
(Da: C.G. Jung e K. Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Boringhieri 1972)
Legittimo erede della psicologia romantica, Jung ha contribuito a correggere in senso finalistico l’impostazione unilateralmente meccanicistica della psicoanalisi freudiana, facendo della psicologia del profondo uno studio del divenire psichico prima che un’analisi delle sue deviazioni patologiche. Ritrovando le radici dello psichismo negli archetipi dell’inconscio collettivo, Jung ha riportato in auge il carattere salvifico e normativo delle rappresentazioni mitologiche e religiose, che l’illuminismo aveva liquidato come aborti del pensiero razionale. Con Jung l’immaginazione simbolica torna ad essere la base fondamentale del linguaggio e della conoscenza di sè e del mondo.
Lo spirito primitivo non inventa i miti: li vive. I miti sono, originariamente, rivelazioni dell’anima pre-cosciente, involontarie testimonianze di processi psichici inconsci e tutt’altro che allegorie di processi fisici. Allegorie di questo genere non sarebbero che giuochi oziosi di un intelletto non scientifico. I miti, invece, hanno un significato vitale. Essi non esprimono soltanto, ma sono essi stessi a costituire la vita psichica della tribù primitiva che si disgrega e tramonta, non appena viene a perdere la sua eredità mitica, come un uomo che perda la propria anima. La mitologia di una tribù è la sua religione viva e la perdita di questa è sempre e dovunque, anche presso l’uomo incivilito, una catastrofe morale.
La religione però è un rapporto vivo con processi psichici che non dipendono dalla coscienza, ma si svolgono, di là di questa, nell’oscurità dello sfondo psichico. Molti di questi processi sorgono, è vero, dietro a una occasione data dalla coscienza, ma nessuno per un arbitrio cosciente. Altri sembrano nascere spontaneamente, vale a dire senza cause che si possano riconoscere e dimostrare nella coscienza.
La psicologia moderna considera i prodotti dell’attività fantastica inconscia come auto-raffigurazioni di processi dell’inconscio o testimonianze della psiche inconscia su di se stessa.
Si distinguono due categorie di simili prodotti. Primo: fantasie (inclusi in esse i sogni) di carattere personale che risalgono indubbiamente ad esperienze, dimenticanze, rimozioni personali e perciò si possono spiegare interamente in base all’anamnesi individuale. Secondo: fantasie (inclusi in esse i sogni) di carattere non personale che quindi non si possono far risalire alla “preistoria” individuale, né spiegare con acquisizioni individuali. L’analogia più stretta per questa seconda categoria di formazioni fantastiche si trova nei tipi mitologici. È perciò da supporre che esse corrispondano a certi elementi strutturali collettivi (e non personali) dell’anima umana in generale e, come gli elementi morfologici del corpo umano, si trasmettano in via ereditaria. Benché la tradizione e la diffusione per migrazione abbiano la loro parte, vi sono tuttavia, come si è detto sopra, casi molto numerosi che non si possono spiegare con una derivazione di questo genere, ma ci costringono ad ammettere un rivivere “autoctono”. Tali casi sono così frequenti che non si può fare a meno di ammettere l’esistenza di uno strato-base psichico-collettivo. Io ho denominato questo strato l’inconscio collettivo.
I prodotti di questa seconda categoria somigliano talmente ai tipi strutturali dei miti e delle favole, che si deve considerarli affini ad essi. È dunque assolutamente possibile che ambedue, tipi mitologici e tipi individuali, nascano da condizioni molto simili. Come si è detto, i prodotti di fantasia della seconda categoria (come del resto anche quelli della prima) sorgono in uno stato di degradata intensità di coscienza (in sogni, deliri, allucinazioni, visioni ecc.). In simili stati cessa quell’inibizione che la concentrazione di coscienza esercita sui fatti inconsci, e, di conseguenza, il materiale fino allora inconscio, precipita, come attraverso porte laterali, nello spazio della coscienza. Questa maniera di prodursi costituisce la regola.
Il principio metodologico da cui parte la psicologia per trattare i prodotti dell’inconscio, va formulato in questi termini: fatti di natura archetipica rivelano processi nell’inconscio collettivo. Essi non si riferiscono quindi a qualcosa di cosciente o a qualcosa che una volta è stato cosciente, bensì all’essenzialmente inconscio. […]
Ora se si procede secondo il principio sopra formulato, non si presenta più la questione, se un mito riguardi il sole o la luna, il padre o la madre, la sessualità o il fuoco o l’acqua, ma si tratta sempre di circoscrivere e caratterizzare approssimativamente un nucleo di significato pre-cosciente. Il senso di questo nucleo non è mai stato, né sarà mai cosciente. Esso fu sempre e sarà sempre soltanto interpretato ed ogni interpretazione che si avvicini alquanto al senso recondito (o, parlando dal punto di vista dell’intelletto scientifico, al non-senso, il che, in fondo, non fa differenza), non solo pretende per sé un’assoluta verità e validità, ma nello stesso tempo anche rispetto e devozione religiosa. Gli archetipi furono e sono forze vitali psichiche che pretendono di venir prese sui serio e anzi, nella maniera più singolare, provvedono anche a farsi valere. Essi erano sempre garanti di protezione e salvezza e l’offesa recata ad essi porta la conseguenza ben nota dalla psicologia dei primitivi, dei perils of the soul. Essi sono, infatti, moventi infallibili dei disturbi nevrotici e anche psicotici, dato che essi si comportano esattamente come gli organi del corpo o i sistemi funzionali organici trascurati o lesi.
… la diversità, l’apertura e il senso più esteso sul “viaggio dell’uomo” del pensiero di Jung rispetto la struttura rigida e (direi) dogmatica del pensiero di Freud sono evidenti. Ma io credo che lo stesso Jung vorrebbe considerare il proprio pensiero come complementare e non alternativo a quello di Freud. Un dato interessante da considerare, infatti, è la maggior efficacia delle terapie freudiane (in tutti i suoi derivati e comunque con grandissimo margine di imperfezione) nell’approccio a problematiche di nevrosi compulsiva, depressione ed alcuni gradi di schizofrenia.
saluti
Commento di aiace — Giugno 29, 2008 @ 1:37 pm |
Ciao valter, mi prudono le dita sulla tastiera, ma evito di cominciare una filippica su jung, sono abbastanza d’accordo con Aiace, il fatto che la psicanalisi freudiana limiti il suo campo di intrervento ad una sfera più o meno constatabile empiricamente limita i danni e ha permesso a medici coscienziosi di aiutare concretamente persone che soffrivano, per il resto la psicanalisi, soprattutto quella junghiana la considero il sacramentum diaboli della società che ha rigettato la fede.
Questa sera, visto che le squadre ortodosse sono state eliminate dal campionato, tiferò Spagna.
Ciao
Commento di mario Pandiani — Giugno 29, 2008 @ 8:02 pm |
Mario, Aiace e tutti gli amici che mi vengono a trovare.
Spero che si sia capito che questo post non è uno spottone per Jung (uno che ha avuto discepoli come Hillmann è comunque non privo di ambiguità) nè una posizione personale sul movimento psicanalitico (per quanto mi riguarda sono molto interessato alla riforma della psicanalisi freudiana proposta da Heinz Kohut), ma una delle molte note che sto addensando sul blog per costringermi a scrivere prima o poi quel libro sull’immaginazione simbolica che vado meditando da una ventina d’anni. Questa, e non la psicoterapia, è il vero centro dei miei interessi.
Commento di vbinaghi — Giugno 30, 2008 @ 12:39 am |
Accipicchia Mario! Che commento stroncante per il figlio d’un pastore protestante :-)
Ma non è che ce l’hai con lui perché si è interessato di religione induista e buddista?
Saluti
Commento di aiace — Giugno 30, 2008 @ 4:31 pm |
Io ho amato diversi scrittori di religione che si sono occupati di religioni diverse dal cristianesimo, ma Jung ha utilizzato il simbolismo, o meglio alcuni aspetti del simbolismo dio queste religioni per una dottrina fondamentalmente dualista stravolgendone il senso sacro.
In questo non fu davvero ambiguo, come non è ambiguo Hillman, sono chiaramente dei tagliatori di radici e l’ambito che più li attrae è la sfera inferiore dell’essere che scambiano o deliberatamente contraffanno col divino.
Non c’entra nulla la religione con questi personaggi.
Ma come ho anticipato è una tentazione per me entrare in discussioni su argomenti che ho rigettato e la polemica ne sarebbe l’unico motore.
Commento di mario pandiani — Giugno 30, 2008 @ 8:38 pm |
Anch’io mi interesso di Jung per ciò che ha detto sull’”immaginazione simbolica”.
Per quanto riguarda invece la “terapia”, non ho statistiche che mi permettano di fare una scelta che, oltre tutto, non mi interessa fare.
Lo stesso Jung dichiarava che in questo campo niente è definitivo, e che lui stesso, pragmaticamente,
sceglieva, volta a volta, tra metodo freudiano,junghiano o adleriano.
Per quanto riguarda la “religione” tutti i discorsi sono leciti. Ma davanti a posizioni “polemici e di rigetto” uno sente subito odore di “fondamentalismo”. Specialmente quando, di Jung, se ne stravolge il senso, parlando di “dottrina dualista”. O di “sfera inferiore contraffatta a divino”. Nè d’altronde a uno possono essere imputate le idee dei propri allievi che, esplicitamente, ne hanno rifiutato la coerenza di pensiero.
Certe espressioni fanno venire il sospetto di essere registrazioni emotive di propri pregiudizi, piuttosto che frutto di letture e di analisi.
E’un bene che la religione di certi individui non c’entri nulla con certi personaggi.
Auspicabile sarebbe che c’entrasse soltanto col “nulla”.
Consiglierei a Mario Pandiani una bella raccolta dei “Quaderni di Eranos” benché, in italiano, spersa tra le pubblicazioni di una miriade di editori: è quello lo “junghismo” che permane, perché altro non ce n’è, come diceva lo stesso Jung.
Commento di giovanni cossu — Luglio 1, 2008 @ 4:26 pm |
Cavoli, a me interessa molto il giudizio tranciante di Mario, perché so che lo opera a partire da un punto di vista, quello relativo allo “spirito”, sul quale, a 44 anni, devo ammettere di non avere ancora capito praticamente nulla: né se esiste, né se si tratta di un’assurdità, o di una mera astrazione eccetera. Mi piacerebbe quindi se riuscisse a “tradurlo” nell’ottica pseudo-scientifica che mi è propria. Ma forse è impossibile.
Commento di elio — Luglio 2, 2008 @ 8:42 am |