Doctor Blue and Sister Robinia

Settembre 24, 2008

L’EPICA TRA CONFORMISMO E SOVVERSIONE di Valter Binaghi

enea

Domani alle 18.30 sarò a Milano, all’Informagiovani di via Dogana, dove Wu Ming1 esporrà i contenuti del suo testo sulla “New Italian Epic”, che da qualche mese ha provocato intensi dibattiti sulla stampa e in Rete (nel nostro piccolo, anche su questo blog). Come ho già scritto, non tutto di quel testo mi convince ugualmente, ma gli riconosco un merito notevole: quello di riportare l’attenzione sul valore culturalmente sovversivo del romanzo, quando esso non si limiti a ratificare lo stereotipo sociale ma provi a scardinare la cronaca con il grimaldello della storia, ritrovando l’ambizione del conoscere oltre il puro rappresentare, del giudizio oltre la pura constatazione.
Ma se mi sposto dalla diagnosi a largo raggio delle ultime tendenze narrative e mi avvicino agli esempi concreti del romanzo italiano degli ultimi anni, trovo anzi non trovo qualcosa d’importante, quel qualcosa che mi farebbe accettare più volentieri l’aggettivo “epico” di cui qui si fa largo uso. E’ vero che si ritorna ad interrogare la cronaca nella filigrana della storia e viceversa, è vero che l’allegoria (o il simbolismo, come preferisco dire) torna ad ispessire la dimensione dell’io narrante, è vero che l’emergenza di specie conferisce alle vicende umane un respiro tragico che si era perso da tempo nelle coliche esistenziali del minimalismo, ma è altrettanto vero che a questi affreschi che si vogliono potenti manca ancora qualcosa di essenziale: il personaggio.
Voglio dire che l’umanità rappresentata in questi romanzi è ancora troppo spesso quella del soggetto in perpetua fuga dalla forma di una civiltà in consunzione, eroe post-romantico dell’erramento e della deriva, più che quella adulta e decisiva del fondatore di civiltà. E, senza questo, io stenterei a parlare di epica, ma anche di vero, profondo rinnovamento.

Provo a spiegarmi meglio: nella società del consumismo frenetico e del cinismo spettacolare, dell’adolescenza eretta a stile di vita, della sindrome di Peter Pan che deresponsabilizza il soggetto nella narrazione fantasmagorica di sè relegando l’età adulta a pura mitologia, io trovo i personaggi del romanzo italiano spaventosamente succubi di ciò che nelle intenzioni vorrebbero combattere: alle proclamate intenzioni di sovversione culturale e politica corrisponde un reale conformismo antropologico. Conformista è l’eterna giovinezza di giovani cosmetici e precari compiaciuti, conformista è la titubanza sentimentale di giovani e attempate reporters dell’intimità, sovversivi il padre e la madre.
Sarà perchè non il 68 ma il sessantottismo (cioè il rifiuto isterico della maturità e dell’autorevolezza, della paternità e della generazione) resta il sostrato culturale indigerito della maggior parte dei nostri intellettuali, ma qui non vedo niente di simile a quello che è l’unico romanzo degli ultimi anni che oserei definire Epico. Parlo di un libro che, peraltro, ha messo d’accordo tutti, perchè in esso si cammina col passo pesante della storia, e con il cuore leggero di una visione veramente spirituale: “La strada”, di Cormac McCarthy, il libro che si può definire in molti modi solo perchè non ci si vuole arrendere alla più semplice evidenza: quello è il libro del padre. Lì si tratta non di cronaca e di vicenda singolare, o meglio di quella e non di quella soltanto, perchè l’autore osa attingere alla memoria ancestrale dell’archetipo, e soprattutto osa rispondere alla domanda cui non si vuol rispondere da noi: che si fa, oltre l’interminabile piagnisteo contro questa o quell’altra chiesa, questo o quell’altro modello di convivenza, oltre l’affermazione d’irriducibile singolarità del soggetto e l’onanistica auscultazione dei minimi palpiti del caro corpo e del caro cuore, che si fa perchè questa generazione non sia l’ultima?
La terra è un ululato di demoni nella tenebra. Non sarà nominandoli che si potranno esorcizzare. La parola epica è parola forte, non si nutre di denuncia ma di affermazione. L’analisi e la critica hanno fatto il loro tempo: senza fede nel Dio che alberga l’uomo non si muove un passo.
“Noi siamo i buoni. Portiamo il fuoco”
Ci vuol coraggio per la bellezza, il coraggio di pensare (e scrivere) in grande.
Ma, prima di tutto, provare a praticare la grandezza nell’unico modo possibile: umiliarsi a portare una tradizione e seguire una stella.
Come Enea, il figlio per mano, la patria derelitta dietro di sè ma il padre sulle spalle.
Enea, non solo transfuga, ma fondatore di civiltà.

8 Commenti »

  1. …eppure io, di McCarty, continuo a preferire La Trilogia della Frontiera. Lì è come se raccontasse qualcosa che conosce molto bene.

    Saluti

    Commento di aiace — Settembre 24, 2008 @ 10:50 pm | Replica

  2. Vedo che anche tu, Valter, ne “La luna è una severa maestra” di Heinlein preferisci la seconda parte (la faticosa e construens, schiacciati dalla gravità) alla prima (la destruens, la disarticolazione dello stato). Non siamo in tanti a pensarla così, perché il mitologema Robin Hood ha più fascino del mitologema Abramo. Se posso parlare di noi WM, uno sforzo di raccontare il divenire capostipiti (o l’incoscientemente dichiararsi tali, come il Marco Walden di “Guerra agli Umani”), mostrare atti fondativi o perlomeno *tentativi di fondazione* (tragici, come la “Nuove Gerusalemme” degli anabattisti di Muenster), noi lo stiamo compiendo, vacillando, zig-zagando. Ci proviamo. Anche Sir William Johnson, personaggio di un romanzo che non ti è piaciuto (”Manituana”) era uno che aveva fondato un mondo, un embrione di civiltà “alternativa”, Irochirlanda. E Molly Brant cosa fa, nell’epilogo del medesimo romanzo, se non traghettare (letteralmente) i superstiti della vecchia civiltà verso una terra incognita dove ripartire? Nel romanzo italiano degli ultimi anni questo tentativo è ancora timido, perchè come ho cercato di spiegare altrove ci stiamo ancora riprendendo dallo shock di trovarci “posteri” e “postumi”, ma credo che questa tendenza si rafforzerà. Almeno, io ho fiducia che si rafforzerà.

    Commento di Wu Ming 1 — Settembre 25, 2008 @ 12:31 am | Replica

  3. P.S. Mi pare anche significativo che nell’ultimo album degli Assalti Frontali si riprenda con potenza allegorica proprio la figura di Enea che chiami in causa alla fine del tuo post. Ho ripreso alcune strofe in questo testo qui:
    http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap1_IXa.htm#milanississippi

    Commento di Wu Ming 1 — Settembre 25, 2008 @ 12:39 am | Replica

  4. Manituana, non è esatto dire che non mi è piaciuto. Il giudizio che avevo espresso era articolato. Diciamo che l’ho trovato poeticamente discontinuo, ma riconosco che ci sono gli elementi fondativi di cui tu parli, e anche il senso tragico. La federazione Irochese e il conte Warwick sono cose che toccano dentro.

    Commento di vbinaghi — Settembre 25, 2008 @ 12:49 am | Replica

  5. Bella sfida la tua, Valter. In La visione del cieco, te ne rendo atto, due personaggi “sfondano la tela” del presente e passano dalla dimensione della fuga a quella, tutta da costruire, della fondazione di un nuovo mondo: ma il romanzo finisce lì. Ho volutamente richiamato la pagina finale de Gli Invisibili (Balestrini=venerato maestro, vedi tu se io giovane promessa o solito stronzo), sovvertendone il senso, per dire che in quelle mani intrecciate, in quegli sguardi reciproci c’è un mondo nuovo da costruire. Per ora (parlo per me) oltre non riesco ad andare, vediamo in futuro.

    Commento di girolamo — Settembre 25, 2008 @ 12:01 pm | Replica

  6. Naturalmente il problema non è solo letterario. Non si tratta di porre regole alla costruzione dei personaggi. E’ l’immaginazione sociale di noi come intellettuali che, per quanto esuberante, parla ancora una lingua vecchia e non è ancora all’altezza dell’invenzione linguistica e compositiva che in certe opere (come “La visione del cieco”) già si respira. E’ il punto in cui epos ed ethos un tempo convergevano, e nella schizofrenia del moderno drammaticamente divergono.

    Commento di vbinaghi — Settembre 25, 2008 @ 1:23 pm | Replica

  7. Caro Valter, ieri c’ero, e ho ascoltato con interesse WM1, il tuo intervento, quello di Altieri e altri. Mi pare che il tema della costruzione, della fondazione, dell’andare oltre a sentirci post ed immaginare ora, qui, qualcosa, un traghetto, una terra nuova, un futuro, sia del tutto attuale, importante, imprescindibile. Oggi è come (o almeno io mi sento così) avessimo tutta la luce alle nostre spalle e solo buio profondo davanti. E la luce non è il chiarore sereno di tranquille notti d’estate, ma un baluginare puzzolento di fuoco, fiamme, esplosioni, rosso di sangue, fragori e traccianti nel cielo. Non sappiamo ancora dove guardare. Non sappiamo se sia meglio addentrarci nel buio e nello sconosciuto o continuare a leccarci le ferite. Ancora non ci siamo ripresi dalla constatazione che, per la prima volta, il mondo che (forse) lasceremo ai nostri figli sarà (se sarà) molto più brutto di quello che ci hanno consegnato i nostri padri. Forse a loro (ai padri) era andata meglio. Bisogna capire da dove ricominciare, come ricominciare: anche io ho fiducia, come WM, anche io voglio trovare una stella da seguire. O indicarla ad altri. Apprezzo il tuo richiamo alla fede, che condivido, ma son tempi preconciliari ormai, e questa fede che alberga a roma è lontana dall’indicarci una strada. Meglio tenersela dentro per darsi coraggio.
    Scusa il minestronesco intervento.

    Commento di sergio — Settembre 26, 2008 @ 2:59 pm | Replica

  8. Grazie a te, Sergio. La comunanza d’intenti dà coraggio, l’isolamento è tremendo. Solo adesso capisco quanto è vero, e ieri sera mi sono sentito veramente nel posto giusto.

    Commento di vbinaghi — Settembre 26, 2008 @ 3:09 pm | Replica


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