Doctor Blue and Sister Robinia

Dicembre 31, 2008

ETICA E PEDAGOGIA IN BERNARD LONERGAN(2) di V. Binaghi

seminatore

Abbiamo parlato di una struttura invariante del bene umano che comprende l’appetizione di beni particolari, la costruzione e partecipazione a un bene d’ordine e il giudizio di valore sul medesimo (che può manifestarsi a livello estetico, etico e religioso).
Ad ognuno di questi termini positivi corrisponde una possibilità negativa, ciò che comunemente chiamiamo “il male”.

Il male particolare
Naturalmente è tutto ciò che viene sperimentato dall’uomo come sofferenza, privazione, offesa, distruzione. Si tratta di un’esperienza immediata, che sta al di qua di specifiche rappresentazioni simboliche o concettuali perchè il soggetto la vive come un ostacolo o una repressione del proprio naturale slancio vitale, affettivo, intellettuale.

Il male organizzato
“I mali particolari possono diventare cronici; ci può essere uno schema di ricorrenza che lavora per loro in modo che, se occorrono, essi occorrono di nuovo e continuano a ricorrere. Un’ondata di criminalità, una depressione economica, una guerra; ognuna è una struttura organizzata che permette ai mali di continuare a ricorrere (fino a) una disintegrazione completa del bene d’ordine”(1)
Oltre alle buone abitudini ci sono le cattive, il che significa semplicemente che la gente può diventare abile a fare il bene ma anche a fare il male, e un sistema di corruzione generalizzato come quello messo allo scoperto da Tangentopoli ad esempio lo dimostra.
Ma ci sono anche istituzioni che sopravvivono a se stesse, ottime in un’epoca lontana ma ora talmente occupate a perpetuarsi senza uno scopo effettivo da sacrificare all’uopo le migliori energie di un intero sistema.
Infine, ci sono persone escluse dal sistema sociale del bene d’ordine, al punto da non avere alcun interesse alla sua difesa ma anche dal porsi nei suoi confronti in modo distruttivo. La rabbia del proletariato ottocentesco e dei marginali di oggi può essere compresa se li si riconosce come “coloro che esistono nella società senza essere della società”(2), così come l’indifferenza etica e il disprezzo che le giovani generazioni mostrano per la politica e l’educazione è direttamente proporzionale all’incapacità dell’ordine sociale di includerli come protagonisti (oltre al comportamento scandaloso offerto dalle classi dirigenti e alla castrazione morale propugnata dagli intellettuali).
(continua…)

Dicembre 30, 2008

ETICA E PEDAGOGIA IN BERNARD LONERGAN(1) di V. Binaghi (1)

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scalinata

Se ogni uomo tende spontaneamente al suo bene, perchè dovrebbe essere educato a farlo?
Questa domanda apparentemente ingenua (che in realtà nasconde in sè una precisa visione antropologica riduttiva e dannosa), richiede tuttavia una risposta chiara, e la risposta coincide con i fondamenti dell’etica che sono gli stessi della filosofia dell’educazione.
Parlare con cognizione di causa del bene significa considerare tre elementi che risultano onnipresenti e ineliminabili da ogni concreta situazione umana, al punto tale da presentarsi come invarianti nei diversi soggetti, luoghi e tempi o, come preferiscono dire i filosofi, condizioni trascendentali del bene umano.
(continua…)

Dicembre 28, 2008

DELL’EDUCAZIONE

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pinocchio va a scuola

E della scuola, naturalmente (anche se non è proprio la stessa cosa), vorrei scriverne per qualche post. Intanto metto me e i miei lettori a meditare su questi aforismi, che buon pro ci faccia, come direbbe Collodi.

Per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio.
Proverbio Africano

La civiltà non è una successione infinita di invenzioni, ma il compito di assicurarne la durata.
Nicolas Gomez De Avila

Lega un albero di fico nel modo in cui dovrebbe crescere, e quando sarai vecchio potrai sederti alla sua ombra.
Charles Dickens

L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo dei giovani.
Hannah Arendt

L’unico periodo in cui la mia educazione si è interrotta è stato quando andavo a scuola.
George Bernard Shaw

Dicembre 27, 2008

TEOLOGIE SOSTITUTIVE E NUOVI CLERICALISMI: DAL MARXISMO ALLO SCIENTISMO di Giorgio Israel

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Israel chi sono i nemici della scienza

(Da: Chi sono i nemici della scienza?, Lindau 2008)

Giorgio Israel è docente di matematica all’Università “La Sapienza” di Roma. Di questo suo ultimo libro (davvero importante, non solo per definire lo status della cultura scientifica, ma anche e soprattutto della scuola italiana) parlerò certamente ancora. Quanto al nuovo clericalismo scientista, ogni riferimento a Odifreddi e ai suoi amichetti è puramente casuale

Secondo George Steiner il vuoto lasciato libero dalla crisi delle religioni è stato riempito da una serie di teologie sostitutive, di sistemi «mitopoietici» (ovvero, generatori di miti), fra cui spicca il marxismo, il quale è una «mitologia razionale» che «si attribuisce uno status normativo e scientifico». Le teologie sostitutive sono definite da una serie di caratteristiche: la pretesa di totalità, ovvero di spiegare l’intero quadro del mondo; il fondarsi su alcuni testi canonici che rappresentano le «tavole della legge» del movimento; il conseguente e continuo conflitto fra ortodossia ed eresia; la costituzione di un linguaggio proprio formato da metafore, simboli, gesti, scenari che hanno un valore cruciale di identificazione. In particolare, il marxismo ha teso a riempire il vuoto lasciato libero dalle chiese tradizionali proponendo come centro della propria teologia sostitutiva lo scientismo, seppure uno scientismo molto sui generis. Come tutti i surrogati, le teologie sostitutive sono molto più radicali delll’originale e di un’intolleranza molto più pervasiva e opprimente in quanto agiscono esclusivamente nella sfera terrena. Non esiste alcuna possibilità di praticarle in una dimensione inndividuale e spirituale che, in definitiva, non darebbe fastidio a nessuno.
(continua…)

UN NATALE di Gianni Brera

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 1:11 am
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cappone

(Da: Il principe della zolla, Baldini & Castoldi 1993)

Natale è venuto. Commuovetevi tutti. Mia madre passa con una bracciatella di torroni per le povere camere odorose (ehm) di sonno. L’acqua è gelata nel lavamano. Sui vetri della finestra l’inverno padano ha dipinto fiori bellissimi. Non si vede se non attraverso quelli, che stringono il cuore come certe irnmagini di banchisa artica. Sta bollendo il cappone di cui mi toccheranno una coscia, il perdello o stomaco, e la testa fino a metà collo. I sottaceti sono di rapa e peperoni verde sbiadito. Per l’occasione sono stato imrnerso in un mastello e puntigliosamente scrostato di ogni prudenza padana. Affronto il sentimento come in avvenire farò con le ragasse. Non esistono alberi chiamati Tannenbaum. Il presepio occupa l’intero coro della chiesa vecchia, dove io solo riesco a decifrare una lapide importante. E’ un presepio collettivo, al quale confluiamo dopo la Messa Grande. Canto nell’orrido rigor di stagion cruda è nato il buon Gesù nella capanna. E’ un bambolotto di celluloide rosata, d’una commovente laidezza. Il nostro sentimento lo riveste di lane e di sete. Le altre maschere sono di terracotta e non si accordano molto bene. Il nostro senso estetico non si sofferma su queste bassezze. Alla una in punto siarno seduti a tavola. E incominciamo a volerci bene con inesausta ferocia.

Dicembre 24, 2008

GAUDETE, CHRISTUS EST NATUS

Archiviato in: Arti visive, Cronache, canzoni — vbinaghi @ 1:16 pm

Beato Angelico - Natività

Il dipinto è del Beato Angelico.
Il brano è degli Steeleye Span, vecchia band di folk inglese, da Youtube

Dicembre 22, 2008

IL SICOMORO NEL DESERTO di Michele Riccardi

deserto

C’era una volta un tale, uno dei migliori avvocati di New York. Era stimato per le sue capacità intellettuali, ammirato come uomo e come professionista, era amato da una donna bellissima, che lui – ne era convinto – contraccambiava nel migliore dei modi. L’uomo amava anche il suo lavoro, passando in ufficio sedici ore al giorno, puntuale nello stilare rapporti e memoriali per compiere alla perfezione il suo dovere di avvocato: pensava che, lavorando con dedizione assoluta, potesse finalmente realizzare nel mondo un supremo ideale di giustizia al quale credeva ciecamente, valore che metteva sempre in cima agli altri suoi principi.
Un giorno – eravamo a fine dicembre – l’uomo come tutti i mezzogiorni scese in strada per comprarsi un caffè, e come tutti i mezzogiorni passò davanti ad un minuscolo negozio che vendeva libri antichi ed altri ferrivecchi di dubbio valore. La bottega (chissà come riusciva a resistere in mezzo a tanti grattacieli) era gestita da un vecchio ingobbito con gli occhiali spessi due centimetri. Quel giorno il vecchio lo chiamò.
«Venga dentro» disse.
(continua…)

Dicembre 21, 2008

ITALIA DE PROFUNDIS di Giuseppe Genna

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Italia De Profundis di Giuseppe Genna

RECENSIONE DI VALTER BINAGHI

Esistono scrittori, e sono i più, che sono essenzialmente narratori di miti o favole collettive: nella propria personale creazione artistica danno forma alla sensibilità ma anche anticipano le grandi svolte di un epoca e forniscono al loro tempo un linguaggio rinnovato ma condivisibile, quell’illusione collettiva che chiamiamo cultura. Che Genna non sia uno scrittore di questo genere lo ha dimostrato a mio avviso con Hitler, in cui il suo raffinatissimo artigianato non è riuscito ad andare oltre lo stereotipo del XX secolo di Hitler come incarnazione del male: libro che ho definito malignamente l’opera di uno che studia da ministro della cultura.

Per fortuna forse non sua ma nostra, Genna è scrittore di altra tempra e di altro destino. La sua è scrittura sciamanica, di chi racconta essenzialmente sè stesso non per autoidolatria narcisistica ma perchè in sè stesso partorisce, incarna, crocifigge e resuscita il senso stesso di un divenire che sfugge alla formula e si dipana nella purezza di un canto per il quale la distinzione tra poesia e prosa risulta ormai inutile e ininfluente. In questo senso e direzione il talento letterario di Giuseppe Genna non mi pare avere uguali in questo paese, e comunque nessun libro come questo da molto tempo a questa parte mi ha precipitato negli abissi, privandomi di difese e preconcetti da scrittore vero o presunto come Ishtar dei suoi veli davanti al Dio della morte.

Continua qui su La poesia e lo Spirito

Dicembre 20, 2008

NARRAZIONE E VERITA’(9) MOTIVI INIZIATICI NELLA FABULA di V. Binaghi

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 8:53 pm
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drago

In questo paragrafo uso il termine latino “fabula” al posto dell’italiano, perchè con esso intendo indicare non il genere narrativo specifico dei cosiddetti “racconti di fate” ma qualsiasi narrazione profana trasmessa in ambito popolare, da distinguersi dalla “saga” o dall’ “epica” che presuppongono invece un pubblico aristocratico o addirittura cortigiano. Uno degli equivoci più duri a morire nell’approccio alla materia è quello che vuole le une e le altre come derivazioni dirette più o meno laicizzate del mito, di cui condividerebbero gli stessi motivi iniziatici quale memoria ancestrale degli onnipresenti riti agrari(1). Al contrario, spiega il massimo studioso di storia delle religioni del XX secolo(2): “ nelle società in cui il mito è ancora vivente, gli indigeni distinguono accuratamente i miti – storie vere – dalle favole o racconti che chiamano ‘storie false’”.
Qui “vero” è da intendersi come veramente accaduto, nel senso di quell’origine a-temporale che fonda il tempo ed è in grado di rinnovarlo costantemente attraverso la narrazione mitica e la celebrazione rituale. Ciò non significa che le favole, raccontate in un contesto profano, per intrattenimento o a scopo pedagogico, non contengono effettivamente quei motivi iniziatici che però sono ormai proiettati al livello del puro immaginario, ma ugualmente significativi e necessari perchè esprimono l’universale richiamo all’evoluzione interiore dell’uomo che ogni pedagogia degna di questo nome si propone.
Così, nelle fiabe popolari europee, che conosciamo meglio di altre dalle grandi raccolte di folkloristi o scrittori come Perrault, Grimm, Afanasiev, e lo stesso Calvino in Italia, per quanto a lieto fine, traspare “una realtà terribilmente seria:l’iniziazione, cioè il passaggio, attraverso una morte e una resurrezione simboliche, dall’ignoranza e dall’immaturità all’età spirituale dell’adulto”(3). E che quello che è in gioco nella fiaba sia proprio l’evoluzione spirituale del soggetto, lo dice meglio di tutti gli etnologi e i folkloristi una delle nostre scrittrici più raffinate, sensibile come pochi all’occulta parentela che lega la vita dello spirito alla parola poetica: Cristina Campo.
Prove impossibili? Combattimento con mostri, imprese sovrumane, indovinelli indecifrabili? La fiaba esige dall’eroe “una perfettamente ascetica disposizione dell’animo: egli dovrà dimenticare tutti i suoi limiti nel misurarsi con l’impossibile, vigilare senza riposo su quei limiti nell’attuarlo”(4)
(continua…)

Dicembre 19, 2008

NARRAZIONE E VERITA’(8) MITO E INIZIAZIONE di V. Binaghi

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 8:41 pm
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labirinto

La tentazione di ridurre lo sterminato territorio del mito a un solo motivo fondamentale, di cui le diverse espressioni non sarebbero che varianti, è sempre stata molto forte, fin dagli inizio dell’etnologia, ma se c’è un’ipotesi che ha sedotto i più, è quella di vedere nei miti l’eco e la giustificazione dei rituali iniziatici, che in effetti costituiscono l’ossatura delle culture cosidette primitive e, come vedremo, non solo di quelle. Sono caduti in questa tentazione mitologi come Joseph Campbell(1), folkloristi come Vladimir Propp(2), e psicologi come C.G. Jung(3). Senza nulla togliere all’universale presenza di motivi iniziatici nelle diverse culture mitiche e anche nella letteratura epica e romanzesca dell’occidente classico e moderno(4), voglio solo ribadire che la diffusione di questo motivo non basta a farne l’elemento causale e unificante del mondo mitologico, che si sostanzia altrettanto universalmente dei miti cosiddetti di creazione o dei miti culturali, cioè che fondano e giustificano un sistema di regole politiche, economiche o tecniche.
Ma cos’è l’iniziazione?
(continua…)

Dicembre 18, 2008

NARRAZIONE E VERITA’(7) IL MITO TRA ESEMPLARISMO E STRUMENTALIZZAZIONE di V. Binaghi

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 8:20 pm
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mito nazista

Scrive Bronislaw Malinowski, in uno dei testi più importanti sul mito(1):
“Il mito in una società primitiva, vale a dire nella sua originale forma viva non è semplicemente la narrazione di un racconto, bensì è una realtà vissuta. Esso non è di quel genere di racconti inventati che noi ritroviamo nei nostri romanzi, bensì una viva realtà che si crede accaduta nei tempi primordiali e da allora continui ad influire incessantemente sul mondo e sul destino degli uomini”
Il mito è quindi più un modello per l’azione odierna che un suo precedente illustre: esso dà forma alla vita sociale e rituale e conferisce la sua fisionomia a una rappresentazione condivisa del mondo: in questo senso si può parlare di esemplarismo, come carattere riassuntivo del mito, e se ne può intuire la potenza coesiva e socialmente fondante.
Ora, proprio la decadenza dell’ordine sociale nell’anarchia e di una visione condivisa nel relativismo, suggerisce agli autoritari di tutti i tempi la scorciatoia di un ripristino puro e semplice della mitologia delle origini, anche se il contesto è ormai quello di una miscredenza diffusa e soprattutto di un razionalismo esangue. L’utilizzo strumentale del mito, il suo impiego ideologico in chiave persuasiva o coercitiva nelle recenti sventurate vicende del totalitarismo del XX secolo è troppo evidente perchè se ne debba dar conto, ma è interessante notare che proprio studiosi del mito hanno provato ad elaborare una distinzione tra la genuina funzione mitica e quello che il grande mitologo Karol Kerenyi definiva il “mito tecnicizzato”, ossia la manipolazione del mito per scopi politici. In particolare il nostro Furio Jesi (allievo dello stesso Kerenyi ma ricercatore di spiccata originalità) ha sviluppato questa tematica nei suoi libri(2) (pochi, in verità, vista la precoce interruzione della sua vita e della sua carriera).
(continua…)

Dicembre 17, 2008

NARRAZIONE E VERITA’(6) VICO: LA VERITA’ METAFISICA DEL MITO di V.Binaghi

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 9:13 pm
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Giambattista Vico

I meriti di Giambattista Vico nella fondazione di un’antropologia culturale e in particolare nella ri-collocazione della sapienza mitica al suo giusto livello sono incalcolabili.
Innanzitutto il filosofo napoletano liquida l’allegorismo antico e moderno come “boria dei dotti”, i quali suppongono dietro le narrazioni mitiche si celi il concettualismo sfrenato che in realtà essi stessi vi proiettano, come “tutti i sensi mistici dati da’ dotti a’ geroglifici egizi e l’allegorie filosofiche date alle greche favole”(1)
In secondo luogo indica nell’età mitica uno stadio universalmente diffuso della coscienza umana, che con le debite differenze geografiche e culturali peculiarità, esprime un linguaggio e una sapienza tendenzialmente comparabili, senza bisogno di far risalire le somiglianze a influssi storicamente determinati di una cultura sull’altra: “Idee uniformi nate appo intieri popoli tra essoloro non conosciuti debbon avere un motivo comune di vero. (…) col quale sta conceputa la storia ideal eterna che ne dia le storie in tempo di tutte le nazioni”(2) Questa “storia ideale eterna” non potrà essere redatta con le sole memorie scritte dei popoli, ma tenendo conto dell’universale concordanza di costumi e simboli: “Il diritto natural delle genti è uscito coi costumi delle nazioni, tra loro conformi in un senso comune umano, senza alcuna riflessione e senza prender essemplo l’una dall’altra(3).
Come è noto, il Vico dipana questa sua fenomenologia della cultura in una struttura temporale ternaria, ispirandosi a un antico testo egiziano: “Gli egizi riducevano tutto il tempo del mondo scorso loro dinanzi a tre età, che furono: età degli dèi, età degli eroi ed età degli uomini.”(4). In realtà, ben prima di Hegel e Comte, Vico stabilisce un parallelismo tra ontogenesi e filogenesi, identificando in queste tre età non solo le tappe di un’evoluzione culturale ma anche quelle della psicologia individuale, dove le tre tappe fondamentali sono date dal predominio dei sensi (intelligenza senso-motoria), della fantasia (pensiero proiettivo e metaforico) e della ragione (pensiero ipotetico, astrazione): “Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura”(5).
Alle origini della cultura, in quello che potremmo definire lo stadio del mito: “La mente umana è inchinata naturalmente co’ sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta difficultà per mezzo della riflessione ad intendere se medesima. Questa degnità ne dà l’universal principio d’etimologia in tutte le lingue, nelle qual’i vocaboli sono trasportati da’ corpi e dalle propietà de’ corpi a significare le cose della mente e dell’animo”(6). Difficile trovare miglior conferma di questo nel celebre e fondamentale testo di Bruno Snell(7) quando fa notare come in Omero la riflessione dell’eroe è sovente introdotta e di fatto sostituita dal dialogo tra l’eroe medesimo e un dio.
Il linguaggio universale del mito è caratterizzato dalla personificazione, che resterà una caratteristica inalienabile del dire poetico: “Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione, ed è propietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra mani e, trastullandosi, favellarvi come se fussero, quelle, persone vive. (…) gli uomini del mondo fanciullo, per natura, furono sublimi poeti.(8)
Ma, e questo è uno degli aspetti più importanti e disattesi del pensiero vichiano, se la verità del mito non viene scientificamente dimostrata (le cose non parlano), questo non significa che la sua verità metafisica ne venga smentita: per l’uomo del mito il mondo è un “tu”, e i fenomeni sono messaggi ch’egli è chiamato ad intendere. Il carattere verbale delle cose è una caratteristica originaria dell’abitare-il-mondo, ben prima che filosofi esistenzialisti come Heidegger ce ne facessero sentire la mancanza, proponendo di tornare dal pensiero oggettivante e raggelante della “ratio” al Dire Originario dei poeti: “Il vero poetico è un vero metafisico, a petto del quale il vero fisico, che non vi si conforma, dee tenersi a luogo di falso”(9)
(continua…)

Dicembre 16, 2008

NARRAZIONE E VERITA’(5) PLATONE, DALLA SCISSIONE IDEALISTICA ALLA RICONCILIAZIONE NEL MITO di Valter Binaghi

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 7:18 pm
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Platone

So che basterebbe questo titolo a far inorridire molti studiosi di filosofia e occhialuti esegeti della medesima.
Come! Non è proprio Platone ad aver sancito una volta per tutte quella che è considerata la maggiore conquista del pensiero greco, cioè il divorzio tra la scienza di “ciò che sempre è”, il puramente intelligibile (l’idea, l’essenza, il concetto universale) e l’opinione di ciò che sensibilmente appare e incessantemente muta (il particolare, il fenomeno, ciò che è materialmente individuato)?
E’ esatto, come è esatto dire con Bernard Lonergan(1) che questo equivale alla scoperta, da parte del pensiero greco, del mondo della “teoria”, cioè di una realtà sui generis che è oggetto del pensiero, una vera e propria differenziazione della coscienza che momentaneamente conduce alla pura e semplice scissione della verità dal senso comune, al declassamento dell’esperienza naturale e del mito a semplice preistoria del conoscere.
Ma a questo bisognerebbe aggiungere:
1) che l’idealismo è solo un lungo equivoco nella storia della scienza, dal momento che reale è non la teoria (il modello con cui si comprende, opposto a ciò che è da comprendere), ma ciò che è affermato da un giudizio che verifica la teoria nei fatti, senza trascurare la futura intelligibilità di ogni residuo empirico.
2) che lo stesso Platone, la cui parabola filosofica è terminata a ottant’anni, ha superato l’ingenuità del dualismo iniziale, in una visione metafisica che ha trovato proprio nei dialoghi della vecchiaia e soprattutto nel racconto mitico del Timeo la conciliazione tra l’algida immobilità del Logos e la storica fattualità del mondo vivente. Poichè il genio (letterario oltre che filosofico) di Platone si è continuamente confrontato con il racconto mitico (ma in termini diversi, a seconda della fase evolutiva del suo pensiero), è proprio scegliendo tre momenti paradigmatici di questo confronto che si può mostrarne il carattere dinamico e l’esito finale.
(continua…)

Dicembre 14, 2008

NARRAZIONE E VERITA’(4) DAL MITO ALL’ALLEGORIA: LE ORIGINI DELL’IDEALISMO OCCIDENTALE di Valter Binaghi

ottica cartesiana

Il rifiuto puro e semplice del linguaggio immaginoso dei miti è raro: l’illuminismo occidentale si sviluppa piuttosto trascinando il mito nell’orbita della “ratio”, facendone la preistoria in forma sensibile ovvero “l’allegoria”, destinata a dissolversi una volta che la teoria ne abbia dispiegato il “vero” significato.
L’interpretazione del mito come allegoria, cioè prima apparizione o travestimento sensibile di un “logos” nascosto ha origini molto antiche. Già in ambienti neo-platonici i miti e le storie omeriche vengono interpretati come “dotte favole”, capaci di illustrare ad animi semplici e primitivi il senso profondo che spetta al filosofo e al teologo esprimere concettualmente. A questa considerazione “intellettualistica” del mito (che corrisponde al tentativo di ridare dignità al paganesimo morente) fa riscontro in ambienti monoteistici una prassi non dissimile, inaugurata dall’ebreo Filone di Alessandria (che interpreta il linguaggio mitico dei primi libri della Genesi nei termini dell’idealismo neo-platonico) e sviluppata poi sempre in ambiente alessandrino dai cristiani Clemente e Origene.
Il mito con la sua carnale semplicità rappresenta d’ora in poi il residuo empirico non ulteriormente assimilabile da una “teoria” che si fa sempre più verità e misura del mondo.
(continua…)

Dicembre 13, 2008

NARRAZIONE E VERITA’(3) La critica razionalistica del mito di V. Binaghi

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zeus olimpio

Non conosco esempio più trasparente e radicale della critica razionalistica al mito di quello di Senofane di Colofone, uno dei personaggi che la tradizione colloca all’origine della filosofia greca (VI secolo a. C.).
Dopo aver accusato Omero ed Esiodo di attribuire agli dei comportamenti bassamente antropomorfici e addirittura immorali, il filosofo contesta in linea di principio lo stesso linguaggio del mito, per il suo carattere grossolanamente proiettivo: gli uomini, anzichè lanciare il pensiero oltre l’illusorio mondo delle apparenze sensibili, si fanno degli dei un’immagine “troppo umana”, in cui specchiano solo la propria ignoranza (1)

Fr. 12
Ma i mortali si immaginano che gli dèi siano nati e che abbiano abiti, linguaggio e aspetto come loro.

Fr. 14
Gli Etiopi affermano che i loro dèi sono neri e camusi, i Traci che hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi.

Fr. 13
Ma se i buoi e i leoni avessero le mani o potessero disegnare con le mani e compiere opere come quelle che gli uomini compiono, i cavalli simili ai cavalli, e i buoi simili ai buoi
dipingerebbero figure di dèi e plasmerebbero corpi come quelli che hanno ciascuno di loro.

(continua…)

Dicembre 12, 2008

NARRAZIONE E VERITA’(2) Mito e Rito tra senso comune e sapienza di V. Binaghi

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 8:29 pm
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sacra pipa

Tentiamo un commento al mito postato precedentemente, e una risposta alla domanda: in che senso il mito si può dire “vero”?
L’acqua che avvolge e travolge, la terra che nutre, la durezza del minerale che fissa, la fune che collega: semplici elementi di senso comune di una comunità colta ad un livello tecnologico neolitico. Ma fare di questi elementi i materiali di una narrazione che esprime il fragile equilibrio del mondo, e il ruolo determinante dell’opera umana per custodirlo (il mito dice anche: solo dalle colpe umane viene il pericolo estremo che può distruggerlo), questo è ciò che in tutte le civiltà si è sempre chiamato sapienza.
Il senso comune è di tutti: un sedimento d’intelligenze già compiute e a disposizione, che si trasmette dalla comunità agli individui senza bisogno di un insegnamento esplicito, restando sempre disponibile per risolvere problemi di primo orientamento e di semplice utilità.
La sapienza è in ogni tempo di pochi: non matura necessariamente con l’età anche se difficilmente si trova nei giovani, perchè non è l’abbondanza di esperienze vissute ma la capacità di distillarne il senso, di trascendere l’orizzonte locale e soggettivo che ne costituisce l’abito.
Ad uno stadio culturale superiore, la grossolanità del linguaggio mitico sarà interpretata come allegoria di una “verità” più sublime, da intendersi spiritualmente. Ma il mito è già la sapienza di una comunità, non l’unica forma di questa sapienza, ma una più facilmente identificabili, perchè viene recitato in un contesto solenne e rituale, ben diverso da quello puramente spettacolare della fiaba o familiare del proverbio. Il mito è “storia” sacra (ma il termine storia appartiene ad un contesto non più mitico, e non dà conto del carattere “atemporale” di questa narrazione, che si svolge in un epoca originaria, a-storica). Normalmente il mito si trova associato come fondamento e giustificazione a un rito, una liturgia che non commemora ma celebra e periodicamente compie il contributo umano alla perpetuazione dell’ordine cosmico. E nella liturgia non è solo il pensiero rappresentativo ad essere impegnato, ma l’uomo incarnato, cosmicamente coinvolto in una verità “da fare” più che da racchiudere in una formula(1). Nella fattispecie del mito preso in esame, come è stato mostrato in uno dei famosi libri che raccoglievano le memorie dello sciamano sioux Alce Nero(2), i rituali dei nativi americani erano spesso centrati sul calumet, la pipa sacra che simboleggia l’equilibrio del cosmo, nell’offerta del fumo ai Quattro Angoli del mondo (equivalenti alle funi del mito).
Altra forma tipica della sapienza è il proverbio. La sua verità non è quella di una proposizione universale e necessaria, ma di una tendenza che per lo più si manifesta, se le cose umane andranno come sono sempre andate. “Lo stolto dice in cuor suo: Dio non è”, recita il libro dei Proverbi. E qui stolto non è chi ignora Dio, ma chi ne rifiuta la somma evidenza una volta che gli si sia manifestata. Alla verità sovratemporale di un detto come questo, corrisponde il carattere datato di un “mogli e buoi dei paesi tuoi”, che suona molto diversamente nel chiuso di una civiltà contadina che al crocevia dei traffici di una società urbanizzata e multiculturale.

(1) Su questo aspetto, consiglio il bellissimo libro di Giorgio Bonaccorso, Il corpo di Dio (Cittadella Editrice 2006)
(2) La Sacra pipa (Rusconi Editore)

Dicembre 11, 2008

NARRAZIONE E VERITA’(1) – IL MITO

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indiani d'america

UN MITO CHEROKEE: IL MONDO SOSPESO

(Da: Miti e leggende degli Indiani d’America, a cura di Erdoes- Ortiz, Mondadori, Milano 1994)

Il mito Cherokee sembra diretto a evidenziare il fragile equilibrio su cui si regge il mondo: questo equilibrio forse sarà rotto proprio dagli uomini bianchi – che gli indiani d’America hanno sperimentato come invasori e distruttori. E’ una profezia che non può non lasciarci inquieti. Ma proprio da qui vorrei porre una serie di domande e tentare risposte, su quello che resta il mio interesse dominante: il valore di verità della narrazione, e della rappresentazione in generale. Prima domanda: in che senso questo racconto può essere detto “vero”?

La terra galleggia sulle acque come una grossa isola, appesa con quattro funi di pelle grezza legate alle sommità delle quattro sacre direzioni. Le funi sono legate alla volta celeste, la quale è fatta di duro cristallo di rocca(1). Quando le funi si spezzeranno, questo mondo andrà in rovina e tutte le cose viventi cadranno con lui e moriranno. Allora ogni cosa sarà come se la terra non fosse mai esistita, perché l’acqua la coprirà.
Forse l’uomo bianco causerà tutto ciò.

NOTA

(1) E’ una varietà di quarzo, minerale che si presenta in cristalli anche di grosse dimensioni. Questo minerale è evidentemente prezioso per gli indiani, forse a causa della sua limpidezza.

Dicembre 10, 2008

FATTI AVANTI, CRETINO!

Archiviato in: Cronache, Pensiero — vbinaghi @ 7:04 pm

Odifreddi

Il buon Odifreddi è sempre una miniera. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Sul Corrierone di oggi, si scatena.
“(Dante) mi ha un po’ stufato pure lui, soprattutto da quando mi sono accorto che insegnarlo obbligatoriamente nelle scuole di ogni ordine e grado, con la scusa che è il più grande scrittore italiano, in fondo è solo un modo per rifilare agli studenti un bel po’ di religione in più mascherata da materia umanistica”
Ma non basta:
“Forse sarebbe ora di sostituire Dante, o almeno Manzoni, con Galileo. Gli studenti ci guadagnerebbero”

Ora, dal momento che Galileo (vigoroso prosatore, per carità), sta alla letteratura come la pasta con le sarde alla zoologia, tale sostituzione equivale alla sostituzione pura e semplice della poesia con…la scienza, direte voi. Niente affatto. L’intelligenza scientifica è all’opera nell’elaborazione teorica e nella verifica sperimentale: quello che il cretino plurilaureato auspica è il trionfo dello scientismo, cioè di quella malaccorta interpretazione che il Galileo filosofo diede delle ricerche del Galileo scienziato, confondendo il modello meccanicistico rivelatosi momentaneamente utile con la realtà (vedi distinzione tra qualità primarie e secondarie, e annichilimento delle seconde come “mere parvenze”). In questo modo Galileo ha ostacolato il progresso della scienza (cui invece, metodologicamente, aveva dato un grosso impulso) che ci ha messo tre secoli a liberarsi del meccanicismo e della sua cattiva filosofia. Odifreddi invece è la dimostrazione di cosa possa fare una mente meccanica e grossolana, incapace di autentico senso della complessità, quando prova maldestramente a filosofare.
Rendersi ridicolo, per l’appunto.

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