
Questo post è dedicato in particolare a Giuseppe Genna, come una glossa alle sue “meditazioni non-dualiste“
5. Il sociale come luogo del conflitto e i dualismi irriducibili della modernità
Ce lo dicono fin dall’infanzia: “Vai all’asilo, che così impari a farti valere”. L’intersoggettività, per il senso comune della modernità, è essenzialmente il luogo del conflitto: la violenza e il potere sono gli apprendimenti fondamentali che se ne dovrebbero trarre, insieme al ricorso difensivo all’autorità costituita: “Se le prendi invece di darle, chiama la suora”
C’è una notevole ed evidente continuità nel pensiero socio-politico dell’epoca borghese, da Hobbes a Locke da Rousseau a Marx, che riguarda non tanto gli esiti prescrittivi (assolutistico, liberale, democratico o comunista) ma la condivisione di un presupposto antropologico di fondo. Per tutti loro, fuori dalla comunità familiare-tribale delle origini (relegata in una dimensione etno-preistorica che le conferisce un carattere mitico e irraggiungibile) non c’è sintesi naturale nella dimensione intersoggettiva, il che significa che non c’è alternativa all’ordine imposto o negoziato tra soggetti irriducibilmente antagonisti. L’uomo “naturalmente” politico di Aristotele e della tradizione classico-cristiana è ormai molto lontano, così come è lontano l’ordine dello Stato-microcosmo, che pretendeva di tradurre in Istituzione il sacro ritmo della natura, come avvenne nelle grandi civiltà orientali e mediorientali(1) e, mutatis mutandis, nell’impero romano e nella civitas christiana medioevale(2). Il Leviatano terrifico e onnipotente di Hobbes, resosi invisibile come il ragno sulla tela della “volontà generale” di Rousseau, è la soluzione apparentemente duplice data dalla modernità al declino del sociale organico, che solo il genio di Tocqueville ha svelato come sostanzialmente identica.
Il pensiero dell’epoca borghese interpreta in senso radicale il dualismo tra l’aspirazione infinitamente espressiva del corpo che sono e la limitazione che la presenza altrui m’impone, confinandomi al corpo che ho, come la radice di un antagonismo originario e irriducibile, ma spetta ad Hegel il merito di aver indicato con chiarezza il fondamento antropologico di questa concezione. Parlo ovviamente della celebre pagina della “Fenomenologia” in cui si descrive l’incontro originario di due autocoscienze: “L’autocoscienza è in sè e per sè in quanto è in e per sè per un’altra; ossia essa è soltanto come un qualcosa di riconosciuto”(3). E’ solo nello sguardo altrui che posso veder confermata la mia presunzione d’essere, e fintanto che questo non accada, la percezione della mia identità è labile: più ancora, è nello sguardo altrui che leggerò il copione dell’attore sociale che mi si chiede di essere, come in modo più spicciolo insegnano oggi i behaviouristi americani in certi famigerati corsi sulla comunicazione(4).
(continua…)













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