Doctor Blue and Sister Robinia

Marzo 31, 2009

DUALISMI(4) NATURALISMO E ASTRATTISMO di W. Worringer

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pitture rupestri sudafrica

Oggi considerato tra i classici della filosofia estetica, questo libro a suo tempo (1908) ebbe un carattere autenticamente rivoluzionario. La rivalutazione dell’astrattismo preistorico e orientale rispetto al naturalismo prevalente nell’arte classica ed europea oggi a noi suona ovvio, specialmente dopo la fioritura dell’astrattismo contemporaneo, ma è interessante la nitidezza con cui l’autore individua nelle due tendenze un’opposizione polare irriducibile
(Il testo che segue è tratto da: Wilhelm Worringer, Astrazione ed empatia, Einaudi)

labirinto

Intento fondamentale del mio saggio è dimostrare come l’estetica moderna, fondata sul concetto di empatia, non sia applicabile ad ampi settori della storia dell’arte. Il suo punto focale si situa ad uno soltanto dei poli della sensibilità artistica dell’uomo. Potrà assurgere al ruolo di sistema estetico universale solo quando si integrerà con le linee che si dipartono dal polo opposto.
Quale polo opposto consideriamo un’estetica che, anziché partire dall’impulso di empatia dell’uomo, parta dal suo impulso di astrazione. Come l’impulso di empatia, quale presupposto dell’esperienza estetica, trova la propria gratificazione nella bellezza del mondo organico, cosi l’impulso di astrazione trova la propria bellezza in quello inorganico, negatore della vita, nel cristallino, o, in generale, in ogni legge e necessità astratta.
Tenteremo di mettere in luce il rapporto antitetico tra empatia e astrazione, illustrando innanzitutto, a grandi linee e nei limiti del nostro assunto, il concetto di empatia.
La formula più semplice per definire questo tipo di esperienza estetica è la seguente: il godimento estetico è godimento oggettivato di noi stessi. Godere esteticamente significa godere di noi stessi in un oggetto sensorio diverso da noi, immedesimandoci in esso. (…) L’elemento determinante dunque non è la tonalità sensoriale, ma la sensazione stessa, cioè il moto interiore, la vita interiore, l’autoattivazione interiore.
(continua…)

Marzo 30, 2009

DUALISMI(3) ARCHETIPO E STEREOTIPO di Roberta Borsani

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picasso

Che differenza c’è tra un archetipo ispiratore di bei pensieri, grandi imprese, nobili costumi e i modelli stereotipati da cui oggi siamo sommersi? Che differenza c’è tra Afrodite e Mariliyn Monroe, tra Eracle e Rambo, tra la bella Elena e Angelina Jolie?
Forse è che i primi, quelli di un tempo, si contemplavano senza nemmeno sognare di possederli. Erano lì per essere belli. E a guardarli si beveva un po’ della loro luce, diventando noi stessi più luminosi. Di loro non ci si poteva appropriare in alcun modo. Non erano in vendita e non si compravano. Non si poteva nemmeno pensare di assurgere al loro livello. Sappiamo bene cosa accadeva a quegli umani che pensavano di poterli sfidare: colei che sfidò nella tessitura Atena finì tramutata in ragno, chi pretese di gareggiare in canto finì a gracchiare sotto forma di gazza, condannata per sempre a ripetere quel che dicevano gli altri (un brutto modo davvero di fare poesia).
Oggi è diverso. I simboli della bellezza, della gloria e del successo ci invitano a tentare la scalata che porta su fino a loro. Non all’Olimpo, ma al ventesimo piano di un grattacielo elegante, magari dentro un lussuoso superattico. E se non abbiamo voglia di tentare la scalata? Ecco i modelli di cui abbiamo disdegnato le attenzioni gettarsi al nostro inseguimento, entrarci in casa, tenderci agguati, colpirci perfino alle spalle.
Quel che disturba è la presenza ossessiva, martellante dell’archetipo-stereotipo a pranzo cena colazione: sempre lì, sullo schermo televisivo, sulla pagina patinata (Vogue o Famiglia Cristiana, non fa più differenza) a ricordarci com’è fatto un uomo in forma, com’è una tavola imbandita, una famiglia felice, una casa accogliente, un bambino dotato, un adolescente spensieriato…
Una presenza più che ossessiva, persecutoria. Forse perché è in via di estinzione quel sentimento che riconosce e ammette come inevitabile la distanza tra il dover essere (l’archetipo) e l’essere, tra l’infinito e il finito, tra l’umano e il divino: sto parlando dell’umiltà, virtù somma oggi così poco considerata. Ma senza umiltà non c’è ironia, la sola a salvarci dall’angoscia in cui ci getta la consapevolezza della nostra imperfezione, del limite che “strozza” la nostra esistenza impedendole di essere temporaneamente il tutto.

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Marzo 29, 2009

DUALISMI(2) IMMAGINE E REALTA’ di V. Binaghi

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La fenomenologia delle condizioni di ripresa è essenziale per mettere in gioco la responsabilità dello sguardo, non solo di chi è “autore” di quell’immagine ma anche di chi la guarderà in futuro
(Marco Dinoi(1), Lo sguardo e l’evento, Le Lettere 2008)

telespettatore

DOCUMENTO AFRICANO
(Racconto dedicato a Dimitri Chimenti)

Quello che vediamo all’inizio è una manifestazione celebrativa in un paese africano. Una piazza gremita di gente. Un uomo sul palco, circondato da guardie, che parla in una lingua a noi sconosciuta. L’uomo è alto, ben vestito, sui cinquanta. I capelli crespi tagliati corti, appena brizzolati. Il tono è a tratti accorato, a tratti più aggressivo. Si capisce che promette e minaccia. La qualità della ripresa rivela un piglio amatoriale, e nemmeno tanto esperto. Non solo perchè la mano è incerta, ma anche perchè la ripresa si sposta continuamente dal palco centrale (posto a una trentina di metri dall’operatore) a particolari scarsamente illustrativi della scena: dettagli sulla folla, specialmente su persone di genere femminile, un cagnetto al guinzaglio di una donna bianca (forse una giornalista europea) fino all’inquadratura un po’ troppo insistita su una matrona di colore, non più giovane ma dal seno enorme, gonfio sotto l’abito sgargiante. Poi un improvviso controcampo. Dal viale alberato che porta alla piazza arriva una fila di camionette gremite di soldati. La folla non pare far troppo caso a questo supplemento di sorveglianza. Il discorso sul palco continua, ma l’operatore si allontana definitivamente dallo scenario iniziale. Per qualche altro minuto vediamo sfilare abitazioni borghesi e negozi in quello che dev’essere il quartiere più “occidentale” di una capitale africana, poi la ripresa s’interrompe.
(continua…)

Marzo 28, 2009

DUALISMI(1) VITA E SPIRITO di Max Scheler

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buddha

(Da: Max Scheler(1), La posizione dell’uomo nel cosmo, Armando Editore pag. 156-159)

L’animale vive immerso nella realtà concreta, alla quale è di volta in volta connesso un punto nello spazio o nel tempo, un “hic et nunc”, e inoltre un modo di essere contingente, dovuto a quell’ “aspetto”, di volta in volta, assunto nella percezione sensibile.
Esser uomini significa proferire, nei confronti di questo tipo di realtà, un energico “no”. Buddha intuiva tutto questo, quando diceva: “E’ meraviglioso contemplare ogni cosa, ma è terribile esser le cose”, mettendo in atto una tecnica di derealizzazione del mondo e dell’io. E lo sapeva anche Platone, quando faceva dipendere la visione delle Idee dal distacco dell’anima dal contenuto sensibile delle cose e dal ritorno in se stessa, per ritrovarvi le cose “originarie”. E questo pure intende Edmund Husserl, quando collega la conoscenza delle idee a una “riduzione fenomenologica”, vale a dire a una “neutralizzazione” o a una “messa tra parentesi” dei coefficienti esistenziali contingenti delle cose del mondo, al fine di cogliere la loro “essentia”. (…)
(continua…)

Marzo 27, 2009

Giorgio Morale, Acasadidio, Manni Editore 2008

giorgio morale Acasadidio

Recensione di Valter Binaghi
(Già pubblicata su “La poesia e lo spirito”)

A volte la stanchezza del vivere trascina con sè la stanchezza del lettore: si percorre svogliatamente lo scaffale della libreria, alla ricerca di un guizzo che possa ridarti passione e ti accorgi che i titoli più strombazzati dalle pubblicità editoriali difficilmente vanno oltre le alternative dell’intrattenimento giallistico o di un espressionismo che si pretende furibondo ed è solo velleitario. Sei già lì a pensare che in fondo il romanzo ha esaurito la sua funzione storica di conoscenza, quando ha saputo denunciare l’inferno mimetico della borghesia ottocentesca in ascesa, e da allora si limita a interpretare l’angoscia esistenziale del singolo o a rimestare negli stereotipi sociali della medesima, cucinando delitti e investigazioni senza poter competere coi ritmi del cinema.
Poi t’imbatti in un piccolo libro come questo, e sei felice di esserti sbagliato.
Oggi le cose grandi, le intuizioni profonde, si presentano in punta di piedi, e osano diventare parola dopo lungo pensiero, esonerando le maiuscole e il citazionismo e affidandosi a una lingua tornata tutta cose e sentimenti, ossificata e per questo illuminante, come se l’ampia visione del poeta e e l’austera fermezza del fabbro avessero lavorato assieme per restituire allo sguardo sull’uomo una pietà sottratta alla retorica.
La cosa grande è il colpo d’occhio con cui Giorgio Morale, scrittore, educatore e uomo d’esperienza, individua quello che forse è il dilemma più tragico di un occidente pacificato: l’ospitalità allo straniero trasformata in servizio sociale, l’assistenza come mestiere, possono veramente creare le premesse per un’integrazione che sia più che sfruttamento reciproco? Lo scenario principale del romanzo è infatti quello di un Centro (emanazione di un ente assistenziale cattolico il cui Presidente è un vero imprenditore della “carità”), che fa da collettore tra la manodopera degli immigrati e le offerte di lavoro, realizzando profitti non sempre trasparenti oltre ai finanziamenti pubblici.
(continua…)

Marzo 26, 2009

SCRIVERE SUL CORPO ED ESSERE LIBERE di Roberta Borsani

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corpo

Il villaggio globale è il luogo del virtuale. Uomini, relazioni, ricchezze tendono alla forma disincarnata in cui il corpo del reale si dissolve sostituito dalle sue molte possibili astrazioni. “Possibilità” ed “astrazione”: due parole che vanno d’accordo, sono parenti e direttamente proporzionali l’una all’altra. Il corpo invece “inchioda”: quello è, e con quello ci si deve confrontare. Si può migliorare, in una certa misura anche plasmare, contribuire sulla base del gusto e del pensiero, perfino della ideologia (penso alle magrezze smorte e un po’ tossiche in voga negli anni ’70), alla sua forma. Ma sempre “in certa misura”, mai del tutto.
La ineluttabilità del corpo che ci pesa addosso fin dall’origine, come la spada di Damocle, può far male. Soprattutto quando il corpo in questione è il proprio e non ci si riconosce. Meglio allora la fuga nel virtuale: cercare un corpo (così come spesso si fa per la personalità) senza carne, gradevole, tutto linee e sagome decise sulla base degli stereotipi imperanti. Accessibile grazie alla moderna chirurgia estetica e proposte da uomini in camice che mascherano la violenza degli interventi attribuendo loro finalità terapeutiche: il nasino alla francese risolve un problema respiratorio (che si poteva affrontare altrimenti) e fa star bene con sé stessi, come la liposuzione, le protesi al silicone applicate gli zigomi, alle labbra, alle mammelle. Come si sta bene dopo!
E mentre la quarantenne si rimette in sesto (lei che inorridisce sentendo parlare di cose come infibulazione, circoncisioni alla clitoride che fanno certi popoli inferiori…), la figlia che fa? Si taglia, ad esempio. Sulle braccia, sul ventre, e in altri luoghi dove la mamma non arriverà a vedere. Le vedranno gli altri, i coetanei generalmente, per esempio su youtube. Ferite per dar sfogo a un malessere sconosciuto, senza nome, che a quindici anni si prova ma non si sa capire. Ferite per far colare fuori insieme al sangue, l’angoscia. Per testimoniare la passione, trasformare la sofferenza in martirio, scrivendone la storia nella carne, trasformando la carne in “abito”, storia e segno.
Nel villaggio globale, percorso in lungo e in largo dalla Rete che accende spegne mastica macina annulla contatti a un ritmo incessante, rimanga almeno qualcosa di autentico e di scritto col sangue.

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Marzo 25, 2009

IL FASCINO DISCRETO DELL’ALLEGORIA(5) di V. Binaghi

Il filosofo della storia si occupa di un regno nel quale il tempo scorre seguendo una data direzione: egli deve rapportare la libertà al tempo e al modo in cui si essa si palesa. Progredire, per lui, non può che essere, sostanzialmente, progredire nella libertà. Ecco la grande evoluzione che fonda il progresso giuridico, politico, economico. Alla libertà fanno seguito le libertà.
Vien fatto ora di domandarsi se illuminando i processi storici al muro del tempo, quindi da un punto di vista extrastorico, non si renda illusoria l’idea di un simile progredire.

(Ernst Junger)

stella marina

IL FILOSOFO IN RIVA AL MARE
(Dedicato a Girolamo De Michele)

Era un pomeriggio di primavera e il filosofo passeggiava, com’era solito fare, sulla spiaggia, immerso in profonde meditazioni. Pensava a quel suo progetto, quella ricerca immane di respiro epico intorno alle vicende delle umane genti che, ne era certo, gli avrebbe conferito la fama cui da sempre il povero professore di retorica aspirava. Sedette su uno scoglio, tolse calze e scarpe e, coi piedi a mollo nell’acqua assaporava la frescura del contatto, quando la sua attenzione fu attratta da un gruppo di monelli, poco distante.
Cinque o sei bambini scalzi, fino a poco prima ciondolanti e sfaccendati sul muricciolo del lido, tra lunghi sbadigli e malinconiche occhiate al vasto orizzonte, si erano improvvisamente scossi e, tutti insieme, correvano gerso un punto della spiaggia, piuttosto prossimo allo scoglio del filosofo.
Lì la risacca aveva gettato una grande, meravigliosa stella di mare dai colori vivi e suadenti ed essi, ammutoliti, sedettero in circolo a contemplare quella formosa figlia del profondo, dono del Cielo ai loro cuori disposti al prodigio.
Per lunghi minuti sedettero ammirando, e non cessavano di additarsi l’un l’altro la misteriosa grazia mentre il filosofo, poco lontano, sorrideva compiaciuto di quella semplice felicità.
Poi, qualcosa mutò improvvisamente. Il più alto e robusto dei monelli, forse il più coraggioso, si alzò di scatto: aveva scorto un’altra forma singolare galleggiare a poca distanza dalla riva. Gli altri lo seguirono ed anche il filosofo, aguzzando lo sguardo, vide la massa violacea e gelatinosa di una medusa, tanto bella alla vista quanto crudele ed urticante al tatto.
Il primo fanciullo, in piedi sul bagnasciuga, ristette un attimo, come incerto sul da farsi. Poi, risoluto, entrò in acqua.
(continua…)

Marzo 24, 2009

IL FASCINO DISCRETO DELL’ALLEGORIA(4) di V. Binaghi

Paragonaci, non dico ai viventi di ogni altra specie che tu vogli, ma a quelle nazioni là delle parti dell’India e della Etiopia, le quali, come si dice, ancora serbano quei costumi primitivi e silvestri; e a fatica ti parrà che si possa dire, che questi uomini e quelli sieno creature di una specie medesima. E questa nostra, come a dire, trasformazione; e questa mutazion di vita, e massimamente d’animo; io quanto a me, ho avuto sempre per fermo che non sia stata senza infinito accrescimento d’infelicità. Certo che quelle genti salvatiche non sentono mai desiderio di finir la vita; né anco va loro per la fantasia che la morte si possa desiderare: dove che gli uomini costumati a questo modo nostro e, come diciamo, civili, la desiderano spessissime volte, e alcune se la procacciano.
(Giacomo Leopardi)

il suicidio

DELL’ESTREMA LIBERTA’
(Dedicato a me stesso, che avevo vent’anni nel ’77)

Come ci confessa lui medesimo nella sua “Vita di Plotino” preposta alle opere del maestro, il filosofo Porfirio giunse un giorno – quand’era ancora giovane – alla terribile risoluzione di togliersi la vita.
Non si sa come, ma è certo che Plotino venne a sapere di questo insano proposito ed arrivò opportunamente in casa dell’amico, proprio mentre costui stava per compiere l’estremo gesto.
Appena Plotino fu entrato, l’amico lo guardò stupito e, nonostante la tragica circostanza, non potè fare a meno di sorridere : portava un mantello metà bianco e metà nero, come uno di quei guitti variopinti che divertono il popolo nelle piazze.
“Che fai combinato così?” gli chiese Porfirio.
“Non lo vedi?” fece l’altro: “porto con me il bianco e il nero, il giorno e la notte, perchè voglio essere padrone del mio tempo!”
“Che follia!” commentò Porfirio scuotendo la testa: “Come puoi dominare il tempo se esso ti contiene?”
“E tu”,replicò l’altro, “come puoi liberarti della vita, se nuoti in essa come un pesce nel mare?”
Porfirio sorrise dell’arguzia dell’amico. Poi ridivenne molto serio e cominciò a dire:
(continua…)

Marzo 23, 2009

IL FASCINO DISCRETO DELL’ALLEGORIA(3) di V. Binaghi

O ore dell’infanzia, quando
dietro alle figure c’era più del semplice
passato, e a noi dinanzi non il futuro.
Crescevamo, certo, e talora ci davamo premura
di crescere più in fretta, a metà per contentar quei grandi
che tutto quel che avevano era d’esser grandi
Eppure nel nostro solitario andare
quel che dura ci recava diletto e là
stavamo, tra giocattolo e mondo, nello spazio
intermedio che dal principio
fondato fu per un evento puro

(Rainer Maria Rilke)

Non conosco altra maniera di trattare i grandi compiti che non sia il gioco
(Friederich Nietzsche)

Se prendiamo in considerazione la possibilità che il gioco dell’uomo non sia originariamente un passatempo, ma piuttosto un raccogliersi del tempo, la raccolta di tutti i brandelli di cosmo, una rappresentazione simbolica del mondo (come il rito magico culturale che onora gli dei e dona alle potenti forze dell’universo un aereo e sfuggente apparire) allora vediamo che di tutto questo nei giochi odierni resta una parvenza sempre più debole
(Eugen Fink)

cassano

UN GIOCATORE DI CALCIO
(Dedicato a Fabio D’Amico)

Era solo un giocatore di calcio,ma quando volteggiava sul campo sembrava che il pallone lo seguisse più che esserne inseguito, come fratelli nell’unica danza.
Era solo un giocatore di calcio, povero figlio di muratore, ma qualcuno diceva di lui:
“Si è studiato per filo e per segno i filmati di Maradona”
E qualcun altro:
“E’ merito dell’allenatore, il diabolico spagnolo, re del 4 4 2”
Ma lui era ignorante di tutto ciò e del resto non aveva istruzione alcuna: se fossimo stati in un altro Tempo e nel dominio di un altro Linguaggio, si sarebbe detto che egli aveva l’Intelletto dell’Arte.
Un giorno, durante la finale del più prestigioso torneo, sbagliò il tiro decisivo e la sua squadra fu sconfitta.
Gli chiesero: “Se l’occhio è acuto e la forza è pronta, come può il pallone mancare il bersaglio?”
Rispose: “Il Cielo è favorevole, la Terra remissiva, ma il Sole è avvolto tra le nubi e i due non si riconoscono: se una parola è pronunciata, cade nel silenzio”.
Udite queste cose, un filosofo heideggeriano gli domandò: “Come puoi parlare di Cielo e Terra con un pallone tra i piedi?”
L’atleta sorrise: “Tutto ciò che è rotondo si somiglia. Conosci gli astri del cielo? Sono giovani sfere di fuoco, pedine di un gioco sapiente”.

26 marzo, giovedì sera: Anima Celtica

rosaio d'inverno

Quest’anno il reading musicale della Bluesbanda è dedicato alla prima raccolta poetica di Roberta Borsani, Il rosaio d’inverno (Fara Editore 2009). Il titolo dello spettacolo è “Anima celtica”, e ci vedrà spaziare musicalmente dal folk irlandese al blues.

Insieme all’autrice, saremo presenti sul palco
Valter Binaghi e Isabella Fusè (voci)
Alberto Della Vedova (tastiere e basso elettrico)
Clay gatti (armonica e sax)
Dimitri de Franciscis (chitarra e basso elettrico)

Dunque vi aspettiamo:
Busto Garolfo
giovedì 26 marzo ore 21.00
Sala consiliare
(presso la villa comunale, di fronte alla Biblioteca)

Ingresso libero

Marzo 22, 2009

IL FASCINO DISCRETO DELL’ALLEGORIA(2) di V. Binaghi

La città come vasta terra desolata, raccolta di rifiuti o museo di artefatti, è il tema di tutte le epiche dall’Iliade all’Ulisse di Joyce. La città come centro di coscienza è anche un vasto cumulo di cliché scartati, il cui recupero conferisce loro un carattere archetipico
(Marshall McLuhan)

Ora che la mia scala è scomparsa,
devo mettermi giù dove tutte le scale hanno inzio,
nella sudicia bottega da rigattiere del cuore

(William Butler Yeats)

scimmia

PER COLPA DI UNA SCIMMIA
(Dedicato a Graziano De Dionigi)

Il maestro fu svegliato,nel bel mezzo del suo riposo pomeridiano, da grida scomposte che provenivano dal giardino. Là fuori, sotto i rami contorti e frondosi del fico, i due discepoli disputavano animatamente.
Eraclito cinse le vesti e si affacciò alla porta. “Ebbene?” domandò sorridendo: “Volete forse che tutti i cittadini di Efeso sappiano della vostra sapienza? Per Zeus! Le vostre grida giungono oggi ben oltre i limiti consentiti alla serena conversazione dei saggi!”
“Perdona maestro”, fece il giovane Cratilo, scuotendo i lunghi riccioli dalla fronte abbronzata, “ma costui mi esaspera con la sua testardaggine, nè si arrende quando io esibisco, a conferma del mio dire, il tuo autorevole detto”.
“Questa è bella!” scattò irruento l’amico Panfilo: “anch’io sono in grado di suffragare il mio discorso con un detto del maestro e sei proprio tu, razza di presuntuoso, ad ignorare tale testimonianza…”
Eraclito scoppiò in una risata e si grattò la barba: “Forse voi credete soltanto di avere lo stesso maestro, ma non è così, se la vostra discussione finisce col mettere Eraclito contro Eraclito stesso. Oppure, come dice il volgo, Eraclito è proprio oscuro e i suoi detti si azzannano tra loro come un groviglio di vipere affamate: in questo caso vi sareste imbattuti in una pessima sapienza, che è stretta parente della follia! Sentiamo comunque qual’è l’origine della disputa”
“Ebbene”, cominciò Cratilo, “ci si chiedeva all’inizio quale valore si debba attribuire ai nomi che gli uomini danno alle cose. La mia risposta fu: ben poco, quasi nulla, per Zeus! Com’è possibile fissare in una forma ciò che incessantemente diviene? Perchè – di questo almeno si deve essere certi – come tu spesso affermi, tutto scorre. E’ necessario, per gli usi del volgo, che le cose siano nominate, ma il nome si confà maggiormente all’orma lasciata sulla sabbia che al pellegrino che cammina: il vivere infatti è un cammino, e il cammino è trascorrere fra molti luoghi senza mai posare. Chi potrà dare un luogo al fuoco, il cui riposo è la propagazione incessante? Perciò, maestro, tu con giustizia affermasti che nulla è identico a sè stesso, e non si entra due volte nello stesso fiume!”
“Ora ascolta me, saggio Eraclito”, fece Panfilo di rimando: “il nome ha ragion d’essere in quanto esso dice ciò che, nell’oscura agitazione della cosa, risplende come la sua immutabile verità. Ammettiamo pure, come vuole Cratilo, che ogni vita sia un cammino: ebbene, ogni cammino ha una méta, un luogo in cui si compiace, una dimora in cui sosta e celebra una presenza che mai più dovrà soffrire dell’erramento. La méta è più vera del camminare, ed è questo compimento che causa il camminare stesso: ecco il volto segreto della cosa, cui il pensiero e il nome che esprime mirano. Così, mentre l’opinione del volgo è discorde, perchè ognuno contempla un tratto diverso del sentiero – chi vede la cosa nel suo sorgere, chi nel suo splendore, chi nel suo autunno – la saggezza è una e comune, perchè considera il Logos che, ineluttabile, tutto governa. Cosi tu, maestro, ridicolizzi coloro che vivono ognuno come stupito nel proprio sogno senza oltrepassare l’evanescenza dell’opinione, mentre affermi che il Logos risplende unico e sovrano per le menti che non disdegnano di elevarsi ad esso!”
Entrambi i giovani si volsero allora verso il saggio, ansiosi di ascoltare il suo giudizio, ognuno in cuor suo persuaso della vittoria.
Ma Eraclito scosse il capo sorridendo e disse : “Accade qui qualcosa di strano. Entrambi dite il vero, ma le vostre verità non si riconoscono e la loro inimicizia le condanna”.
“Ti burli di noi,maestro!” esclamò Panfilo con la solita irruenza: “Come possono due ragioni contrarie unirsi in amicizia?”
(continua…)

Marzo 21, 2009

IL FASCINO DISCRETO DELL’ALLEGORIA(1) di V. Binaghi

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 8:19 pm
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Essere un uomo utile mi è sembrato sempre qualcosa di schifoso
(Charles Baudelaire)

La vera propaganda è ambientale e invisibile, come i condizionamenti percettivi della propria lingua madre. I contro-ambienti creati dall’artista servono ad elevare questi ambienti nascosti al livello dell’apprezzamento cosciente
(Marshall McLuhan)

Se fossi un pellerossa, e sempre pronto, e sempre vibrante sopra il cavallo in corsa, cavalcando, sulla terra che vibra, fino a non servirmi degli speroni, poichè non c’erano speroni, fino a buttar via le redini, poichè non c’erano redini, e vedessi appena la terra davanti a me come un prato mietuto di fresco, già senza collo di cavallo e testa di cavallo.
(Franz Kafka)

arciere

A COSA PUO’ SERVIRE UNA FRECCIA
(Dedicato a Giuseppe Genna)

Quando il Re morì, popolo e cortigiani lo piansero entrambi: nelle sale damascate e nei tuguri, nelle osterie rissose e sotto le lugubri arcate del mausoleo. I volti di tutti, però, rivelavano qualcosa più che semplice dolore (ah, potersi abbandonare come bambini al momentaneo sconforto della perdita, e indossare senza incertezze gli abiti listati a lutto!). Ciò che infatti angustiava i più non era la scomparsa del benigno sovrano (negli ultimi tempi, in verità, si era chiuso in uno strano mutismo, e le sue movenze nelle rare apparizioni pubbliche parevano ispirate a una distratta lontananza), ma il destino stesso del regno. Il Re, infatti, non aveva lasciato alcun testamento scritto che esplicitasse le sue ultime volontà, nè un erede designato: cosa questa ancor più singolare, se si pensa che i tre figli maschi erano perfettamente coetanei, nati dall’unico parto trigemino della compianta regina madre, spirata nel darli alla luce.
Per fortuna, appena ultimate le esequie, una voce si diffuse dal castello, e immediatamente corse di bocca in bocca: testamento scritto non c’era, è vero, tuttavia il defunto sovrano aveva lasciato tre cofani sigillati, chiaramente indirizzati ai figli i cui nomi erano incisi sul prezioso legno di mogano. Nelle intenzioni di quel grande (ultimamente fin troppo silenzioso), quei sigilli dovevano contenere certamente messaggi o doni, che avrebbero permesso di svelare i suoi disegni sulla prole e, con essi, i destini immediati del Regno.
Furono dunque aperti, i cofani, in grande solennità, sul palco delle adunanze e alla presenza dei sacerdoti, dei capi dell’esercito e dei tribuni del popolo.
(continua…)

Marzo 20, 2009

IL SEDENTARIO, IL NOMADE E IL DEMIURGO(5) di V. Binaghi

stonehenge

IL DEMIURGO, UOMO DELL’OPERA

a. Segnare un centro

La storia dell’umanità ha avuto inizio con un fratricidio.
Uno dei due fratelli si chiamava Caino e coltivava la terra. L’altro si chiamava Abele e allevava armenti. Caino era uno stanziale e circondava le sue case di mura, i suoi campi di recinzioni. Abele e i suoi figli, invece, conducevano per le praterie sconfinate immense greggi di montoni e capre. Il conflitto era inevitabile, un conflitto che segna sotto diverse forme l’intera storia umana.
Arrivò infatti il giorno in cui le greggi di Abele invasero le colture di Caino, devastandole con cieca foga. Caino, incollerito, si slanciò contro il fratello, e l’alterco finì con la morte di Abele. Jahvè ne fu grandemente irritato. Inflisse a Caino la puunizione più dolorosa che esista per un orticultore: partire, diiventare nomade a sua volta, così come lo era stato suo fratello. Caino dunque partì, lasciandosi alle spalle orti e frutteti. Ma non andò lontano. Si fermò presto e costruì Enoch, la prima città della storia. Così il coltivatore sradicato era diventato architetto e cittadino, nuova forma dell’essere stanziale.

(Michel Tournier, Lo specchio delle idee, Garzanti)

Possiamo accettare la fantasiosa esegesi di Tournier, visto che qui non è la sua verità teologica che c’interessa, ma l’intuizione antropologica che contiene. Si, anche noi siamo convinti che il costruttore (di città innanzitutto) segua nella sciarada delle figure umane il sedentario e il nomade, e ne rappresenti l’evoluzione spirituale. La città infatti non nasce con la semplice proliferazione comunitaria dall’avo primordiale, nè con l’associazione occasionale di beduini che si accampano al medesimo palmizio. Essa nasce da una raccolta di destini, un crocevia di stirpi diverse che diventa dimora comune sancito da un patto solenne. Con lo stesso patto stirpi eterogenee riconoscono la Medesima sovranità: è indubbio, infatti, che con la città l’autorità del patriarca deve lasciare il posto alla forza superiore dell’uomo regale, che porta in sè la promessa dell’universalità ma anche la minaccia permanente di mutarsi in despota.
Come gli etnologi hanno abbondantemente documentato(1), l’atto primordiale di ogni fondazione consiste nell’identificare un Centro e segnarlo con un cippo. Naturalmente l’identificazione è tutt’altro che arbitratria, e nemmeno lasciata a considerazioni d’ordine puramente utilitaristico di opportunità geografica. Belloveso, re dei Celti Insubri, fondò Midland in un luogo a quel tempo malsano e paludoso, perchè lì aveva rinvenuto un cinghiale bianco (variante albina dell’animale sacro ai druidi). E’ il destino comune che sceglie, non l’umana velleità: ecco perchè quel punto sfuggirà d’ora in poi all’indifferenza dello spazio euclideo, per assurgere alla dignità di “centro del mondo”. Per segnare un punto sulla superficie cangiante della terra occorre qualcosa che sia sottratto all’offesa del tempo e del mutamento: ecco perchè è il costruttore a scoprire e meditare per primo sul mistero della pietra. Naturalmente non sto parlando dell’origine tecnologica dell’impiego di materiali litici (ben nota all’agricoltore e anche al nomade), ma dell’aurora di un nuovo paradigma metafisico. Se l’agricoltore intende tutto alla maniera della lenta e continua crescita dell’organismo vegetale, e il pastore riporta cosmo e destino all’erranza e agli scarti dell’animale inquieto, il costruttore scopre con la pietra la forma stabile e il sistema di relazioni: la molteplicità strutturata che anticipa e interpreta la coesistenza nel medesimo ordine della nuova umanità plurale. Modelli organicisti, modelli lineari-sequenziali, modelli sistemici. Non mi pare che la storia della civiltà abbia prodotto altri paradigmi della conoscenza, se non questi o varianti miste di questi, il che mi pare una prova del loro effettivo carattere elementare e irriducibile.
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Marzo 19, 2009

IL SEDENTARIO, IL NOMADE E IL DEMIURGO(4) di V. Binaghi

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noè

ESONERO DALLA DECISIONE E IMPOSSIBILITA’ DELLA STORIA

a. Il futuro come alibi

Allora soffersi per qualche settimana di un violento male di gola accompagnato da febbre. Il dottore prescrisse il letto e l’assoluta astensione dal fumo. Ricordo questa parola: assoluta! Mi ferì e la febbre la colorì: un vuoto grande e niente per resistere all’enorme pressione che subito si produce attorno ad un vuoto. (…)
Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai: “Giacché mi fa male non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta”. Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine ad onta che la febbre forse aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finii tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia. (…) Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali. La ridda delle ultime sigarette, formatasi a vent’anni, si muove tuttavia. (…) Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.

(Italo Svevo, La coscienza di Zeno)

Difficile trovare nella letteratura del XX° secolo un’allegoria più felice dell’infelice condizione contemporanea. Come il buon Zeno Cosini, anche la nostra agenda è piena di promesse mancate, non per autentici tradimenti (bisognerebbe aver giurato per tradire), ma perchè quelle promesse sono impegni presi con nessun altro che sè stessi, e la mutevolezza dell’umore (mai disciplinata da alcuna autentica obbedienza) fa impallidire l’impegno non appena quella mancanza d’essere che ci ostiniamo a chiamare appetito urge a una forma qualsiasi (quella abituale, che altra?).
D’altro canto, in questo esonero perenne dalla decisione, va letto qualcosa di più della proverbiale “debolezza della carne”. Decidere significa ad un tempo affermare ed escludere. Decidere è selezionare, determinarsi una volta per tutte: estrarre dal mazzo delle infinite possibilità l’elemento riconosciuto come “destinato”, e su quello stabilire il cippo della volontà irrevocabile, la pietra tombale delle pie intenzioni. La decisione interpreta il passato e ipoteca il futuro. Da quel momento la vita diventerebbe scrittura indelebile, e non solo la pista lasciata dal puledro al galoppo, che si riconosce per qualche ora salvo poi sparire alla prima pioggia. Perchè allora evitarla, e restare nella vaghezza di un orizzonte sfocato, di una destinazione eternamente procrastinata? Eppure un senso di nostalgia ci coglie quando, a contatto delle testimonianze del passato, sentiamo parlare di amicizie indelebili, fedeltà irriducibili, sacrifici impavidi a valori non negoziabili.
Non è certo la mente che ci manca (ne abbiamo anche troppa: mai la brillantezza del pensiero ipotetico-deduttivo è stata appannaggio di un così gran numero di persone, dagli albori della civiltà), e nemmeno il vigore dei corpi, se è vero che siamo la generazione meglio nutrita di tutti i tempi, almeno in occidente. E’ l’incarnazione, che non si compie: lo spirito vaga al di sopra della propria forma sensibile esitando ad abbracciarla definitivamente anche se non rifiuta di nutrirsene a tratti, più simile a una zanzara che alla colomba evangelica. Non sa morire all’illusione d’onnipotenza, e rinuncia così all’unica libertà che gli è concessa in questo mondo: quella dell’azione e dell’opera.
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Marzo 18, 2009

IL SEDENTARIO, IL NOMADE E IL DEMIURGO(3) di V. Binaghi

peter pan

Nomadismo come ideologia e adolescenza perenne

Qual è dunque il destino delle giovani generazioni attuali? Il nichilismo (…) che è la caratteristica divenuta mondiale della civiltà moderna. Il nichilismo è l’espressione di un declino delle norme che si manifesta, in modo particolare, nell’impossibilità di definire una norma di adulto, o di maturità (…). L’uomo moderno appare sempre più (…) come un essere incompiuto. L’incompiutezza della formazione è diventata una necessità in un mondo caratterizzato da uno sconvolgimento permanente delle tecniche, sconvolgimento che comporta un’educazione altrettanto permanente (…) Un vero pensiero dell’incompiutezza è, oggi, non solo possibile, ma necessario. Se la filosofia era volontà di compiutezza – tanto nel sapere che nella saggezza -, il pensiero, che ricerca se stesso nel corteo funebre della filosofia, deve diventare finalmente capace di capire come l’uomo non soltanto sia attualmente incompiuto – come pensavano Marx e Nietzzsche -, ma sia incompiuto nel suo essere. La volontà di portare a compimento la storia conduce a nuove alienazioni politiche. La norma dell’uomo compiuto, dell’adulto, è fondata sull’oblio di ciò che l’uomo è realmente.
(Georges Lapassade, Il mito dell’adulto, Guaraldi)

Ho conosciuto Georges Lapassade alla fine degli anni Settanta, grazie al mio amico Gianni De Martino che ne è stato, anche in seguito, collaboratore e traduttore in Italia. A quell’epoca fui affascinato dalla sua personalità e soprattutto dai suoi studi sulla transe, ma va anche detto che ero nel pieno del mio periodo “nomade”. Non so cosa abbia pensato in seguito di questo suo primo libro ma quello che è certo è che, riletto oggi a più di quarantacinque anni dalla pubblicazione, gli va ascritto il merito di avere sintetizzato efficacemente e con uno spirito quasi profetico quello che, nel bene e nel male, è stato un tratto dominante della nostra epoca: l’eclisse dell’adulto.
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Marzo 17, 2009

IL SEDENTARIO, IL NOMADE E IL DEMIURGO(2) di V. Binaghi

adolescenza

Nomadismo e adolescenza

Un altro aspetto della dipendenza dell’uomo in rapporto al Cielo e al Suolo è il suo modo di vivere secondo due stili distinti e opposti: il modo sedentario e il modo nomade.
Il sedentario tende a fissarsi in un punto preciso del territorio e, fatto questo, non se ne muove più. Vi costruisce la sua casa in materiali duri, delimita il campo che coltiverà, e casa e campo sono conformi a una pianta quadrata, o almeno a una pianta stabilita in base all’angolo retto. Divenuto coltivatore, quest’uomo stabilizzato è evidentemente più vicino al Suolo che al Cielo e proprio per questo si interesserà ad arti i cui componenti coesistono: architettura, pittura, scultura, eccetera. Per le sue attività agricole, nella sua alimentazione predominano i vegetali, ed è lui che, in particolare, procede alla cottura dei cereali (pane). Il Cielo gli appare misterioso, poiché è lontano e il sole, agente qualitativo di crescita e maturazione dei vegetali, sarà per lui l’emblema dell’unico Dio: il sedentario è monoteista per natura. Ma è curioso notare come, per una sorta di reazione, questo sedentario immobilizzato nello spazio abbia per unico punto di riferimento il sole, astro essenzialmente mobile, sul quale egli fonda non solo la propria religione, ma anche il proprio calendario.
Il nomade, come già sospettavamo, ha un comportamento perfettamente contrario: estremamente mobile nello spazio, poiché si sposta senza sosta, avrà per rifugio una tenda circolare perpetuamente smontata e rimontata. Poiché vive così, lontano dal Suolo, e dunque più vicino al Cielo, le sue arti sarannno composte di elementi che si succedono nel tempo: danza, poesia, eccetera. Vista la sua attività di pastore, la sua alimentazione è fatta soprattutto di carne, e, poiché durante la notte deve vegliare il suo gregge, osserva il cielo notturno e scopre la luna, le costellazioni e lo zodiaco: il suo calendario non sarà solare come quello del sedentario, ma lunare. Per le stesse ragioni, avrà tendenza al politeismo, distinguendo tanti dèi quante stelle vede nel cielo. Per lui che si sposta, l’indice principale sarà il punto fisso della stella Polare, il nord, contrariamente a quanto fa il sedentario che individua il sole a mezzogiorno, nel sud, per regolare il suo gnomone.
L’uomo pensa, e cerca sempre di registrare i propri pensieri allo scopo di conservarli e di trasmetterli; da questo sorge l’invenzione della scrittura. Orbene, esistono due modi di scrivere, e ciascuno appartiene, è evidente, allo stile sedentario o nomade. Il sedentario includerà nella sua scrittura tutti gli elementi allo stesso tempo (coesistenza), creando così il pittogramma, l’ideogramma, il geroglifico; mentre il nomade scriverà in successione, inventando gli alfabeti.

(Jacques Lavier, Medicina cinese, Garzanti)

Il lettore non tema che questa pittoresca tipologia sia stata dedotta a priori da un approccio per così dire “esoterico” ai problemi della cultura umana. Se si vuole conferma di quanto questi stili bipolari abbiano prodotto gli elementi basilari della civiltà proto-storica basterà consultare quella che resta a tutt’oggi la sintesi insuperata della paleontologia contemporanea(1) Più interessante per me, in questi scrittarelli dove slalomeggio tra vissuti personali e speculazione pura, notare che il sedentario e il nomade, da un certo momento in poi, diventano due dimensioni compresenti nel profilo dell’uomo storico.
(continua…)

Marzo 16, 2009

IL SEDENTARIO, IL NOMADE E IL DEMIURGO(1) di V. Binaghi

vecchio e bambino

Allegoria dell’Eden

Infatti noi siamo come tronchi di alberi nella neve. In apparenza giacciono raso terra, e con una piccola spinta si dovrebbe poterli smuovere. No, non si può, ché sono saldamente legati alla terra. Ma vedete, anche questa è soltanto apparenza.
(Franz Kafka, Racconti, traduzione di Henry Furst)

Da quando mi ricordo, fino all’inizio delle elementari, fui affidato ai nonni: i miei genitori (vivevamo nella stessa casa, i nonni al piano di sotto, noi sopra) erano tutto il tempo fuori al lavoro, e io passavo le mie giornate nel grande orto-giardino, che il nonno pensionato governava come Noè la sua arca. In effetti per me il popolo dei viventi era tutto quietamente rappresentato in quel piccolo cosmo, non mi sfiorava a quel tempo l’idea che qualcosaltro degno di attenzione potesse germogliare oltre il muro di cinta.
Sul davanti della casa il nonno coltivava rose e tutt’attorno al muro di cinta aveva piantato arbusti di vario genere, ginestre e biancospini. Il meglio però era il retro, con l’orto lussurreggiante e il portico ch’era tutto uno squittire e pigolare di conigli e pollame in gabbia. Il nonno sapeva i nomi delle cose, e i tempi e i modi di tutto quello ch’era vivo, e non c’era domanda a cui non potesse rispondere.
- Perchè la coniglia sta da sola, nonno? -
- Parchè l’è pregna. La ga denter i cunilitt
- E quando vengono fuori, nonno? –
- Succa e melun, la so stagiun
- La zucca è una zucchina grossa? –
Ne avevamo di quelle, il nonno sollevava le foglie e scrutava il gonfiore e la brillantezza del verde, prima di cogliere. La zucca invece non la piantava perchè alla nonna non piaceva: – L’è tropa dulza. Apena un cicicinin nela minestra
In compenso avevamo i peveruni, i melanzan, e i ravanej, i scigul rus e quei bianchi, l’insalata verda e l’insalata rusa d’estate, i verzi, i cavulfiur, i finoci d’inverno. Forme e colori, oltre che profumi. Prima dell’addestramento alle convessità militarizzate di Euclide, il mondo fu per me un’adunata di profili tondeggianti e irregolari, oblunghe prominenze e rizomatiche felicità. Ma non tutto era commestibile e maneggevole: come in ogni cosmo ordinato, anche quello non mancava di asperità e proibizioni. Nel lato del portico dove teneva gli attrezzi (l’unico a me interdetto, per via delle lame), il nonno mi conduceva con circospezione e m’indicava i vari utensili appesi con un chiodo alla parete; lì apprendevo che anche tra le cose fabbricate dall’uomo c’è maschio e femmina: – Ghe la folcia e ‘l fulciun, ghe la sapa, ‘l sapun e ‘l sapin
La zappa, dalla lama a forma di cuore, che abbranca la zolla morbida dolcemente, il piccone per rompere la zolla dura e lo zappino per smuovere chirurgicamente la malapianta. Così la falce, leggera e affilatissima, buona per gli steli, e la roncola per recidere l’arbusto solido alla base. Quale migliore iniziazione alla psicologia dei sessi, alla meravigliosa complementarietà ch’è l’armonia stessa del cosmo?
(continua…)

DIO NON SCRIVE ROMANZI di Ernesto Sabato

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chagall
Marc Chagall: la Promenade, 1917.

«Ciò che è specifico dell’essere umano non è lo spirito ma quella lacerata regione intermedia chiamata anima, regione in cui accade tutto ciò che di grave e di importante appartiene all’esistenza: l’amore e l’odio, il mito e la finzione, la speranza e il sogno; nulla di tutto questo è puro spirito, quanto piuttosto un violento miscuglio di idee e sangue. Ansiosamente duale, l’anima soffre tra la carne e lo spirito, dominata dalle passioni del corpo mortale, ma aspirando all’eternità dello spirito. L’arte (cioè la poesia) sorge da questo confuso territorio e a causa della sua stessa confusione: Dio non scrive romanzi.»
(citato in un bell’articolo dedicato allo scrittore argentino da Massimo Rizzante che potete leggere su Nazione Indiana)

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