
La capitale di Atlantide, secondo Platone
Proseguendo questo percorso sul potenziale simbolico della “visione”, è impossibile non confrontarsi con la visione dell’utopia. Secondo Servier essa manifesta i tratti della nostalgia di un equilibrio perduto ed è quindi più vicina alle liturgie di ripetizione delle società tradizionali che all’immaginazione del futuro. All’utopia va non assimiliato ma contrapposto il millenarismo, nato dalla secolarizzazione del messaggio biblico, in cui l’urgenza di realizzare nella storia la promessa divina, conduce direttamente alla violenza della gnosi totalitaria. Quello che le categorie sociologiche di Servier non gli consentono di sottolineare efficacemente è che il millenarismo del terrore può scatenarsi solo a patto di pervertire in profondità il messaggio di colui che, fino in punto di morte, ripetè instacabilmente “Il mio Regno non è di questo Mondo”.
La tradizione mitica
L’uomo delle civiltà tradizionali, a qualunque di esse appartenga, crede, come ha scritto San Paolo, che il male sia stato introdotto nel mondo dal peccato (Romani, VIII, 20-22). La città-Stato, la società nel suo complesso, viene concepita allora come un cerchio magico consacrato all’antenato fondatore, rinnovato con il sangue dei sacrifici, destinato a proteggere l’inndividuo da ogni male e dalle conseguenze del suo stesso peccato. Parte integrante di un legittimo organismo collettivo, l’individuo teme soltanto d’essere escluso o separato dal gruppo cui appartiene, perché in questo caso rischierebbe non solo di soffrire ma anche di far soffrire, facendo a un tempo il male suo e degli altri.
La città-Stato tradizionale, costruita sul modello mitico dell’universo, tende ad alterarsi con il trascorrere del tempo, malgrado la ripetizione dei riti di consacrazione, perdendo inevitabilmente la sua purezza, cioè la sua fedeltà al mito. La società tradizionale cerca di avvicinarsi alla perfezione delle origini e di rinnovare il momento primordiale della sua fondazione; ancorata irrimediabilmente al presente guarda contemporaneamente al passsato in ricordo del tempo in cui l’uomo conviveva con l’invisibile, armonicamente inserito nell’universo. (…)
Di fronte a situazioni nuove, la società tradizionale reagisce mettendo in moto tutta una serie di meccanismi di compensazione destinati a salvaguardare il suo equilibrio. In un certo senso è come un «mobile» i cui elementi costitutivi, armoniosamente bilanciati, assicurano all’insieme una ccrta stabilità. I cambiamenti che subisce sono come le oscillazioni preeviste d’un tale mobile – ma lente e di debole portata – e non comprometttono mai l’equilibrio dell’insieme. (…)
Ogni società tradizionale rimane uguale a se stessa per tanto tempo da tener desta nei suoi membri la coscienza diffusa di partecipare della sua immortalità, integrando nel patrimonio comune ogni nuova acquisizione.
In tal modo viene salvaguardato il carattere peculiare di una data cultura, d’una certa società. La tradizione orale mantiene vivo e presente nel cuore degli uomini il mito, luogo geometrico comune a tutte le istituzioni, a tutte le credenze, a tutte le tecniche, che rende impossibile qualsiasi rimessa in discussione di dati valori fissati stabilmente una volta per tutte dalla società. (…)
Allora è possibile una sola riflessione per l’uomo delle civiltà tradizionali: specchiarsi nelle acque del mito di fondazione, dello schema interpretativo del mondo concepito dalla società cui appartiene. Il risveglio della coscienza individuale, del libero arbitrio, è impossibile in una civiltà tradizionale che condiziona l’individuo sin dalla nascita e gli insegna a considerare leggi ed usanze una sorta di necessità, direbbe Platone, più forte degli stessi dèi.
L’utopia dei filosofi
La riflessione filosofica, nel senso in cui l’intendiamo comunemente, non è assolutamente possibile nelle civiltà tradizionali, e ancor meno quella sociologica. È necessario il fracasso dei suoi valori infranti contro un elemento spirituale nuovo, capace di scardinare lo stesso mito primordiale, perché l’individuo cominci a far confronti, a dubitare, a scegliere e, in grazia di questa scelta, sfreni la propria coscienza individuale, se non un vero e proprio libero arbitrio.
Allora comprendiamo perché Adimante risponda a Socrate che il filosofo è estraneo alla città-stato, «bizzarro, inutile, come un seme venuto da un altro luogo» (Repubblica, VI, 487 d, 499 b, e VII, 520 b). Lo stesso Socrate riconosce apertamente nel Fedone (80 a-b) di apparire agli occhi degli altri «affatto assurdo». Egli è, nella sua città, uno straniero – questo è il termine impiegato da Platone – che si meraviglia, interrroga, «come un viaggiatore giuntovi novellamente».
Quindi, quando l’uomo delle civiltà tradizionali riflette sulla società cui appartiene è sempre in momenti di crisi spirituale, sociale o economica, allorché l’ordinamento esistente vacilla ed un altro progetto si fa strada nella coscienza di tutto un gruppo, un’aspirazione nuova che diventerà ben presto uno schema d’azione, un pensiero rivoluzionario. Ma una simile frantumazione delle strutture tradizionali non è ancora, necessariamente, generatrice di progresso. Le api ricostruiscono eternamente le stesse cellette esagonali se un temporale ha distrutto l’arnia.
I filosofi dell’ antichità, come Platone, nel caos delle loro città distrutte, tra un’invasione e l’altra, hanno tentato di costruirne di nuove, più sicure, meglio protette dai pericoli esterni e dall’ira degli dèi, rafforzando le virtù dei cittadini. E tuttavia nessuno ha cercato fuori delle mura rassicuranti della propria città ricostruita un’armonia più grande cui potesse partecipare tutta l’umanità; nessuno ha preteso di promulgare le leggi giuste della città, perfetta per l’ Oikouméné, includendo gli abitanti della Grecia ed i barbari. Senza dubbio Platone ravvisava nella volontà di espansione delle città, cambiate da uno spirito di rapina, il desiderio di soddisfare i crescenti bisogni dei loro abitanti; ma la città antica non si sente investita di nessuna promessa divina né di alcuna missione. Mai un filosofo dell’antichità ha pensato che l’inesorabile trascorrere del tempo, che piega le spalle dei giovani portandoli alla tomba, potesse essere un fattore di perfezionamento perché avvicinava l’umanità ad un disvelamento divino: il regno del vero Dio. A rigore, Aristotele ha considerato la storia dell’umanità come un eterno ricominciamento, scandito da ciclici cataclismi. In tal modo la nozione di progresso, nel senso d’un perfezionamento cagionato dal passare delle età, come l’intende l’Occidente, è estranea al pensiero dei filosofi che, ricostruendo le mura della città antica, hanno cercato soltanto di ancorare meglio la loro società al presente e di assicurarne l’immortalità.
L’Occidente moderno e l’idea di progresso
Solo al centro delle civiltà che lo circondano, l’Occidente coltiva le nozioni di libertà individuale e di progresso collegandole, secondo la propria etica, al continuo perfezionamento della tecnica. Ne ha tratto la sua forza, la sua potenza, e la giustificazione della sua conquista del mondo, spesso con la violenza, sempre negando ogni valore diverso dai propri.
L’Occidente ha posto dunque, al centro di tutte le altre civiltà, il problema della sua unicità. Più che un impero della terra, le cui rovine andranno ad aggiungersi a quelle degli imperi che l’hanno preceduto, esso rappresenta una nuova concezione dell’uomo e del posto dell’uomo nel mondo.
Siamo sempre portati a considerare la scomparsa delle civiltà tradizionali e il risveglio di valori nuovi conformi all’etica occidentale come un normale processo evolutivo che devono seguire tutte le società. Ciò nondimeno, l’Impero romano avrebbe potuto protrarsi fino al XIX secolo, come quello giapponese o la civiltà neolitica che sopravvive ancora, poco lontano da noi, in certi massicci montuosi del bacino del Mediterraneo. Ogni civiltà porta in sé, come ogni individuo, la volontà di durare e di restare identica a se stessa.
Se intorno a noi le civiltà tradizionali si trasformano o crollano, è sempre sotto l’urto dell’Occidente. Ma allora ci si pone una domanda: qual è l’origine dello spirito che anima l’Occidente spingendolo a modellare il mondo a propria immagine e somiglianza?
Ci deve essere una ragione, unica nella storia dell’umanità, che ha segnato il passaggio dallo stabile mondo tradizionale, immobile nel tempo, alla nostra civiltà in marcia verso l’avvenire e che rivendica orgogliosamente per sé sola il nome di civiltà.
(continua…)