Doctor Blue and Sister Robinia

febbraio 28, 2009

HOMO LUDENS (3) di Valter Binaghi

duello

Questo post è dedicato in particolare a Giuseppe Genna, come una glossa alle sue “meditazioni non-dualiste

5. Il sociale come luogo del conflitto e i dualismi irriducibili della modernità

Ce lo dicono fin dall’infanzia: “Vai all’asilo, che così impari a farti valere”. L’intersoggettività, per il senso comune della modernità, è essenzialmente il luogo del conflitto: la violenza e il potere sono gli apprendimenti fondamentali che se ne dovrebbero trarre, insieme al ricorso difensivo all’autorità costituita: “Se le prendi invece di darle, chiama la suora”
C’è una notevole ed evidente continuità nel pensiero socio-politico dell’epoca borghese, da Hobbes a Locke da Rousseau a Marx, che riguarda non tanto gli esiti prescrittivi (assolutistico, liberale, democratico o comunista) ma la condivisione di un presupposto antropologico di fondo. Per tutti loro, fuori dalla comunità familiare-tribale delle origini (relegata in una dimensione etno-preistorica che le conferisce un carattere mitico e irraggiungibile) non c’è sintesi naturale nella dimensione intersoggettiva, il che significa che non c’è alternativa all’ordine imposto o negoziato tra soggetti irriducibilmente antagonisti. L’uomo “naturalmente” politico di Aristotele e della tradizione classico-cristiana è ormai molto lontano, così come è lontano l’ordine dello Stato-microcosmo, che pretendeva di tradurre in Istituzione il sacro ritmo della natura, come avvenne nelle grandi civiltà orientali e mediorientali(1) e, mutatis mutandis, nell’impero romano e nella civitas christiana medioevale(2). Il Leviatano terrifico e onnipotente di Hobbes, resosi invisibile come il ragno sulla tela della “volontà generale” di Rousseau, è la soluzione apparentemente duplice data dalla modernità al declino del sociale organico, che solo il genio di Tocqueville ha svelato come sostanzialmente identica.
Il pensiero dell’epoca borghese interpreta in senso radicale il dualismo tra l’aspirazione infinitamente espressiva del corpo che sono e la limitazione che la presenza altrui m’impone, confinandomi al corpo che ho, come la radice di un antagonismo originario e irriducibile, ma spetta ad Hegel il merito di aver indicato con chiarezza il fondamento antropologico di questa concezione. Parlo ovviamente della celebre pagina della “Fenomenologia” in cui si descrive l’incontro originario di due autocoscienze: “L’autocoscienza è in sè e per sè in quanto è in e per sè per un’altra; ossia essa è soltanto come un qualcosa di riconosciuto”(3). E’ solo nello sguardo altrui che posso veder confermata la mia presunzione d’essere, e fintanto che questo non accada, la percezione della mia identità è labile: più ancora, è nello sguardo altrui che leggerò il copione dell’attore sociale che mi si chiede di essere, come in modo più spicciolo insegnano oggi i behaviouristi americani in certi famigerati corsi sulla comunicazione(4).

L’oggettivazione risulta insopportabile all’individuo borghese, che non è più in grado di concepire un ruolo e un destino data la frantumazione dell’ordine che li fondava, e sfocia nel conflitto di potere. O io ti apparterrò, o tu mi apparterrai: la lotta è per la sovranità, essendo a questo livello di regressione narcisistica l’unica coscienza concepibile quella del monarca assoluto. “La relazione di ambedue le autocoscienze è dunque così costituita ch’esse danno prova reciproca di se stesse attraverso la lotta per la vita e per la morte. Esse debbono affrontare questa lotta, perchè debbono, nell’altro e in sè stesse, elevare a verità la certezza loro di essere per sè”(5).
Il duello condurrà una delle due a sopraffare l’altra: se il colpo verrà calato, nessun guadagno ne tornerà al soggetto vincitore, che ha rimosso la propria vulnerabilità solo eliminandone il testimone. Se invece il vinto chiederà pietà, l’otterrà divenendo per il vincitore oggetto e “servo”, e però accettando a sua volta il proprio esser-cosale, avrà lui si, mostrando di tenere alla vita più che all”essere”, infranto le barriere del delirio narcisistico e potrà percorrere la lunga via dell’emancipazione attraverso il lavoro. Il lavoro farà di lui il motore e il garante della relazione, relegando il “signore” a passivo consumatore, finchè le posizioni appariranno sostanzialmente rovesciate.
Come è stato giustamente notato, in questa pagina si trovano insieme la più alta apologia dello spirito borghese e insieme la possibilità del suo superamento, o almeno questo è ciò che ha pensato di trarne la lettura di Karl Marx. Purtroppo non è così: non è solo nella momentanea rinuncia e nell’ascesi del lavoro che il servo può collocare la propria progettualità, ma nell’ordine economico in cui accetta di essere strumento produttivo. Sarebbe troppo facile constatare che il marxismo, mettendo in discussione i rapporti di proprietà e la mercificazione del lavoro non ha saputo interpretare il carattere originario della conflittualità, e le società nate sull’ipotesi dell’economia pianificata hanno richiesto forme di autoritarismo perfino peggiori del Leviatano. In effetti, sulle rovine dell’antropologia economica marxista, negli ultimi anni ha incontrato molto successo l’antropologia mimetica di Renè Girard(6), che ha il merito di spostare indietro il grado zero del conflitto, al livello originario dell’intersoggettività, dove ognuno vuole innanzitutto (essere e consumare) ciò che l’altro vuole, cioè dove la posta in gioco è nuovamente identitaria prima che acquisitiva. Ma non sarà che essere e avere sono l’ultima versione di un dualismo metafisico di cui l’occidente fatica a liberarsi?
Indubbiamente un’antropologia mimetica (così come una sociologia “liquida” sul modello di Bauman(7)) appare più adatta ad interpretare il carattere ansiogeno e proteiforme della società post industriale, ma neanche Girard sembra poter riconoscere all’uomo una naturale socievolezza; per lui il conflitto mimetico è temperato solo attraverso la perpetrazione di una violenza sacrificale, o la sua sublimazione in un cristianesimo che pare più un esigenza sociologica (come il Dio di Cartesio era un’esigenza metafisica) che non una rivelazione della pienezza dello spirito.
Il dualismo, così, celebra ancora una volta la sua onnipresenza, a dispetto di ogni presa di distanza dalla tradizione metafisica.

NOTE

1) AA.VV, La filosofia prima dei Greci, Einaudi
2) Eric Voegelin, La nuova scienza politica, Borla
3) G.W. F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito, vol I pag. 153, La Nuova Italia
4) Niente spocchia, ne ho fatti anch’io a suo tempo, a genitori e insegnanti. Il testo di riferimento era AA.VV, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio Editore
5) Hegel, op.cit. pag. 157
6) Tra le molte opere tradotte in italiano vedi soprattutto La violenza e il sacro, Adelphi
7) Ad esempio in Homo consumens, Erickson Edizioni

3 commenti »

  1. Dopo aver scritto e postato questo testo dedicandolo a Giuseppe Genna ho visto che Giuseppe aveva contemporaneamente postato su “Carmilla” una recensione del mio “Devoti a Babele”, per me doppiamente preziosa non solo perchè immeritatamente lusinghiera, ma considerato che viene da uno degli scrittori che ammiro di più in assoluto. Prego chi legge di credere a questa contemporaneità, perchè la sincronia evidenzia una prossimità spirituale che va ben oltre i salamelecchi e gli scambi di favori tristemente diffusi nell’ambiente letterario.

    Commento di vbinaghi — marzo 1, 2009 @ 2:59 am | Replica

  2. ma come ne usciamo da questa cosa? ora, con le ossa rotte, saremo disposti ad interrogarci in maniera appropriata, dialogica, non più così smaccatamente antropocentrica ? Riesci a leggere qualche segno, qualcuno si è rimesso in cammino?

    Commento di da — marzo 1, 2009 @ 10:38 am | Replica

  3. Tutti siamo in cammino, ma ognuno disordinatamente, a modo suo, perchè condividiamo il linguaggio dell’alienazione ma non ancora quello del superamento. Naturalmente non si tratta di inventare, ma di ri-conoscere. Per Wu Ming1 significa la ri-fondazione epica del romanzo italiano. Per Genna, il riscatto del linguaggio stesso dall’esteriorità del “parlare di”, ritrovare la spirituale necessità del canto oltre la scissione della coscienza duale. Per me come scrittore queste cose ma anche, da educatore, il confronto con la tradizione culturale, la sua distillazione piuttosto che non la sua rimozione.
    Lo sforzo che sto facendo in questi post è di approdare a un’antropologia post-ideologica del soggetto e dei media, che consenta di riavviare il processo di selezione e trasmissione di cultura, l’iniziazione alla saggezza, in una parola l’educazione.

    Commento di vbinaghi — marzo 1, 2009 @ 10:48 am | Replica


RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

Theme: Rubric. Blog su WordPress.com.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 39 other followers