
Un libro indispensabile per comprendere non le complessità del cosmo e le rivoluzioni del sapere scientifico, ma l’abisso del cuore umano e la segreta guerra di religioni che dilania da secoli l’anima dell’uomo occidentale. Il mito dell’Eros, la passione inarrestabile che si conclude coll’annullamento di sè, esaltato dal romanzo di Tristano e più meschinamente dal dongiovannismo pre e post romantico, l’intossicazione della cultura contemporanea in un erotismo di bassa lega che sta dissolvendo il matrimonio e mina alla base l’esistenza stessa della comunità, vengono esplorati da un’analisi memorabile, che attraversa letteratura, psicologia e spiritualità e li smaschera nella loro origine e nella loro segreta natura. Dedicato a tutti quelli che credono di poter mantenere il proprio spirito al livello della rivelazione cristiana ma continuano a flirtare con i cascami del suo contrario, passaporto essenziale per salotti letterari e riviste alla moda.
Il testo che segue è tratto dall’edizione italiana (Rizzoli)
Amore e morte: Tristano e il mito dell’adulterio
Esiste un grande mito europeo dell’adulterio: il romanzo di Tristano e Isotta. Attraverso l’estremo disordine dei nostri costumi, nella confusione delle morali e degli immoralismi che su di esso vivono, nei momenti piu puri di un dramma, capita di veder trasparire come nella filigrana di un foglio questa forma mistica. Come una grande, semplice immagine, come una specie di tipo primitivo dei nostri tormenti piu complessi. (…)
Non si crede ormai piu che mito sia sinonimo d’irrealtà o d’illusione. Troppi miti manifestano una eccessiva incontestabile potenza su di noi. Ma l’abuso che si è fatto del termine obbliga a riproporne una definizione.
Si potrebbe dire, in modo generico, che un mito è una storia, una favola simbolica, semplice e toccante, che riassume un numero infinito di situazioni piu o meno analoghe. Il mito permette di afferrare con un colpo d’occhio certi tipi di relazioni costanti, e di estrarli dalla farragine delle apparenze quotidiane. (…)
Ma il carattere piu profondo del mito è il potere che esso acquista su di noi, generalmente a nostra insaputa. Una storia, un avvenimento, perfino un personaggio, diiventano miti, precisamente per questo dominio ch’essi esercitano su noi quasi nostro malgrado. Una opera d’arte, come tale, non possiede, a dirla propriamente, un potere di costrizione sul pubblico. Per bella e potente che sia si può sempre criticarla, o gustarla per ragioni individuali. Altrettanto non avviene per il mito; il suo enunciato disarma ogni critica, riduce al silenzio la ragione, o quanto meno la rende inefficace.
Ora io mi propongo di considerare Tristano non già come opera letteraria, ma come tipo delle relazioni dell’uomo e della donna in un dato gruppo storico: l’elite della società, la società cortese e penetrata di cavalleria del decimo secondo e decimo terzo secolo. Questo gruppo, è vero, è scomparso da gran tempo. Tuttavia le sue leggi, in modo segreto e diffuso, sono ancora le nostre. Profanate e rinnegate dai nostri codici ufficiali, esse son divenute tanto piu costrittive in quanto non han ormai potere che sui nostri sogni.
Non pochi aspetti della leggenda di Tristano sono carattteristici del mito. E anzitutto il fatto che l’autore – suppponendo che sia stato uno e uno solo – ci è totalmente sconosciuto. Le cinque versioni «originali» che ci rimangono sono rimaneggiamenti artistici d’un archetipo di cui non s’è potuto trovare la minima traccia! (…)
Infine, la stessa natura dell’ oscurità che scopriremo nella leggenda, dinota la sua profonda parentela col mito. L’oscurità del mito in generale non risiede nella sua forma espressiva: si fonda da una parte sul mistero della sua origine, e dall’altra sull’importanza vitale dei fatti che il mito simboleggia. Se questi fatti non fossero oscuri, o se non ci fosse qualche interesse a oscurarne l’origine e la portata per sottrarli alla critica, non vi sarebbe bisogno di mito. Ci si potrebbe accontentare d’una legge, d’un trattato di morale, o anche d’una storiella che assolvesse il compito di riassunto mnemotecnico. Niente mito fin tanto che sia lecito attenersi all’evidenza e esprimerla in una guisa manifesta o diretta. Per contro, il mito compare allorché sarebbe pericoloso o impossibile confessare chiaramente una certa categoria di fatti sociali o religiosi, o di rapporti affettivi, che tuttavia si ha caro conservare, o che distruggere è impossibile. Non abbiam piu bisogno di miti, ad esempio, per esprimere le verità della scienza: difatti le consideriamo in modo perfettamente «profano», e pertanto esse han tutto da guadagnare dalla critica individuale. Ma abbiamo bisogno di un mito per esprimere il fatto oscuro e inconfessabile che la passione è legata alla morte, e ch’essa porta con sé la distruzione per coloro che vi si abbandonano con tutte le forze. La verità è che noi vogliamo salvare questa passione, e che amiamo teneramente questa sventura ad onta che le nostre morali ufficiali e la nostra ragione le condannino.
(…) Confesserò ch’io stesso ho provato dispetto a veder che uno dei commentatori della leggenda di Tristano la defiiniva «un’epopea dell’adulterio ». La formula è senza dubbio esatta, se ci si limita a considerare aridamente il soggetto del romanzo. Nondimeno ci appare irritante e «prosaicamente» restrittiva. È lecito sostenere che la colpa morale è il vero soggetto della leggenda? Il Tristano di Wagner, per esempio, non sarebbe altro che un meloodramma dell’adulterio? E l’adulterio, poi, è tutto qui? Una parolaccia? La rottura d’un contratto? Ma spesso è ben di più: un’atmosfera tragica e appassionata, al di là del bene e del male, un bel dramma o un dramma terribile. Insomma: è un dramma, un romanzo. E romantiicismo viene da romanzo … (…)
Il problema si allarga stupendamente, e il mio caso va peggiorando in proporzione. Dirò le mie ragioni di perseverare, e si giudicherà se siano diaboliche.
La prima è che noi siamo pervenuti a un punto di disordine sociale in cui l’immoralismo si rivela più estenuante che le antiche morali. Il culto dell’amore-passione si è talmente democratizzato da perdere le sue virtù estetiche e il suo valore di tragedia spirituale.
Rimane una confusa e diffusa sofferenza, qualcosa di impuro e di triste, onde mi sembra che non ci si perderà nulla a profanare cause falsamente sacre: questa letteratura della passione, questa pubblicità che le vien fatta, questa « voga» di timbro commerciale di quello che fu un segreto religioso … Tutto ciò bisogna attaccarlo, fosse pure per salvare il mito dagli abusi della sua estrema volgarizzazione. E tanto peggio per il sacrilegio. La poesia ha altre risorse.
La mia seconda ragione non è quella d’un difensore della bellezza, anche se maledetta, ma quella d’un uomo che ha il gusto di vederci chiaro, di prender coscienza della propria vita e della vita dei suoi contemporanei.
M’appiglio al mito di Tristano, perché esso permette di individuare una ragione semplice della nostra presente confusione, permettendoci di formulare certe relazioni permanenti sommerse sotto le volgarità minuziose dei nostri psicologi. Perché inoltre esso pone a nudo un fondamentale dilemma che la nostra esistenza frettolosa, e la torpidità delle nostre morali e della nostra cultura sonnnecchianti son sul punto di farci dimenticare in tutta la sua severa realtà.
Innalzare il mito della passione nella sua violenza primitiva e sacra, nella sua purezza monumentale, come un’ironia salutare sulle nostre compiacenze tortuose e sulla nostra impotenza a scegliere coraggiosamente fra la Norma del Giorno e la Passione della Notte; innalzare questa figura della Morte degli Amanti che esalta l’angoscioso e vampirico crescendo del secondo atto di Wagner: il primo obbiettivo della presente opera è questo; e il successo cui ambisce è quello di condurre un lettore sulle soglie della scelta: «Questo ho voluto!» oppure: «Dio me ne guardi! ».
Non posso dirmi sicuro che una chiara consapevolezza sia per se stessa e in ogni caso un vantaggio. Né che le verità utili siano confessabili a bruciapelo. Ma qualunque sia «l’utilità» della mia intrapresa, il compito di noi Occidentali altro non è se non quello di renderci sempre piu coscienti delle illusioni sulle quali viviamo. E può darsi che la funzione del filosofo, del moralista, del creatore di forme ideali, sia semplicemente quella di accrescere la coscienza – la cattiva coscienza – degli uomini…
(continua…)