Doctor Blue and Sister Robinia

aprile 27, 2009

INDIZI D’ESISTENZA(1) L’OMBRA di Valter Binaghi

ombra

All’origine della consapevolezza di sè, vi sono fenomeni elementari, che ci consentono di tracciare l’orizzonte spontaneo, pre-culturale, della soggettività.
Prima che le tecnologie dell’agire prolungassero i nostri organi fino a darci l’illusione del volo e dell’ubiquità, prima che le tecnologie dell’apparenza tappezzassero il mondo delle nostre rifrazioni, trasformandolo in una sorta di sala degli specchi, noi umani abbiamo vagato in una natura volta a volta ospitale e crudele, assaggiando, tastando e annusando per valutare ciò che è vivo. A quel tempo la realtà del nostro stesso essere dev’essersi manifestata, oltre che nel sentimento fondamentale che ci costituisce, nella proiezione primordiale della corporeità in un mezzo recettivo ed elastico, in una superficie rifrangente, o in una materia plasmabile, tale che ai nostri sensi ne ritorni una forma. E allora ecco l’ombra e l’immagine riflessa nell’acqua. L’impronta. La voce e l’eco.
Rivelazioni originarie in cui il sè, manifestandosi, si occulta, proprio mentre dà origine alla consapevolezza riflessa dell’io. Fenomeni ancestrali, destinati a restare come fondamenta di ogni futura rappresentazione che il soggetto si farà di sè stesso.

Com’è strano, com’è divinamente comico scoprire a cinquant’anni suonati che tutto lo studio, la discriminazione, le laboriose autoanalisi e gli strazianti auto da fè, i dialoghi interiori e gli alibi ostentati, tutto questo che noi chiamiamo conoscenza di noi stessi è ancora tanto simile alla commovente stupidità del bambino che voltandosi di scatto vorrebbe afferrare la propria ombra!
L’ombra: ciò che di me appare, non colui che sono. Ciò che mutevolmente riflette i miei atti, e mi allontana dalla loro sorgente.
L’ombra si allunga e si accorcia, e questo accrescersi e sminuirsi dipende dalla posizione del sole, ma anche quello che chiamiamo autostima subisce le medesime modificazioni, quando il sole dell’entusiasmo sorge e cala, facendoci apprezzare o svalutare la medesima parvenza d’azione, innalzandoci vanamente ora all’orgoglio ora sprofondandoci nel disprezzo di noi stessi.
L’ombra sparisce quando il sole è allo zenit: nell’antica Cina questa è la posizione dell’uomo regale, in perfetta armonia con il cosmo di cui è il centro – non sarà proprio perchè non ha più un’ombra da inseguire e migliorare che è perfettamente centrato in sè stesso? Sempre la saggezza del popolo di Confucio e Lao Tse ha fatto del teatro di ombre un gioco raffinato: certo, le ombre mancano di colore e profondità, ma non sarà che queste forme ridotte a sagome permettono meglio di altre di meditare sulla vanità delle parvenze?

Certi psicologi (parlo di Jung, naturalmente) hanno inteso l’ombra come il simbolo del lato oscuro della personalità, ciò che negli altri detestiamo proprio perchè ce ne sentiamo interiormente più che esteriormente minacciati. Sospetto che in questa interpretazione si frapponga qualcosa di ulteriore rispetto al fenomeno originario: qui l’ombra presuppone una coscienza morale, o almeno una scissione nell’io per cui certi aspetti già manifestatisi almeno una volta sono respinti dal campo della consapevolezza e proiettati altrove, per forgiare il profilo dell’antagonista. Ma, come dire, qui il teatro è già dramma borghese. Ci si è allontanati dal nucleo originario della tragedia umana, che consiste piuttosto nella nascita stessa dell’io, a spese di quella primordiale scaturigine che nel pronome personale si afferma e si nasconde: il luogo in cui Dio non smette di crearmi. La casa da cui, come il Figliol prodigo, il pensiero sfugge per dissipare nelle ombre di questo mondo la propria eredità. Viene il tempo in cui il sole è allo zenit, e il saggio (cioè colui che ha molto sbagliato), riconosce delle ombre l’inconsistenza. Allora vorrebbe ritornare sui suoi passi, tornare da dove è venuto, ma se prova a farlo una nuova ombra si proietterà sul suo cammino, questa volta magari interpretata in caratteri celestiali piuttosto che mondani. E chi ha detto che le illusioni religiose sono meno nefaste di quelle mondane, se il Regno dei Cieli è solo un nuovo pro-getto per l’infaticabile tessitura della mente irretita, che mi spinge fuori di Me?
La soluzione, pensa qualcuno, è in qualche sorta d’immobilità. Ma è il sole che non resta immobile, e ben presto ti ritroveresti nella medesima condizione. Dunque, che fare?
Cammina col sole, esegui il sentiero, in compagnia dell’ombra riconosciuta per ciò che non-è.
Agisci senza trattenere successi e fallimenti, è il messaggio della Bhagavad Gita.
Fai tutto come se tutto dipendesse da te, aspettati tutto come se tutto dipendesse da Dio, è il messaggio di S. Ignazio di Loyola.

1 commento »

  1. “se il Regno dei Cieli è solo un nuovo pro-getto per l’infaticabile tessitura della mente irretita, che mi spinge fuori di Me?”.

    http://valeriomele.splinder.com/post/18644562/Psicanalogica+-+l%27Embolon+cont

    Commento di Valerio — aprile 28, 2009 @ 9:52 am | Replica


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