Doctor Blue and Sister Robinia

Giugno 23, 2008

BREVE STORIA FILOSOFICA DELL’OCCHIO (3) di V. Binaghi

(Pubblicato in “Per la Filosofia”, numero 18, aprile 1990, Editrice Massimo)

bachelard

L’OCCHIO DEL POETA

Quando lo conobbi Gaston Bachelard era già quel vecchio dai lunghi capelli e la barba bianchi, il feltro sul capo e l’inseparabile bastone – così lo ritraggono le ultime, rare fotografie, dove però si perde l’acqua viva di quegli occhi eternamente fanciulli.
Io venivo dalla provincia, entusiasta lettore dei suoi libri di filosofia della scienza e da tempo sostenevo le sue teorie presso gli amici dell’Università: la scienza, un surrazionalismo che nulla ha da spartire con le facili seduzioni del senso comune, un pensiero che non trova ma costruisce i suoi ogggetti nella purezza di geometrie troppo veritiere per essere tangibili!
Volevo conoscerlo a tutti i costi. Me lo indicarono nei giardini dell’Università: assorto e sorridente, il veçchio contemplava la segreta intimità di un nido di merli, intravisto sul ramo di un ‘antica quercia. Non era affatto come l’avevo immaginato.
Poi mi dissero di quell’altra stranezza: da qualche tempo Bachelard, parallelamente ai suoi corsi epistemologici sul pensiero matematico e la fisica contemporanea, teneva un corso libero sull’immaginazione poetica, per la gioia dei numerosissimi studenti che lo affollavano. Il cosmo dei poeti? Ne rimasi addirittura sconcertato.
Ma quando andai ad ascoltarlo, la mia perplessità si mutò in entusiasmo.
Cominciai persino a disertare i corsi di matematica per seguire il vecchio che cantava la poetica delle fiamme danzanti nel camino. Il desiderio di conoscerlo divenne irrefrenabile: finalmente, qualche settimana dopo il mio arrivo a Parigi, mi fu presentato.
L’uomo era singolare, assolutamente fuori dal tempo: detestava la città, il cinema, lo sport, il jazz, l’auto e il telefono (1). Sapeva di essere quasi una leggenda tra gli studenti, ed anche di questo sorrideva senza fastidio e senza vanità, ma i suoi motti di spirito erano terribili, non risparmiavano neppure i colleghi: risuonava in essi intatta l’arguzia contadina della sua nativa Champagne.

Insomma, appena potei avvicinarlo, volli dirgli d’un fiato tutta la mia ammiirazione. Poi cominciai a porgli questioni sull’ultimo suo grande libro, « Le rationalisme appliqué». L’intelligenza era prodigiosa, eppure discreta: preferiva meravigliare mostrando architetture che dare l’impressione di contribuire all’ediificio – un maestro eccezionale. Ma quando uscimmo in giardino lo vidi ancora assorto come un monello con lo sguardo tra le fronde a spiare nidi. E allora non potei fare a meno di chiedergli ragione di quello stravagante parallelismo che mi aveva inquietato. Perché, insieme alla serietà della scienza, insegnare a leggere, ad immaginare il cosmo animato dei poeti?
Il filosofo ridacchiò. Poi prese a raccontare:
« Passando dalla pratica e dall’insegnamento delle scienze alla fiilosofia, io non mi ero sentito così soddisfatto come avevo sperato. Cercai invano la ragione della mia insoddisfazione fino al giorno in cui, alla facoltà di Dijon, sentii per caso in un corridoio uno studente che parlava del mio universo pastorizzato. Fu un ‘illuminazione per me; si trattava dunque di questo: un uomo non può essere felice in un mondo sterilizzato, dovevo al più presto far pullulare e brulicare i microbi nel mio mondo, per riportarvi la vita. Così corsi ai poeti e mi misi alla scuola dell’immaginazione (2). Dalla cattedra e nel laboratorio il pensiero percorre faticosamente la geometrica trama dei concetti, respingendo la seduzione delle immagini e superando con le lenti l’imperfezione dell’occhio, l’imperfezione del mondo soltanto veduto. Ma la sera, accanto al fuoco, vivo coi poeti nel cosmo grande e bello delle immagini. Qui, come una volta scrisse Jaspers, “ogni essere sembra in sé rotondo”, perché le cose dimorano in quieta, regale intimità non appena il pensatore si toglie gli occhiali e diventa spettatore dei suoi sogni. Oppure, l’altra immagine di Rodin che vi è tanto piaciuta: “ogni essere non è che il limite della fiamma che lo abita” – non è questa cosmologia ignea un paradiso per la fantasia? Ecco che il mondo è un concerto di desideri, perché il fuoco saetta inappagato fino al cielo come l’amore, e in ogni cosa l’anima è volatile speranza. Rotonde come il riposo, fiammeggianti come lo slancio vitale, le cose parlano il linguaggio dell’anima e in questo cosmo si può abitare felici, riconoscendo al sogno ed alla notte i loro diritti».
« Ma, professore», domandai, « questo significa dunque che Bellezza e Verità non possono mai incontrarsi?»
« Certo, anche se non sempre fu così. All’alba della coscienza, gli uomini viidero in questo mondo un grande corpo, e nel cielo stellato parole scritte per l’anima dall’Anima. Allora la felicità del sogno dimorava fra le cose e le cose avevano gli stessi palpiti del cuore. Questo accade anche a noi, quando la luce del sole tramonta dietro le montagne e, nell’ultimo baluginare del crepuscolo o nel primo dell’aurora, la coscienza ritrova il gusto dell’origine, come un bimbo che vive in noi sempre disposto a dare inizio all’avventura del pensiero, che princiipia dalla meraviglia. Ma il cannocchiale di Galileo ha liberato la scienza dalla confusione delle immagini, consegnandole per sempre al libro dei poeti, dove la felicità ha la sua legittima sede».
Ci fu poi silenzio, un lungo istante. Improvvisamente mi balenò in mente un ‘idea assurda – sì, quasi pazzesca – che non potei trattenermi dal comuniicare: « E se … se un cosmo che non si può abitare con tutta l’anima fosse anche non del tutto vero? Insomma, non ha mai pensato che in quel famoso cannocchiale di Galileo ci sia qualcosa che non va?»
Bachelard scosse benevolmente il capo: « No, no ragazzo mio. Se continua coosì lei non sarà mai un uomo di scienza. Dia retta a me: pensare di giorno, sognare di notte – questa è la regola aurea».
Quando me ne andai, il vecchio professore rimase sorridente e meditabondo, come noi studenti lo avevamo sempre visto, seduto su una panchina dei giardini dell’università.
Quanto a me, non sono mai riuscito a capire come potesse vivere in due mondi. Ma erano davvero due? È vero, il libro della Scienza e quello della Poesia restavano ben distinti sullo scaffale, uno per il giorno, l’altro per la notte – ma non era lo stesso, puro sguardo di bimbo ammirato che ne scorreva le pagine? L’unità era forse nascosta in quel candore di cui il vecchio serbò per sempre il segreto.
Io? Io non divenni uomo di scienza: non volli edificare mondi inabitabili. Nemmeno mi posi al seguito dei poeti: che farsene della gioia, se avvelenata dall’irrealtà? Coltivare la filosofia? Ma possiede la filosofia un luogo suo proprio, in mezzo a questa crudele alternanza? Il mio brillante ingegno sta invecchiando in solitudine, e spesso sogno di tornare da lui, dal vecchio Bachelard, per interrogarlo sulla mia vocazione impossibile. Ma egli se n’è andato da tempo. Morì, in quella casa in pieno centro di Parigi dove viveva come un contadino, il 16 ottobre 1962 ..

(1) Queste notizie in P. Quillet, Bachelard, Paris, Seghers 1964.
(2) Questa dìchiarazione in L. Guillermit, “Bachelard ou le renseignement du bonheur”, in Annales de l’université de Paris, I, (1963), pp. 40-45.

2 Commenti »

  1. Bellissimo post.

    Commento di elio — Giugno 24, 2008 @ 6:37 am | Replica

  2. Noto solo che si parla di più di quanto un uomo era grande a partire dal momento che é morto…Ma naturalmente non si puó vivere a tutte le epoche per poter rimediare:-)

    Commento di jaio — Giugno 25, 2008 @ 9:24 am | Replica


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