Doctor Blue and Sister Robinia

Luglio 20, 2008

UN VIAGGIO PIU’ LUNGO

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 12:09 am
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viandante

Col testo qui sotto ho aperto il blog, circa un anno fa, e con lo stesso testo lo chiudo, almeno per ora. Il viaggio a Bolsena è stato bello, ma ho capito che mi aspetta un viaggio ben più lungo, di quelli che si devono fare da soli, o con la compagna di una vita. Ringrazio tutti quelli che sono venuti a leggermi e a scambiare idee con me: questo blog ha avuto un successo notevole e insperato, una media di diecimila contatti al mese, a mia volta ci ho messo molto, non solo schede e recensioni di libri miei e altrui, ma anche testi diversi, che segnano la mappa dei miei interessi e delle mie ricerche. Proprio per continuarli, prendo commiato, dal blog e da tutto. Sto annullando le presentazioni estive e autunnali, e con una certa sofferenza ho deciso anche di sciogliere la Bluesbanda. Voglio iniziare la mia terza vita, che cerca dopo l’altezza dell’infanzia e l’estensione della maturità la profondità, che chiede silenzio. Forse un giorno tornerò a raccontarvi cosa ho trovato.
Intanto, il mio abbraccio.

“Quando la nostra esistenza cessa di volgersi all’intimo e al privato, la conversazione degenera in puro pettegolezzo. Raramente incontriamo un uomo in grado di darci una notizia che non abbia letto sul giornale o che non gli sia stata riferita da un vicino e, per lo più, l’unica differenza fra noi e costui è che lui ha letto il giornale o è andato fuori a un tè, mentre noi non lo abbiamo fatto. In proporzione, quanto più diminuisce la nostra vita verso l’interno tanto più costantemente e disperatamente andiamo all’ufficio postale. Potete esserne certi, il poveraccio che se ne allontana col mucchio di lettere più grosso, fiero della sua vasta corrispondenza, non riceve notizie da sè stesso da lungo tempo”
(Henry David Thoreau)

Luglio 11, 2008

PAUSA

Archiviato in: Bacheca — vbinaghi @ 8:00 pm

bolsena

Dopo essermi caricato di lavoro anche per il mese di agosto e prima di darci dentro, mi prendo una pausa di vacanza vera fino al 20, senza computer e annessi.
Se volete pensarmi a tutti i costi, pensatemi qui, sulle rive del lago di Bolsena.
Faccio un full immersion nella terra degli Etruschi, magari per un prossimo libro archeomisterico.
Ciao a tutti.

Luglio 9, 2008

LE PIU’ BELLE STORIE D’AMORE (5) La donna cannone

Archiviato in: canzoni — vbinaghi @ 8:59 am
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DI FRANCESCO DE GREGORI

la donna cannone

Ascoltatela qui

Butterò questo mio
enorme cuore
tra le stelle un giorno
giuro che lo farò
e oltre l’azzurro della tenda
nell’azzurro io volerò
quando la donna cannone
d’oro e d’argento diventerà
senza passare per la stazione
l’ultimo treno prenderà
in faccia ai maligni
e ai superbi
il mio nome scintillerà
dalle porte della notte
il giorno si bloccherà
un applauso del pubblico pagante
lo sottolineerà
dalla bocca del cannone
una canzone esploderà
e con le mani amore
per le mani ti prenderà
e senza dire parole
nel mio cuore ti porterò
e non avrò paura
se non sarò bella come dici tu
e voleremo in cielo
in carne ed ossa
non torneremo più
e senza fame e senza sete
e senza ali e senza rete
voleremo via
(continua…)

Luglio 8, 2008

LE PIU’ BELLE STORIE D’AMORE (4) I lautari

Archiviato in: Arti visive, recensioni — vbinaghi @ 11:09 am
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UN FILM DI EMIL LOTEANU (Russia, 1972)

Nella vita di ognuno di noi c’è un film, uno più di tutti. Ci sono vite il cui profilo segreto è nascosto in un film, perchè lì, in quell’emozione, si è scolpito una volta per sempre.
Questo è il mio film. L’ho visto per la prima volta a vent’anni.
E’ per questo che oggi vi racconto la storia di Toma, il lautaro, come l’ho raccontata in uno dei miei romanzi, “I 3 giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano”, dove ho dato il nome di Ljanka alla protagonista femminile del romanzo: Ljanka è anche il nome della protagonista del film.

Era uno di quei musici itineranti che giravano in piccole bande nell’immenso impero zarista del XIX secolo, ingaggiati per matrimoni e funerali da signori e contadini. Toma si innamorò, ricambiato, di una principessa zingara, Ljanka, e i due conobbero una breve felicità clandestina, ma poi la famiglia di lei la mandò in sposa a un altro di pari lignaggio, e Ljanka partì per sempre.
Toma divenne un celebre violinista, e suonò pure alla corte dello zar, ma rimaneva sempre povero perchè tutti i suoi denari li spendeva per farla cercare: lei, l’unico grande amore della sua vita.
Non la trovò mai. Morì, vecchio e circondato dai pochi compagni, i quali lo seppellirono e continuarono la loro vita errabonda.
Un giorno giunsero a un accampamento zingaro, e suonarono ad una festa dall’alba al tramonto, finchè un’anziana donna, riccamente vestita, si avvicinò perchè aveva udito un brano che aveva un che di familiare.
- E’ del nostro maestro – gli dissero: – L’ha composto tanti anni fa, per il suo amore perduto – e le raccontarono la storia di Toma il lautaro, che per quarant’anni aveva vissuto solo per cercare la sua principessa scomparsa.
La donna li guardò partire, dall’alto della rupe: in tutti quegli anni lo aveva chiamato, e in cuor suo sapeva che Toma un giorno sarebbe tornato da lei.
Ed era tornato infatti, al di là della morte, a salutarla con la sua canzone.

Luglio 7, 2008

LE PIU’ BELLE STORIE D’AMORE (3) Al di là dei sogni

Archiviato in: Arti visive — vbinaghi @ 6:11 pm
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al di là dei sogni

Un fim di Vincent Ward, ispirato a un romanzo di Richard Matheson

Forse non rimarrà negli annali della storia del cinema, ma è una storia d’amore bellissima, a tratti straziante, versione moderna del mito di Orfeo ed Euridice. Lui, morto in un incidente d’auto, scende dal Paradiso fino all’Inferno per strappare al nulla l’anima della moglie, suicidatasi dopo la morte dei figli e del marito stesso. Con Robin Williams e Annabella Sciorra.

Luglio 6, 2008

LE PIU’ BELLE STORIE D’AMORE (2) Federigo degli Alberighi

falconeria

La novella si trova nel Decamerone di Giovanni Boccaccio, ma per una più agevole lettura vi propongo la versione di Piero Chiara (da: G. Boccaccio, Decamerone, dieci novelle raccontate da Piero Chiara, Mondadori, Milano)

Il giovane Federigo degli Alberighi, di nobilissima famiglia fiorentina, bravo nelle armi e ammirato da tutti per la sua cortesia, si era invaghito di una gentile dama ritenuta una delle più belle e leggiadre della città. Per farsi apprezzare da lei, partecipava a tornei e ad altri esercizi cavallereschi, organizzava feste e si vestiva riccamente, spendendo senza ritegno. La signora, di nome Giovanna, onesta quanto era bella, pareva non accorgersi di quel che faceva il giovane per mettersi in vista e acquistar merito ai suoi occhi. Federigo, non avendo altra maniera per trovar rimedio alla sua passione, finì col dilapidare il suo patrimonio, pur senza trovarsi ad aver fatto alcun progresso nella considerazione della dama. Non gli era rimasto, nella rovina in cui era caduto, che un suo poderetto del quale si ridusse a vivere poveramente, portandosi dietro soltanto un falcone, che aveva carissimo e che tutti gl’invidiavano, perché era il migliore del mondo.
(continua…)

Luglio 5, 2008

LE PIU’ BELLE STORIE D’AMORE(1) – Filemone e Bauci

Archiviato in: Poesia, Scritture — vbinaghi @ 8:02 pm
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due alberi
Alberi – di Margherita Fascione

Con questa, inizio a postare una serie di quelle che considero le più belle storie d’amore di tutti i tempi, che voglio dedicare al mio amore Roberta e a tutti quelli che all’amore non vogliono rinunciare per niente al mondo. La storia di Filemone e Bauci ci arriva dall’antica Grecia, ma in questa versione è raccontata dal poeta latino Ovidio (in: “Le metamorfosi”, trad. it. Piero Bernardino Marzolla, Einaudi 1979)

C’è sui colli di Frigia una quercia, vicina ad un tiglio cinta da un piccolo muro. (…)
Non lontano di lì c’è uno stagno, una volta terra abitabile, ora acque frequentate da anatre tuffatrici e da folaghe palustri; Giove vi giunse con sembianze umane e insieme col genitore venne il nipote di Atlante, Hermes, privo d’ali e portatore del caduceo.
Si presentarono a mille case e cercando un posto per riposarsi, mille spranghe sbarrarono le porte. Una sola infine li accolse, piccola davvero, coperta di paglia e di canne palustri, ma lì, uniti sin dalla loro giovinezza, vivevano Bauci, una pia vecchietta, e Filemone, della stessa età, che in quella capanna erano invecchiati, alleviando la povertà con l’animo sereno di chi non si vergogna di sopportarla. E’ inutile che in quella casa ricerchi i padroni o i servi: loro due sono tutta la casa, e i medesimi ubbidiscono e comandano.
Quando dunque gli abitanti del cielo arrivarono alla piccola casa e varcarono col capo chino la bassa porta, il vecchio, accostata una panca, li invitò a ristorare le membra.
Su questa la premurosa Bauci stese un rozzo telo e smosse la cenere tiepida nel focolare e riattizzò il fuoco del giorno precedente, l’alimentò con foglie e cortecce secche e lo spinse a levare fiamme con quel poco fiato che aveva e tirò giù dal solaio legna spaccata e secche ramaglie, le spezzettò e le pose sotto il piccolo paiolo di rame.
E spiccò le foglie ai legumi raccolti dal marito nell’orto bene irrigato, mentre lui con una forca a due rebbi staccava una spalla di maiale affumicata appesa a una trave annerita e di quella spalla a lungo conservata taglia una porzione sottile, che pone a cuocere nell’acqua bollente.
Intanto ingannano il tempo conversando e fanno in modo che l’attesa non pesi.
(continua…)

Luglio 4, 2008

IL CERCHIO E IL QUADRATO (5) Allegoria filosofica della Grecità

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 4:20 pm
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DI VALTER BINAGHI
(Pubblicato in: “Per la filosofia”, Editrice Massimo, dicembre 1990)

museo

DAL CENTRO AL CERCHIO

Asciugatesi le lacrime per la morte del maestro, Platone fu subito turbato da un inquietante interrogativo: perché Socrate in carcere, nei giorni precedenti la sua morte lui, il filosofo, aveva composti e cantati inni ad Apollo?
Per tutta la vita Platone ascoltò e riascoltò, eseguiti da uno schiavo, i canti di Socrate, e giunse alfine a contemplarne la meravigliosa, matematica sfericità: nella danza cosmica dell’Identico e del Diverso egli fissò sempre più a fondo lo sguardo e, contemplando, godeva. Ma, quanto a cantare, egli non cantò mai, neppure una sola volta.
Quanto al discepolo del discepolo, Aristotele, durante i vent’anni di permanenza all’Accademia tentò di scoprire i segreti del maestro, ma inutilmente: vedeva bensì la perfetta coerenza dispiegata nelle sue formule, ma ne ignorava il significato e l’impiego.
Una notte che non riusciva a dormire si alzò e, passeggiando per i corridoi della scuola, passò per caso davanti allo studio del maestro.
La lampada era ancora accesa: Platone, seduto di fronte ad una lavagna, contemplava in silenzio un disegno geometrico. Il discepolo aspettò ch’egli se ne fosse andato, ed entrò senza fare rumore, per osservare il disegno: si trattava di un semplice cerchio, inscritto in un quadrato. Aristotele lo fissò a lungo, poi, fiinalmente, capì, o credette di capire.
Si trattava – era evidente – della pianta di un edificio: una costruzione quadrangolare sormontata da una cupola.
Il giorno dopo si fece mandare da suo padre tutto il denaro di cui disponeva ed intraprese la costruzione dell’edificio stesso. Prima che la costruzione fosse terminata, Platone andò a raggiungere i suoi antenati, nel regno delle ombre.
Licenziati operai ed ingegneri, Aristotele cominciò a raccogliere in quel grande Museo – perché di questo, indubitabilmente, si trattava – ogni sorta di campione delle forme naturali: minerali, piante, animali imbalsamati e persino le costituzioni delle città greche, disponendoli ordinatamente – la roccia, il vegetale, l’animale e l’umano – ad ognuno dei quattro lati della casa.
Attirati dal campionario, i giovani venivano ad ammirare il tutto. Aristotele mostrava le forme ed illustrava i pregi dell’ordine classificatorio. Al termine dellle visita, additava loro la cupola: il punto ove ogni sguardo si fissava non senza sgomento era aperto in una finestra, da cui un raggio di luce scendeva ad illuminare l’ambiente. Gli studenti tornavano a casa, più dotti e più sicuri, convinti col maestro di aver sollevato per sempre il velo del mistero da madre natura.
Fu così che Aristotele divenne il gran professore d’Europa.

Luglio 3, 2008

IL CERCHIO E IL QUADRATO (4) Allegoria filosofica della Grecità

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 6:50 pm
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DI VALTER BINAGHI
(Pubblicato in “Per la filosofia”, Editrice Massimo, dicembre 1990)

scacchiera

TORNANDO DA SIRACUSA

Per la terza volta Platone faceva quel viaggio: per la terza volta, in piedi sul ponte della nave, guardava allontanarsi le fertili coste italiche finché si riducevano ad una striscia sottile, bruna, presto inghiottita dal vasto abbraccio del cielo e del mare. Per la terza volta il suo cuore, prostrato dal volere degli Dei, salutava con rimpianto il filosofico sogno della Giusta Bellezza che redime la terra.
Il monotono cigolìo dello scafo intorpidiva i suoi pensieri, così Platone scese sotto coperta, per un buon sonno. E sognò.

Si trovava in un ‘isola dalla natura rigogliosa, ma deserta di umane presenze.
Al centro dell’isola un ‘ampia radura, dove la mano del Dio aveva tracciato un meraviglioso disegno: una grande scacchiera di pietra levigata: i quadri bianchi e neri lucevano nel sole.
Lui, il filosofo, era il custode ed insieme il pastore di quell’ordine perfetto, che il Dio gli comandava di portare a compimento: le tre specie di abitanti dell’iisola – conigli, cani e tartarughe – dovevano prendere posto nel vasto disegno e, svolgendo ognuno la sua parte nella danza, il quadro avrebbe brillato di una grande luce, riflesso della sempiterna festa degli astri, parola terrestre del Dio.
Cominciò presto, all’alba. Radunò prima tutte le tartarughe, scovandole dagli anfratti della scogliera, e le depose sugli scacchi dove esse continuarono a svolgere i loro teoremi sonnolenti.
Poi andò in cerca dei cani. Individuato il capo branco, lo domò con lo sguardo del padrone, e anche tutti gli altri lo seguirono.
Infine fu la volta dei conigli. Il filosofo trasse dalla bisaccia croste di pane e carote e tracciò coi cibi un sentiero che portava alla radura. Presto si videro spuntare lunghe orecchie tra i ciuffi d’erba e, uno dopo l’altro, tra balzi e pause esitanti, giunsero tutti lì, sul disegno.
Ma a quel punto il filosofo si accorse che le tartarughe si erano addormentaate, e non sembravano intenzionate a dare inizio alla danza. Provò a picchiare sul guscio, a sollevarle in aria. Niente. Allora cominciò ad urlare: qualche capo grinzoso sbucò dalle dimore ossute ma, alle grida di Platone furono soprattutto i cani a scuotersi, cominciando ad abbaiare. Un frastuono, una sarabanda impossibile a sopportarsi. Il filosofo trasse dalla bisaccia un fischietto e soffiò forte: le bestie tacquero e si accucciarono ai suoi piedi. Solo che, guardando più in là verso i conigli, il malcapitato si rese conto che i tremuli animali, spaventati dal frastuono, avevano reagito nel modo più consono alla loro natura: avevano preso ad accoppiarsi velocemente, uscendo dai quadri designati. Qualche connubio aveva già prodotto il suo effetto, e i conigli crescevano di numero a vista d’occhio.
Molto, molto tempo impiegò il filosofo a ripartire una seconda volta gli spazi in base al nuovo numero degli animali ma, alla fine dell’immane fatica, si accorse con orrore che le tartarughe si erano di nuovo addormentate.
Ansimante ancora per lo sforzo, sconsolato, Platone sedette su una pietra e comprese che il suo compito era impossibile. Così per la prima volta nella sua vita dopo la morte di Socrate, pianse, mentre la scacchiera, abbandonata a se stessa, ritornò il berciante serraglio di prima, e l’isola intera risuonava dei versi scomposti e delle strida di quell’irrazionale congresso.
Fu proprio in quel momento che, dal limitare del bosco, emerse una bianca, lucente figura. Un giovane bellissimo, il capo cinto dell’alloro delle muse, il volto splendente simile a quello di un Dio, recava in mano la mistica lira.
Quando Orfeo cominciò a suonare, come per incanto tutto si tacque: e gli animali sulla scacchiera, immobili, e il pianto del filosofo, e persino gli uccelli del cielo e lo scrosciare delle onde sulla scogliera. Placido, divino silenzio, note celestiali, tutti i colori dell’Essere.
Gli animali presero posto nel disegno e la danza ebbe inizio: armoniche ruote gioconde, proprio come la sempiterna festa degli astri. Allora il filosofo, finalmente, sorrise.

Platone si destò riposato – era già l’alba. Ricordò il suo sogno e lo comprese. Per questo, sebbene fosse stato una, due e tre volte, non credette più suo compito ritornare una quarta volta a Siracusa.

Luglio 2, 2008

IL CERCHIO E IL QUADRATO (3) Allegoria filosofica della Grecità

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 7:05 pm
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DI VALTER BINAGHI
(Pubblicato in “Per la Filosofia”, Edirice Massimo, dicembre 1990)

stelle

SOTTO LE STELLE

Rannicchiato ai piedi del maestro, il giovane Anassimene contemplava il nobile volto, la fronte alta, gli occhi fissi nel cielo notturno a scoprire le eterne fiigure delle costellazioni – egli sa leggere in quel libro danzante la storia dei mondi, pensava il fanciullo tra sé.
E dopo un lungo silenzio, toccò dolcemente la veste del saggio, scuotendolo dalla sua visione. Anassimandro si curvò su di lui, in ascolto. E il fanciullo gli domandò: « Perché, maestro, preferisci lo spettacolo delle stelle ad ogni altra cosa di questo mondo?».
« Figlio mio», rispose il vegliardo, « l’occhio non si sazia di guardare e il cuore nella bella visione vorrebbe trovare riposo, ma le cose della terra trascorrono da una forma all’altra senza posa e non sono mai le stesse: come potresti rifuugiarti in esse? Guarda le stelle, invece: siedono come vergini sacre, custodi immmutabili di quella Giustizia che regola ogni mutamento – guardandole l’uomo dimentica la brevità della sua stessa vita e non pensa più alle potenze del nulla, che divorano l’animale lentamente, fin dal primo vagito. Perciò l’uomo libero che guarda il cielo senza affanni è quasi stella fra le stelle, e gli pare di sedere al governo del mondo, anche se il suo cuore come ogni cosa si consuma, la candeela è già grumo fumigante in un attimo, e la fiamma svanisce presto nell’ebbrezzza del tempo trascorso, secondo Necessità».
« Ciò che dici», riprese Anassimene, « mi ricorda quanto ho appreso di recente da una coppia di forestieri, Macedoni mi pare. Ai piedi dei loro monti un uomo, scavando per le fondamenta della sua casa, trovò delle strane, enormi osssa, appartenute – pare – ad una razza di animali ormai scomparsi. Mostruosi e potenti colossi, dovettero regnare incontrastati ai loro tempi, eppure più non sono da tempo immemorabile, e la loro fama ci giunge a malapena, grazie alla vanga di un contadino macedone … ».
« Questo non mi giunge nuovo», fece Anassimandro. « Anni fa avvenne una scoperta simile nelle terre di Frigia. lo credo che questi antichi draghi siano stati distrutti da un grande cataclisma – forse un terremoto, oppure il diluvio di cui parlano le leggende, o più probabilmente una pietra infocata caduta dal cielo, che incendiò le foreste di cui si nutrivano. Credo anche – ma di questo non è bene parlare ad alta voce, per non turbare l’animo dei semplici – che a questi stessi colossi e alla loro distruzione alluda il mito dei Titani, un tempo sovrani del mondo e poi distrutti dagli Dei Olimpici, protettori degli uomini e delle città».
« Ma allora», chiese Anassimene con una punta di tristezza « ciò che avvenne alla stirpe dei draghi potrebbe avvenire anche a quella degli uomini, che oggi regnano sul mondo?»
« Non lo abbiamo già detto? Nulla di ciò che vive sulla terra è destinato a duurare. Ogni essere fa il suo ingresso nel mondo prendendo a prestito uno spazio nel coro che dovrà restituire».
« Quale gioia allora ci è riservata, se il canto è avvelenato dal pensiero della morte?»
« I più trovano la loro gioia nel fingere che le cose e la loro stessa vita siano eterne: così accumulano ricchezze nelle loro case e passioni nei loro cuori. Alcuni – toccati dalla voce di un Dio – fidano nella promessa di una vita beata tra gli eroi, molto molto lontano da qui. Ma io siedo e guardo le stelle, poi guardo il coro dei viventi. Nessuna voce è eterna ma il coro mai smette né smetterà di cantare. Mistero insondabile: se vuoi dargli un nome, puoi chiamarlo il senza nome. Se vuoi indicarlo, dovrai oltrepassare ogni forma e pensare a ciò che è senza forma. Libero da ogni cosa, godo dell’eternità che si lascia per un attimo intendere ma che – lo so – non mi appartiene. Questa è la mia gioia e, se vuoi chiamarla in qualche modo, chiamala filosofia».
I due s’incamminarono nella notte ormai stanca verso casa; gli sguardi erano un solo sguardo, umile e beato, dimorante lassù, in una ghirlanda di stelle.

Luglio 1, 2008

IL CERCHIO E IL QUADRATO (2) Allegoria della Grecità

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 9:32 pm
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DI VALTER BINAGHI
(Pubblicato in “Per la Filosofia”, dicembre 1990)

IL DISCOBOLO

Il corpo contratto e come chiuso nel bocciolo della forza s’è aperto adesso come una corolla: nel lancio dispiega le membra come petali fragranti e il disco saetta splendente nel cielo turchino. L’occhio lo segue della folla, e il cuore per il lungo istante giubila celeste, finché il peso ripiomba sulla terra e dallo stadio si leva il grande applauso.
Colui che per un attimo rifulse nella luce del Dio si china prostrato, lo sostiene la terra.
È Pindaro il cantore d’inni, che dal sommo dello stadio proclama: « Erravano i padri, che videro in Atlante l’immane fatica di chi sostiene la Sfera. In verità l’Arte è cosa semplice: degna di un bimbo. L’Arte non è la sfera né il quadrato, ma la sfera in equilibrio sul quadrato. Non è con lo sforzo che si può conquiistarla, né con l’ozio: è come un vento che tu devi trovare per farti portare».
Rispose a lui Senofane, autore di versi sapienti: « Nessun onore viene alla città da questo. Quali meriti e gloria darete allora a me, che vedo da lontano e dico al popolo con fini discorsi, additando più alti traguardi?»
Si fece avanti Eschilo, poeta tragico, fin ‘allora restato in silenzio: « È montato sul cubo per afferrare la sfera», disse: « la terra non lo regge ed egli precipita, presto».

L’INFANZIA DI PARMENIDE

Era uno strano fanciullo.
Muto, ascoltava immobile cose e persone per lunghi minuti, come in cerca del loro segreto nome, quello che mai si pronuncia nella prosa del mondo .
Solitario, camminava di mattina presto sulla spiaggia deserta, suoi compagni erano i gabbiani che sognano di chiudere il cielo nelle superbe ruote del loro volo.
Assorto, lo sguardo come scolpito in una lontananza inaccessibile, fuggiva olltre la convulsa parodia delle forme, nel riposo dell’ol’izzonte.
Un giorno il padre disse: « Che faremo di questo ragazzo? Le sue mani non sanno costruire né distruggere. Quale Dio vorrai servire, quale fama potrai mai conquistare, imbelle figlio del silenzio?»
Parmenide allora uscì sul terrazzo. Il lungo, freddo sospiro della notte accarezzò il suo volto, ma egli non fremette. Inquiete presenze, laggiù nel giardino, cercavano il riposo animale del nido o della preda. Ma il bambino già vagava con lo sguardo nella moltitudine delle stelle. Ne fissò una tra tutte, e il suo splendore parve farsi così vivo da invadere il cielo inntero, da riunire in sé gli altri astri, quasi fossero da quel primo emanati.
Spostò lo sguardo su un ‘altra, e anch ‘essa gli parve così regale ed originaria, quasi le altre la riverissero come ancelle. Contemplò poi una terza, ed anche in questa vide il centro pulsante di tutta l’armonica sfera celeste. Ma come poteva ogni stella essere regina delle altre? Com’era possibile che in ognuno degli esseri rilucesse la maestà di tutto ciò che è?
Un lampo percorse il suo sguardo, perché ad un tratto le sparse cifre di luce si composero nell’unico disegno dell’ineffabile, rotonda pienezza, da sempre promessa ed ora finalmente manifesta a lui. E mentre coglieva dall’albero dei mondi il metafisico frutto di fuoco, l’anima sua proruppe in un inno di gioia: « È, ed è necessario che sia», disse.
E nel cuore luminoso della ben rotonda Verità, il suo giovane cuore prese dimora, da allora e per sempre.

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