(Pubblicato originariamente in “Per la filosofia”, n.18, aprile 1990)

L’AVVENTURA DI MISTER HUME
Non sappiamo come e quando, né a quale prezzo, ma è certo che David Hume entrò un giorno in possesso del cannocchiale di Calileo.
Rimirò a lungo il prodigioso strumento, ma, trovando insulso lo spettacolo delle distanze cosmiche – a che pro affaticarsi attorno a stupide palle di fuoco? – decise di puntarlo su di sé, per sondare gli inesplorati recessi della natura umana.
A tutta prima lo spettacolo inusitato lo stupi grandemente: vide le squame minute sul palmo delle sue mani, geometricamente disposte come tessere di un mosaico, vide il pallore del suo ventre sollevarsi come una duna nel deserto mentre una sconosciuta vertigine si apriva nell’umido cratere dell’ombelico. Poi volle scrutare gli anfratti della mente per disegnare una mappa del corso dei suoi pensieri. Molte cose contemplò: la traccia dei cammini, il luogo degli incontri, i sottili urti delle immagini e gli impercettibili interstizi per cui si avvicendano e si incastrano, quasi calamitandosi. E avendo percorso in lungo e in largo paesaggio e sentieri senza trovare traccia del viandante, pensò di abbandonare la sua ricerca sulla natura umana, giudicando il suo oggetto inesistente.
Poi però, fulminato da un lampo d’arguzia tutta scozzese, decise di scrivere un dettagliato resoconto di quella strana indagine, per lasciare ai posteri un enigma sibillino da risolvere: è possibile che il risultato più sublime della Scienza sia proprio l’estinzione dello Scienziato?
Qualcuno, da Konigsberg, avrebbe raccolto la sfida.

IL TEMPO DEGLI OCCHIALI
Quel benedetto cannocchiale giunse alfine tra le mani del professor Kant. L’orologio di Konigsberg pensò per una volta di fare l’orologiaio, e così smontò lo strumento. Vi trovò due lenti rotonde. E disse: «Ogni cosa appare tonda perché le lenti sono tonde. Le lenti sono tonde perché l’occhio è rotondo. E se vi fosse da qualche parte un occhio quadrato?» Questo pensiero dapprima lo rese alquanto inquieto.
Poi si riprese, anzi gli venne un ‘idea rivoluzionaria, quasi copernicana. Disse: «L’unico modo per non dubitare delle lenti è quello di non toglierle mai». Così armeggiò per un quarto d’ora finché ne ebbe fatto un paio d’occhiali, che inforcò soddisfatto sul naso.
Veramente avvertì durante l’operazione qualcosa come un sottile disagio, un piccolo pensiero, solo un insetto fastidioso, sia chiaro – perché gli venne in mente che per costruire gli occhiali stava lavorando senza lenti. Ma l’opera era ormai terminata e adesso il mondo ridondava lucente e perfetto come la sfera di Parmenide, senza più fessure.
« Scienza e scienziato sono una cosa», disse.
E si affrettò ad uscire: era tempo per la passeggiata, e i bravi cittadini di Konigsberg erano impazienti di regolare gli orologi.