Doctor Blue and Sister Robinia

Aprile 30, 2009

INDIZI D’ESISTENZA(4) IL FUOCO INTERIORE di V. Binaghi

fuoco

Finora abbiamo seguito le origini della coscienza di sè negli indizi che il corpo proietta nella materia, ma non va dimenticato che ognuna di queste percezioni primordiali è accompagnata e preceduta da un sentire fondamentale che, proprio per la sua assoluta auto-referenzialità, non si lascia anticipare da alcun segno esteriore.
Calore, benessere ed entusiasmo ed i loro contrari fisici ed umorali non sono che diverse epifanie della medesima vitalità. Prima che una speculazione già ipotecata dai dualismi della morale e della teologia facesse del fulcro della vita qualcosa di altro dalla sua manifestazione visibile come l’anima dal corpo, è l’immagine primordiale della fiamma a riassumerne la multiformità e le contraddizioni. Un’immagine tanto efficace da risultare inestinguibile, se ancora all’epoca degli idealismi più sofisticati è ancora capace di suggestionare un filosofo come Herder: “Quella che nella creazione chiamiamo Vita è, in tutte le forme e in tutti gli esseri, un solo e un unico spirito, un’unica fiamma”.
Che si tratti di un’identificazione assolutamente primaria lo attesta anche l’indiscusso maestro dell’immaginazione elementare, Gaston Bachelard:

“Tutto ciò che cambia rapidamente si spiega attraverso il fuoco. Il fuoco è l’ultravivente. Il fuoco è intimo e universale. Vive nel nostro cuore. Vive nel cielo. Giunge dagli abissi della sostanza e si offre come un amore. Ridiscende nella materia e si nasconde, latente, sopito come l’odio e la vendetta. Tra tutti i fenomeni è veramente il solo che possa ricevere in modo così chiaro i due valori contrari: il bene ed il male. Splende in paradiso. Brucia all’inferno. È dolcezza e tortura. È cucina ed apocalisse”.
(Gaston Bachelard, La psicoanalisi del fuoco, Dedalo)

Così abbiamo tante diverse febbri quante sono le possibili “infiammazioni” dell’anima: ricordiamo innanzitutto il calore magico sviluppato dai guerrieri della saga come l’irlandese Cuchulainn, l’ira funesta di Achille e l’esagitata vendetta di Aiace, fino alla furia delirante di Orlando. Questa fiamma che arde inconsulta bramando incendio e distruzione s’impossessa del suo portatore con la violenza del fulmine celeste che incendia la quercia, discutibile dono degli Dei antichi per un destino d’eroismo singolare il cui epilogo è però quasi sempre solitaria follia o morte precoce.
Oltre ad essa, però, ve n’è un’altra, più tenue, che nasce dal lento e paziente sfregamento dei legnetti o delle pietre: come non vedere in questa tecnica rudimentale la più trasparente mimesi della sessualità?
(continua…)

Aprile 29, 2009

INDIZI D’ESISTENZA(3) L’IMPRONTA di Valter Binaghi

impronte

Se l’ombra è mutevole e il riflesso svanisce allontanandone l’oggetto, l’impronta è ciò che permane, e permanendo svela la consistenza dell’essere e dello sforzo che la produsse. I voli della fantasia infantile e il romanticismo dell’adolescenza si nutrono delle prime ma, troppo spesso, anche le speculazioni dei filosofi nascono segretamente da lì: lo dimostra il carattere irrimediabilmente dualistico che le affligge. Solo la vita adulta, che rallenta il passo e volge il capo al sentiero trascorso, diventa accessibile all’insegnamento profondo della traccia. Le arti che da questa libera docenza scaturiscono (scultura, architettura), recano in sè non solo l’ambizione della durata, ma quella culturalmente fondante della memoria e dell’abitabilità.
Anche nei termini della conoscenza di sè, l’umile impronta ha più da dire di quanto non faccia il caleidoscopio delle forme evanescenti (sogni o pensieri, illudono ugualmente sulla libertà di ridefinirsi in continuazione, senza pagare pegno, e soprattutto sull’onnipotenza dell’intenzione che non si misura col risultato).
Ancora: solo se la mistica dell’agire si sostituisce a quella del pensiero e del possesso, possiamo ritrovare la conciliazione tra volontà e ostacolo che la gnosi antica o modernamente esistenzialista invoca a riprova della propria metafisica da incubo.

La realtà materiale ci istruisce. A furia di manipolare materie differenti e ben caratterizzate, possiamo conquistare tipi individualizzati di flessibilità e di resistenza. Non solo diventiamo abili nella modellazione delle forme, ma anche materialmente capaci di agire attenendoci al punto di equilibrio tra la nostra forza e la resistenza della materia. Materia e Mano devono essere unite per costituire il nodo stesso del dualismo energetico, dualismo attivo che ha una tonalità del tutto diversa dal dualismo classico di oggetto e soggetto, entrambi indeboliti dalla contemplazione, l’uno nella sua inerzia, l’altro nella sua inattività. La mano che lavora, infatti, pone il soggetto in un nuovo ordine, nell’affioramento della sua esistenza dinamizzata.
(Gaston Bachelard, La terra e le forze, RED Edizioni)
(continua…)

Aprile 28, 2009

INDIZI D’ESISTENZA(2) L’IMMAGINE RIFLESSA di V. Binaghi

caravaggio - narciso alla fonte

Caravaggio – Narciso alla fonte

Fra i più ancestrali ricordi d’infanzia ce n’è uno che mi ha perseguitato per molto tempo, come un enigma irrisolto. Sono in casa dei nonni, potrei avere tre anni o al massimo quattro, gironzolo per le stanze finchè capito nella camera da letto, dove mi piace aprire l’armadio e contemplare i bei colori delle cravatte del nonno. Poi, voltandomi, mi guardo nella specchiera, quella incorniciata in ferro battuto che come tutto l’arredo delle camere di un tempo ha qualcosa di monumentale. Lì resto, osservando il bambino che osserva, e e ammicco, e mi muovo per farlo muovere. La nonna, passando indaffarata, si affaccia sulla porta aperta e scuote la testa: – Non guardare troppo nello specchio – mi dice: – una volta un bambino ha visto il diavolo –
Ovviamente la cosa mi terrorizzò. Interrogata, la nonna non seppe dirmi altro. A molti anni di distanza, e solo dopo aver conosciuto intimamente la natura di quel demone, potrei tentare un’interpretazione di quell’ammonimento sibillino.

Se l’ombra induce al confronto e all’inseguimento, insinuando nella coscienza la percezione della differenza tra ciò che è e ciò che appare e dell’impossibilità di governare il mutamento, niente come l’immagine riflessa illude circa il pieno possesso di sè.
Il volto riflesso conserva la luce dello spirito e a differenza di ogni altra forma vivente esso appare pienamente disponibile allo sguardo: se in molte favole l’eroe specchiandosi alla fonte subisce l’improvvisa rivelazione delle proprie deformità, in altrettante (e una sopra tutte), il soggetto resta incantato dalla propria bellezza, incapace di volgersi altrove. Intrappolato in una relazione ideale, quella che fa di un’immagine docile l’oggetto esclusivo delle proprie attenzioni, Narciso soccombe al suo destino.
Dalle ceneri del mito, senza condividerne gli esiti letali ma restando pur sempre esposti a quel rischio, l’artista e l’uomo di scienza abbandonano le cure di questo mondo e la pienezza dell’amore personale, almeno fin tanto che si dedicano ad elaborare l’oggetto della propria speculazione. Immagine o teoria (dal verbo greco theorein, vedere), sono pur sempre derivati di un volto che originariamente sedusse con la luce dello sguardo, e convinse il contemplante che la materia di questo mondo può essere risvegliata dall’ottusa resistenza dell’inorganico alla rap-presentazione della vita. Il sogno della creazione, ma anche quello della conoscenza esaustiva e del totale controllo dell’ente passano dunque di qui. Specchiandosi, il Dio che sonnecchia in noi vede il mondo.
(continua…)

Aprile 27, 2009

INDIZI D’ESISTENZA(1) L’OMBRA di Valter Binaghi

ombra

All’origine della consapevolezza di sè, vi sono fenomeni elementari, che ci consentono di tracciare l’orizzonte spontaneo, pre-culturale, della soggettività.
Prima che le tecnologie dell’agire prolungassero i nostri organi fino a darci l’illusione del volo e dell’ubiquità, prima che le tecnologie dell’apparenza tappezzassero il mondo delle nostre rifrazioni, trasformandolo in una sorta di sala degli specchi, noi umani abbiamo vagato in una natura volta a volta ospitale e crudele, assaggiando, tastando e annusando per valutare ciò che è vivo. A quel tempo la realtà del nostro stesso essere dev’essersi manifestata, oltre che nel sentimento fondamentale che ci costituisce, nella proiezione primordiale della corporeità in un mezzo recettivo ed elastico, in una superficie rifrangente, o in una materia plasmabile, tale che ai nostri sensi ne ritorni una forma. E allora ecco l’ombra e l’immagine riflessa nell’acqua. L’impronta. La voce e l’eco.
Rivelazioni originarie in cui il sè, manifestandosi, si occulta, proprio mentre dà origine alla consapevolezza riflessa dell’io. Fenomeni ancestrali, destinati a restare come fondamenta di ogni futura rappresentazione che il soggetto si farà di sè stesso.

Com’è strano, com’è divinamente comico scoprire a cinquant’anni suonati che tutto lo studio, la discriminazione, le laboriose autoanalisi e gli strazianti auto da fè, i dialoghi interiori e gli alibi ostentati, tutto questo che noi chiamiamo conoscenza di noi stessi è ancora tanto simile alla commovente stupidità del bambino che voltandosi di scatto vorrebbe afferrare la propria ombra!
L’ombra: ciò che di me appare, non colui che sono. Ciò che mutevolmente riflette i miei atti, e mi allontana dalla loro sorgente.
L’ombra si allunga e si accorcia, e questo accrescersi e sminuirsi dipende dalla posizione del sole, ma anche quello che chiamiamo autostima subisce le medesime modificazioni, quando il sole dell’entusiasmo sorge e cala, facendoci apprezzare o svalutare la medesima parvenza d’azione, innalzandoci vanamente ora all’orgoglio ora sprofondandoci nel disprezzo di noi stessi.
L’ombra sparisce quando il sole è allo zenit: nell’antica Cina questa è la posizione dell’uomo regale, in perfetta armonia con il cosmo di cui è il centro – non sarà proprio perchè non ha più un’ombra da inseguire e migliorare che è perfettamente centrato in sè stesso? Sempre la saggezza del popolo di Confucio e Lao Tse ha fatto del teatro di ombre un gioco raffinato: certo, le ombre mancano di colore e profondità, ma non sarà che queste forme ridotte a sagome permettono meglio di altre di meditare sulla vanità delle parvenze?
(continua…)

Aprile 26, 2009

POESIA IMMORTALE E UMANO SENTIRE di Roberta Borsani

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 12:11 pm
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rosa profumata

Dalla poesia viene un piacere che, si dice, oggi in pochi sanno apprezzare. Un piacere elitario, per spiriti eletti. Il che equivale a dire, secondo alcuni pessimisti, per quattro gatti. Quattro gatti disadattati e introversi.
Sembra così, a guardarsi in giro. Eppure, qualcosa in questo modo di vedere le cose non mi convince.
La poesia ha nutrito nei secoli l’anima dei popoli, dei ricchi e dei poveri, delle persone colte, istruite, e degli analfabeti, dei sapienti e degli sciocchi. Sì, anche degli sciocchi.
Com’è che ora non è più così? che cosa è cambiato? Il cuore degli uomini ha chiuso porte e finestre alle gioie dell’ascolto e della poesia?

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Aprile 25, 2009

DYLANIATI(3) LA SUA POESIA

Archiviato in: Poesia, canzoni — vbinaghi @ 1:21 am
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Innanzitutto una segnalazione doverosa: Maggie’s Farm è un sito imperdibile per tutti i dylaniati. Vi troverete tutti i testi del nostro con relative traduzioni italiane, ma anche molto altro. Da qui ho preso questa piccola scelta.

Bob dylan

Like a rolling stone

Una volta vestivi così bene
gettavi una moneta ai mendicanti nel fiore dei tuoi anni
non è vero?
La gente ti avvisava “attenta ragazza!”
sei destinata a cadere
tu pensavi che stessero tutti scherzando
eri solita ridere
di tutti quelli che tentavano di rimanere a galla
ora non parli così forte
ora non sembri così superba
nel dover elemosinare
il tuo prossimo pasto

come ci si sente
come ci si sente
senza una casa
come una completa sconosciuta
come una pietra che rotola?

Sei andata alle scuole più prestigiose
tutto ok signorina solitaria
ma sai che ti piaceva solo ubriacarti
nessuno ti ha mai insegnato
come vivere per la strada
ed ora dovrai abituartici
dicevi che non saresti mai scesa a compromessi
con il vagabondo misterioso
ma adesso ti rendi conto
che lui non sta vendendo alcun alibi
mentre tu fissi nel vuoto dei suoi occhi
e dici “ci mettiamo d’accordo?”

come ci si sente
come ci si sente
a contare sulle proprie forze
senza un posto dove andare
una completa sconosciuta
come una pietra che rotola?

Non ti sei mai voltata intorno per vedere lo sguardo aggrottato
dei giocolieri e dei clowns
quando tutti loro facevano trucchi per te
non hai mai capito che non è bello
lasciare che altri ti divertano
eri solita andare sul cavallo cromato
con il tuo diplomatico
che portava sulla sua spalla un gatto siamese
adesso è dura dal momento che ti sei accorta
che in realtà non era come ti diceva
dopo che ti ha portato via tutto quello
che poteva rubarti

come ci si sente
come ci si sente
a contare sulle proprie forze
senza un posto dove andare
come una completa sconosciuta
come una pietra che rotola?

La principessa sul campanile
e tutta la gente carina
sta bevendo e pensando
che ce l’hanno fatta
e si scambiano tutti preziosi regali
ma tu faresti meglio
a prendere il tuo anello di diamanti
faresti meglio ad impegnartelo babe
Eri solita ridere
del Napoleone in stracci
e del linguaggio che egli usava
và da lui ora, ti sta chiamando
non puoi rifiutare
quando non possiedi più nulla
non hai nulla da perdere
sei invisibile ora
non hai segreti da nascondere

come ci si sente
come ci si sente
a contare solo su se stessi
senza un posto dove andare
come una completa sconosciuta
come una pietra che rotola?
(continua…)

Aprile 24, 2009

DYLANIATI(2) LA GODURIA DELLE COVERS

Archiviato in: canzoni — vbinaghi @ 12:49 pm
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Bob Dylan

C’è di tutto e di più. Buon ascolto.

The Byrds – Mr Tambourine man
Jimi Hendrix – All along the watchtower
Rolling Stones – Like a rolling stone
Eric Clapton – Don’t think twice
George Harrison – Absolutely sweet Mary
Neil Young – Just like Tom Thumb’s blues
Bryan Ferry - Make you feel my love
Lou Reed – Foot of pride
Guns and Roses – Knocking on heaven’s door
Pearl Jam – Masters of war
Tracy Chapman – The times they are a-changing
Joni Mitchell – It’s all over now baby blue
Johnny Cash – Wanted man
Calvin Carpenter & Cash – You ain’t goin’ nowhere
Kris Kristofferson – I’ll be your baby tonight
Johnny Cash & June Carter – It ain’t me babe

Aprile 23, 2009

DYLANIATI(1) FINALMENTE IL NUOVO ALBUM

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 4:22 pm
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Dylan

UNA RECENSIONE di Loris Pattuelli

Sta per uscire Together through life di Bob Dylan, un disco molto bello e anche molto diverso da Modern times. Una vita insieme, dice il titolo in copertina; una vita insieme, dice la foto degli innamorati che si baciano sul sedile della macchina; una vita insieme, e le canzoni dell’anno scorso contenevano un po’ di tutto, mentre quelle di quest’anno sembrano fatte quasi di niente.
Hai presente l’orto francescano? Un terzo coltivato a frutti, un terzo coltivato a fiori e un terzo coltivato a malerbe. Ecco cosa mi ricorda questo lavoro. Mi rigiro tra le mani la copertina dell’album, le canzoni sono dieci, tutte bellissime e tutte e dieci che strizzano l’occhio all’amore e a tutte quelle altre meraviglie che gli passano accanto.

Continua a leggere qui

UNA RECENSIONE di Cletus, qui

IL MIO ZODIACO DYLANIANO

Intanto che smanio nell’attesa (di ascoltare l’album, domani spero) ne approfitto per stilare la mia personale classifica delle canzoni del Signor Zimmermann più amate di sempre (tra parentesi il titolo dell’album). Cliccando potete ascoltarle da Youtube.

1) Man in a long black coat (Oh Mercy)
2) Make you feel my love (Time out of mind)
3) Forever Young (Planet Waves)
4) Billy (Pat Garrett and Billy The Kid)
5) Ring them bells (Oh Mercy)
6) Hurricane (Desire)
7) It’s all right ma, I’m only bleeding (Subterranean homesick blues)
8) Sad eyed lady of the lowlands (Blonde on blonde)
9) Knocking on heaven’s door (Pat Garrett and Billy the kid)
10 ) Ballad of a thin man (Highway 61 revisited)
11) Don’ think twice It’s alright (Freeweeling Bob Dylan)
12) Lay lady lay (Nashville Skyline)

Aprile 22, 2009

I LIBRI CHE CI MERITIAMO(7) LA FINE DELL’EPOCA MODERNA di Romano Guardini

pannunzio Gesù prega nell'orto degli Ulivi
Tiziana Pannunzio – Gesù nell’Orto degli Ulivi

Da giorni mi martella in testa questa frase, letta o udita non so più da chi: le solitudini e le coincidenze sono come isole nel mare; basta togliere l’acqua e appare il continente.
Forse questa è un’immagine del Regno dei Cieli, dove “Dio sarà tutto in tutti” e “non vedremo più attraverso specchi ed enigmi”. Ma, per ora, occorre accettare l’incapacità nostra di comprendere e quella altrui di comprenderci, l’ambiguità dell’intenzione, l’inadeguatezza del dire e il facile fraintendimento. Restiamo isole nella corrente, a meno che fossimo illuminati dalla stessa luce interiore, che potrebbe svelare il fondo di verità e d’amore che Dio ha messo in ogni anima; fino ad allora, chi sente che ce n’è motivo, deve avere fede: non solo in Dio, ma anche nell’uomo, contro ogni apparenza. Certo, sono i tempi in cui l’oscurità esteriore si fa sempre più fitta.
Così Guardini: “La solitudine nella fede sarà tremenda. L’amore scomparirà dalla condotta generale (Mt. 24, 12). Non sarà più compreso, e diverrà tanto più prezioso, nel suo passare da un solitario ad un altro solitario: forza del cuore che discende immediatamente dall’amore di Dio, quale si è rivelato in Cristo”.
Di Romano Guardini, antropologo e teologo, figura centrale per la cultura cristiana del nostro tempo e per la mia personale scoperta del cristianesimo, posso dire solo una cosa: leggete tutto ciò che ha scritto, tutto, tutto.
Il testo che segue è tratto dall’edizione italiana (Morcelliana)

L’umanesimo moderno alla resa dei conti

Abbiamo visto che dall’inizio del tempo moderno si viene elaborando una cultura non-cristiana. Per lungo tempo la negazione si è diretta solo contro il contenuto stesso della Rivelazione; non contro i valori etici, individuali o sociali, che si sono sviluppati sotto il suo influsso. Anzi, la cultura moderna ha preteso di riposare precisamente su quei valori. Secondo questo punto di vista, largamente adottato dagli studi storici, valori come ad esempio quelli della personaalit~ e dignità individuale, del rispetto reciproco, dell’aiuto scambievole, sono possibilità innate nelll’uomo, che i tempi moderni hanno scoperto e svilupppato. Certamente la cultura umana dei primi tempi del cristianesimo ha favorito la loro germinazione, mentre nel Medio Evo sono state ulteriormente sviiluppate dalla preoccupazione religiosa per la vita interiore e la carità attiva; ma poi questa autonomia della persona ha preso coscienza di sé ed è divenuta una conquista naturale, indipendente dal cristianesiimo. Questo modo di vedere si esprime in molteplici forme ed in modo particolarmente rappresentativo nei diritti dell’uomo al tempo della Rivoluzione Francese.
In verità questi valori e queste attitudini sono legati alla Rivelazione, la quale si trova in un particolare rapporto riguardo a ciò che è immediatamente umano. Discende dalla libertà della grazia divina, ma attrae l’uomo nella sua economia e ne nasce la struttura cristiana della vita. Così si liberano nell’uomo delle forze che sono per sé «naturali», ma non si svilupperebbero al di fuori di quell’economia. L’uomo diviene consapevole di valori che per sé sono evidenti, ma divengono visibili solo in quell’atmosfera. L’idea che questi valori e questi atteggiamenti appartengano semplicemente alla evoluzione della natura umana, mostra di misconoscere il vero stato di cose; anzi, bisogna avere il coraggio di dirlo apertamente, conduce ad una slealtà che all’osservatore attento appare caratteristica dell’immagine dell’epoca moderna.
(continua…)

Aprile 21, 2009

I LIBRI CHE CI MERITIAMO(6) L’AMORE E L’OCCIDENTE di Denis De Rougemont

tristano e isotta

Un libro indispensabile per comprendere non le complessità del cosmo e le rivoluzioni del sapere scientifico, ma l’abisso del cuore umano e la segreta guerra di religioni che dilania da secoli l’anima dell’uomo occidentale. Il mito dell’Eros, la passione inarrestabile che si conclude coll’annullamento di sè, esaltato dal romanzo di Tristano e più meschinamente dal dongiovannismo pre e post romantico, l’intossicazione della cultura contemporanea in un erotismo di bassa lega che sta dissolvendo il matrimonio e mina alla base l’esistenza stessa della comunità, vengono esplorati da un’analisi memorabile, che attraversa letteratura, psicologia e spiritualità e li smaschera nella loro origine e nella loro segreta natura. Dedicato a tutti quelli che credono di poter mantenere il proprio spirito al livello della rivelazione cristiana ma continuano a flirtare con i cascami del suo contrario, passaporto essenziale per salotti letterari e riviste alla moda.
Il testo che segue è tratto dall’edizione italiana (Rizzoli)

Amore e morte: Tristano e il mito dell’adulterio

Esiste un grande mito europeo dell’adulterio: il romanzo di Tristano e Isotta. Attraverso l’estremo disordine dei nostri costumi, nella confusione delle morali e degli immoralismi che su di esso vivono, nei momenti piu puri di un dramma, capita di veder trasparire come nella filigrana di un foglio questa forma mistica. Come una grande, semplice immagine, come una specie di tipo primitivo dei nostri tormenti piu complessi. (…)
Non si crede ormai piu che mito sia sinonimo d’irrealtà o d’illusione. Troppi miti manifestano una eccessiva incontestabile potenza su di noi. Ma l’abuso che si è fatto del termine obbliga a riproporne una definizione.
Si potrebbe dire, in modo generico, che un mito è una storia, una favola simbolica, semplice e toccante, che riassume un numero infinito di situazioni piu o meno analoghe. Il mito permette di afferrare con un colpo d’occhio certi tipi di relazioni costanti, e di estrarli dalla farragine delle apparenze quotidiane. (…)
Ma il carattere piu profondo del mito è il potere che esso acquista su di noi, generalmente a nostra insaputa. Una storia, un avvenimento, perfino un personaggio, diiventano miti, precisamente per questo dominio ch’essi esercitano su noi quasi nostro malgrado. Una opera d’arte, come tale, non possiede, a dirla propriamente, un potere di costrizione sul pubblico. Per bella e potente che sia si può sempre criticarla, o gustarla per ragioni individuali. Altrettanto non avviene per il mito; il suo enunciato disarma ogni critica, riduce al silenzio la ragione, o quanto meno la rende inefficace.
Ora io mi propongo di considerare Tristano non già come opera letteraria, ma come tipo delle relazioni dell’uomo e della donna in un dato gruppo storico: l’elite della società, la società cortese e penetrata di cavalleria del decimo secondo e decimo terzo secolo. Questo gruppo, è vero, è scomparso da gran tempo. Tuttavia le sue leggi, in modo segreto e diffuso, sono ancora le nostre. Profanate e rinnegate dai nostri codici ufficiali, esse son divenute tanto piu costrittive in quanto non han ormai potere che sui nostri sogni.
Non pochi aspetti della leggenda di Tristano sono carattteristici del mito. E anzitutto il fatto che l’autore – suppponendo che sia stato uno e uno solo – ci è totalmente sconosciuto. Le cinque versioni «originali» che ci rimangono sono rimaneggiamenti artistici d’un archetipo di cui non s’è potuto trovare la minima traccia! (…)
Infine, la stessa natura dell’ oscurità che scopriremo nella leggenda, dinota la sua profonda parentela col mito. L’oscurità del mito in generale non risiede nella sua forma espressiva: si fonda da una parte sul mistero della sua origine, e dall’altra sull’importanza vitale dei fatti che il mito simboleggia. Se questi fatti non fossero oscuri, o se non ci fosse qualche interesse a oscurarne l’origine e la portata per sottrarli alla critica, non vi sarebbe bisogno di mito. Ci si potrebbe accontentare d’una legge, d’un trattato di morale, o anche d’una storiella che assolvesse il compito di riassunto mnemotecnico. Niente mito fin tanto che sia lecito attenersi all’evidenza e esprimerla in una guisa manifesta o diretta. Per contro, il mito compare allorché sarebbe pericoloso o impossibile confessare chiaramente una certa categoria di fatti sociali o religiosi, o di rapporti affettivi, che tuttavia si ha caro conservare, o che distruggere è impossibile. Non abbiam piu bisogno di miti, ad esempio, per esprimere le verità della scienza: difatti le consideriamo in modo perfettamente «profano», e pertanto esse han tutto da guadagnare dalla critica individuale. Ma abbiamo bisogno di un mito per esprimere il fatto oscuro e inconfessabile che la passione è legata alla morte, e ch’essa porta con sé la distruzione per coloro che vi si abbandonano con tutte le forze. La verità è che noi vogliamo salvare questa passione, e che amiamo teneramente questa sventura ad onta che le nostre morali ufficiali e la nostra ragione le condannino.
(…) Confesserò ch’io stesso ho provato dispetto a veder che uno dei commentatori della leggenda di Tristano la defiiniva «un’epopea dell’adulterio ». La formula è senza dubbio esatta, se ci si limita a considerare aridamente il soggetto del romanzo. Nondimeno ci appare irritante e «prosaicamente» restrittiva. È lecito sostenere che la colpa morale è il vero soggetto della leggenda? Il Tristano di Wagner, per esempio, non sarebbe altro che un meloodramma dell’adulterio? E l’adulterio, poi, è tutto qui? Una parolaccia? La rottura d’un contratto? Ma spesso è ben di più: un’atmosfera tragica e appassionata, al di là del bene e del male, un bel dramma o un dramma terribile. Insomma: è un dramma, un romanzo. E romantiicismo viene da romanzo … (…)
Il problema si allarga stupendamente, e il mio caso va peggiorando in proporzione. Dirò le mie ragioni di perseverare, e si giudicherà se siano diaboliche.
La prima è che noi siamo pervenuti a un punto di disordine sociale in cui l’immoralismo si rivela più estenuante che le antiche morali. Il culto dell’amore-passione si è talmente democratizzato da perdere le sue virtù estetiche e il suo valore di tragedia spirituale.
Rimane una confusa e diffusa sofferenza, qualcosa di impuro e di triste, onde mi sembra che non ci si perderà nulla a profanare cause falsamente sacre: questa letteratura della passione, questa pubblicità che le vien fatta, questa « voga» di timbro commerciale di quello che fu un segreto religioso … Tutto ciò bisogna attaccarlo, fosse pure per salvare il mito dagli abusi della sua estrema volgarizzazione. E tanto peggio per il sacrilegio. La poesia ha altre risorse.
La mia seconda ragione non è quella d’un difensore della bellezza, anche se maledetta, ma quella d’un uomo che ha il gusto di vederci chiaro, di prender coscienza della propria vita e della vita dei suoi contemporanei.
M’appiglio al mito di Tristano, perché esso permette di individuare una ragione semplice della nostra presente confusione, permettendoci di formulare certe relazioni permanenti sommerse sotto le volgarità minuziose dei nostri psicologi. Perché inoltre esso pone a nudo un fondamentale dilemma che la nostra esistenza frettolosa, e la torpidità delle nostre morali e della nostra cultura sonnnecchianti son sul punto di farci dimenticare in tutta la sua severa realtà.
Innalzare il mito della passione nella sua violenza primitiva e sacra, nella sua purezza monumentale, come un’ironia salutare sulle nostre compiacenze tortuose e sulla nostra impotenza a scegliere coraggiosamente fra la Norma del Giorno e la Passione della Notte; innalzare questa figura della Morte degli Amanti che esalta l’angoscioso e vampirico crescendo del secondo atto di Wagner: il primo obbiettivo della presente opera è questo; e il successo cui ambisce è quello di condurre un lettore sulle soglie della scelta: «Questo ho voluto!» oppure: «Dio me ne guardi! ».
Non posso dirmi sicuro che una chiara consapevolezza sia per se stessa e in ogni caso un vantaggio. Né che le verità utili siano confessabili a bruciapelo. Ma qualunque sia «l’utilità» della mia intrapresa, il compito di noi Occidentali altro non è se non quello di renderci sempre piu coscienti delle illusioni sulle quali viviamo. E può darsi che la funzione del filosofo, del moralista, del creatore di forme ideali, sia semplicemente quella di accrescere la coscienza – la cattiva coscienza – degli uomini…
(continua…)

Aprile 20, 2009

I LIBRI CHE CI MERITIAMO(5) GLI IMPERDONABILI di Cristina Campo

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 8:56 pm
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Quelli che si amano sono soli al mondo. Pudori, discrezione, negoziazioni che in società sono una forma elementare di sopravvivenza, tra chi si ama nell’unico modo che la pienezza di questa parola contempla (per sempre e senza condizioni) rappresentano la riserva che ostacola il dono totale di sè, quando non addirittura un veleno che prima o poi risulta mortale.
A Cristina Campo, scrittrice d’intensa spiritualità e personaggio più unico che raro nel panorama della cultura italiana contemporanea, è dedicato questo sito, che presenta ricca documentazione e approfondimenti sui suoi multiformi interessi

klimt il bacio

Amare senza discrezione
(da: Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi)

Quale lungo tirocinio per denudare sino al nocciolo, velo dopo velo, pelle dopo pelle, un rapporto. Come lungamente si crede al tatto, alla discrezione, al riserbo, veli delicati – ed è giusto così, finché non si percepiscono appunto come veli: soavi insidie, pericoli impalpabili per la pupilla limpida dell’amore.
Giobbe, il migliore amico di Dio, non ebbe rispettto alcuno per lui, né riserbo né discrezione. Gli gridava tutto di se stesso né accettava risposta che da lui: Voca me et ego respondebo tibi, aut certe loquar et tu responde mihi.
Fosse ciascun amante assorto solo nel proprio amore, dolcemente incurante dei sentimenti dell’altro e insieme, proprio per questo, dimentico di sé, immerso come un pesce gioioso nella realtà dell’altro. Nessun amore avrebbe fine mai. «Che io non voglia mai chiederti amore» dovrebb’essere il voto reciproco degli amanti, la formula sacramentale delle nozze. (…)
Ogni amore è un cammino sulle acque di Genezaret: un dubbio, un timore, uno sguardo in basso e si affonda. Gli occhi dovrebbero sempre restare alti, fissi al dio tranquillo che ci tende la mano.
La mediocrità, la paura, la soggezione al mondo.
Tutto questo mi appare oggi come uno specchio doppio che il principe del mondo fa scivolare come un diaframma tra le radici e le cime dell’anima: affinché a queste non sia più dato specchiarsi in quelle né ad entrambe nutrirsi le une delle altre, felicemente, come il cielo e la terra.
Non solo questo specchio tenta di separare le due parti dell’anima ma di isolarle entrambe in ostinata contemplazione di sé: le radici delle radici, le cime delle cime. Nascono così i linguaggi a sezioni stagne; da un lato: «la vita è un’altra cosa, serbare un sano senso delle proporzioni, non facciamo letteratura », dall’altro: «la sublime missione, il sacro nome» ecc. La retorica delle radici è instaurata e quella delle cime e la pietrificazione, a un tempo, dell’idea come della vita.
Forse la volontà ci fu data soltanto per distruggere quello specchio (che bene spesso la gente chiama proprio volontà).

Aprile 19, 2009

I LIBRI CHE CI MERITIAMO(4) LA FIAMMA DI UNA CANDELA di Gaston Bachelard

candela accesa

Il sentiero della visione, è innanzitutto una scuola di solitudine. Il lettore avrà capito che questi “libri che ci meritiamo” non pretendono di essere un florilegio della letteratura universale, ma le tappe del mio cammino personale su questo impervio sentiero. Di Bachelard potrei citare tutti i libri che ha dedicato all’immaginario, dalla quadrilogia degli elementi alle “poetiche” della reverie e dello spazio. Libri straordinari, che aprono come pochi allo sguardo interiore. Cito questo, l’ultimo che ha scritto, il più intensamente poetico, la parola che stilla sempre più lentamente dal vecchio filosofo, in attesa del silenzio che la sottrarrà a questo mondo.

La fiamma della vita, la candela del solitario
(Da: G. Bachelard, La fiamma di una candela, trad. di Marina Beer, Editori Riuniti)

Un tempo – tempo dimenticato dai sogni stessi -la fiamma faceva pensare i sapienti: al filosofo solitario regalava mille sogni. Sul tavolo del filosofo, accanto agli oggetti prigionieri della loro forma, accanto ai libri che istruiscono lentamente, la fiamma della candela richiamava pensieri senza misura, evocava immagini senza limite. La fiamma diventava allora per un sognatore di mondi un fenomeno del mondo. Stavamo studiando in grossi libri il sistema del mondo, ed ecco che una semplice fiamma – ironia del sapere! – viene direttamente a proporci il suo enigma. Dentro una fiamma non vive forse il mondo? E la fiamma non ha anch’essa una vita? Non è forse il segno visibile di una creatura intima, il segno di una potenza segreta? Non contiene forse tutte le contraddizioni interne che dànno ad una metafisica elementare il suo dinamismo? Perché cercare dialettiche di idee quando abbiamo, proprio alla radice di un fenomeno semplicisssimo, dialettiche di fatti, dialettiche di esseri? La fiamma è un essere senza massa, eppure è un essere forte.
Se, accoppiando le immagini che uniscono la vita e la fiamma, volessimo scrivere contemporaneamente una «psicologia» delle fiamme e una «fisica» dei fuochi della vita, che campo sterminato di metafore dovremmo esaminare! Metafore? In quell’età di sapere remoto in cui la fiamma faceva pensare i sapienti, le metafore erano pensieri.
Ma se il sapere dei vecchi libri è morto, l’interesse di réverie rimane. Cercheremo in questo libriccino di tradurre in réverie primaria tutti i nostri documenti, ci provengano essi dai filosofi o dai poeti. Tutto ci appartiene, tutto ci riguarda quando nei nostri sogni o nella comunicazione dei sogni degli altri ritroviamo le radici della semplicità. Davanti ad una fiamma, noi comunichiamo moralmente con il mondo. Persino in una veglia semplice e qualsiasi la fiamma della candela è il modello di una vita tranquilla e delicata. Certo, il minimo soffio la scompone, esattamente come un pensiero estraneo nella meditazione di un filosofo in meditazione. Ma quando giunge davvero il regno della vera solitudine, quando davvero suona l’ora della tranquillità, allora regna la stessa pace nel cuore del sognatore e nel cuore della fiamma, allora la fiamma conserva la sua forma e corre diritta come un pensiero sicuro verso il suo destino di verticalità.
Così, al tempo in cui si sognava pensando, si pensava sognanndo, la fiamma della candela poteva essere un manometro sensibile della tranquillità dell’anima, una misura della calma fine, di una calma che scende fin dentro ai dettagli della vita – di una calma che dona la grazia della continuità alla durata che accompagna una reverie tranquilla.
Volete essere calmi? Respirate piano davanti alla fiamma legggera che, posatamente, fa il suo lavoro di luce. (…)

Jean Cassau sognava sempre di abbordare il grande poeta Milosz con questa domanda degna di un principe regnante: «Come sta la Vostra Solitudine? ».
Questa domanda ha mille risposte. In quale centro dell’anima, in quale angolo del cuore, in quale meandro dello spirito un grande solitario è solo, davvero solo?
(continua…)

Aprile 18, 2009

I LIBRI CHE CI MERITIAMO(3) AL MURO DEL TEMPO di Ernst Junger

magritte

La solitudine essenziale che salva il mondo
(Da: Ernst Junger, Al muro del tempo, Adelphi)

La moderna sensazione da fine dei tempi ha (…) tratti unidimensionali; viene associata a un agire umano che non conosce collaborazione e antagonismo alcuno. Per questo motivo la terapia è inefficace, anche quando viene chiamato in causa il fattore morale. Un moralismo privo di un punto d’Archimede, cioè di un’istanza trascendentale, può solo girare su se stesso: sul piano umano e “troppo umano”. Oggi si sentono persino filosofi dire: “Se questo o quello non ci fossero, tutto sarebbe a posto”. E’ invece probabile che, se non ci fossero questo o quello, le cose si presenterebbero in modo ancor più orribile – a prescindere dal fatto che non appena un’immagine terrifica svanisce, a essa ne subentra subito un’altra.
Queste tesi, e altre simili, traggono alimento dall’identificazione di ragione e morale. Il mondo è pieno di uomini ragionevoli che si rinfacciano l’un l’altro la loro irragionevolezza. Nonostante questo, le cose seguono il proprio corso, che palesemente è altro rispettto a ciò che tutti si aspettavano. Chi sta a osservarlo è più vicino alle fonti di quanto lo sarebbe nel caso in cui prestasse ascolto ai partiti, indipendentemente dal fatto che essi affrontino la situazione nelle loro frazioni o in plenum.
Che le cose non si svolgano in conformità ai programmi, e che in base ai programmi ci si possa, tutt’al più, barcamenare, è meno inquietante di quanto in genere si supponga. La prospettiva più spaventosa è quella rappresentata dalla tecnocrazia, una sovranità sotto controllo, esercitata da spiriti mutili e mutilanti.
Una fine del mondo priva di aspetti trascendentali, metafisici, senza la potente luce che da essi promana e annienta la paura: ecco un’immagine ben triste. Essa sorge da un’epoca di impoverìmento, da una fantasia già atrofizzata.
Se non ci fermeremo a dipingere gli orrori, ma riusciremo a vedere nel confronto diretto con essi una tappa del nostro cammino, potremo procedere oltre. In tal caso il singolo non sarà più l’uomo abbandonato a se stesso, debole voce tra milioni di altre, bensì l’arbitro di grandi decisioni, purché diventi consapeevole della propria libertà, la quale lo rende indipendente dalla storia e perfino dalle cose e dai loro vincoli. Egli, allora, terrà in pugno il mondo. (…)
(continua…)

Aprile 17, 2009

I LIBRI CHE CI MERITIAMO(2) IL VOLTO DEGLI DEI di W.F. Otto

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Mitologo e filosofo, maestro di Karoly Kerenyi e amico del ben più celebre Heidegger (ma le speculazioni di quest’ultimo sul carattere metafisico del linguaggio poetico gli devono più che non si creda), in questo aureo libretto W. Otto ci conduce, a partire dall’esame della mitologia, alla meditazione sull’immagine come sostanza stessa dell’anima, fino alla rivelazione della forma come modalità originaria dell’Essere. Ovvero: dell’unica origine di Pensiero e Linguaggio, Religione e Arte, e di dove tornano ad abbeverarsi ogni volta che intendono ritrovare la vitalità perduta.

MITO, CULTO E REALTA’
(Da: Walter F. Otto, Il volto degli Dei, Fazi Editore)

Non siamo soltanto noi, uomini dell’ epoca della tecnica, a vivere in un contesto in cui mancano i presupposti per la comprensione del mito. Già le civiltà antiche si sono allontanate gradualmente dal modo di vivere delle stirpi umane che nel mito vedevano la verità. Questo, e non solo la nascita del pensiero indipendente, è il motivo per cui già nel VI secolo a.c. Teagene di Reggio ritenne di dover difendere i miti omerici degli dèi interpretando i nomi di questi ultiimi come definizioni poetiche degli elementi, e Senofane poté denigrare con tanto disprezzo Omero ed Esiodo per l’antropomorfismo dei loro dèi. Chi volesse tentare di raggiungere una comprensione diretta dei miti antichi dovrebbe essere in grado di trasporsi nel contesto in cui vivevano e pensavano gli uomini preistorici. Gli studiosi pensano di poterlo fare tranquillamente raccogliendo e interpretando il maggior numero possibile di resti di civiltà più antiche, e cercando di prescindere da tutto ciò che l’uomo civilizzato ha incontrato e imparato nel corso dei secoli. È però evidente che è un errore. Dobbiamo quindi rinunciare alla comprensione diretta dei miti, e questa è infatti l’opinione di tutti coloro che sanno cosa sia la vera fede.
Siamo dunque arrivati alla fine? Dobbiamo lasciaare in pace i miti antichi con rispettoso pudore, senza permetterci di pronunciare un giudizio su di essi?
No, esiste ancora un approccio a cui finora non si è pensato, o non si è pensato abbastanza seriamente, e che promette di chiarire qualcosa dell’ essenza del mito. Dato che ci è precluso un avvicinamento diretto, possiamo procedere in modo indiretto, interrogandoci, anziché sul significato dei miti, sull’ effetto che essi hanno prodotto. Poiché il loro effetto, e quindi la forza insita in essi, deve pure testimoniarne l’essenza.
(continua…)

Aprile 16, 2009

I LIBRI CHE CI MERITIAMO(1) LE VIE DEI CANTI di Bruce Chatwin

Una volta liberati da una letteratura che è solo intrattenimento, da una scienza che è solo misura, da una religione che è solo moralismo, i libri che ci meritiamo sono quelli che non hanno materia nè disciplina, perchè attraversano territori artificiosamente spartiti come un raggio di luce, e obbligano l’intelligenza a sfondare le gabbie che essa stessa si è fabbricata nei giorni pigri. Come questo libro, nato come diario di viaggio e divenuto scoperta umana, conoscenza etnologica, consapevolezza metafisica.
Dedico questo post a Giorgio Jannis

pittura aborigena

(Il testo che segue è tratto da: Bruce Chatwin, Le vie dei Canti, Adelphi)

In principio la Terra era una pianura sconfinata e tenebrosa, separata dal cielo e dal grigio mare salato, avvolta in un crepuscolo indistinto. Non c’erano né Sole né Luna né Stelle. Tuttavia, molto lontano, vivevano gli Abitanti del Cielo: esseri spensierati e indifferenti, dalle fattezze umane ma con zampe da emù, e capelli dorati lucenti come ragnatele al traamonto; erano senza età e perennemente giovani, poiché esistevano da sempre nel loro verde Paradiso lussureggiante al di là delle Nuvole occidentali.
Sulla superficie della Terra si vedevano soltanto le buche che un giorno sarebbero diventate i pozzi. Non c’erano né animali né piante, ma molli masse di materia concentrate intorno alle buche: grumi di minestra primordiale, silenziosi, ciechi, senza respiro né veglia né sonno: ciascuno aveva in sé l’essenza della vita o la possibilità di diventare umano.
Ma sotto la crosta della Terra brillavano le costelllazioni, il Sole splendeva, la Luna cresceva e calava, e giacevano nel sonno tutte le forme di vita: il fiore scarlatto di un pisello del deserto, l’iridescenza di un’ala di farfalla, i vibranti baffi bianchi di Vecchio Uomo Canguro – assopiti come i semi del deserto che devono aspettare un acquazzone di passaggio.
Il mattino del Primo Giorno, al Sole venne una gran voglia di nascere. (Quella sera le Stelle e la Luna lo avrebbero imitato). Il Sole squarciò improvvvisamente la superficie e inondò la Terra di luce dorata, riscaldando le buche in cui dormiva ogni Antenato.
Questi Uomini dei Tempi Antichi, diversamente dagli Abitanti del Cielo, non erano mai stati giovani. Erano vecchi zoppi e stremati dalla barba grigia e le membra nodose, e per tutti i secoli avevano dormito in solitudine.
Accadde così che quel primo mattino ogni Antenato dormiente sentisse il calore del Sole premere sulle proprie palpebre e il proprio corpo che generava dei figli. L’Uomo Serpente sentì i serpenti strisciargli fuori dall’ombelico. L’Uomo Cacatua sentì le piume. L’Uomo Bruco sentì una contorsione, la Formica del Miele un prurito, il Caprifoglio sentì schiudersi foglie e fiori. L’Uomo Bandicoot sentì piccoli bandicoot che fremevano sotto le sue ascelle. Ogni «essere vivente », ciascuno neI suo diverso luogo di nascita, salì a raggiungere la luce del giorno.
In fondo alle loro buche (che ora si stavano riempiendo d’acqua) gli Antenati distesero una gamba, poi l’altra. Scrollarono le spalle e piegarono le bracccia. Si alzarono facendo forza contro il fango. Le loro palpebre si aprirono di schianto: videro i figli che giocavano al sole.
Il fango si staccò dalle loro cosce, come la placenta da un neonato. Poi, come fosse il primo vagito, ogni Antenato aprì la bocca e gridò: « lo sono! ». « Sono il Serpente … il Cacatua … la Formica del Miele … il Caprifoglio … ». E questo primo « lo sono! », questo primordiale «dare nome », fu considerato, da allora e per sempre, il distico più sacro e segreto del Canto dell’Antenato.
Ogni Uomo deI Tempo Antico (che ora si crogiolava al sole) mosse un passo col piede sinistro e gridò un secondo nome. Mosse un passo col piede destro e gridò un terzo nome. Diede nome al pozzo, ai cannneti, agli eucalipti: si volse a destra e a sinistra, chiamò tutte le cose alla vita e coi loro nomi intessé dei versi.
Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica.
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e infine, quando ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi. Di nuovo sentirono nelle membra la gelida immobilità dei secoli. Alcuni sprofondarono nel terrreno, lì dov’erano. Altri strisciarono dentro le grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle loro «Dimore Eterne», ai pozzi ancestrali che li avevano generati. Tutti tornarono «dentro». (…)

I bianchi, cominciò Flynn, commettevano comunemente l’errore di pensare che gli aborigeni, non essendo stanziali, non avessero nessun sistema che regolasse il possesso della terra. Era una sciocchezza. La verità era che gli aborigeni non potevano immaginare il territorio come un pezzo di terra circondato da frontiere, ma piuttosto come un reticolato di «vie» o «percorsi».
«Tutte le nostre parole per “paese” » disse « sono le stesse che usiamo per “via” ».
Il perché si spiegava facilmente. Gran parte dell’outback australiano era costituito da aride distese di arbusti o da deserto sabbioso; là le precipitazioni erano sempre irregolari e a un anno di abbondanza potevano seguire sette anni di carestia. In un paesaggio simile, muoversi voleva dire sopravvivere, mentre rimanere nello stesso posto voleva dire suicidarsi. Il «paese natale» di un uomo era definito «il posto in cui non devo chiedere». Però, sentirsi «a casa» in quel paese dipendeva dalla possibilità di lasciarlo. Ognuno sperava di avere almeno quattro «vie d’uscita» da seguire in tempo di crisi. Ogni tribù – volente o nolente – doveva intrattenere rappporti con i suoi vicini.
(continua…)

Aprile 15, 2009

IL TEATRO DEL MONDO(7) PIETA’ CRISTIANA E COMMEDIA UMANA di V. Binaghi

de chirico la commedia e la tragedia
G. De Chirico – La commedia e la tragedia

E a Nechljudov accadde ciò che spesso accade a coloro che vivono d’una vita spirituale. Gli accadde che un pensiero, che da principio gli s’era affacciato come una stranezza, come un paradosso, quasi come uno scherzo, trovando via via, sempre più di frequente, conferma nella vita, d’improvviso gli stava di fronte come la più semplice, la più sicura verità. Così gli si chiarì, ora, il pensiero che l’unico e sicuro mezzo di salvezza da tutto quel male spaventoso di cui soffrono gli uomini stava nel fatto che gli uomini riconoscessero d’essere sempre colpevoli di fronte a Dio, e quindi non in grado né di punire, né di correggere gli altri. Gli fu chiaro, ora, che tutto quel male spaventoso di cui era stato testimonio nei vari luoghi di reclusione, e la tranquilla sicurezza di sé di coloro che provvedevano allo sviluppo di tanto male, derivavano solo dal fatto che gli uomini volevano fare una cosa impossibile: correggere il male essendone pieni. Uomini viziosi volevano correggere altri uomini viziosi, e credevano di poter ottenere lo scopo con un metodo meccanico. Ma l’unico risultato che se ne aveva, era che degl’individui bisognosi e interessati, facendosi un mestiere di questa fittizia punizione e correzione di altri individui, cadevano a loro volta nell’infimo grado del pervertimento, e via via pervertivano senza cessa quegli stessi che facevano soffrire. Ora era chiaro a Nechljudov di dove derivassero tutti quegli orrori che erano appparsi ai suoi occhi, e che cosa bisognasse fare per toglierli di mezzo. La risposta, che non gli era riuscito di trovare, era appunto la medesima che aveva dato Cristo a Pietro: consisteva nel perdonare sempre, tutti, perdonare un infinito numero di volte, giacché non esistono uomini tali che non siano essi stessi colpevoli, e che possano quindi punire o correggere.
(Lev Tolstoj, Resurrezione, traduzione di Agostino Villa)

Non saprei trovare un altro punto della lettaratura contemporanea in cui sia così nitidamente enunciato il paradosso della morale cristiana: se nessuno può dirsi innocente di fronte a Dio, chi tra gli uomini potrà giudicare e condannare un suo simile? Ecco ciò che impedisce e impedirà per sempre a un cristianesimo autentico di trasformarsi in gretto moralismo, e toglie alla repressione e alla segregazione che si esercitano in nome dell’ordine sociale quella patina di “giustizia superiore” che nell’antichità pretendevano di possedere, lasciando ad esse un esclusivo valore pragmatico. Delle molte conseguenze che questa consapevolezza cristiana porta con sè, una m’interessa in particolare: il fatto che essa toglie per sempre la possibilità di definire soggetti singoli e caratteri come naturalmente o strutturalmente nobili o ignobili, e trasforma la commedia da quel sottoscala dello spirito in cui si ride delle altrui deformità morali nella rappresentazione di una varietà di forme d’esistenza.
In questo modo la commedia, liberata dalla discriminazione sociale che ne ipotecava le possibilità tra i Greci e Latini, diventa la migliore immagine possibile dell’umanità plurale: in epoca cristiana la “commedia umana”, con l’esibizione plastica dei caratteri e l’intuizione psicologica che ne scaturisce, acquisisce una dimensione contemplativa che il mondo classico aveva esibito più che altro nella mitologia e nei suoi derivati astrologici (dagli Dei omerici alle caratterologie planetarie di Tolomeo il passo è molto breve).
(continua…)

Aprile 14, 2009

IL TEATRO DEL MONDO(6) LA COMMEDIA COME CRITICA di Eugene Ionesco

Aristotele stigmatizzava la differenza tra tragedia e commedia attribuendo a quest’ultima la rappresentazione di un’umanità psicologicamente e moralmente inferiore rispetto a quella messa in campo dall’azione tragica. Bergson andava oltre quando, nel suo celebre saggio sul “Riso”, attribuiva la causa della comicità al carattere stereotipato e meccanico che la vita sociale impone allo spirito, al punto da pervertirne i tratti creativi: la commedia ci mostra quanto di semplificato e regressivo si nasconde nei comportamenti sociali, e ci permette di prenderne le distanze ridendone, recuperando insomma la superiore libertà dello spirito. Ma è col teatro dell’assurdo di Ionesco che emerge pienamente il carattere politico della comicità, e uso il termine politico in un senso, ammetto, piuttosto desueto. Se la sintassi del potere non sta tanto nella sua violenza esplicita, ma nell’ordine del discorso con cui interamente avvolge l’esistenza sociale, al punto da renderne inconcepibile l’alternativa, allora lo specchio del teatro di Ionesco, che spoglia questa sintassi di ogni metaforicità per ridurla al fatto bruto della ripetizione, ha l’effetto di rendercene consapevoli. Propongo frammenti di un brano stranoto (ma sempre godibilissimo) e chiedo attenzione su due punti in particolare, che metto in grassetto: lì si rivela la consapevolezza filosofica della rappresentazione.

la cantatrice calva

LA CANTATRICE CALVA

(Da: Eugene Ionesco, La cantatrice calva, Einaudi)

SCENA PRIMA

Interno borghese inglese, con poltrone inglesi. Serata inglese. Il signor Smith, inglese, nella sua poltrona e nelle sue pantofole inglesi, fuma la sua pipa inglese e legge un giornale inglese accanto a un fuoco inglese. Porta occhiali inglesi; ha baffetti grigi, inglesi. Vicino a lui, in un’altra poltrona inglese, la signora Smith, inglese, rammenda un paio di calze inglesi. Lungo silenzio inglese. La pendola inglese batte diciassette colpi inglesi.

SIGNORA SMITH Già le nove. Abbiamo mangiato minestra, pesce, patate al lardo, insalata inglese. I ragazzi hanno bevuto acqua inglese. Abbiamo mangiato bene, questa sera. La ragione si è che abitiamo nei dintorni di Londra e che il nostro nome è Smith.

SIGNOR SMITH (continuando a leggere, fa schioccare la lingua).

SIGNORA SMITH Le patate sono molto buone col lardo, l’olio dell’insalata non era rancido. L’olio del droghiere dell’angolo è di qualità assai migliore dell’olio del droghiere di fronte, ed è persino migliore delll’olio del droghiere ai piedi della salita. Non voglio dire però che l’olio di costoro sia cattivo.

SIGNOR SMITH (continuando a leggere, fa schioccare la lingua).

SIGNORA SMITH Ad ogni modo l’olio del droghiere dell’angolo resta il migliore …

SIGNOR SMITH (continuando a leggere, fa schioccare la lingua).
(continua…)

Aprile 13, 2009

EMERGENZE NAZIONALI: PRIVATIZZANO L’ACQUA di Paolo Rumiz

Archiviato in: Cronache — vbinaghi @ 8:15 pm
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rubinetto

Hanno scritto i giornali che davanti all’emergenza del terremoto gli italiani si sono trovati popolo unito e solidale: superati i soliti steccati di destra e sinistra, nord e sud, laici e cattolici, tutti si sono attivati per alleviare le sofferenze di chi è stato colpito. La solidarietà ci fa un gran piacere, e l’unità di popolo pure: peccato che su altre emergenze nazionali sia calata una cortina di silenzio, che impedisce agli italiani di comprendere cosa stia succedendo.
Privatizzano l’acqua. Lo sapevate? No? Leggete qui sotto allora.

All’acqua sono arrivato solo pochi mesi fa, quasi per caso, grazie a una segnalazione di Emilio Molinari. Era successo che era stata approvata una legge che rendeva inevitabile la privatizzazione dei servizi idrici.
La svendita di un patrimonio comune, mascherata da rivoluzione efficentista. Tutto questo era avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella, senza proteste da parte dell’opposizione.
Il popolo era rimasto tagliato fuori da tutto. Gli interessi attorno all’operazione erano così trasversali che i giornali avevano taciuto, i partiti e i sindacati pure. Mi sembrava inverosimile che una simile enormità potesse passare sotto silenzio. Così ne ho scritto. E la pioggia di lettere attonite che ho ricevuto in risposta hanno confermato l’assunto. L’Italia non ne sapeva niente.
(continua…)

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