
Che differenza c’è tra un archetipo ispiratore di bei pensieri, grandi imprese, nobili costumi e i modelli stereotipati da cui oggi siamo sommersi? Che differenza c’è tra Afrodite e Mariliyn Monroe, tra Eracle e Rambo, tra la bella Elena e Angelina Jolie?
Forse è che i primi, quelli di un tempo, si contemplavano senza nemmeno sognare di possederli. Erano lì per essere belli. E a guardarli si beveva un po’ della loro luce, diventando noi stessi più luminosi. Di loro non ci si poteva appropriare in alcun modo. Non erano in vendita e non si compravano. Non si poteva nemmeno pensare di assurgere al loro livello. Sappiamo bene cosa accadeva a quegli umani che pensavano di poterli sfidare: colei che sfidò nella tessitura Atena finì tramutata in ragno, chi pretese di gareggiare in canto finì a gracchiare sotto forma di gazza, condannata per sempre a ripetere quel che dicevano gli altri (un brutto modo davvero di fare poesia).
Oggi è diverso. I simboli della bellezza, della gloria e del successo ci invitano a tentare la scalata che porta su fino a loro. Non all’Olimpo, ma al ventesimo piano di un grattacielo elegante, magari dentro un lussuoso superattico. E se non abbiamo voglia di tentare la scalata? Ecco i modelli di cui abbiamo disdegnato le attenzioni gettarsi al nostro inseguimento, entrarci in casa, tenderci agguati, colpirci perfino alle spalle.
Quel che disturba è la presenza ossessiva, martellante dell’archetipo-stereotipo a pranzo cena colazione: sempre lì, sullo schermo televisivo, sulla pagina patinata (Vogue o Famiglia Cristiana, non fa più differenza) a ricordarci com’è fatto un uomo in forma, com’è una tavola imbandita, una famiglia felice, una casa accogliente, un bambino dotato, un adolescente spensieriato…
Una presenza più che ossessiva, persecutoria. Forse perché è in via di estinzione quel sentimento che riconosce e ammette come inevitabile la distanza tra il dover essere (l’archetipo) e l’essere, tra l’infinito e il finito, tra l’umano e il divino: sto parlando dell’umiltà, virtù somma oggi così poco considerata. Ma senza umiltà non c’è ironia, la sola a salvarci dall’angoscia in cui ci getta la consapevolezza della nostra imperfezione, del limite che “strozza” la nostra esistenza impedendole di essere temporaneamente il tutto.
Continua a leggere su La fata centenaria