Doctor Blue and Sister Robinia

Giugno 1, 2008

DAL PROGRESSISMO ALL’ACCIDIA di Valter Binaghi

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 9:32 pm
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accidia

Chi è stato arruolato fin dall’adolescenza per l’Apocalisse (come le generazioni del ‘68 o del ‘77, cui io stesso appartengo), di destra o di sinistra che sia (fino a quanche anno fa il termine “rivoluzione fascista” aveva un senso in qualche circolo non proprio ristretto), ha sviluppato un talento particolare per il rifiuto del principio di realtà, ma quando il Partito Comunista si è cagato in mano alla Bolognina e Fini si è messo la Kippah, è stato costretto suo malgrado ad aprire gli occhi. Nessuna delle ideologie rivoluzionarie che hanno le loro radici nell’Ottocento, si è dimostrata in grado di emendare la modernità dal suo effetto secondario di inarrestabile desertificazione del Valore, nè sospingendola al suo apogeo democratico, nè provando a ritrascinarla verso la comunità organica.
Gli orfani del progressismo o della reazione, una volta nuovamente urbanizzati, hanno dimostrato una sciatteria e un cinismo che non si vedevano in Italia dai tempi del Basso Impero, il che non si può spiegare solo con la scarsa qualità dei professionisti della politica, o con l’incertezza concettuale delle filosofie residue. In un momento in cui la coscienza diffusa appare esasperata proprio dalla politica di basso profilo e dal nichilismo ingenuo delle giovani generazioni, gli intellettuali sembrano inamovibili dall’accidia darwinista e liberale che sbarra la porta a qualsiasi ipotesi di autentica salvezza per l’uomo. Marx, Darwin, Freud, sono serviti a costruire la prigione del pensiero e la paralisi dell’azione: anche un cieco vedrebbe che per liberarsene occorre tornare a chi ancora sentiva la grandezza dell’uomo, Dante e Shakespeare, Manzoni e Leopardi, non alla loro lettera intendo, ma al loro sentire. Ma gli orfani del progressismo insistono a rovistare tra le macerie. E non sarà certo il linguaggio controriformistico dell’attuale pastorale cattolica, a convertirli. Qui la grandezza dell’uomo appare stancamente tutelata da formule spesso inapplicabili, e soprattutto da un esercito di amministratori tra le cui file spuntano ben pochi eroi del pensiero o dell’azione: il massimo che si permette il cattolico moderato, è la mistica del prodotto interno lordo di Silvio Berlusconi.
Così l’intellettuale italico va avanti come può, con quel poco o tanto di innamoramenti universitari che la scolorina del Terzo Millennio non è riuscita a coprire, agitando Benjamin o Del Noce come le bandierine sulla portarei. Se sono insegnanti (e la maggior parte dei nuovi chierici lo siamo), si limitano a deprecare la deprivazione culturale delle generazioni televisive, ormai aliene allo sviluppo lineare e alla contestualizzazione che il libro impone, senza fingere di asppassionarsi alle nuove richieste che giungono dal fanciullo tecno-tribale. Se avessero letto McLuhan, come dicono di aver letto all’Università, avrebbero i sandali calzati e le lucerne accese da tempo, per diventare non gli amministratori di un patrimonio ormai dilapidato, ma gli sciamani di un culto da perpetuare, quello del libro, prima di Fahrenheit 451. Ma non si può più fare senza vera fede nello Spirito che buca e attraversa i media, e senza una forte connotazione emotiva: non basta dichiarare, occorre celebrare.
Ovunque io guardi è piuttosto accidia. Più che la crudeltà, più che l’avidità insaziabile che presuppongono almeno una vitalità elementare, l’accidia, è il tossico per eccellenza dell’anima.

L’accidia, scrive Giorgio Agamben “è questo disperato sprofondare nell’abisso che si spalanca fra il desiderio e il suo inafferrabile oggetto” (Stanze, Einaudi), ma il motivo di questo innaturale ritrarsi dell’anima davanti a ciò che è percepito come il bene, lo spiega Tommaso d’Aquino “la sua è la perversione di una volontà che vuole l’oggetto, ma non la via che vi conduce e insieme desidera e sbarra la strada al proprio desiderio” (Summa theologica, II 2-35).
Inutile verbosità, indeterminatezza morale, disprezzo per la fiducia concessa dai semplici di cuore, cinismo, relativismo ostinato, miopia empiristica. il determinismo che impedisce di premiare o punire, il materialismo che riduce il bello al piacevole. Tutto questo ha un solo nome: accidia. Il rifiuto della conversione del cuore, la contemplazione malsana del declino, l’odio per tutto ciò che è grande o ad altri almeno appare. Il peccato contro lo Spirito. L’unico che – sta scritto – non sarà perdonato, perchè consiste precisamente nel rifiuto del perdono.

21 Commenti »

  1. L’ultimo libro di Umberto Galimberti secondo me rientra nella categoria.

    Commento di biz — Giugno 2, 2008 @ 1:29 pm | Replica

  2. Binaghi, siamo alla fase due?
    Dopo aver lanciato il suo personale indice dei libri (nel quale a volte e solo per gioco potrei anche riconoscermi) decide di decretare definitivamente e totalmente come spazzatura responsabile – “… Marx, Darwin, Freud” (ma, immagino, anche Voltaire, Rousseau, Diderot…) – della deriva post-capitalista che lei definisce come “…modernità dal suo effetto secondario di inarrestabile desertificazione del Valore”.
    Fantasie a parte (parlo di realtà), non mi pare che la chiesa abbia mai dato un contributo per dirigere la modernità verso percorsi migliori di quelli che descrive. Terminati gli ultimi roghi in Portogallo nell’800 si è tranquillamente adagiata a convivere, quando non a sostenere, qualsivoglia regime. La corazzata economico-finanziaria di Don Giussani (giusto per citarne uno degli esempi di attività “compromesse”, o parliamo del Banco Ambrosiano?) ne è (a mio parere, certo) esempio lampante. L’alzata di scudi arriva solo laddove la sua autorità, nei termini di portatrice della verità assoluta, viene attaccata. Che l’attacco provenga dalla scienza piuttosto che da altre religioni ha poca importanza. Vien da se’ che parlo della sua parte autoritativa, ovvero parlo in termini generali; i singoli, espressioni di parti critiche o autenticamente dialettiche, purtroppo incidono poco.
    Lei è angustiato dall’Apocalisse, al punto tale da ritenere completamente il suo passato (che è anche il mio) emblema di tale territorio? Francamente non mi vedo e non mi sento così. Non guardo come fa lei solo gli aspetti negativi dei periodi storici, ricordo anche il “presente” di allora, ricordo anche la gioia. Tutto ciò non ha costruito la felicità? Certo, e chi l’ha mai costruita? Convivo con l’incertezza, cerco di farlo serenamente e dando un contributo attivo e costruttivo laddove mi risulta possibile. Certamente non ho bisogni spirituali del tipo integralista, sono sincretista (relativista, immagino penserà lei), che in povere parole vuol solo dire prendo quel che c’è di buono da chiunque e dovunque e scarto quello che è dannoso o inutile. Che poi è l’etimo della parola “cultura”.
    Se rammento i percorsi di molti di noi (da Rostagno a Valcarenghi per citare esempi evidentemente a lei noti) vedo che generalmente non si sono molto discostati da questo modo di vedere. Certo, poi potremmo citare Borselli che mi dice che Don Milani era una canaglia, De Martino che ritiene che aldilà della cattolica chiesa non vi sia speranza e che Berlusconi sarà buon medium in questa fase politica e…. (perdonatemi il patetico richiamo) …Compagni, mi cascano un po’ le palle!
    Ma è possibile non riconoscere che il tipo di storture disumane a cui lei spesso fa riferimento nei suoi libri ha sostanzialmente causa nell’implacabile ed inarrestabile processo economico che governa il pianeta e a cui non siamo riusciti a trovare praticabili alternative? (… laddove ci si è provato il risultato è stato ben peggiore!).
    Ma è uno sport di moda pensare che la causa sia l’illuminismo, il darwinismo, la psicanalisi e… il ‘68? Tutti, dico tutte le linee di pensiero hanno limiti, contraddizioni e mancanze. Ma che gioco è buttare tutto nel cesso?
    Ma veramente ce la sentiamo di tornare al prima? Alle limpide ed uniche verità medioevali della chiesa?
    E lei Binaghi (faccia questo gioco da macchina del tempo) si riconoscerebbe in quel bel clima culturale anni 50? Ad esempio, De Martino ora accetterebbe il poliziotto che si avventa con forbici sulla sua capigliatura in un meeting di Mondo Beat in P.zza Mercanti piuttosto che nel camping di Nuova Barbonia?
    La storia è un fatto complesso, in continua digestione.

    Saluti

    Commento di aiace — Giugno 2, 2008 @ 2:26 pm | Replica

  3. Non so. A volte scrivo delle cose e mi ritornano letture in cui non mi riconosco: mai parlato di ritorni al passato. Rivoluzione e reazione sono le due mosse possibili di uno stesso gioco. La corazzata economico-culturale di Don Giussani mi è passata vicino tante di quelle volte che se avessi voluto saltarci sopra l’avrei già fatto. La riduzione dell’uomo al biologico e all’economico ha avuto i suoi ingegneri nel capitalismo della merce e i suoi teorici negli autori summenzionati che lei Aiace considera patrimonio inalienabile dell’Umanità. Io non voglio andare indietro ma oltre.
    Così difficile da capire?

    Commento di vbinaghi — Giugno 2, 2008 @ 2:36 pm | Replica

  4. no, assolutamente! Ed è la stessa cosa che vorrei anche io. A volte con le parole non ci si capisce; sono assolutamente d’accordo con l’idea di superamento ma non con la tabula rasa del pensiero del passato. In sostanza, non accetto che mi si venga a dire che l’illuminismo ha prodotto solo la ghigliottina, che il darwinismo ha prodotto solo la manipolazione genetica industriale, ecc… Forse in fondo pensiamo la stessa cosa.

    Saluti

    Commento di aiace — Giugno 2, 2008 @ 5:59 pm | Replica

  5. PS: …rileggendo Do It! a me viene più che altro da sorridere, come un papà di fronte a qualche esuberanza ed incompletezza del bambino.

    Commento di aiace — Giugno 2, 2008 @ 6:02 pm | Replica

  6. Sapessi a me che su Re Nudo ci ho pure scritto…

    Commento di vbinaghi — Giugno 2, 2008 @ 7:27 pm | Replica

  7. Dal ’68 all’80 il passo è breve, come dire “dall’ira all’accidia” il passo è breve: si pensi al Canto VII dell’inferno dantesco; le passioni travolgono, l’armonia scompare. Come non sottoscrivere le tue parole? sarebbe certo sin troppo facile pensare la soluzione in un ritorno alle origini, alla Tradizione che, generazione dopo generazione, è stata tradita, ma, aihmè, il novecento ha già conosciuto il suo Mishima.
    Cosa possiamo attenderci da una civiltà che ha tutto pre-digerito, che ha inglobato in sé ogni parola e gesto? Appiattimento delle coscienze e volgarità, “inutili verbosità”.
    “Fu allora che pensai alla morte.Uccidermi mi appariva una giusta pena per le mie colpe.
    In conclusione, decisi di continuare a vivere come se fossi morto. (…) a volte il mio cuore rispondeva al movimento del mondo esterno (..) ma appena io tentavo di farmi strada attraverso la nube che mi circondava, una forza dotata di uno spaventoso potere mi si avventava addosso, non so da dove, e mi serrava il cuore; io arrivavo al punto di non potermi più muovere. Una voce mi diceva: ”hai ragione a non fare nulla. Resta dove sei”. E ogni desiderio di azione mi abbandonava di colpo”.(*)
    Coscienza della crisi o crisi della coscienza?
    Ho letto proprio ora una frase del tuo “I tre giorni all’Inferno..”:
    “Magia è quando tu fa succedere cose”.
    Sì, dopo i “grandi racconti”, i “pensieri deboli”, i “pensieri liquidi”, occorre fare silenzio e aprirsi alla coscienza delle cose con diversa sensibilità, “fiducia e conversione del cuore” per “celebrare” anziché “dichiarare”.

    Aiace, con i suoi libri VB ha portato simboli che parlano della natura umana, del mondo e, di Dio, termine che, nostro malgrado, continuiamo ad usare con notevole semplificazione. E’ vero la modernità’ non è opera del demonio nè è impossibile gettare su di essa uno sguardo senza coglierne le interne contraddizioni ed i conflitti di classe, ma francamente parlare ancora di storture che hanno “sostanzialmente causa nell’implacabile ed inarrestabile processo economico che governa il pianeta e a cui non siamo riusciti a trovare praticabili alternative” significa ristagnare nel linguaggio delle “strutture e sovrastrutture”, che riduce le complessità e toglie all’uomo il libero arbitrio.
    Basti qui quanto Zolla scriveva nel suo libro “Archetipi”(ed. Marsilio):“ogni generazione resta confitta in un suo scenario politico, rifiuta di riconoscere le modificazioni successive a quando, durante una crisi, incontrò il suo archetipo fatale.(..)esse non riescono più a concepire un diverso sistema di riferimenti e ogni novità riportano nei termini del gioco passato che le strega.”.
    Presunzione?
    “Ma chi siamo noi per giudicare le esigenze di un altro cuore umano?”.(*)
    (*) N.Soseki “Il cuore delle cose” ed. Neri Pozza
    Un cordiale saluto

    Commento di lucio — Giugno 2, 2008 @ 10:39 pm | Replica

  8. la differenza tra “le limpide e uniche verità medievali della Chiesa” e il decantato quanto preteso evo moderno si vede bene, tra l’altro, dalle brevi citazioni di Agamben e S. Tommaso. La profonda e comprensibilissima limpidezza dell’uno contrasta e non poco con l’affettata verbosità dell’altro.

    Non è questione di passatismo, ma di onestà analitica. Che Nietzsche, Marx, Freud e quant’altri stiano a monte di un percorso metastatico lo hanno riconosciuto, tra i primi per altro, autori del tutto interni alla modernità; Ricoeur. ad esempio, parla di quelli nei noti termini di maestri del sospetto… Ricoeur appunto, non Camillo Ruini.

    Volendo andare oltre, il minimo da farsi è riconoscere che un oltre sia necessario, e quindi capire quanto un autocelebrantesi età moderna sia una pagina ormai da voltare, quanto meno per conclamata incapacità di descrivere, e dunque di risolvere, le questioni da essa stessa provocate.

    I limiti e le contraddizioni di illuminismo, darwinismo e psicanalisi son noti a molti, quello che è meno noto, quanto meno a me, sono i pregi, detto in tutt’onestà. E’ senz’altro un mio limite, visto che anche S. Tommaso, a cui vorrei rifarmi, ammonisce dal pensare che possa esistere il male assoluto, dunque senz’altro qualche pregio anche le “eresie” possono averlo, solo appunto sono in attesa di scorgere la misura in cui si sia potuto scrivere dritto su righe così evidentemente storte.

    Cordialità

    Commento di Giampaolo — Giugno 3, 2008 @ 7:35 pm | Replica

  9. Il pregio è tutto nel carattere analitico di filosofie che hanno comunque un’ispirazione empiristica in senso lato. Individuano fattori reali della dinamica psicologica e culturale, ma gli sfugge il vettore principale, l’unità dello Spirito nelle sue forme, la Causa Finale che interpretano come pura proiezione psicologica. Ristudiare Aristotele, sarebbe già qualcosa.

    Commento di vbinaghi — Giugno 3, 2008 @ 8:02 pm | Replica

  10. Giampaolo, lei rischia effettivamente (nel finale del suo discorso) di scivolare verso un integralismo che potrebbe risultare devastante. Ho già detto che parlo di superamento, lei conferma la tabula rasa. Esperimento della scatola del tempo a parte, cosa che comunque le consiglio di fare per sfiorare l’ebbrezza di com’era la vita dei secoli addietro (ai tempi di Tommaso d’Acquino ad esempio), quella reale e non un’altra immaginata, mi domando come possa metter d’accordo tutti. Questo mondo è fatto da un miliardo di induisti, altrettanti musulmani, qualche centinaio di milioni di buddisti, atei e quant’altro.
    Dovrebbe percepire che, date le premesse ideologicamente (questa volta lo dico io) implacabili, la strada per andare non solo d’accordo ma di farlo anche bene risulta piuttosto vana; forse anche pericolosa. Cambiare in meglio l’uomo e questo mondo è un’impresa che si fa insieme.
    Per favore, insieme a tutto quello che desiderate buttare non metteteci anche la storia.

    Commento di aiace — Giugno 3, 2008 @ 11:35 pm | Replica

  11. Probabilmente ha ragione Lei, Aiace, c’è un rischio d’integralismo in quanto scritto da me, ma occorre intendersi su cosa sia effettivamente questo rischio. L’integralismo, di per sé, non è nulla di male, ancorché oggi goda di cattiva stampa, e lo si identifichi per lo più in posizioni estremiste e ideologiche. Diversamente, quando scrivo di righe storte in riferimento alla modernità, io intendo dire che essa muove da un errore filosofico concettuale di base del tutto noto, quello dualistico per intenderci, con il quale non si può scendere a compromessi, non c’è una via di mezzo tra il vero e il falso, questo è proprio l’ambito ove il tertium non datur. Se questo è integralismo, ben venga, a me pare solo coerenza logica.

    Da quell’errore sono discesi a cascata tutt’una serie di fraintendimenti e dispercezioni sul piano politico, dunque sociale e quindi storico che non metto in conto di rassegnare, ma del tutto analizzate dagli stessi “moderni”.

    Con buddisti, induisti, musulmani, atei etc., nel medioevo, quello vero e non immaginato, si dialogava molto più di quanto non si faccia oggi, nonostante le mille trombe ecumeniste. San Tommaso, per fare solo uno dei tanti esempi possibili, fu quello che fu grazie alla mediazione araba di Aristotele; le crociate furono degli episodi armati all’interno di uno scambio culturale molto più profondo e continuativo con il vicino oriente di quanto la vulgata odierna non si dia la briga di spiegare. Confesso che negli esperimenti con la scatola del tempo mi sono sempre trovato a mio agio, probabilmente perchè tollero sempre meno l’accidia del tempo attuale, così da preferire le intemperanze passate al cupio dissolvi odierno, secondo l’adagio per cui il poco è meglio del nulla.

    Proprio per profondo rispetto della storia e del suo magistero ritengo sarebbe doveroso saper ripartire da dove si è consumato il vulnus di cui dicevo. Non intendo il tanto anacronistico quanto impossibile ripristino del Sacro Romano Impero, ma quanto meno il riconoscimento del fallimento dell’impostazione liberal-utilitaristica tutt’oggi imperante. Da lì amerei si cominciasse a voltare pagina.

    Curiosamente, e con questo concludo scusandomi per la lungaggine inappropriata al commento di un post, è proprio l’evo moderno (il fatto stesso di interpetarsi secondo la categoria di “moderno” è altamente significativo) che si è staccato consapevolmente e presuntuosamente dal corso storico in cui era calato. l’auspicio, dunque, che faccio mio, di non buttare la storia, va nella direzione che ipotizzo io, quella di voltare pagina e riprendere un discorso arenatosi (quanto meno sotto il profilo del dibattito pubblico, chè nell’ambito culturale e spirituale, ancorché sotto traccia, quelle istanze hanno continuato il proprio corso) 4 secoli orsono.

    Saluti

    Commento di Giampaolo — Giugno 4, 2008 @ 1:41 pm | Replica

  12. Sono in grande parte d’accordo con quest’ultimo suo commento Giampaolo.
    Mi rendo conto che alcuni temi che lei introduce richiederebbero pomeriggi o serate di discussione (e ciò sarebbe buono oltre che bello!) a cui dovrebbero pure seguire meditazioni. L’errore concettuale filosofico del dualismo a cui lei fa riferimento, ad esempio, sarebbe utile considerarlo osservandolo anche dal punto di vista orientale.
    Le trombe ecumeniste saranno forse mille, ma ahimè non sono mai ascoltate.
    Mi permetto di inserire un link: http://www.lastelladelmattino.org/

    Saluti

    Commento di aiace — Giugno 4, 2008 @ 7:45 pm | Replica

  13. test

    Commento di aiace — Giugno 4, 2008 @ 9:09 pm | Replica

  14. Sono in grande parte d’accordo con quest’ultimo suo commento Giampaolo.
    Mi rendo conto che alcuni temi che lei introduce richiederebbero pomeriggi o serate di discussione (e ciò sarebbe buono oltre che bello!) a cui dovrebbero pure seguire meditazioni. L’errore concettuale filosofico del dualismo a cui lei fa riferimento, ad esempio, sarebbe utile considerarlo osservandolo anche dal punto di vista orientale.
    Le trombe ecumeniste saranno forse mille, ma ahimè non sono mai ascoltate.

    saluti

    Commento di aiace — Giugno 4, 2008 @ 9:12 pm | Replica

  15. ps: volevo segnalare un link, ma vedo che il sistema lo impedisce; facendolo non compare il messaggio!

    Commento di aiace — Giugno 4, 2008 @ 9:15 pm | Replica

  16. posso sbloccare io, aiace

    Commento di vbinaghi — Giugno 4, 2008 @ 9:18 pm | Replica

  17. … che casino, scusa. Puoi cancellare i doppioni ora?

    Commento di aiace — Giugno 4, 2008 @ 9:24 pm | Replica

  18. L’accidia è indiscutibilmente il male di questo secolo, del presente, eppure è antica e se si vuole penetrarne le radici bisogna andare a ben prima di Tomaso d’Acquino, ai padri del deserto che con il “demone meridiano” ci combattevano quotidianamente.
    Unanimemente, da San Macario il grande a San Cassiano e su, fino ad Ambrogio di Optina e ai padri spirituali sparsi ancora oggi per il mondo, è riconosciuto che la radice di questo peccato o malattia è nella “Filautìa”, comunemente tradotto con amor proprio, ma che Ireneo Hausherr traduce meglio con “Tenerezza per se”.
    é infatti un’inclinazione sottile che porta l’uomo al disgusto delle cose spirituali, meno grossolana del grezzo amor proprio.
    Se ti interessa il punto di vista monastico ti consiglio il testo di Padre Gabriel Bunge; “Akédia, la dottrina spirituale di Evagrio Pontico sull’accidia” edito da Qiqajon, il problema è complesso ed interessantissimo per capire come questo male si stia diffondendo in tutti gli strati della società moderna e nelle forme più impensabili, dalla depressione all’iperattivismo, dalla noia al suicidio, alla, forse più triste e devastante, indifferenza per i fratelli.
    Spesso il punto di vista dei padri del deserto è più moderno di quello degli autori medioevali e successivi, fino ai voli pindarici della moderna teologia psicologica.
    Questo perchè la vita anacoretica pone l’asceta di fronte a se stesso senza la sovrastruttura culturale dell’epoca e vede i pensieri, le tentazioni, per quello che sono alla loro radice, e questo loro manifestarsi è comune per tutti gli uomini di tutte le epoche.

    Commento di mario pandiani — Giugno 4, 2008 @ 10:27 pm | Replica

  19. Caro Mario, bentornato con preziose indicazioni, come sempre.
    Di Evagrio Pontico ho letto tempo fa un libretto sugli otto pensieri impuri, ma son cose più da meditare a lungo che da leggere.
    In questa modesta notula, volevo più che altro segnalare il dominio dell’accidia nell’ostinato scetticismo della cultura dominante.

    Commento di vbinaghi — Giugno 4, 2008 @ 11:29 pm | Replica

  20. Eppure rimane qualcosa, in questa cosiddetta accidia, che continua a sembrarmi una semplice presa d’atto della realtà, a fronte delle frenetiche invenzioni che cercano disperatamente di mantenere proiettato sulla realtà un “volto umano”. Insomma questo Spirito, sì certo, storie affascinanti, ma basta un grumetto di sangue che si incagli e il teatro comincia subito a sbaraccare. La realtà che vedo è questa. Se vi è un’altra realtà, indipendente da questa, beh, allora questa qua sarebbe un orpello sadico, assurdo, realmente diabolico.

    Commento di elio — Giugno 5, 2008 @ 6:29 am | Replica

  21. Elio, io non ho capito cosa vuole dire.

    Saluti

    Commento di aiace — Giugno 6, 2008 @ 12:54 am | Replica


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