Doctor Blue and Sister Robinia

Giugno 27, 2008

LA PSICOLOGIA ROMANTICA: HAMANN di Albert Beguin

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 8:10 pm
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hamann

(Da: Albert Beguin, L’anima romantica e il sogno, Garzanti)

L’intelligenza amputata del cuore è il cannocchiale di Galileo puntato sull’essere umano. Il risultato è la psicologia empiristica di Hume e simili, cieca al mistero della vita quanto a quello della forma, che tratta la casa del pensiero come se fosse solo un mucchio di mattoni, senza un disegno e senza un abitante. La ribellione romantica porterà a una sovversione salutare, capace di riportare l’attenzione sull’irriducibilità dello psichico al materiale e di preparare tra l’altro la (ri)scoperta dell’inconscio. Alle origini del romanticismo filosofico un pensatore grande ed oscuro, che ho scoperto assieme ad altri tesori nascosti grazie ad un libro straordinario, oggi purtroppo introvabile.

Hamann, il «Mago del nord», fu forse il primo a tentare uno studio psicologico dell’essere umano, come la sua metafisica cristiana esigeva, superando la semplice descrizione delle facoltà e del loro meccanismo. Fin dalle Memorie socratiche del 1759, egli cerca di confutare l’empirismo, fondandosi su un ragionamento analogico.
Come l’uomo è stato creato a immagine di Dio, cosi il corpo sembra essere una figura o immagine dell’anima. Ora, la nostra ossatura ci resta nascosta, perché siamo formati in segreto e come sotto terra. Quanto più occulta resta per noi la formazione delle nostre idee! … Ogni idea è una nascita particolare e assoluta.
Prima dello Sturm und Drang, Hamann è anche fra i primi a ridare al termine genio tutta la sua portata: il demone socratico, il genio che ispira Omero o Shakespeare, invano lo si è voluto definire come questa o quella combinazione di poteri: esso è indefinibile, ribelle a ogni spiegazione razionale.
Questa particolare regione, irriducibile alle facoltà dell’anima, dove nascono le nostre idee, donde erompe il genio, questo luogo «sotterraneo» in noi è già quel che non si tarderà più a chiamare l’inconscio. E se ancora potessimo esitare a veder qui il primo abbozzo del mito romantico, una frase che Hamann stesso sottolinea, nella sua risposta alle critiche di Moses Mendelssohn sulla Nouvelle Héloise (1762) basterebbe a toglierci il dubbio: Tutta la taumaturgia estetica è impotente a sostituire il minimo sentimento immmediato; solo la conoscenza di sé, questa discesa agli Inferi, ci schiude la via della divinizzazione.

È già, quasi negli stessi termini, il pensiero centrale di Novalis: «Il cammino misterioso va verso l’interno; è in noi, o in nessun luogo, che si trova l’eternità con i suoi mondi, il passato e l’avvenire» E si trova in Hamann, insieme con questa fiducia accordata allo spontaneo, alle rivelazioni dell’intuizione incontrollata, la speranza di sfociare, mediante questa immersione negli abissi segreti, in qualche sovrumano potere.
L’ Esthetica in nuce, del 1762, completa quella formula e, sempre nello stile lampeggiante del «Mago», ne indica gli ampliamenti: Solo la passione dà alle astrazioni, come alle ipotesi, mani, piedi, ali; alle immmagini e ai segni dà spirito, vita, linguaggio. Dove si troveranno piu rapide conclusioni? Dove nasce, dunque, l’eloquenza, questo rombo di tuono, e il fratel suo, il lampo monosillabico? … La perfezione dei nostri disegni, il vigore della loro esecuzione, la concezione e la nascita di nuove idee ed espressioni, il lavoro e il riposo del saggio, la consolazione e il fastidio ch’egli vi trova, tutto questo, che è nascosto nel fecondo seno delle passioni, sfugge ai nostri sensi.
Dunque, tutta la ricchezza della nostra vita appartiene agli abissi dell’inconscio; ma come afferrarla? Come compiere in noi la discesa agli Inferi? Con la parola e la poesia.
I sensi e le passioni non parlano che per immagini, non intendono che le immagini. Tutto il tesoro della conoscenza, come quello dell’umana felicità, consiste in immagini. La primitiva età dell’oro fu un’epoca in cui l’umanità parlava la sua lingua materna, che è la poesia, anteriore alla prosa come il giardinaggio è anteriore all’agricoltura; la pittura alla scrittura; il canto alla declamazione; le metaafore ai ragionamenti; il baratto al commercio.
Hamann immagina lo stato dei nostri antenati, nei primi tempi, come un profondo sonno alternantesi con «danze vertiginose»; lungamente immobili «nel silenzio dello stupore e della meditazione», essi schiudevano a un tratto le labbra per «discorsi alati». All’origine non vi fu l’azione, la conquista dei poteri utilitari, ma la contemplazione, quest’altra presa di possesso dell’universo. Stupore dinanzi al mondo, quello della prima creatura e del «primo storico della creazione», cioè del mito biblico: l’apparire della natura e la gioia che l’uomo ne ebbe sono espressi nella frase: Fiat Lux!
«In essa viene avvertita per la prima volta la presenza delle cose.» Così, Hamann ricorre al mito, come al documento piti rivelatore e vi si accosta con un apprendimento tutto analogico: giacché porta in se stesso la facoltà di stupirsi, egli scorge nel racconto biblico l’urto sconvolgente provato dalla prima creatura al primo sorgere della luce: di colpo, le cose son là, vergini, dense di significato, come non ci appaiono più se non in attimi privilegiati: come si mostrano al poeta.
Ma anche l’uomo si permea di luce ai suoi stessi occhi, quando è capace di tale sguardo poetico. Dio, che ha creato la natura, ha fatto l’uomo a sua immagine; in ciò sta tutto il segreto del destino umano. E la principale somiglianza dell’uomo col suo creatore sta nel fatto che entrambi sono invisibili: «Il corpo, figura velata, il volto e le mani il sono lo schema visibile in cui siamo avvolti: ma esso è solo il segno che svela l’uomo nascosto in noi.» Ed ecco che l’inconscio, la realtà «sotterranea», il mistero interiore è subito designato come la presenza d’un’anima divina, o come un’ «analogia» di Dio visibile e insieme invisibile nella natura. Proprio come il nostro corpo, l’universo sensibile ha un significato puramente simbolico. Di tale simbolismo inerente alle cose stesse e a tutto il creato, Hamann ha un profondo concetto, come lo ritroveremo solo in un Claudel; per lui, tutta la creazione è «un discorso rivolto alla creatura mediante la creatura; poiché un giorno lo ripete al giorno seguente, una notte lo annunzia all’altra». Questa parola «attraversa ogni clima, fino ai confini del mondo, e la sua voce si scorge in ogni dialetto».
In origine, la rivelazione dell’Invisibile per mezzo del sensibile fu perfetta; ma, «sia nostra o fuori di noi la colpa», la natura è per noi solo un poema in disordine, disiecti membra poetae: sta al dotto raccoglierne gli sparsi frammenti; al filosofo lo spiegarli; solo al poeta è concesso di imitarli e di ricostruirne l’unità. Nessun altri che lui può ritrovare la «lingua angelica», il discorso perfetto in cui il simbolo visibile e la realtà che esso esprime si confondono. La missione della poesia è di ricreare il linguaggio primitivo, di restituire nella loro integrità la contemplazione stupefatta e l’originaria presenza delle cose.
Ciò che Hamann attinge, qui, in fondo alla personale esperienza, i piu dei romantici lo troveranno per vie analoghe, tanto queste intuizioni sono naturali in chi è dotato del potere di stupirsi di fronte all’universo e di affrontarlo. In questo concepire la natura come un discorso simbolico, il romanticismo cercherà le basi della sua estetica, e taluni, Schubert soprattutto, vi fonderanno la loro interpretazione del sogno.

1 Commento »

  1. Salve prof., sono Mileto. L’esame sta procedendo abbastanza bene per tutti, più o meno. Alla fine Stellica non ci sta penalizzando, anzi ci aiuta avvolte; anche se, durante il mio orale, ho avuto una piccola discussione con lui su Freud. Comunque tutto procede abbastanza bene, apparte latino che sta seminando una piccola strage a causa della nostra ignoranza nella materia.
    Grazie di tutto e buona serata

    Commento di Mileto — Giugno 27, 2008 @ 8:35 pm | Replica


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