Doctor Blue and Sister Robinia

gennaio 25, 2009

MODELLI PEDAGOGICI NELLA STORIA(11) di V.Binaghi

Filed under: Pensiero — vbinaghi @ 7:56 pm
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dewey

Nominalismo, empirismo e pragmatismo: dall’istruzione all’allevamento

Immaginate che l’abitante di un pianeta remoto venga catapultato sulla terra per studiare i suoi abitanti. Finisce in Africa centrale. Oltre a tutte le altre specie vegetali e animali della zona, ne osserva con curiosità una, caratterizzata da particolare dinamismo. Nella sua memoria scrive poi che si tratta di un bipede, mammifero, sistematicamente propenso ad attuare comportamenti dettati da razionalità, e di pelle nera. E’ evidente che il tizio si sbaglia almeno in una cosa, e se fosse caduto dalle mie parti ci avrebbe pensato qualche amico di Bossi a convincerlo, ma a noi qui interessa parlare di diversi modi d’intendere la conoscenza.
Se vi pare che egli abbia compreso comunque qualche aspetto essenziale della natura umana ma, dal momento che l’essere viene inteso nelle immagini sensibili a disposizione, un difetto d’esperienza gli abbia fatto commettere un errore scambiando una caratteristica particolare (la pelle nera) per un tratto universale della specie, allora professate una teoria della conoscenza che si può definire realismo critico.
Se tutto ciò che voi credete di conoscere della specie umana vi basta per ritenere di averne colto l’intima essenza, (e in questo caso contrabbandereste invece una standardizzazione arbitraria della vostra esperienza limitata), professate un realismo esagerato.
Se ritenete che una natura umana non esista affatto ma solo degli individui (il che vi mette al riparo dall’errore precedente, ma non vi consentirà più di distinguere la conoscenza empirica dei particolari dall’intelligenza dell’essere, sostituendo quest’ultima con una generalizzazione senza pretese), allora siete per il nominalismo.

Il nominalismo si presenta già con i sofisti ateniesi dell’età di Pericle, torna nell’autunno del medioevo con Guglielmo di Occam e si afferma nel Rinascimento con Francesco Bacone, e poi con il nome di empirismo in Hobbes, Locke, Hume, accompagnando l’ascesa del nuovo mondo borghese e della rivoluzione industriale, fino a trionfare nell’indiscusso luogo d’elezione della modernità, gli Stati Uniti d’America, sotto il nome di pragmatismo (Peirce, James e soprattutto per le sue implicazioni pedagogiche Dewey, il signore nella foto).

E’ facile notare che in tutti questi momenti il nominalismo accompagna la critica ad un ordine sociale in decadenza, esprimendo l’insofferenza per le standardizzazioni arbitrarie della cultura e del costume in cui la vecchia classe dirigente (aristocrazia greca, feudalesimo medioevale, borghesia delle Arti) vorrebbe comprimere i nuovi sviluppi, e da questo punto di vista rappresenta un contrappasso quasi necessario e in parte salutare. La sua affermazione definitiva avviene però con l’ascesa della borghesia: per comprenderlo, “dobbiamo chiederci che cosa questa borghesia nascente si aspettasse dai suoi teorici. Ora, la sua stessa collocazione nella società imponeva che si chiedessero: a) argomenti contro il mondo e l’assetto feudale, e in particolare contro la Chiesa; b) un rafforzamento di quell’abito mentale e di quei criteri operativi metodici richiesti per il controllo tecnico dell’uomo sulla natura”(1). Ossia, innanzitutto lo smantellamento di un ordine sociale ritenuto essenziale e immutabile, e in secondo luogo la scissione tra intelligenza teologica e ragione mondana, per liberare la natura dal vincolo di essere immagine del divino e renderla disponibile alla libertà della tecnica (in questo, come abbiamo già visto, il nominalismo ha trovato un poderoso alleato nella teologia luterana).
Tutto questo avrebbe potuto essere unicamente il risvolto pragmatico dello slancio creativo dell’uomo moderno se, ben presto, non si fosse trasformato a sua volta in una gabbia metafisica: la metafisica dell’antimetafisica.
Il nominalismo misconosce l’essenza, la natura di qualcosa, la qualità ontologica che lo rende tale e riduce la specie agli individui che la compongono: perciò tende a costruire rappresentazioni del mondo che risolvono la qualità nella quantità. Inoltre toglie al pensiero l’”intenzione” dell’essere, cioè toglie all’intelletto umano il suo carattere spirituale (la ricerca disinteressata del vero e del buono) per farne una facoltà di mera elaborazione dell’esperienza e adattamento all’ambiente. L’egemonia imperialistica anglosassone degli ultimi due secoli lo ha diffuso a livello planetario, nei comportamenti diffusi con l’individualismo pragmatico del sistema capitalistico, e nella cultura col paradigma evoluzionistico, di origine darwiniana ma ben presto trasferito a tutti i livelli di comprensione del naturale e del sociale. Darwin fa della specie il risultato sempre provvisorio di un processo stocastico cioè casuale, variazioni individuali sparate come una gragnola di proiettili da uno con gli occhi bendati, che ogni tanto becca il bersaglio dell’adattamento efficace. Ma questo è vedere i fotogrammi e non vedere il film. Di una specie si può intuire l’organica compattezza di una forma unitaria, e gli individui manifesti come espressioni di questa sub-coscienza finalizzata. Ne viene una percezione della natura completamente diversa, che per primo ha svelato Aristotele e cui si sono avvicinati in modo diverso Goethe e Bergson.
Lo stesso si può dire di ogni esperienza: se dalla tua finestra si vede il comignolo di casa Moroni e a fianco hai un quadro con la foto della stessa visuale alle stesse dimensioni, la differenza tra la finestra e la foto la fa non quello che vedi, ma quello che sai. In questo caso la terza dimensione è pre-compresa, non percepita. L’organizzazione pregressa, la Gestalt come dicono gli psicologi, interpreta i particolari sensibili e non viceversa. Ma il nominalista non ammette forme che non siano somme di dettagli.
Il nominalista è uno che ci vede bene: il fatto è che ammette solo il vedere e quindi sistematicamente non capisce il conoscere. Per lui c’è solo un pensiero che va in cerca delle cose ma non trova mai l’essere, per questo il nominalismo tende al criticismo kantiano, dove alla fine l’essere è risucchiato dal pensiero stesso e la porta per la gnosi idealistica è già spalancata. Come ha scritto magistralmente Gilson: “la più grande delle differenze tra il realista e l’idealista è che l’idealista pensa, invece il realista conosce”, perchè “il realismo parte dalla conoscenza, cioè da un atto dell’intelletto che consiste essenzialmente nel cogliere un oggetto”.
Il conoscere non è solo computare, elencare, confrontare e prevedere: il conoscere chiede un giudizio sull’essere delle cose. Per questo il nominalismo riduce il pensiero a congettura, perchè la dimensione unicamente empirica cui si vota non consente mai definizioni di realtà. Esse est percipi, dirà Berkeley: essere è solo essere percepito. Matrix è dietro l’angolo.

Non meno importanti sono i risvolti della mentalità empiristica sul piano educativo, e lo si vede con il movimento europeo delle cosiddette “scuole nuove” e col pragmatismo dell’americano John Dewey. Nelle prime, si fa un gran parlare di centralità del fanciullo e di attivismo pedagogico, ma “in fin dei conti tutti gli sforzi della scuola nuova convergono in direzione dell’integrazione sociale”(3) e non potrebbe essere altrimenti se non si concepisce più l’educazione come un richiamo all’autotrascendenza e alla scoperta della libertà spirituale del soggetto, ma come “risoluzione dei problemi” posti all’individuo da un ambiente che è sempre meno naturale e più sociale. Il che è esplicitamente teorizzato da Dewey. Quando il significato viene fatto coincidere coi comportamenti pragmatici che esso può indurre, e la verità con il successo o l’insuccesso dei medesimi, si può ancora distinguere l’educazione dall’allevamento?
Se le gnosi idealistica, comunista o cattolicheggiante (più radicate tra i docenti italiani di materie umanistiche) sottomettono il soggetto ad un’istruzione che è in realtà indottrinamento, l’empirismo pragmatico (più radicato negli insegnanti di materie scientifiche)(4) tende a risolvere l’istruzione stessa in un’adattamento alle tecnologie della società industriale, e alla burocrazia che ne rende possibile l’impiego concertato.
Non è una bella alternativa.

NOTE

1) E. Conze, Le origini sociali del nominalismo, in: AAVV, Interpretazioni del medioevo, Il Mulino.
2) E. Gilson, Sulla via del realismo
3) G. Lapassade, Il mito dell’adulto, Guaraldi pag. 242
4) Di questo parere è Giorgio Israel, nel già citato Chi sono i nemici della scienza?, che attribuisce proprio a questa tendenza lo svuotamento della portata teorica e il conseguente basso livello e gradimento dell’insegnamento delle materie scientifiche in Italia.

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