Doctor Blue and Sister Robinia

Febbraio 28, 2009

HOMO LUDENS (3) di Valter Binaghi

duello

Questo post è dedicato in particolare a Giuseppe Genna, come una glossa alle sue “meditazioni non-dualiste

5. Il sociale come luogo del conflitto e i dualismi irriducibili della modernità

Ce lo dicono fin dall’infanzia: “Vai all’asilo, che così impari a farti valere”. L’intersoggettività, per il senso comune della modernità, è essenzialmente il luogo del conflitto: la violenza e il potere sono gli apprendimenti fondamentali che se ne dovrebbero trarre, insieme al ricorso difensivo all’autorità costituita: “Se le prendi invece di darle, chiama la suora”
C’è una notevole ed evidente continuità nel pensiero socio-politico dell’epoca borghese, da Hobbes a Locke da Rousseau a Marx, che riguarda non tanto gli esiti prescrittivi (assolutistico, liberale, democratico o comunista) ma la condivisione di un presupposto antropologico di fondo. Per tutti loro, fuori dalla comunità familiare-tribale delle origini (relegata in una dimensione etno-preistorica che le conferisce un carattere mitico e irraggiungibile) non c’è sintesi naturale nella dimensione intersoggettiva, il che significa che non c’è alternativa all’ordine imposto o negoziato tra soggetti irriducibilmente antagonisti. L’uomo “naturalmente” politico di Aristotele e della tradizione classico-cristiana è ormai molto lontano, così come è lontano l’ordine dello Stato-microcosmo, che pretendeva di tradurre in Istituzione il sacro ritmo della natura, come avvenne nelle grandi civiltà orientali e mediorientali(1) e, mutatis mutandis, nell’impero romano e nella civitas christiana medioevale(2). Il Leviatano terrifico e onnipotente di Hobbes, resosi invisibile come il ragno sulla tela della “volontà generale” di Rousseau, è la soluzione apparentemente duplice data dalla modernità al declino del sociale organico, che solo il genio di Tocqueville ha svelato come sostanzialmente identica.
Il pensiero dell’epoca borghese interpreta in senso radicale il dualismo tra l’aspirazione infinitamente espressiva del corpo che sono e la limitazione che la presenza altrui m’impone, confinandomi al corpo che ho, come la radice di un antagonismo originario e irriducibile, ma spetta ad Hegel il merito di aver indicato con chiarezza il fondamento antropologico di questa concezione. Parlo ovviamente della celebre pagina della “Fenomenologia” in cui si descrive l’incontro originario di due autocoscienze: “L’autocoscienza è in sè e per sè in quanto è in e per sè per un’altra; ossia essa è soltanto come un qualcosa di riconosciuto”(3). E’ solo nello sguardo altrui che posso veder confermata la mia presunzione d’essere, e fintanto che questo non accada, la percezione della mia identità è labile: più ancora, è nello sguardo altrui che leggerò il copione dell’attore sociale che mi si chiede di essere, come in modo più spicciolo insegnano oggi i behaviouristi americani in certi famigerati corsi sulla comunicazione(4).
(continua…)

Febbraio 27, 2009

HOMO LUDENS (2) di Valter Binaghi

piangere

4. Dal corpo che sono al corpo che ho. Oggettivazione e linguaggio

Una meravigliosa continuità tra il soggetto e l’ambiente sembra possibile finchè il corpo che sono liberamente esprime se stesso nel movimento di un mezzo fluido e nell’immediatezza del significato primordiale, quello della familiarità intersoggettiva.
Ma questa dis-ponibilità (che ancora non è libertà cosciente ma ne costituisce la condizione di possibilità), s’interrompe nell’ostacolo, in ciò che opponendosi limita e comprime: si tratta, come facilmente intende chi consideri l’uomo nella sua condizione carnale e non come lo spirito-nella-macchina, di un fenomeno altrettanto originario.
Qui si apre una prima dicotomia essenziale, su cui forse ogni altra dovrà innestarsi: quella tra il corpo che sono e il corpo che ho, ed è inutile cercare un precedente di essa nel regno animale. Anche l’animale, ovviamente, vive differentemente la libertà di movimento e l’ostacolo, l’espansione vitale del piacere e la contrazione dolorosa della vitalità offesa, ma in esso manca il presupposto fondamentale dell’oggettivazione del corpo proprio o altrui, cioè qualcosa di simile alla sfera dell’io.
Come scrive Helmut Plessner: Negli animali, anche quelli a noi più vicini come i Primati, si sa attraverso esperimenti in cui occorre combinare degli oggetti in una griglia quanto sia scarso il senso della stabilità configurativa. Il loro comportamento, nel loro stesso ambiente, mostra la mancanza della sfera dell’io, per esempio nell’incapacità di guardarsi allo specchio, incapacità, peraltro, la cui verifica sperimentale risulta difficile quando non impossibile, pur essendo leggibile dal comportamento complessivo. Se manca l’oggettivazione manca anche il suo opposto, il volgersi verso l’interno.
Nel rapporto personale con il proprio corpo, il darsi cinematico e sensoriale della sfera interna si presenta come una sorta di oggetto latente. Il corpo vivente si lascia trattare come corpo tra corpi. (…) Come persona, l’uomo dispone di una distanza da sé e dalle cose, dunque anche da quello “strato” percettivo intermedio tra i corpi materiali e i sensi che serve a informare il corpo vivente. Ed è qui, nell’ ambito di questa mediazione, che si pongono, all’uomo che riflette e sa della propria distanza, le domande su verità e fedeltà riproduttiva della percezione, e in generale sulla rilevanza del fattore percettivo nella conoscenza
(1).
L’impossibilità dell’animale a oggettivarsi e a oggettivare è il principale ostacolo allo sviluppo in esso di qualcosa che vada oltre l’espressione vitale e si avvicini al linguaggio, che invece nell’uomo è assolutamente originario e imprescindibile, se lo intendiamo non come questo o quel codice, questa o quella lingua, ma come la possibilità di indicare un “questo” a sè e ad altri soggetti, presupponendo o fondando nell’indicazione stessa una relazione stabile con un comportamento, una linea d’azione. Da questo punto di vista, anche l’espressione immediata dei sentimenti quali il sorriso o il pianto, presuppone la significazione, come Plessner dimostra efficacemente.
L’effetto divertente si può ottenere solo senza spiegazione, in una fulminea illuminazione; eppure, esso ha alla sua base la linguisticità, com’ è evidente in tutte le forme di battuta che lavorano con parole, doppi sensi, allusioni ecc., mentre è meno evidente nelle forme di comicità non necessariamente articolate con mezzi linguistici, per esempio le caricature e le comic strips, che non usano le parole, ma, qui il punto, le sottacciono soltanto.
La relazione del pianto con il linguaggio non è data direttamente, dal momento che il pianto sollecita emozioni in misura del tutto diversa dal riso.

(continua…)

Febbraio 26, 2009

IL SINDACALISMO DELL’ACCIDIA di V. Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:59 pm
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uaar campagna ateismo genova

Così, grazie allo UAAR (la chiesina atea cui appartengono anche il mitico matematico-tuttologo Odifreddi e l’onnipresente astrofisico Margherita Hack, la nonna di Saturno), avremo anche a Genova la campagna pubblicitaria pro-ateismo, che invita come già in altre città europee a vivere senza paura, in assenza dello Sbirro cosmico.
Che ne penso? Sono scappato di casa al compimento della maggiore età perchè non sopportavo ordini da mio padre, figuriamoci se mi affanno a difendere una divinità che è solo fonte di soggezione e paura. Liberiamoci pure di tutto questo, che non è mai esistito se non in animi troppo meschini per trasgredire apertamente, e troppo torbidi per riconoscere in sè forma e carattere.
Attenzione però, che non si abbandoni il catechismo del precetto e della pesata ricompensa per quello della licenza e del furto a man bassa. Io in questa gente e in questi slogan non riesco a vedere una liberazione della soggettività nè autentica promozione umana, ma solo l’affannosa ricerca della rimozione del senso di colpa, e di chi se ne suppone il guardiano.
Ora, se devo dire ciò in cui credo veramente, io dico che il senso di colpa è solo l’altra faccia dell’appello della coscienza ad esigere dal soggetto nobiltà e valore. Credo che piccoli sogni fanno piccoli uomini, e solo l’uomo che sente su di sè il peso di un Destino è degno di essere chiamato tale.
Il Destino è la missione personale che mi è affidata dal sangue e dalla memoria di chi mi ha preceduto, a portare su di mè le sue speranze e a scontare i suoi errori, distillandone l’essenza in un’alchimia che spetta a me solo, per dare al povero padre mio le parole che non trovò, alla povera madre mia la pace che tuttora le manca, e alla lunga interminabile fila degli ascendenti miei un passo in più per quello che non fu un inutile vagare ma un cammino, anche se il mio passo dovesse essere quello di chi svolta e corregge, e non quello di chi accelera e avvicina alla meta anticamente prevista.
Uomini si diventa, ecco tutto. E’ solo a questo che un uomo deve obbedienza, e Dio è davvero una presenza soccorrevole nella vita solo se è il lampo che rischiara, il cibo che ristora, il farmaco che restituisce libertà a chi giace in catene per continuare il cammino.
Di uno Sbirro che garantisce patrimoni borghesi di opere pie e pelosi sacrifici, o giustifica segregazioni tra pubblicani e farisei non so che farmene: l’ho sputato in faccia a chi voleva fare di me un esecutore di programmi, tanto tempo fa. Ho accettato su di me l’unica colpa che riesco a concepire: quella di non amare abbastanza il Destino che mi è assegnato da pensarmi migliore o semplicemente alieno a chi mi è consanguineo nella condizione umana, e di non fare abbastanza per lasciare il mondo migliore di come l’ho trovato.
In questa colpa, in questa impotenza morale, ho prima trovato la reale coscienza di me stesso, poi la presenza di uno sguardo che l’umanità intera contiene con amore, e a lui chiesto aiuto e soccorso. Solo allora mi è risultato percepibile il Dio non di Cartesio o della Conferenza episcopale, ma il samaritano che ristora il viandante a proprie spese, Cristo innocente e straniero a questo mondo.
Liberatevi pure dello Sbirro, poveri untorelli, non sarete voi a spiantare Milano. Vi resterà la misera contabilità dei piaceri come al fariseo quella delle rinunce, compitata con la stessa egoica avidità che è il contrario dello Spirito. Piccoli uomini (la profezia è di Nietzsche), che zampettano su tutta la terra, finalmente paghi di aver piallato i monti alla propria statura di nani. Straparlate di libertà, e vi manca l’organo persino per percepirne la natura: libertà è riconoscere la grandezza, schiavitù è detestarla perchè ci accusa.
UAAR. Il minimo comun denominatore della cultura: l’accidia sindacalizzata.

Febbraio 25, 2009

PERCHE’ ORFEO SI E’ VOLTATO? di Roberta Borsani

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 4:29 pm
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orfeo e euridice

Uno dei miti più belli che dell’età antica è quello di Orfeo ed Euridice. Uno dei più profondi anche, dei più misteriosi e refrattari a lasciarsi abbracciare da spiegazioni che si pretendono esaustive. Al di là degli sforzi interpretativi e degli approcci, la domanda “perchè Orfeo si è voltato?” può considerarsi ancora aperta.
Sono state date, com’è noto, molte risposte. Non poche rivelano intelligenza profonda, aprendo ad ulteriori problematiche di carattere spirituale, psicologico, e molto altro ancora. Il mito tocca il rapporto tra l’uomo e Dio, tra l’anima e l’animus, tra l’innocenza e il peccato, tra la poesia e la verità dello spirito…

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Febbraio 24, 2009

HOMO LUDENS (1) di Valter Binaghi

sorriso

1. Il significato im-mediato: il corpo espressivo

Se il media è l’ambiente di apprendimento dell’uomo, al punto tale che i sociologi delle ultime generazioni ci hanno insegnato a distinguere l’uomo televisivo dall’uomo gutemberghiano, è possibile risalire ai primordi e chiederci quale sia il grado zero dei media e quindi l’ambiente originario dell’apprendimento umano?
Tentando un’impresa del genere, è impossibile non tener conto dell’avvertimento del Vico: “Ora ci è naturalmente niegato di poter entrare nella vasta immaginativa di que’ primi uomini, le menti de’ quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualezzate, perch’erano tutte immerse ne’ sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne’ corpi: onde dicemmo sopra ch’or appena intender si può, affatto immaginar non si può, come pensassero i primi uomini che fondarono l’umanità gentilesca”(1)
Eppure un cominciamento del genere è non solo opportuno, ma necessario, perchè laddove il contesto mediatico fallisce o la crisi di un modello comunicativo minaccia di riprecipitare l’umanità nella barbarie, si tratterebbe pur sempre di una barbarie umana, cioè di una dimensione in cui l’uomo è segno per l’altro uomo: non macchina, nè lupo, come un’antropologia filosofica costruita a tavolino ha più volte fantasticato.
Il grado zero della mediazione del significato, ovvero l’immediatezza del significato vivente, è il corpo. Un corpo che prima ancora di fare da cavallo da soma per certe menti filosofiche o da automa semovente per altre, è il corpo animato da una volontà di significazione che appare già completa all’apparire dell’Homo Sapiens, e che si fonda sull’eccezionale duttilità di una faccia che si fa volto, di una mano che si fa gesto(2)
Se l’etnologia e lo studio della preistoria si sono arrestate là dove iniziano le prime forme di comunicazione mediata (ossia esteriorizzata in oggetti simbolici o manufatti tecnici), è stata la grande scuola fenomenologica a produrre, soprattutto nei primi decenni del XX secolo, ricerche fondamentali su questo livello originario, seguendo l’invito esplicito di Husserl a ritrovare nella Lebenswelt le radici della soggettività, che la tecnoscienza tende a occultare nell’oggettivazione totale. Parlo di opere come Essenza e forme della simpatia di Max Scheler(3) o Fenomenologia della percezione di Maurice Merleau Ponty(4), dopo le quali non mi è più capitato di attingere ad analisi così perspicue, tranne per rari frammenti dispersi in opere diverse, come questo di Lonergan che vi propongo.

2. Una fenomenologia del sorriso.

Anzitutto il sorriso ha un significato. Non è solo una combinazione di movimenti delle labbra, dei muscoli facciali, degli occhi. È una combinazione che ha un significato. Poiché questo significato è diverso dal significato di uno sguardo arcigno, o torvo, fisso, o minaccioso, da una risata repressa o aperta, esso è chiamato sorriso. E poiché tutti sappiamo dell’esistenza di tale significato non andiamo in giro per le strade sorridendo a tutti quelli che incontriamo. Ci rendiamo conto che saremmo male interpretati.
(continua…)

Febbraio 23, 2009

LA CHIESA E’ STATA FREGATA di Giulio Mozzi

berlusconi e il papa

Si sente dire, si legge in continuazione: la chiesa è sempre più invadente, si intromette in qualunque questione, il governo italiano è prono davanti alla chiesa, non desidera altro che compiacerla, la chiesa è più potente delle istituzioni, la chiesa vuole sostituirsi allle istituzioni, il papa non avrà divisioni ma ha un potente gruppo parlamentare, ci sono parlamentari e ministri che prendono ordini dalla chiesa, basta che il papa parli e il parlamento ubbidisce, eccetera eccetera. Con una immagine divertente, qualche giorno fa Andrea Inglese (in Nazione indiana) ha restituito vivacità a questo luogo comune (e ricordo che si danno luoghi comuni veri e luoghi comuni non veri):

C’è già la rottura di palle delle finestre. Che non puoi più lasciarle aperte, manco per cinque minuti, che ti ritrovi un vescovo in casa. Sono abilissimi, nonostante la faccia raggrinzita, il corpo mummificato, e il tonacone abbottonato, inforcano facilmente il davanzale, e hop! sono dentro casa a ravanare tra le tue cose. E un vescovo mica lo puoi cacciare via in malo modo, come fosse un rumeno qualsiasi o un ladro. [...]

Ora: premettendo (e sia ben chiaro) che qui quando parlo di chiesa adotto l’uso comune di questa specie di discorsi, e intendo la gerarchia della chiesa cattolica (papa, vescovi, conferenze episcopali e via dicendo), vorrei dire che, secondo me le cose non stanno per niente secondo il luogo comune.
Quando la chiesa dice che è criminale affrontare la questione dell’immigrazione come la sta affrontando questo governo; quando la chiesa dice che è osceno schedare i minori immigrati registrando dati sensibili ben oltre le esigenze dell’anagrafe; quando la chiesa dice che è osceno e criminale (e pericoloso per i nativi) rendere rischioso l’accesso ai servizi sanitari alle persone immigrate non in regola; quando la chiesa dice che è offensivo (ed economicamente irrilevante, e burocraticamente dispendioso) distribuire a un certo numero di persone povere una carta di credito con 40 o 200 euro dentro; quando la chiesa dice che un ministro che invita a essere “cattivi” nei confronti di certe persone dice quantomeno una fesseria; quando la chiesa depreca che questo governo abbia il vizio di togliere ai poveri per dare ai ricchi; quando la chiesa ricorda che nell’attuale crisi economica ci sono soggetti deboli e soggetti forti, ed è prima di tutto verso i deboli che bisogna avere attenzione; eccetera; quando la chiesa dice queste cose, a imbizzarrirsi per l’ingerenza è proprio il governo; e invece applaude, magari lodando l’alto profilo morale del pontefice eccetera, chi solitamente protesta per le ingerenze della chiesa in altri ambiti (fine vita, generazione, famiglia).
E non si può dire che il governo ascolti molto la chiesa su questi temi sociali ed economici. Magari, con un comportamento che di questo governo è specialmente proprio, c’è un ossequio formale; subito seguito da scelte esattamente opposte a quelle invocate dalla chiesa. Ma in qualche caso – ad esempio quando il settimanale Famiglia cristiana ha scritto che, avanti così, ci manca poco alle leggi razziali – il governo, o un suo esponente (il ministro Maroni, nel caso), ha addirittura annunciato querele.
E allora?

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Febbraio 22, 2009

Su “Il Rosaio d’inverno” di Sebastiano Aglieco

rosaio-front-cover1

Sebastiano Aglieco è autore di diverse sillogi poetiche, tra cui Dolore della casa (Il Ponte del Sale, Rovigo, 2006) e Giornata (Edizioni La Vita Felice, Milano, 2003), vincitore nel 2004 del Premio “Montale Europa”.

Il rosaio di Roberta Borsani ci parla di ciò che resta dopo l’inverno, l’operato del male e la splendida resistenza del bene. L’anima mundi gioisce e patisce, spalanca le porte al senso delle cose ma anche al mistero che le assilla. Se la morte ci abita per necessità della rinascita, il pullulare delle forme esulta anche nella lontananza di un paradiso, di una morte certa.

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Febbraio 21, 2009

I MEDIA COME AMBIENTE DI APPRENDIMENTO(6) di Valter Binaghi

emisferi cerebrali

3. Il paradigma o “conoscenza tacita”

Abbiamo visto finora che l’affermazione di un “media” tende a creare un ambiente comunicativo tendenzialmente nuovo a prescindere dai contenuti che veicola, un contesto implicito che ristruttura “gestalticamente” la percezione dei soggetti, che ne sono tanto meno consapevoli quanto più coinvolti. Come debba intendersi questo “contesto”, e soprattutto quale ruolo effettivo esso eserciti sulla formazione del senso del reale, lo chiederemo a Thomas Kuhn, il filosofo che, introducendo la nozione di “paradigma” ha rivoluzionato il modo di intendere la storia delle scienze. In senso lato essa corrisponde all’oggetto della nostra ricerca, anche se in senso stretto esso significa innanzitutto per Kuhn il complesso di convinzioni e modelli esplicativi che una certa epoca scientifica condivide.
“Tra le poche cose che conosciamo con certezza in proposito, vi sono queste: che stimoli molto differenti possono produrre le stesse sensazioni; che lo stesso stimolo può produrre sensazioni molto differenti; e, infine, che il percorso dallo stimolo alla sensazione è in parte condizionato dall’educazione. Individui educati in società differenti talvolta si comportano come se vedessero cose differenti. Se non fossimo tentati di identificare biunivocamente gli stimoli con le sensazioni, potremmo riconoscere che effettivamente le cose stanno cosi. Si noti ora che due gruppi, i cui membri hanno sistematicamente sensazioni differenti quando ricevono gli stessi stimoli, di fatto in un certo senso vivono in mondi differenti. Noi supponiamo l’esistenza di stimoli per spiegare le nostre i percezioni del mondo, e supponiamo la loro immutabilità per evitare di cadere nel solipsismo sia individuale che sociale. Su nessuna di queste supposizioni facciamo le minime riserve. Ma il nostro mondo è popolato innanzitutto non da stimoli ma dagli oggetti delle nostre sensazioni, e questi non devono necessariamente essere gli stessi, da un individuo all’altro o da un gruppo all’altro. Naturalmente, nella misura in cui gli individui appartengono al medesimo gruppo e pertanto partecipano della stessa educazione, della stessa lingua, della stessa esperienza e della stessa cultura, abbiamo buone ragioni di supporre che le loro sensazioni siano le stesse. Come potremmo altrimenti capire la completezza della loro comunicazione e il carattere comune delle loro reazioni a ciò che li circonda? Essi devono vedere le cose, ossia elaborare gli stimoli, in maniere identiche. Ma dove comincia la differenziazione e la specializzazione dei gruppi, non abbiamo nessuna prova simile dell’immutabilità delle sensazioni”(1)
(continua…)

Febbraio 20, 2009

SU “IL ROSAIO D’INVERNO” di Narda Fattori

Archiviato in: Poesia, recensioni — vbinaghi @ 12:02 pm
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rosaio-front-cover

Esponente di rilievo della poesia italiana contemporanea, Narda Fattori è autrice, tra l’altro, di Verso Occidente.

C’è stato un tempo in cui tutte le creature e anche le cose inanimate godevano di un’edenica armonia e “era un mondo meraviglioso quello in cui /vivevamo allora / si navigava tra vapori d’isola/ lungo i fianchi sguscianti di uno spirito bruno/…. e niente / niente /ci sembrava troppo giovane.” Dentro questa alba iniziatica del mondo si collocano i versi della Borsani.
Quasi per casualità (o dentro un incubo) quell’edenica armonia si è frantumata e le cose e le creature hanno messo denti, fauci voraci, hanno strappato, dirupato, calpestato , fatto sanguinare ma come se fossero dentro ancora un’innocenza inconsapevole perché il suo contrario, la consapevolezza, sarebbe intollerabile.
Il libro gode quasi per intero di uno stato di sopore quasi gnomico, nei suoi versi si rivive l’essenza solidale del creato ; a questo proposito si veda la bella poesia “Si sono rotte le acque dell’origine”, dove accanto ad una sapienzialità misterica, sono tratteggiati acquerelli delicati di immagini terrene e fiabesche e si ripete il momento dell’uomo che dà il nome agli animali e alle cose che si chiude con “ e siamo noi piccole anime siamo / felici del nome /orgogliose del seme” e la felicità della creazione lasciata all’uomo le fa dire “ pascoliamo /le tumide cellule (come tumide gemme? ) / chiamando a raduno/ dolcemente le spinge l’anima mundi/ con l’umido muso …” Dunque l’anima del mondo sa di dolcezza e di quiete, di turgore e di vita; ha il muso umido come i cuccioli.
Le poesie di questo rosaio d’inverno – si chiarisce, leggendolo, il titolo del libro che è sì il titolo di una poesia, ma si dilata metaforicamente alla intera terra ridotta a rosaio ( bellezza), d’inverno ( raggelato, ridotto a sole spine) – si collocano pressoché tutte quante lungo questa visione conservata in una memoria lontana, covata nei sogni, perché il mondo del presente appartiene ormai ai fratelli di Caino: “ …/è l’ora dei pugnali/ e delle perle/ quando il gambero di fiume/ incontra pesci d’argento e denti/ aguzzi” e ancora “la notte infranta ../ livida l’alba spia/ da steccati di perla voci di lepri/ liquide/ invocano la morte del mondo/…” Ma anche all’interno di una poesia che reca le stimmati dell’imperfezione e della crudeltà dell’uomo, la Borsani sa cogliere l’autre cotê : gli steccati sono di perla e afferma che le basta “ questo chiaro di latte/…../ la luna si spoglia / e il geco bianchissimo/ veglia il suo guscio.”
(continua…)

Febbraio 18, 2009

I MEDIA COME AMBIENTE DI APPRENDIMENTO(5) di V. Binaghi

monoscopio rai

1. Alle origini dell’evidenza percettiva

In uno dei luoghi più celebri della filosofia occidentale, la caverna del mito platonico, i prigionieri scorgono vaghe ombre proiettate sulla parete. L’unico di loro che riuscirà a liberarsi delle catene, potrà dapprima saggiare i profili palpabili degli oggetti che queste ombre proiettano e poi, uscito dall’antro, bearsi delle forme pienamente visibili di ciò che è vivo e vero. Solo in ultimo, alzando lo sguardo, saprà che è il sole la fonte di ogni evidenza in tutti i suoi gradi, il sole che rende perspicue le forme e perfino le loro umbratili tracce. Di tutto e di più è stato detto e scritto su questa allegoria della conoscenza e dell’iniziazione alla filosofia, ma qui ci interessa un solo elemento. Non è strano che ciò che rende possibile ogni visione sia visto per ultimo, anzichè per primo?
Ciò che Platone dice del sole, Tommaso dirà di Dio (sommamente evidente per sè, solo indirettamente per noi) ma non è così in alto che voglio andare oggi. Mi contento di far osservare che l’allegoria platonica potrebbe benissimo applicarsi anche alla riflessione contemporanea sui media. E’ una riflessione relativamente recente, ed inizia in forma organica solo alla fine degli anni Cinquanta con colui che ne resta il maestro indiscusso, Marhall McLuhan. Per tutto l’Ottocento e la prima parte del Novecento, le scuole filosofiche non fanno altro che accapigliarsi su ciò che si debba intendere come “fatto”, come “esperienza” o come “natura”, come se veramente all’uomo moderno (e non solo a lui) la realtà fosse accessibile in un contatto primigenio, e non innanzitutto nella mediazione del significato. Ma chi ha studiato McLuhan e i continuatori della sua opera ha compreso perfettamente che non occorreva l’esplosione dei media “elettrici” (telefono, radio, telefisione) per creare un ambiente percettivo interamente rinnovato. Dal pittogramma all’alfabeto fonetico, dal manoscritto alla stampa a caratteri mobili, la cultura è una serie di rivoluzioni “mediatiche”, ciascuna delle quali non si limita ad “aggiungere” uno strumento a quelli già a disposizione dell’espressione umana, ma con la propria dominanza ristruttura profondamente il contesto comunicativo, arricchisce senza sostituire il modello dominante (paradigma) che il senso comune adotta per interpretare il reale, ponendo le condizioni per uno sviluppo “inedito” della coscienza stessa.
Ovviamente, gli ultimi ad accorgersi di questa alternanza sono gli uomini dell’epoca: per quel fenomeno che McLuhan ha definito “la narcosi di Narciso”, i soggetti sono anestetizzati proprio nell’organo di senso che il nuovo media maggiormente impegna. Come il prigioniero platonico, vedono tutto tranne ciò che gli permette di vedere, cioè la luce del sole, sorgente di ogni evidenza. Di conseguenza, scambiano per condizioni universali e necessarie della percezione quelle dettate dal media dominante. Così, per gli uomini formatisi sul libro e la lettura, linearità, sequenzialità e riproduzione meccanica sono elementi costitutivi ed esclusivi della descrizione e della comprensione del reale.
(continua…)

Febbraio 17, 2009

Un evento editoriale – DAVIDE di Carlo Coccioli

Archiviato in: recensioni — vbinaghi @ 2:27 pm
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Davide di Coccioli

C’è un libro che mi ha aperto gli occhi sulle possibilità di identificare letteratura e vita spirituale: è “Il Quinto evangelio”, di Mario Pomilio. Ora, mentre ho tra le mani “Davide” di Carlo Coccioli, so che di libri del genere ne esiste almeno un altro.
Non si ringrazierà mai abbastanza Giulio Mozzi e l’editore Sironi di aver ripubblicato questo grande romanzo, di uno dei pochi grandi scrittori del nostro Novecento. Stavo per scriverne una recensione, ma non riuscirei certo a fare meglio di questa di Doninelli, uscita un paio di settimane fa su “Il Giornale” e postata su Vibrisse.

Recensione di Luca Doninelli

Un grande libro è sempre un libro stratificato, ammette una pluralità di significati. Questo però non avviene spesso, e soprattutto non ci sono operazioni, tecniche, procedimenti che garantiscano il risultato. Due sono le cose necessarie: un dono e l’umiltà e la semplicità di cuore indispensabili per accettarlo (perché si tratta pur sempre di accettare qualcosa di non nostro).
Qui, però, non si tratta soltanto di riparlare di un grande ingiustamente dimenticato (come quasi tutti). Si tratta di domandarci chi è stato Carlo Coccioli per l’Italia, come mai se ne è andato, perché ha trattato se stesso come un esule, perché non c’è stato posto per lui nella nostra letteratura. Un grande romanzo come Davide (che lo stesso Coccioli definisce «apice della mia vocazione di scrittore») può forse offrirci una prima risposta.
La scelta di re Davide per protagonista e narratore in prima persona di questo libro è già di per sé significativa. Re Davide è il più grande personaggio dell’Antico Testamento e, soprattutto, una delle più grandi immagini dell’Uomo che storia e letteratura ci abbiano trasmesso. Carlo Coccioli lavorò a questo libro per una decina d’anni, dal 1966 al 1975. Per tutto questo tempo raccolse materiale, studiò centinaia di testi, fece tutto il possibile affinché il suo personaggio aderisse perfettamente ai documenti storici. Ma il lavoro più grande dovette farlo su di sé, perché si trattava di realizzare un’identificazione tra sé e il re d’Israele, che uccise Golia e pianse sul cadavere del figlio prediletto Assalonne, morto da nemico.
Identificarsi con un personaggio significa accettare fino in fondo se stessi dentro la grandezza, la smisuratezza di un altro. E, quindi, riguardare la propria piccolezza amplificata a causa dell’ampiezza del nuovo orizzonte in cui essa viene proiettata. È la catarsi aristotelica. Un conto è essere meschini a casa propria, un conto esserlo alla guida dell’esercito di Jahvè. Eppure, il punto è lo stesso.
Se il personaggio di un romanzo non è grande (si chiamasse pure Gesù, Napoleone o Socrate) vuol dire che l’identificazione ha avuto luogo ma per così dire all’incontrario, e il libro fallisce. Stare all’altezza di re Davide significa stare sul punto esatto del suo dramma. Che è un dramma – mi si passi il termine – moderno. Per molti aspetti, Davide è il primo personaggio moderno della storia.

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Febbraio 16, 2009

INIZIAZIONE AL FEMMINILE di Roberta Borsani

venere

Nell’81 a.C. il senato romano approvò una legge contro le pratiche di magia: la lex Cornelia de sicariis et de veneciis . Tradizionalmente tolleranti di fronte al proliferare di sette iniziatiche e di dottrine esoteriche, anche le più strampalate, provenienti dall’Oriente, i romani erano stati costretti a intervenire e a legiferare in proposito dal verificarsi di alcuni fatti sconvolgenti. Pare infatti che in quei giorni alcune matrone assolutamente insospettabili, fossero stato sorprese a produrre in gran quantità pozioni venefiche, delle quali avevano già fatto uso più volte, avvelenando e uccidendo uomini e donne in vista per invidia, vendetta, chissà. Costrette a bere la bevanda che stavano producendo (e di cui sostenevano l’assoluta innocuità) le matrone morirono tra atroci dolori.
Nessuno sa con certezza se le cose siano andate veramente così, ma non si può negare che nell’immaginario maschile la strega capace di uccidere attraverso il veleno (usando un tipo di aggressività scorpionica, tanto più insidiosa perchè nascosta nel pungiglione della coda) è figura piuttosto presente. Colei che nutre può infatti facilmente avvelenare. Lei conosce i segreti dei cibi e delle erbe dai tempi immemorabili della raccolta. Lei sceglie le sostanze che diventano carne e sangue, le combina, le sposa. Ogni donna è una sorta di Iside nella sua cucina, padrona di un sapere alchemico, umile, quotidiano ma, al tempo stesso, potente.
Finché il confronto tra i sessi rimane a livello fisico e muscolare (il livello di Ares) la donna è facile da dominare. Ma i muscoli non sono tutto. E poche sono le battaglie che si giocano a campo aperto. Più frequenti e insidiose quelle condotte a lungo e in segreto per un potere che si esercita dietro le quinte, sottile e invisibile, tanto più tenace quanto meno è conosciuto. Queste sono le battaglie delle donne, costrette ad agire occultamente in un mondo al maschile che le ha confinate dietro le quinte. E l’uomo le teme. Le sue armi, si accorge, non valgono niente se la madre, la sposa, colei che nel ventre elabora le segrete sostanze e plasma il corpo gli è nemica. Nella sua cucina- laboratorio la donna trita macina mescola cuoce, con la stessa enigmatica, ancestrale, minacciosa e anche un poco infernale perizia del fabbro. C’è da non dormirci: ogni volta che il “signore” porta un boccone alle labbra, si accorge di essersi affidato alla sua donna, come un bambino, confidando nella fedeltà di colei che lui domina ( e che in alcuni casi potrebbe anche avere un motivo per non amarlo).
L’episodio delle matrone romane mi ha fatto pensare a quanto di iniziatico c’è nei lavori tradizionalmente femminili.

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Febbraio 15, 2009

I MEDIA COME AMBIENTE DI APPRENDIMENTO (4)

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computer a scuola

EDUCAZIONE E NUOVI MEDIA di Marhall McLuhan

(Articolo dal titolo Education and the new media, apparso in versione francese in “Le Monde diplomatique” del 4 maggio 1970 e ripreso in M. McLuhan, Dall’occhio all’orecchio, Armando Edizioni.)

Con l’industria meccanica, l’accelerazione ha automaticamennte portato alla estensione di modelli di omogeneizzazione nella organizzazione dello spazio e del tempo. Le burocrazie fondate sulle.condizioni della meccanizzazione del secolo decimonono tendevano a una centralizzazione del potere, accompagnata da una espansione centrifuga del loro controllo. Con una accelerazione elettrotecnica queste burocrazie subiscono un fenomeno che rassomiglia a quello di un aereo che passa attraverso la barriera del . suono: la direzione e gli effetti dei controlli sono invertiti.
La stessa inversione o principio di rottura si applicano al computer, che permette di produrre alla stessa velocità e allo stesso costo un centinaio di oggetti identici. Ciò vuoi dire che il programma del computer può essere modificato all’istante per permettere la fabbricazione di un centinaio di varianti, per esempio, dello stesso tubo di scappamento d’auto, in modo da produrre un centinaio di articoli dello stesso modello e dimensione. L’effetto della velocità dell’informazione istantanea, come nel telefono e nel telex, decentralizza tutte le forme di organizzazione che sono state centralizzate dallo hardware meccanico.
Nell’educazione, il recupero e la disseminazione istantanea dei dati in un ambiente totale ha come risultato la scomparsa degli scopi e degli obiettivi. Il nuovo ambiente dell’informazione crea un campo totale in cui gli scopi degli affari privati diventano tanto antiquati quanto la politica particolare dei governi e gli scopi specialistici dello studioso. Lo svolgere un ruolo prende il posto della ricerca degli scopi ad ogni livello e settore del sistema sociale. E’ impossibile mantenere gli antichi monopoli della conoscenza esattamente allo stesso grado in cui il pubblico partecipa ai processi sociali.
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Febbraio 14, 2009

I MEDIA COME AMBIENTE DI APPRENDIMENTO(3)

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barbari

NUOVI MEDIA E NUOVA BARBARIE di Alessandro Baricco
(Da: I Barbari, Fandango Libri 2006)

Se davvero ci troviamo nel bel mezzo di uno scontro tra civiltà e barbarie, non è una perdita di tempo fermarsi a capire, per un attimo, da che parte stanno le istituzioni a cui affidiamo il compito dell’ educazione. Le fornaci ufficiali dove si mettono in cottura i nostri cervelli. Scuola e televisione, direi: è lì che passa il grosso della formazione collettiva. Ci sono naturalmente tante altre cose, ma se vogliamo guardare alle due fornaci maggiori, è lì che dobbiamo fermarci. E chiederei: da che parte stanno? Facile: la scuola sta dalla parte della civiltà, la televisione da quella della barbarie. Evidentemente ci sono un sacco di eccezioni: una singola figura di professore o una particolare trasmissione possono cambiare molto le cose. Ma se dobbiamo attenerci a una tendenza di massima, vincente sulle altre (…) credo che, in linea di massima, si possa effettivamente riconoscere che la scuola presidia i valori della civiltà, e la televisione sperimenta senza alcuna cautela il nuovo sentire dei barbari. Cosa se ne può concludere? Innanzitutto che siamo gente schizofrenica, che al mattino ragiona come Hegel e dopo pranzo si muta in pesce, e respira con le branchie. Cosa che non finisce di affascinarmi. Nel liceale che al mattino studia Lorenzo Valla (succede) e nel pomeriggio si trasforma in un animale della rete, decollando nel suo personale multitasking, è inscritta una schizofrenia che andrebbe capita. Come è spiegabile la mansuetudiine con cui accetta la scuola? O, al contrario, come spiegare la naturalezza assoluta con cui vive da pesce non appena si chiude in camera sua? È una singolare specie di anfibi mentali, o quel che vivono al mattino lo vivono trattenendo il fiato, in una sorta di ipnosi rinunciataria? Oppure, al contrario: sono vivi solo al mattino, e il pomeriggio si fanno frullare da un sistema luccicante di cui sono vittime più che protagonisti?
Ma anche, si potrebbe dedurre, siamo una collettività in cui i princìpi della civiltà restano una specie di boccone prelibato, riservato a chi ha la possibilità di formarsi nelle istituzioni scolaastiche, e la barbarie è una specie di ideologia di default, concessa gratis a chiunque, e consumata massicciamente da chi non ha accesso ad altre fonti di formazione. Cosa non inedita, nella nostra storia: la civiltà come lusso, e la barbarie come riscatto degli esclusi.
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Febbraio 13, 2009

I MEDIA COME AMBIENTE DI APPRENDIMENTO(2)

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internet

INTERNET COME EDUCATORE? di Giovanni Sartori
(Da: Homo videns, Laterza 1999 pag. 29 segg.)

La televisione è, o comunque sarà, superata? A poco più di cinquanta anni dal suo avvento la televisione è già dichiarata obsoleta. Le nuove frontiere sono Internet e ciberspazio, e la nuova parola d’ordine è «diventare digitali». il salto è grosso e la differenza è questa: che il televisore è uno strumento monovalente che riceve immagini con uno spetttatore passivo che le guarda, mentre il mondo multimediaale è un mondo interattivo (e quindi di utenti attivi) e polivalente (a utilizzazione multipla) la cui macchina è un computer che riceve e trasmette messaggi digitalizzati.
Allora, la televisione è superata? Se il paragone è tra macchine, allora la macchina superiore è senza dubbbio alcuno il computer. Tra l’altro il computer è una macchina mediante la quale pensiamo e che modifica il nostro modo di pensare. Dal che non consegue che l’uomo comune si butterà sul computer personale abbandonando il tele-vedere. Così come la radio non è stata uccisa dal televisore, non c’è ragione di supporre che la televisione sarà uccisa da Internet. Siccome questi strumenti offrono prodotti diversi, è chiaro che si possono aggiungere l’uno all’altro. Il punto non è, dunque, di superamento ma di centralità.
Internet, la «rete delle reti» è un prodigioso strumento tuttofare: trasmette immagini, ma anche testi scritti; si apre al dialogo tra utenti che si cercano e interagiscono; e consente un approfondimento pressoché illimitato di qualsiasi curiosità (è come una biblioteca universale tutta collegata da rinvii). Per orientarsi in tanta cornucopia diistinguiamo fra tre possibilità di impiego: i) una utilizzazione strettamente pratica, ii) una utilizzazione di svago, iii) una utilizzazione educativo-culturale.
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Febbraio 12, 2009

I MEDIA COME AMBIENTE DI APPRENDIMENTO (1)

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televisione

IL CURRICOLO TELEVISIVO di Neil Postman
(Da: Ecologia dei media. L’insegnamento come attività conservatrice, Roma, Armando Editore, 1953, pp. 60-61)

La televisione intacca il monopolio della parola scritta. In effetti, distribuendo informazioni, sia pure in immagini, simultaneamente a ciascuno in una cultura, essa minaccia tutti i sistemi a struttura gerarchica. La gerarchia è un’ opera teatrale che ha per attori dei superiori, degli inferiori e degli uguali. L’informazione è il mezzo con cui viene assegnato alle persone il loro ruolo nel dramma e, in effetti, il mezzo con cui si giustifica quel ruolo. In linea di principio, chi sta in alto ha più informazioni e maggiore accesso all’innformazione di chi sta in basso. È essenzialmente questo il motivo per cui alcuni stanno in alto, e gli altri in basso. Inoltre, ogni gerarchia ha un suo modo di distribuire l’informazione. Per esempio, non si può entrare alla Facoltà di Medicina senza avere frequentato in precedenza la scuola superiore, né alla scuola superiore senza avere frequentato in precedenza la scuola media.
( … ) Il concetto di un “prerequisito” si fonda sulla metafora della costruzione di un edificio. Le prime informazioni offrono le fondamenta. Quindi, in modo ordinato e sequenziale, si può passare, acquistando una misurata e predeterminata quantità di nozioni al piano superiore. È un modo di procedere del tutto razionale – è certamente questo il metodo della scuola – a meno che non ci sia un’ antenna televisiva sul tetto.
La televisione è il nemico delle fondamenta e dei prerequisiti, quindi è ostile alle basi dell’autorità tradizionale. La televisione capovolge le gerarchie e, trasmetttendo l’informazione secondo schemi di distribuzione non-gerarchici, crea un’impressione profonda che non esista alcun motivo, razionale per alti e bassi, per segreti, o per monopoli del sapere.
In una situazione del genere, ciascuno fa da sé; o almeno crede di doverlo fare. Noi ci muoviamo verso una cultura di imprenditori politici, spirituali e sociali. Ciò potrebbe essere molto pericoloso, specialmente quando lo strumento impiegato per scardinare l’autorità tradizionale è esso stesso eccessivamente autoritario.
(continua…)

Febbraio 11, 2009

NEL TEMPIO DEL FEMMINILE con SIMONETTA MARTINI

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simonetta martini

Visitate il suo sito: vedere per credere.
Ho scoperto questa artista (e ne sono rimasto estasiato) grazie al blog di un amico, e alle parole che lui ha dedicato alle sue opere. Parole che esprimono così compiutamente l’interiore grazia femminile, che avrei voluto essere capace di dirle io alla mia donna.

“Uno spazio haram, dove l’inaccessibilità non è garantita da schiavi nubiani o dal contrappasso legale, ma dal silenzio della grazia.
Questo oriente dell’anima, oriente senza esotismo, è pervaso e saturo di sguardi, di meditazioni; da fuori penso che sia quella zona del femminile che da un lato si offre nell’ospitalità della tenda, nella cura gentile, nel regalo prezioso, dall’altro sembra bastare a se stessa. In entrambi i casi ha la dimensione del mistero.
Ho spesso pensato, guardando i dipinti di Simonetta, al tempio interiore femminile, al radicale e profondo rovesciamento che esonera in qualche modo la donna dal pubblico, dall’assemblea, dalla liturgia, essendo in se stessa assemblea, edificio e sacrificio.
Certo è una radicalizzazione delle differenze, ma rimane il senso di una comunità interiore alla quale si è sempre estranei, tranne quando se ne è ospiti per il breve tempo dell’incontro”.
(Mario Pandiani)

Ritornano DOCTOR BLUE AND THE HEALERS

Con ANIMA CELTICA, un nuovo reading musicale, questa volta dedicato alla prima raccolta poetica di Roberta Borsani, Il rosaio d’inverno(Fara Editore 2009)
Il titolo dello spettacolo la dice tutta sull’autrice (che ovviamente sarà presente con noi sul palco), l’atmosfera dei suoi versi e anche della nostra musica, che in questo caso spazia dal folk irlandese a ballate romantiche oltre all’amato blues.
Il primo spettacolo è il 13 febbraio, al People di Busto Arsizio (via Concordia 1, vicino a Piazza Trento e Trieste).
Inizio ore 22, come da locandina acclusa.
Dopo il reading ci scapperà sicuramente un’oretta di blues, fuori programma ma anche no.

ven-13-febbraio-locandina-reading2

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