La città come vasta terra desolata, raccolta di rifiuti o museo di artefatti, è il tema di tutte le epiche dall’Iliade all’Ulisse di Joyce. La città come centro di coscienza è anche un vasto cumulo di cliché scartati, il cui recupero conferisce loro un carattere archetipico
(Marshall McLuhan)
Ora che la mia scala è scomparsa,
devo mettermi giù dove tutte le scale hanno inzio,
nella sudicia bottega da rigattiere del cuore
(William Butler Yeats)

PER COLPA DI UNA SCIMMIA
(Dedicato a Graziano De Dionigi)
Il maestro fu svegliato,nel bel mezzo del suo riposo pomeridiano, da grida scomposte che provenivano dal giardino. Là fuori, sotto i rami contorti e frondosi del fico, i due discepoli disputavano animatamente.
Eraclito cinse le vesti e si affacciò alla porta. “Ebbene?” domandò sorridendo: “Volete forse che tutti i cittadini di Efeso sappiano della vostra sapienza? Per Zeus! Le vostre grida giungono oggi ben oltre i limiti consentiti alla serena conversazione dei saggi!”
“Perdona maestro”, fece il giovane Cratilo, scuotendo i lunghi riccioli dalla fronte abbronzata, “ma costui mi esaspera con la sua testardaggine, nè si arrende quando io esibisco, a conferma del mio dire, il tuo autorevole detto”.
“Questa è bella!” scattò irruento l’amico Panfilo: “anch’io sono in grado di suffragare il mio discorso con un detto del maestro e sei proprio tu, razza di presuntuoso, ad ignorare tale testimonianza…”
Eraclito scoppiò in una risata e si grattò la barba: “Forse voi credete soltanto di avere lo stesso maestro, ma non è così, se la vostra discussione finisce col mettere Eraclito contro Eraclito stesso. Oppure, come dice il volgo, Eraclito è proprio oscuro e i suoi detti si azzannano tra loro come un groviglio di vipere affamate: in questo caso vi sareste imbattuti in una pessima sapienza, che è stretta parente della follia! Sentiamo comunque qual’è l’origine della disputa”
“Ebbene”, cominciò Cratilo, “ci si chiedeva all’inizio quale valore si debba attribuire ai nomi che gli uomini danno alle cose. La mia risposta fu: ben poco, quasi nulla, per Zeus! Com’è possibile fissare in una forma ciò che incessantemente diviene? Perchè – di questo almeno si deve essere certi – come tu spesso affermi, tutto scorre. E’ necessario, per gli usi del volgo, che le cose siano nominate, ma il nome si confà maggiormente all’orma lasciata sulla sabbia che al pellegrino che cammina: il vivere infatti è un cammino, e il cammino è trascorrere fra molti luoghi senza mai posare. Chi potrà dare un luogo al fuoco, il cui riposo è la propagazione incessante? Perciò, maestro, tu con giustizia affermasti che nulla è identico a sè stesso, e non si entra due volte nello stesso fiume!”
“Ora ascolta me, saggio Eraclito”, fece Panfilo di rimando: “il nome ha ragion d’essere in quanto esso dice ciò che, nell’oscura agitazione della cosa, risplende come la sua immutabile verità. Ammettiamo pure, come vuole Cratilo, che ogni vita sia un cammino: ebbene, ogni cammino ha una méta, un luogo in cui si compiace, una dimora in cui sosta e celebra una presenza che mai più dovrà soffrire dell’erramento. La méta è più vera del camminare, ed è questo compimento che causa il camminare stesso: ecco il volto segreto della cosa, cui il pensiero e il nome che esprime mirano. Così, mentre l’opinione del volgo è discorde, perchè ognuno contempla un tratto diverso del sentiero – chi vede la cosa nel suo sorgere, chi nel suo splendore, chi nel suo autunno – la saggezza è una e comune, perchè considera il Logos che, ineluttabile, tutto governa. Cosi tu, maestro, ridicolizzi coloro che vivono ognuno come stupito nel proprio sogno senza oltrepassare l’evanescenza dell’opinione, mentre affermi che il Logos risplende unico e sovrano per le menti che non disdegnano di elevarsi ad esso!”
Entrambi i giovani si volsero allora verso il saggio, ansiosi di ascoltare il suo giudizio, ognuno in cuor suo persuaso della vittoria.
Ma Eraclito scosse il capo sorridendo e disse : “Accade qui qualcosa di strano. Entrambi dite il vero, ma le vostre verità non si riconoscono e la loro inimicizia le condanna”.
“Ti burli di noi,maestro!” esclamò Panfilo con la solita irruenza: “Come possono due ragioni contrarie unirsi in amicizia?”
(continua…)