorna sui passi
chi è in pace
nell’acqua sprofonda

Giugno 15, 2008

MIMESIS, IMMAGINE E MODELLO di Valter Binaghi

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insetto foglia

Ed infatti in primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive ad imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione; ed in secondo luogo tutti si rallegrano delle cose imitate. Prova ne è quel che accade in pratica, giacché cose che vediamo con disgusto le guardiamo invece con piacere nelle immagini quanto più siano rese con esattezza, come ad esempio le forme delle bestie più ripugnanti e dei cadaveri. La ragione poi di questo fatto è che l’apprendere riesce piacevolissimo non soltanto ai filosofi ma anche agli altri, per quanto poco ne possano partecipare. Per questo infatti si rallegrano nel vedere le immagini, perché succede che a guardarle apprendono e ci ragionano sopra riconoscendo ad esempio chi è la persona ritratta; se poi càpita che non sia stata vista prima, non sarà in quanto cosa imitata che procura il piacere ma per l’esecuzione, per il colore o per un altro motivo di questo genere.
(Aristotele, La poetica)

Aristotele qui mostra il carattere che gli psicologi moderni dell’immaginazione trascurano sistematicamente perchè ne fanno un fenomeno eminentemente percettivo, e che si può studiare invece in antropologi come Caillois o Girard, cioè l’origine mimetica. Prima che rappresentazione del reale, l’immagine è lo schema-guida di un mutamento funzionale all’adattamento ambientale nel meraviglioso fenomeno del mimetismo animale e, nei livelli superiori, è principio dell’apprendimento per imitazione.
Nell’uomo, come sottolinea Aristotele nel primo libro della Metafisica, l’immagine diviene forma contemplata per se stessa, fonte di meraviglia, strumento di conoscenza. Da qui l’interesse preminente per questo aspetto, che la filosofia e le scienze umane le hanno dedicato, riportandola nei limiti del logos scientifico o del mythos letterario.
Ma lo studio del comportamento umano mostra la limitatezza di questo punto di vista, rivelando l’importanza della mimesi sociale, della modellizzazione del comportamento, già in psicologi come Moreno (inventore della terapia basata sullo psicodramma), Desoille (inventore della terapia così detta della dell’”imagerie mentale” col Reve eveillè dirigè) e sociologi come Goffmann (“la vita quotidiana come rappresentazione”). Una analisi inestimabile ai fini della comprensione del mimetismo si trova in I giochi e gli uomini, di Roger Callois. Gaston Bachelard, nei suoi libri dedicati all’immaginazione poetica, ha mostrato quale sia il suo effetto profondo sullo psichismo del lettore. Infine, sul mimetismo e l’invidia sociale si fondano interamente la teoria del romanzo e poi l’antropologia sociale di Renè Girard.

Giugno 13, 2008

PERCEPIRE LA FORMA di Valter Binaghi

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occhio

In che senso le cose “hanno” contorni? La questione naturalmente non è solo psicologica, ma anche metafisica: interessa il concetto di sostanza, la nozione elementare dell’essere, come direbbe Aristotele. In che senso ciò che ci appare come una cosa “è” una cosa? Rispondere a questa domanda sarà essenziale prima o poi, ma non ora. Per ora limitiamoci al “come” della percezione, e alle diverse teorie psicologiche che provano a darne conto. Le principali: atomistica, gestaltica, motivazionale.
L’atomismo psicologico ha già tutte le sue basi teoriche nel filosofo settecentesco David Hume, ma nella psicologia sperimentale il nome da fare è quello di Helmhotz: la percezione è la somma di impressioni puntiformi, integrate da informazioni precedenti. L’abitudine a percepire insieme certe informazioni, ci porta a ritenerle appartenenti a un unico soggetto. In realtà, nella forma complessiva non c’è niente più dei dettagli che la compongono.
In antitesi a questa, la Gestaltheorie sostiene che è l’orizzonte di una forma (Gestalt) che dà senso ai dettagli, quindi la percezione non è cumulativa ma strutturale. Lo si dimostra facilmente con alcuni dei celebri disegni elaborati dagli psicologi di questa scuola per illustrare la variabilità del rapporto figura/sfondo.

I disegni mostrano intanto l’inevitabilità dei contorni: non è possibile interpretare le due figure contemporaneamente: sopra, o si vedrà il sassofonista o la ragazza; sotto, si vedranno i due profili oppure la coppa. Cioè, quello che non è figura è sfondo. Ma, soprattutto: è la figura prescelta che dà senso ai tratti e non, come vorrebbe l’atomismo psicologico, viceversa.
Nelle versioni più idealistiche e filosofeggianti della teoria Gestaltica, i principi di unificazione dei dati possono essere localizzati in regole o strutture invarianti della mente umana (a priori).

Infine, c’è una teoria motivazionale, identificabile nel Movimento del New Look of perception degli anni Sessanta, per cui la forma dell’evento percepito è influenzata dal significato emotivo dello stimolo: “I bambini poveri percepivano come più grande una moneta rispetto ad un disco di carta di pari dimensioni, perché la loro condizione economica difficoltosa li portava a sopravvalutare stimoli in contrasto con essa (moneta) rispetto a quelli neutri (disco)” (traggo questa informazione dal sito IntelligenzaEmotiva)

Verrebbe da concludere (provvisoriamente, certo) che le cose sono ciò che sta tra contorni, ma per accorgersi dei contorni e distinguere le cose non bastano gli occhi. Inoltre, per quanto mi riguarda tutte e tre le teorie sono ottime esemplificazioni di ciò che intendo per “Intelligenza amputata del Cuore”. Tutte e tre le teorie hanno un canone di rilevanza, cioè individuano un fattore come rilevante e primario nella percezione della forma. Quel che manca è la capacità di integrarli, e una definizione non riduttiva o eteronoma della Forma stessa. In più, come tutti i saperi della modernità, condividono il pregiudizio fenomenistico, per cui l’immagine è l’oggetto del conoscere quando invece ne è solo lo strumento: l’oggetto è ciò che nell’immagine si presenta, l’essere. Prima di discuterne, bisogna tornare a chi la Forma la percepiva in modo perspicuo, tanto da farne l’elemento identificativo dell’essere stesso. I Greci, per esempio.

Giugno 11, 2008

PERCHE’ LE COSE HANNO CONTORNI?

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passiflora

Quando si dice le domande giuste… Questo è uno dei Metaloghi che si trovano in un libro giustamente celebre: “Verso un’ecologia della mente”, di Gregory Bateson (trad. it. Adelphi)

Figlia. Papà, perché le cose hanno contorni?
Padre. Davvero? Non so. Di quali cose parli?
F. Sì, quando disegno delle cose, perché hanno ì contorrni?
P. Be’, e le cose di altro tipo … un gregge di pecore? O una conversazione? Queste cose hanno contorni?
F. Non dire sciocchezze. Non si può disegnare una conversazione. Dico le cose.
P. Sì… stavo solo cercando di capire che cosa volevi dire.
Vuoi dire: «Perché quando disegniamo le cose diamo loro dei contorni? », oppure vuoi dire che le cose hannno dei contorni, che noi le disegniamo oppure no?
F. Non lo so, papà, devi dirmelo tu. Che cosa voglio chiederti?
(continua…)

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