
Uno dei miti più belli che dell’età antica è quello di Orfeo ed Euridice. Uno dei più profondi anche, dei più misteriosi e refrattari a lasciarsi abbracciare da spiegazioni che si pretendono esaustive. Al di là degli sforzi interpretativi e degli approcci, la domanda “perchè Orfeo si è voltato?” può considerarsi ancora aperta.
Sono state date, com’è noto, molte risposte. Non poche rivelano intelligenza profonda, aprendo ad ulteriori problematiche di carattere spirituale, psicologico, e molto altro ancora. Il mito tocca il rapporto tra l’uomo e Dio, tra l’anima e l’animus, tra l’innocenza e il peccato, tra la poesia e la verità dello spirito…
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salve, una curiosità che mi sta divorando l’anima – a chi appartiene il dipinto di orfeo e euridice in questa pagina?
Commento di Eduardo — febbraio 9, 2010 @ 4:43 pm |
“Orfeo che guida Euridice” è di Camille Corot (1797 – 1875)
Commento di vbinaghi — febbraio 9, 2010 @ 7:52 pm |
Figura di confine, Orfeo si spinge ai limiti dell’umano. Nell’episodio di Euridice, ottiene persino la possibilità di riportare in vita la donna morta. A un patto: che nel tragitto tra le profondità e le soglie dell’uscita dall’Ade, non si volti.
Perché Orfeo si volta ? Fra le tante ipotesi, possiamo dire: perché non poteva farne a meno. C’è infatti una sproporzione enorme tra la possibilità concessagli da Ade di riportare in vita un morto e l’apparente facilità con cui può essere soddisfatto il patto, quello di non voltarsi.
Dunque Orfeo non può vedere Euridice. Ma può un amante essere messo nella condizione di non poter vedere e quindi non poter riconoscere e quasi odiare ciò che dice di amare con il canto e persino con la pretesa di potersi intrufolare vivo nel fondo del Tartaro ?
In realtà ( che terribile espressione!), il patto non è così agevole da soddisfare come sembra. Anche Ade è infatti sottoposto alla legge eterna, più forte di qualsiasi incantamento o patto. Gli dei sono furbi, sanno che amore e conoscenza non possono essere disgiunti e che i mortali sono, per loro costituzione, instabili.
Immaginiamo Orfeo dare la mano a una, per lui, invisibile Euridice in transito verso l’uscita dell’Ade.Troppo bello per essere vero! Troppo agevole per essere possibile! Orfeo non può essere certo che quella COSA sconosciuta a cui dà la mano, senza poterla vedere, non sia un’ombra. Incapace com’è di di morire per amore, sarà capace, sia pure per breve tragitto, di accontentarsi perlomeno di un fantasma ?
In effetti Orfeo non porta con sé per la mano un’Euridice viva e vegeta, ma trasporta solo l’enorme possibilità di riportarla alla vita, nel momento stesso in cui porta, in sé, il lutto di una donna morta.
Da quanto tempo Orfeo porta in sé il lutto di una donna ? Può l’amore essere scisso dalla conoscenza ? Può un amante non poter vedere l’amata ?
Così, proprio alle soglie dell’uscita dall’Ade, alle prime luci del giorno, spinto dalla superiore forza dell’amore, Orfeo, irragionevolmente, si volta. E la legge si attua: Euridice ritorna tra le ombre, il mortale non trionfa sulla morte e il kosmos è salvo! Orfeo si abbandona al dolore, promette di non amare più alcuna donna.
Credendo di aver finalmente fatto chiarezza ( sullo sfondo oscuro dell’Ade), Orfeo proclama di non poter vedere le donne. E’ come se per Orfeo tutte le donne fossero morte. Per questo egli canta le donne. Non a caso, irate da un amore che non è altro che lamento di morte, saranno proprio le donne a dargli la morte. Avendo rifiutato la vivificante orgia dionisiaca per tener fede alla promessa di non amare più alcuna donna , di lui fanno strazio le Menadi ubriache , gettando in un fiume la sua testa e la Lira…
Il mito sembra avere una funzione politica, legale. Ricorda infatti gli invalicabi limiti dell’umano. E insegna che amore e conoscenza sono inseparabili, che non si ama, per così dire, al buio e non importa chi o cosa. E dice, ancora una volta, che i mortali sono mortali; e che in ogni coppia di amanti, inevitabilmente – nonostante i sofismi, la dialettica, il Canto per quanto eccelso o la Poesia – uno dei due vedrà morire l’altro o l’altra. Così, ai confini del Tartaro incognito, tra ombre moleste, la domanda fondamentale sarà : « Chi o che cosa ho amato ? ».
Forse non fu, come avrebbe poi ipotizzato Cesare Pavese, un desiderio di morte, quasi un disperato suicidio: « Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “sia finita” e mi voltai » (Orfeo ne L’inconsolabile di Cesare Pavese, dai Dialoghi con Leucò, Einaudi 1947).
Inconsolabile Orfeo. Tradito dal suo grande amore che suscita in lui l’irragionevole impulso a voltarsi. Lo fece in maniera inconsapevole ( oggi diremmo per effetto di un inconscio), credendo di poter amare un suo fantasma di donna e di poter vincere la morte solo con il canto.
Solo gli dèi vivono stabilmente fuori dalla morte. E di Orfeo resta solo la sua Lira che – raccolta ironicamente da Giove insieme alla testa galleggiante che altrimenti avrebbe continuato a cantare una lagna infinita – ora brilla come una costellazione nel cielo, a ricordo di tanto doloroso amore e della fragile felicità dei mortali.
Commento di Gianni De Martino — febbraio 10, 2010 @ 7:13 pm |
Alla luce di questo che scrivi sulla necessità di vedere l’Amato, mi piacerebbe saper come interpreti la favola di Amore e Psiche in Apuleio. Lì l’amore felice sembra consumarsi nella tenebra e il finale sembra più che altro al servizio di una paideia dell’anima individuale, cioè una redenzione del soggetto dalla colpa commessa sollevando il velo.
Commento di vbinaghi — febbraio 10, 2010 @ 9:09 pm |
Evvabè… mi fai andare in libreria a cercare il libro di Apuleio …
… Mi pare che il mito greco di Orfeo contenga una saggezza che nella favola greco-romana di Amore e Psiche, raccontata da una vecchina, si ritrova in maniera meno penetrante e, per così dire, diluita.
Nel mito greco, che ha una funzione politica, amore-vedere-conoscenza vanno insieme, l’ordine è apollineo, questione di misura. Nel romanzo di Apuleio, di origine nordafricana, ci si può invece permettere d’inventare e di favoleggiare per rappresentare la bontà dell’iniziazione ai Misteri medioplatonici, a cui Apuleio era personalmente devoto.
Eros fa l’amore a Psiche al buio, di nascosto, furtivamente, per non incorrere nelle ire della madre Venere, gelosissima del figlio e della bellezza di Psiche ( qui Venere, così allegorizzata, già si avvia a diventare l’Orchessa delle favole).
Psiche, presa e trasportata da Eros-Amore in un castello, vi appare come una sempliciona che non rispetta la parola data ad Eros di non scoprirgli il viso. Lo fa istigata dalle sorelle, semplicemente perché è curiosa. Oltre che un po’ maldestra, al punto da lasciar cadere una goccia dalla lampada che ustiona il suo amante.
Insomma, Apuleio s’inventa la storia di un’anima semplice, bramosa di conoscenza. Qui la conoscenza non è tanto amore-visione quanto il frutto di una curiosità spinta. E’ un modo di conoscere non più estatico, ma in una maniera che potremmo definire intellettuale e più moderna. Psiche che di notte, in estasi, conosce una passione che pochi mortali possono dire di aver provato, sembra il prototipo dell’intellettuale bisognoso d’iniziazione medioplatonica…
Il finale ( che trova la sua apoteosi, direi a tarallucci e vino, nel banchetto in cui Bacco fa il coppiere, le tre Grazie suonano una rumba ante-litteram e Vulcano fa da capo-cuoco )è una peripezia di redenzione iniziatica. Come peraltro accade a Lucio, di cui Psiche sembra essere una prefigurazione al femminile.
Per poter mettere in scena tutto un itinerario iniaziatico, Apuleio s’inventa la favola di un’anima semplice e curiosa, bellissima e un po’ imbranata, bramosa di conoscenza iniziatica.
Avrei qualcosa da aggiungere sul carattere allegorico delle “Metamorfosi”, il romanzo di cui “Eros e Psiche” costituisce un episodio minore e quasi riassuntivo dell’intera opera). Quando il mito non parla più, si ricorre alle allegorie per dare un carattere quasi geroglifico, complesso, sacrale, a quanto si racconta.
Le allegorie di Apuleio esprimono la volontà dell’autore, parlano in virtù di quello che intellettualmente egli intende dire della profondità; il mito invece non ha autore o qualcuno che crede di essere autore. Gli dei sono trasparenti, non allegorici per sembrare profondi, e parlano in virtù di un’arte che sembra involontariamente tale, collettiva, transpersonale.
Commento di Gianni De Martino — febbraio 10, 2010 @ 11:48 pm |
Ne sai, Gianni.
Su mito e allegoria sono molto daccordo. Sull’amore nelle tenebre ero portato a vedere un’allegoria della fede, non la fede nel dio ma nella profondità del cuore amante, che non si lascia tradurre in immagine e che la bramosia di controllo finisce col farsi sfuggire. Ma forse sono anch’io un medio-platonico, troppo portato a trasformare il mistero in un cifrario.
Commento di vbinaghi — febbraio 11, 2010 @ 12:56 am |
… La bellissima Psiche medioplatonica, un po’ farfalla e un po’ imbranata, correva a piccoli passi e con la lampada accesa verso tante porte aperte sul buio : « E’ arrivato Eros ? ».
Eros era una specie di escort che arrivava quasi sempre troppo presto o troppo tardi. La prendeva e la trasportava con un fruscio sopra il sofà. Essere presi e trasportati, non è forse questo il sogno del bimbo e della bimba in Psiche e in noi ?
Poi un colpetto d’ali, Eros ritornava a casa da mamma Venere… Forse per Psiche – la cui anima medioplatonica, appunto, volava in alto, mentre il corpo, ahimè, cadeva sul sofà – il momento più bello dell’amore era quando Eros, all’alba, finalmente partiva in taxi.
Speriamo che Eros non le chieda i soldi per il taxi . E che Amore non sia come quel Lucignolo incontrato davanti alla discoteca Hot Line che chiude all’alba. Come diceva quell’ altra bakhti, quella che faceva l’ indiana, avvolta in un bel sari color albicocca suonata ? “Hari è il mio Amante / ed io sono la sua sposa, / tanto piccola / quant’Egli è immenso”.
Immenso ? Beh, forse era per questo che Hegel suggeriva agli amanti di nascondersi. Una parola agli innamorati : datevi alla macchia ! La gente non sopporta che gli amanti vivano l’immenso. Forse li si sospetta di godere di più e meglio. Nel gorgo vuoto. Proprio come accadde ad Amore e Psiche – giù a nascondersi dagli sguardi di mamma e degli altri dèi del vicinato nello scantinato del castello incantato !
Cosa desidera, oltre a quel bel Lucignolo volante, il desiderio di una cieca illuminata? Forse che quel freddo marmo si sollevi, e ci soffi finalmente tanti petali di vere e fresche rose sulla faccia ? Non essendo ancora stata iniziata ai misteri isiaci, di Eleusi o di Esculapio, Psiche non poteva sollevare il velo sul Mistero di Gloria del Volto Radioso di Amore. Altro che lasciar cadere inavvertitamente sull’amante un po’ d’olio bollente dalla lampada ! Una sola goccia dello splendore divino avrebbe potuto incendiare l’Universo e i Multiversi !
Una parentesi. Quante Maiuscole ! Credo sia perché di quell’immenso amore abbiamo fame e sete. Così, approfitto di un’improvvisa forse curvatura di Psiche, e colgo l’occasione per fare ciao con la manina a tutti quelli che resistono nel bianco e nell’estasi del bianco – cioè nella scrittura che lo dice : aperti all’istante e al bagliore della vita. La condivisione della fame e della sete, non è forse la migliore compagnia ?
La fede – altro dalla credenza di Psiche piena di riflessi – è invece, perlomeno così pare, me lo diceva la nonna, è un organo spirituale che non vede niente. Forzando il testo di Paolo, si potrebbe dire: “nihil videbat”. E questo niente di speciale , un « quasi niente » o « porta stretta », è proprio un vuoto come fresca traccia…
… Nell’invisibile (dove non c’è dove e Psiche si aggirerebbe sulla difensiva, in un vago sospetto, forse un odore di cacciatori e prede) è la traccia del passaggio del Vivente nella più nera delle notti e la più spessa delle assenze. Accadde nel giorno straziato di un fantasma di unione e perfezione – a cui nelle altezze occorre rinunciare – così come nel giorno straziato del distacco.
Insomma, non è una notte come le altre notti, ma quello che in letteratura ( per esempio in « Orfeo e Euridice ») , e non solo in letteratura, chiamano : La Notte.
E talvolta anche con altri nomi, come nel caso di quell’altra notte che chiamano « Giorno » o « Aurora ».
E non c’ è abisso, non vetta, non baratro o perdita infinita, né guadagno, che Amore non scavalchi : piccola apertura al Mistero attraverso il nichilismo e strana percezione : quasi un alito vivente, lieve, puro, immacolato di sicurezza personale e cosmica malgrado tutto e niente. Questo per dire che ognuno, ognuna, ogni creatura così tagliata dal « prima » e dal « dopo », ha il diritto di essere qui nell’Universo o i Multiversi. Chiamatelo pure Tempo, Spazio, che non sono una risposta. Oppure oceano della vita e della morte.
Suppongo sia questione di desiderio e delle varie peripezie e strane vicissitudini del de-siderio, ovvero di quell’ Angelo che proviene dalle stelle, e che comunque – pur nel degrado nostro e della natura, se non nell’annientamento del vivente – preserva la sua parte.
Nell’invisibile ( ma qui forse un poeta direbbe « in un cuore » – metafora per Psiche difficile da scrivere, forse perché non ha un cuore d’acciaio, vale a dire un cuore di poetessa.)
La fede dei cristiani è speranza nell’invisibile. Si potrebbe dire, e sembrerà inaudito : relazione trinitaria di amante, amato e amore, non-sostanza ; e – in forza di un nome luminoso – speranza in Cristo, Gloria universale. Alleluia !
Forse Psiche è un’ imbranata dell’invisibile ? Psiche era certamente imbrananata, sempliciona, curiosa, eccetera. Però, come della creatura dicono i Salmi, era tutto questo… E UNICA.
Del resto, tutti gli amanti credono di essere unici. E si dicono, anzi si sussurrano certe cose terribili e quasi deliranti, da far rizzare il pelo sul collo, come « Per sempre ! », oppure « Mai nessuno si amerà come ci amiamo noi ». Sono davvero unici !
Negli amanti c’è gioia, essenza dell’esperienza. Dov’era nascosta tanta luce ? Nella forza di un nome e nell’immagine del Vivente in ogni vita.
Così lei dipendeva dal soffio dell’Amato che volle farsi pittore dell’invisibile per dare alle parole un volto umano.
Occorreva che Amore dipingesse finalmente con la luce tutto quello che Psiche gli aveva detto al buio e in segreto, parlandogli con le folli parole dell’amore. Perché Lui, Amore – e questo Psiche lo diceva andando di stupore in stupore – è risorto in ogni gesto, raro, d’intelligenza, raro come qualsiasi altro raro gesto di poesia, di compassione o di pietà.
Come dice anche il mio amico Alain, un mio compagno di blog: ” Vedere l’invisibile della COSA che diciamo « Amore » è il miracolo della creazione”. Alleluia !
Forse lei crede che il suo amore sia il più grande pittore che esista, e forse lo è. Quello che Psiche voleva fare, nell’intermittenza e il fuoco dell’invisibile, era riunire tutta la paglia e il grano per farne un grande fuoco alla gioia.
Chi vive ? Dove più niente trascina o spinge, Lei arde dolcemente, eternamente, e dice : « Amore, senza la tua fiamma il mio fuoco non prende, non prende: le mie parole non fanno scintille. Senza il tuo soffio le mie parole restano lettere morte”.
Le occorreva un altro desiderio, più alto e più veloce della morte abituale. Forse sono i cammini dei misteri isiaci, di Esculapio o Eleusini, se non cristiani, ad averle insegnato ad ardere senza bruciare. E tutto quello che evocava al buio, dipendeva da te, dal dono della tua fiducia e dalla tua fede.
P.S. Forse siamo un po’ medioplatonici, ahimè ! Nate in forza del nome dell’amato, dove vanno tante care immagini ? Nell’eros della sempiterna lontanza e in questo troppo vicino al cuore ? Oh Gesù! Vanno in un insondabile, dove svaniscono… Lasciando talvolta un’eco spaventosa: la famosa “traccia del risucchio” – come direbbe qualcuno, Benjamin a proposito di certe vecchie fotografie ingiallite, con l’alone ( insomma quella strana iridiscenza che un tempo si diceva “l’aura”). D’altra parte, alla fine, volenti o nolenti, qualche « macchia » bisognerà pure lasciarla, o no ?
Quanto al senso dell’allegoria ( penso alle Grazie, alle Charites che partecipano al banchetto finale di cui Apuleio parla nelle “Metamorfosi”), penso che nasca da una sana decisione di ribellione di fronte alle apparenze spesso disperanti del reale. Le metafore continuate, non trasparenti e quasi delle decorazioni, vengono elaborate nella fertile depressione in cui talvolta piombano gli artisti più sensibili e riflessivi. Allorquando la storia diventa orribile, per cogliere ed esprimere la profondità intravista tra illuminazione e abbaglio, gli artisti sembrano non avere altra risorsa che la metafora continuata, l’allegoria, e in taluni casi si danno anche alla decorazione. Lo fanno per finire, rifinire. Sono animati dal dèmone della perfezione, se non del perfezionismo. Forse è il loro modo barocco di esprimere la profondità.
Commento di Gianni De Martino — febbraio 11, 2010 @ 10:43 pm |
Allorquando la storia diventa orribile, per cogliere ed esprimere la profondità intravista tra illuminazione e abbaglio, gli artisti sembrano non avere altra risorsa che la metafora continuata, l’allegoria, e in taluni casi si danno anche alla decorazione.
Volontà di forma, o semplice horror vacui?
Comunque sia, è da questa debolezza che il linguaggio si apre un varco e il mondo continua a significare, per l’interpretante futuro.
Apprezzare il frammento più della pretesa di compiutezza è qualcosa in più dell’elaborazione del lutto. E’l'umorismo che comincio solo adesso a comprendere come una forma suprema di saggezza, o il suo più stretto parente. La cauterizzazione della ferita narcisistica, a partire da cui l’”Io” smette di essere un pronome spudorato e un abuso di potere.
Commento di vbinaghi — febbraio 12, 2010 @ 1:06 am |
… è da questa debolezza che il linguaggio si apre un varco e il mondo continua a significare. Ben detto! Non avrei saputo dirlo meglio.
FRAMMENTO ( aggiunto come rifinitura, qualche riccioletto, spero significativo)
… Il creatore si getta da se stesso in un angolo a scrivere l’istante che vive, l’aperto… e ci “passa” il tempo e lo spazio annodati !
La cosa più difficile: tracciare, con mano ferma, un nodo e un’onda per l’interpretante futuro…
P.S. ( Al modo di una curvatura di psiche, tra culla e bara, ovvero tra le due tipiche pulsioni)
“Per l’interprentate futuro” ? … Se mai ci sarà un futuro ( a parte, forse, morire sul più bello, nella vita così come nella scrittura !).
Difficile ma non impossibile non deprimersi, non troppo, per non essere il creatore ma un mondo. :-)
Spero che l’occasione di parlare con tranquillità e con calma dell’umorismo nella scrittura non mancherà. Insciallah !
Un saluto
Gianni
Commento di Gianni De Martino — febbraio 12, 2010 @ 6:40 pm |
ERRATA CORRIGE
l’interpretante futuro
IN LUOGO DI
l’interprentate futuro
OSSERVAZIONE. Lapsus quanto mai significativo. Il soggetto cercava di avanzare una pretensione di inutile lutto anticipato, ma un inconscio affiora nel lapsus per dire evidentemente e quasi umoristicamente dell’altro…
Commento di Gianni De Martino — febbraio 12, 2010 @ 6:54 pm |