Doctor Blue and Sister Robinia

Giugno 29, 2009

L’ “ALTRO” SAPERE di Ludwig Klages

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bimbo nell'acqua

Ma davvero bisogna essere cavalcati da un dio per vedere al di là del proprio naso?
Appartengo a una generazione che ha dato per scontata l’assolutezza della razionalità tecnico-scientifica, al punto tale da ritenere che l’unica alternativa praticabile fosse la mania, l’invasamento. Ma siccome gli oracoli tacciono da molto tempo, e comunque non abbiamo più orecchi per essi, molti di noi hanno creduto di potersi auto-iniziare allo sciamanesimo pasticciando con droghe leggere e pesanti. E invece il rinnovamento della percezione era lì, a portata di mano, proprio come la pietra scartata dai costruttori, solo che ci voleva un’ammissione scandalosa per accorgersene, e noi eravamo troppo indottrinati e dialettici per assumerla a quel tempo. La scienza dice la sua verità ma non conosce il reale. La vita, e insieme ad essa la sapienza, è altrove. Il testo che segue è tratto da L. Klages, L’uomo e la terra, a cura di Luisa Bonesio, Mimesis 1998.

Si è soliti intendere in due modi la parola coscienza: come l’insieme di ogni esperire vitale e come l’osservazione rivolta all’ esperire vitale. Nell’ esperire vitale, gli siamo dentro, osservandolo e comprendendolo, gli siamo fuori. Quello ha realtà per sé, questo, soltanto in relazione all’altro. La vita non ha bisogno di essere compresa spiritualmente per esserci, la comprensione spirituale, invece, per entrare in azione, ha bisogno di un acccadere vitale. È perciò di fondamentale importanza, per una teoria della coscienza, se si voglia indiicare con tale parola questo o quello stato. Ebbene, il nome stesso (Bewusstsein) – un infinito usato in modo sostantivato, per dire: io sono consapevole (di una cosa) – indica senza dubbio l’osservazione, e sarebbe certo già degno di nota il fatto che il linguaggio scientifico, in perfetto accordo con quello comune, abbia effettivamente utilizzato soltanto questo significato. Ma l’ha fatto purtroppo in modo così sconsiderato, che l’intera psicologia è stata fondata su un “errore iniziale” (proton pseudos), oltremodo grave per ciò che riguarda le sue conseguenze. Prima di dimostrare questo fatto, è necesssario a questo punto un chiarimento.
Quantunque la coscienza indichi la comprensione spirituale, ci sono due tipi di “incoscienza”: nel linguaggio del sapere scientifico moderno, l’inconscio in senso proprio e l’inavvertito. Alcuni esempi, rintracciabili a dozzine nella letteratura specifica, possono rammentare al lettore la loro differenza. Nessuno ha al momento coscienza di tutto ciò che ha appreso, sebbene questo sia in qualche moodo in lui disponibile “inconsciamente”, pronto ad essere, all’ occorrenza, “portato alla coscienza”. Qui la definizione di un fatto in sé caratterologico, cioè di una nostra acquisizione empirica, come qualcosa di “inconscio”, mira chiaramente a considerare questo, in relazione alla coscienza, soltanto a guisa di un fondo ognora disponibile. Diverso è il caso, se certo viviamo nel presente, ma nello stesso tempo non facciamo attenzione a ciò che viviamo. Sprofondati nella lettura di un avvincente romanzo, “passiamo sopra”, come si è soliti dire, al battito dell’ orologio che ci è davanti; oppure: con la nostra coscienza attenta solo ed esclusivamente alla storia narrata, non abbiamo il tempo di accorgerci che, intanto, i nostri piedi sono diventati freddi. Tuttavia abbiamo vissuto entrambe le situazioni. Così può accadere, che più tardi ci ricordiamo del battito dell’ orologio, e così, certamente, i piedi freddi dannno il loro contributo al nostro sentimento di disagio, che forse già invano abbiamo cercato di interpretare. Inoltrandoci in un nuovo terreno, possiamo anche dire che quanto più un evento ci tocca piacevolmente, tanto meno siamo in grado di riflettere sul nostro stato d’animo: si è detto, con un’espressione particolarmente illuminante, che “ci si dimentica”, nell’ira, nello spavento o nel trasporto di una gioia esuberante. (…)
(continua…)

Giugno 28, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(28) APOLLO O DELLA MANTICA di Valter Binaghi

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oracolo di Delfi

Ed è sufficiente questa prova per dimostrare che il dio concesse la divinazione per correggere la stoltezza umana: nessuno infatti che sia assennato possiede un’ispirazione profetica e veritiera, se non quando la facoltà intellettiva è messa in catene dal sonno, o è alterata da una malattia, o da una divina frenesia. è proprio invece dell’uomo assennato ricordare e considerare ciò che è stato detto in sogno o da svegli dalla natura divinatrice ed ispirata, e distinguere con un criterio ragionevole tutte quante sono le immagini che ha visto, per capire come e a chi indichino un male o un bene futuro, o passato, o presente. Non è infatti compito di chi è preda di questa pazzia e si trova ancora in questo stadio giudicare ciò che gli è apparso e le parole che ha pronunciato, ma come si dice bene e fin dall’antichità, il compiere e il conoscere le proprie cose e se stessi è proprio soltanto dell’uomo assennato. Di qui deriva la consuetudine per cui si stabiliscono i profeti come interpreti per le predizioni divine: alcuni li chiamano indovini, ignorando del tutto che questi sono interpreti delle parole e delle visioni enigmatiche, e non indovini, e che sarebbe assai più giusto chiamarli interpreti delle cose vaticinate.
(Platone, Il Timeo)

Secondo Giorgio Colli(1), uno dei punti deboli dell’interpretazione nietzscheana della cultura greca, sta nell’eccessiva polarizzazione che il filosofo tedesco ha fatto della coppia Dioniso-Apollo, attribuendo al primo la totale sregolatezza e al secondo la misura.
In realtà entrambi gli dei sono responsabili di una forma d’invasamento: se Dioniso è induttore della “telestica”, di cui abbiamo parlato finora, Apollo governa invece la “mantica”, cioè l’arte oracolare degli indovini e dei profeti, e ognuno lo fa coi suoi mezzi: se Dioniso scatena la frenesia danzante che conduce il miste al parossismo, Apollo sottrae momentaneamente il soggetto alle coordinate spazio-temporali dell’esistenza ordinaria, conferendogli la visione del futuro.
Non importa qui riassumere circostanze e modalità con cui l’arte oracolare veniva praticata in Grecia (si può agevolmente approfondire nei volumi che ho citato ultimamente(2)). Più interessanti, invece, due considerazioni.
La prima. La consultazione oracolare è un fenomeno universale, presente nella cultura classica come in quelle cosiddette “primitive” e, come è facile accertare sulle Tv locali e dagli annunci sui giornali, anche nella nostra epoca illuministica o presunta tale. Questo pone il problema di un’interpretazione non riduttivamente psicoanalitica (l’ampiezza del fenomeno esclude che il ricorso all’oracolo derivi solo da particolare fragilità psicologica) ma esistenziale. Come avrò modo di mostrare più avanti, si tratta della necessità, per il soggetto, di poter considerare la propria vita non solo come la costruzione di una cronologia incompiuta, ma nella figura complessiva di un “destino”.
(continua…)

Giugno 27, 2009

GUARIRE CON LA VOCE: IL MANTRA NELLA TRADIZIONE INDUISTA di Randall McClellan

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mantra Om

(Il testo è tratto da: Randall McClellan, Musica per guarire, Muzzio Edizioni)

Il metodo più antico di guarigione attraverso il suono si verifica per mezzo della nostra stessa voce, poiché nel canto si manifesta una comunione immediata con i recessi subliminali della nostra mente nel momento in cui ci vengono evocati origini, esperienze, bisogni e aspirazioni comuni. La nostra risposta al canto di una voce naturale è una risposta totale (biologica, emotiva, mentale e spirituale) perché la sua risonanza è in grado di unire corpo, mente e spirito. Le mitologie di ogni popolo abbondano di leggende riguardanti il ruolo della voce come forza guaritrice e creatrice del mondo, un fatto che spiega la grande considerazione che le viene universalmente attribuita.
Il musicologo Alfred Sendry, nella sua trattazione sulla musica egizia, cita una di queste leggende: “Nella mitologia egizia la Terra è stata creata dal gesto di un dio il cui nome non è rivelato. Questo gesto, riprodotto in un geroglifico, è identificabile con quello usato dal dio Resu per creare la musica. Il nome Resu, tradotto letteralmente, significa Colui che canta” (…)
È certo che nei tempi più remoti l’uso della voce a fini terapeutici si manifestava attraverso inni e canti il cui effetto ritmico e melodico era essenzialmente di tipo sensoriale ed emotivo, inni e canti praticati tuttora dagli sciamani in modo del tutto simile a quanto avveniva migliaia di anni fa. Al canto è stato attribuito il potere di curare ogni cosa, da disordini e affezioni emotive e mentali agli effetti devastanti delle pestilenze.
Quando si pensa al valore terapeutico della musica, si pensa generalmente a canti che esprimono sentimenti di amore o di comunione transpersonali con un universo benevolo. Diventa allora necessario stabilire se gli effetti curativi sono dovuti alla musica o ai pensieri espressi dalle parole. L’effetto di un canto risanatore è subordinato al fatto che lo si canti tra sé o che qualcuno lo canti a noi? Un canto risanatore ha lo stesso effetto se estraniato da ogni tipo di rituale o richiede invece un contesto ritualistico in cui sia parte di un tutto più vasto? Un canto risanatore ha potere di guarigione se rimosso dal suo contesto culturale? Per finire, quando parliamo di canto risanatore ci riferiamo consciamente a una serie di altezze organizzate in frasi ritmiche, veicoli di parole che esprimono idee. E, almeno nelle culture dell’Europa occidentale, tutti e tre gli elementi sono sostenuti da una struttura armonica mutevole. Rimane allora da stabilire quale di questi elementi è il più potente: i suoni individuali, il metro, le parole, l’armonia o una loro combinazione unita a un elemento nuovo, di maggiore entità rispetto alle singole parti?
Se il canto risanatore rappresenta l’applicazione più ovvia della forza guaritrice della voce, sono certo che non è comunque la sola. È indispensabile infatti considerare un secondo approccio basato sul vocalizzo prolungato di altezze sonore individuali allo scopo di far risonare determinate zone del corpo a cui si rivolge la voce. I vantaggi di questo metodo sono evidenti: questo tipo di vocalizzo garantisce a chi lo esegue un feedbaek sensoriale immediato che può essere effettivamente verificato, guida a una consapevolezza interiore, aumenta la concentrazione, rallenta e rafforza la respirazione. Fa vibrare e stimola l’intero sistema fisico, accresce l’ossigenazione del sangue e ne regola il flusso, vivifica il sistema nervoso e influisce sulla secrezione delle ghiandole. Il nostro discorso interiore si attenua, le emozioni si placano, eppure la voce rimane sempre disponibile. Il metodo richiede una dedizione e una concentrazione assoluti, un coinvolgimento della volontà, una consapevolezza dell’ attività respiratoria, una coscienza elevata di quella uditiva e un sistema di feedbaek interno altamente sensibilizzato. (…)
(continua…)

Giugno 26, 2009

MUSICA E CATARSI SECONDO PITAGORA

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lira

Pitagora, che per primo scoprì le leggi dell’armonia musicale, fondò nel VI secolo avanti Cristo una Comunità filosofica i cui insegnamenti (tramandati per lungo tempo solo oralmente e in una cerchia ristretta) hanno lasciato nella cultura occidentale un’eco vasta quanto quella di Socrate. Il personaggio è leggendario, la sua figura possiede tratti sciamanici più che filosofici, pare che prima di sbarcare nella Magna Grecia (precisamente a Crotone) avesse conosciuto i segreti della sapienza orientale e nordica. Quello che è certo, è che conosceva il carattere catartico della musica, anche se in forme ben diverse dalla frenesia dionisiaca, e più vicine al culto di Apollo e delle Muse. Secondo alcuni Pitagora affermava di udire la musica prodotta dalle sfere celesti, che normalmente noi non udiamo perchè vi siamo immersi.
Il testo che segue è tratto dalla Vita pitagorica di Giamblico, un filosofo greco vissuto molti secoli dopo Pitagora, eppure ancora fortemente legato alla tradizione pitagorica.

[ Pitagora ] era dell’opinione che anche la musica fornisse un notevole contributo alla salute, qualora a essa ci si dedicasse nel modo confacente. In effetti la considerava un mezzo tutt’altro che secondario di procurare la “catarsi” . Era questo il nome che dava alla cura operata per il tramite della musica. A primavera eseguiva questo esrcizio musicale: faceva sedere in mezzo un liricine, mentre tutt’intorno sedevano i cantori e così, al suono della lira, cantavano insieme dei peani che ritenevano procurassero loro gioia, armonia e ordine interiore. Ma anche in altri periodi dell’anno i pitagorici si servivano della musica come mezzo di cura.
C’erano determinate melodie, composte per le passioni dell’anima – gli stati di scoraggiamento e di depressione – che pensavano fossero di grandissimo giovamento. Altre erano per l’ira e l’eccitazione e ogni altra consimile perturbazione dell’animo. Inoltre esisteva una musica di genere differente, escogitata al fine di contrastare il desiderio. I pitagorici usavano anche danzare, e lo strumento di cui si servivano a questo fine era la lira, perché il suono del flauto lo consideravano violento, adatto alle feste popolari e del tutto indegno di uomini di condizione libera. Per favorire l’emendazione dell’animo usavano inoltre recitare versi scelti di Omero e di Esiodo.

Giugno 25, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(27) UNA MUSICA PER LA TRANSE? di F. Giannattasio

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tarantolata

“La musica è il solo linguaggio in grado di parlare ad un tempo alla testa e alle gambe”
(G. Rouget, Musica e trance, Einaudi)

Universalmente presente in tutte le culture e in tutti gli ambiti dell’esistenza (religioso, ricreativo, politico e militare), la musica sembra contribuire più di ogni altra possibilità espressiva a dare forma all’esperienza umana. Risulta difficile, dunque, comprendere come proprio la musica stia alla base dei fenomeni legati al dionisismo, dove produce piuttosto la destrutturazione dei comportamenti e delle regole abituali, lo sprofondamento nell’informe fino all’obnubilamento della coscienza nella transe. Fatta salva la specificità delle strutture musicali che venivano e vengono impiegate in queste circostanze, ci si chiede in quale modo si ottenga il “clima” musicale adatto alla transe dionisiaca, e quali modalità del fenomeno musicale si mettano in atto per produrla. Vi propongo (alleggerito delle note) questo testo di un etnomusicologo italiano, che mi pare molto interessante sull’argomento. E’ tratto dal saggio “Homo musicus” di Pasquale Giannattasio, in: Pensare altrimenti. Esperienza del mondo e antropologia della conoscenza (Laterza, 1987)

Si è già detto come l’information processing serva non solo al riconoscimento ed alla memorizzazione degli stimoli percepiti, ma anche ai fini del riconoscimento e della produzione di nuova informazione musicale. In questo senso non vi è un’effettiva soluzione di continuità fra input e output dell’informazione, in quanto ogni esecuzione musicale rinvia ad esecuzioni precedenti e, nel corso stesso di un’esecuzione, l’informazione è sempre proodotta o percepita in rapporto ad un effettivo antecedente e a un possibile conseguente. Ciò comporta una continua aspettativa di quel che deve accadere.
Secondo Meyer l’attesa sarebbe caratterizzata da una previsione che si fonda, oltre che sulla familiarità con lo stile o la forma in questione, sui principi di continuità, complementarietà, simmetria ecc., prima enunciati, per cui ogni volta che tali principi vengono parzialmente o totalmente contraddetti (ad esempio per un’interruzione melodica o un’improvvisa sovrapposizione ritmica ecc.) si crea una tensione che «richiede di essere risolta psicologicamente (e non solo musicalmente) ». Allo stesso modo, un’eccessiva uniformità o ripetitività degli elementi (ritmici, melodici ecc.) può essere percepita come un «indebolimento della forma» e causare un’attesa ansiosa di cambiamento.
Un buon esempio a questo proposito è offerto dalla barzelletta, nota ai jazzisti, del sassofonista che muore e finisce all’inferno nell’orchestra dei musicisti peccatori dove, tutto contento, si ritrova a suonare la famosa In the mood di Glenn Miller. Ma il suo entusiasmo si spenge ben presto, non appena si rende conto che ne avrebbe suonato, in eterno, solo la prima frase: un caso di tensione veramente «infernale ».
Tuttavia, la relazione fra tensioni emotive e musica sembra essere più complessa, anche perché i fenomeni emozionali sono di per sé difficili da comprendere ed estremamente vari. (…) Come dunque la musica può evocare, e come suscitare, le emozioni?
(continua…)

Giugno 24, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(26) DIONISO O DEL MENADISMO

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menadi

Delle quattro forme di “mania” identificate nel brano del Fedro che ho postato ieri, per quanto riguarda la Divinazione e la Poesia Platone(1) è disposto a riconoscere un positivo significato sociale e ad autorizzarne la pratica nella polis, mentre l’Eros ha addirittura un rango superiore, in quanto amore per la Bellezza, consustanziale alla stessa ricerca del Filosofo. Più ambiguo l’atteggiamento nei confronti della mania “telestica”, quella ispirata da Dioniso. Se è vero che Platone (in armonia con la tradizione pitagorica), riconosce alla musica e alla ginnastica un carattere terapeutico oltre che pedagogico, è vero anche che la sfrenatezza dell’orgia dionisiaca dev’essere spiaciuta più a lui che ad Euripide, l’autore delle “Baccanti”.
Com’è noto, nella tragedia di Euripide il re Penteo, che si oppone alla pratica dei culti di Dioniso nella polis, viene punito dal dio stesso, finendo sbranato dal furore delle Menadi, tra le quali si trova, in totale balia del furore estatico, la stessa madre del sovrano.
Secondo alcuni interpreti Euripide esprime in realtà il rifiuto razionalistico dell’età classica per gli antichi culti e superstizioni, e secondo altri proprio in questa sua negazione della tradizione religiosa pagana si manifesta l’attesa per una superiore rivelazione (quella cristiana), che riconosca all’uomo la sua libertà e dignità morale.
Secondo Eric Dodds, autore di un libro importante sulla religiosità ellenica di cui riproduco un brano qui sotto, la posizione di Euripide nei confronti del Menadismo è più realistica che ideologica: poichè esso rappresenta una tendenza insopprimibile oggi come ieri (e chiunque metta piede in una discoteca o in rave party può facilmente rendersene conto) anche se più vicina all’inferiorità dei visceri che alla nobiltà dell’anima razionale, è più saggio contenerla in modo istituzionale che negarne del tutto l’espressione, rischiando di esserne travolti. D’altro canto, gli antropologi che hanno studiato le forme della transe e segnatamente i riti di possessione, hanno sottolineato come questi traggano la loro efficacia “terapeutica” in un contesto mitico e cultuale ben preciso, anche se le dinamiche profonde che spiegano la connessione tra la danza sfrenata e la “catarsi” aspettano ancora il loro psicologo.
Il testo che segue è tratto da Eric R. Dodds, I greci e l’irrazionale (La Nuova Italia)

(continua…)

Giugno 23, 2009

FUORI DI SE’: LE QUATTRO FORME DELL’ESTASI nel Fedro di Platone

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baccanti

(…) SOCRATE: I beni più grandi ci provengono mediante una follia che ci viene data per concessione divina. Infatti, la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, quando si trovavano in stato di follia, procurarono alla Grecia molti e bei benefici sia in privato sia in pubblico, mentre, quando si trovavano in stato di assennatezza, ne procurarono pochi se non nessuno. E se dicessimo poi della Sibilla e degli altri che avvalendosi della mantica di ispirazione divina, predicendo molte cose a molte persone, li indirizzarono sulla retta via per il futuro, ci dilungheremmo nel dire cose già note a tutti (…). In effetti, anche la ricerca del futuro che fanno coloro che sono in stato di assennatezza mediante uccelli e altri segnali, in quanto muovendo dalla ragione procurano intelligenza e fondata conoscenza alla ” oiesi ” , o opinione umana , gli antichi la chiamarono “oionistica “. E dunque, quanto più é perfetta e degna d’ onore la mantica rispetto all’ oionistica, per il nome e per l’ azione dell’ una rispetto al nome e all’ azione dell’ altra, tanto più, come attestavano gli antichi , la mania che proviene da un dio é migliore dall’ assennatezza che proviene dagli uomini.
Inoltre, alle malattie e alle sofferenze più gravi(1), che vi sono in alcune stirpi e che provengono da non si sa quali antiche colpe, la mania insorgendo e profetizzando in coloro che vi erano destinati, trovò uno scampo mediante il ricorso alle preghiere e ai culti degli dei. Perciò la mania, grazie a riti di purificazione e di iniziazione, preserva sia per il presente che per il futuro chi ne é partecipe; infatti, per chi é invasato e posseduto da una giusta forma di mania, essa ha trovato una liberazione dai mali presenti.
Il terzo tipo di invasamento e di mania proviene dalle Muse . Questa mania, dopo essersi impossessata di un’ anima sensibile e pura , la risveglia suscitando in essa ispirazione bacchica per i canti e per gli altri generi di poesia e, attraverso la celebrazione di innumerevoli imprese degli antichi, educa i posteri. Invece, chiunque si presenti alle porte della poesia senza essere ispirato dalla mania delle Muse, convinto che gli basterà la tecnica per essere un bravo poeta , sarà un poeta mancato, perchè la poesia di chi é in sè viene oscurata da quella di coloro che sono in preda a mania. Tanti sono i begli effetti della mania proveniente dagli dei e ancora di più potrei dirtene .
(…) Ecco il punto di arrivo di tutto di tutto il discorso sulla quarta mania (la mania per la quale qualcuno, vedendo la bellezza di quaggiù e ricordandosi di quella vera, mette le ali e così alato arde dal desiderio di levarsi in volo, ma non riuscendovi, guarda verso l’ alto come un uccello senza curarsi di quanto avviene quaggiù e guadagnandosi in tal modo l’ accusa di essere pazzo) . Ebbene, il discorso afferma che, fra tutte le forme di entusiasmo, questa é la migliore e ha le migliori origini, sia per colui che ne é preda, sia per colui al quale si comunica; e che inoltre, chi ama i belli, partecipe di questa mania, viene chiamato innamorato (…).

SOCRATE: Non abbiamo forse detto che l’ amore é una forma di mania ?
FEDRO : Sì .
SOCRATE : E abbiamo detto anche che ci sono due specie di mania , una che nasce da malattie umane, l’ altra da un’alterazione dei comportamenti abituali prodotta dalla divinità.
FEDRO : Certamente .
SOCRATE : E all’ interno della mania divina abbiamo distinto quattro parti influenzate da quattro divinità. Ad Apollo abbiamo attribuito l’ispirazione profetica, a Dioniso quella telestica, alle Muse inoltre quella poetica e la quarta ad Afrodite ed Eros, e abbiamo detto che la mania erotica é la migliore.

NOTE

1) E’ la “mania” che Platone più oltre chiama “telestica”, attribuendola a Dioniso: la transe provocata da danze frenetiche che erano associate ai culti dionisiaci e hanno proliferato nei secoli sotto varie forme, dai riti di possessione agli odierni “rave party”. Su questo, oltre alla storica monografia di Jeanmaire su Dioniso (tradotta in italiano da Einaudi) è fondamentale: “Dallo sciamano al raver. Saggio sulla transe” di Georges Lapassade, curato da Gianni De Martino per l’editore Apogeo.

Giugno 22, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(25) L’IO: UN CATTIVO ARTISTA di V. Binaghi

maschera

Come te la racconti, la tua vita a te stesso? Con quanto talento artistico (che in buona sostanza consiste nel dare forma) selezioni e ricomponi i frammenti di una trama accettabile per un dramma di cui sei l’unico spettatore pagante? Non si tratta infatti di mera finzione, ma di una sintesi in cui per primo devi credere e in subordine propinare agli altri, più o meno arrangiata a seconda della tua propensione alle convenienze che qualcuno chiama ipocrisia (è il “carattere” con cui gli altri motiveranno le tue uscite e giustificheranno le loro aspettative nei tuoi confronti).
Quel che è certo è che, per quanto siano elevate le capacità demiurgiche dell’immaginazione, l’Io risulta inevitabilmente un cattivo artista, perchè è obbligato a fare quello che l’arte vera evita accuratamente, cioè coniugare la religione della profondità con la morale della tribù.
(continua…)

Giugno 20, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(24) IL TRIPLICE SACRIFICIO CHE CONDUCE ALL’ARTE di Valter Binaghi

orfeo solitario
Giorgio De Chirico – Orfeo solitario

Ogni essere umano è capace di ritrarsi dalla concatenazione necessaria delle cause e degli effetti con cui il linguaggio quotidiano forgia una realtà comunemente abitabile, e ritrovare la libertà sconfinata del puro sentire. Ognuno di noi sa come sottrarsi alla tirannia dell’orologio e dell’agenda che puntualizzano una caricatura condivisibile del tempo, e abbandonarsi al dato immediato della coscienza: la durata, che è incommensurabile e perennemente sorgiva, pura novità, vita.
Che lo si faccia più o meno spesso è funzione di molte variabili, ma tutti riconoscono che i “luoghi” privilegiati di questa esperienza “pura” sono l’amore, la contemplazione estetica della natura e dell’arte, gli stati mistici della meditazione e della preghiera, quando sono veramente tali e non “tecniche” per una cosmetica dell’anima.
Ciò che rende differente l’artista dagli altri uomini non è la qualità della sua esperienza interiore (anche lui, come tutti, s’immerge nella magmatica integrità del regno di Dioniso), ma il fatto che, anzichè goderne soltanto come un possesso che restituisce l’esistenza al suo nutrimento primario, di questa “esperienza pura” egli intende fare un dono ai suoi simili, cioè una “visione” che sia per altri come un veicolo o un varco per la coscienza “altra”. Per far questo, ha bisogno di compiere quell’operazione alchemica che trasforma la materia inafferrabile del sentire dionisiaco nella forma perspicua del linguaggio: così gli serve la freccia che individua, e l’occhio che vede da lontano di Apollo.
Durante questo percorso, però, lo attende più di un’insidia. La prima è quella di non saper sacrificare il proprio possesso emozionale e catalizzare le forme che lo esprimono, anzichè quelle che, indossate da altri, permettano loro di prendere dimora in ciò che vi è di oggettivo nell’esperienza pura. Ecco qui un’inattesa interpretazione del detto evangelico: “chi vuole salvare la propria vita la perderà”. Ed ecco, se preferite, la segreta sventura adombrata nel mito di Orfeo (figura che riunisce tratti dionisiaci ed apollinei): nel cammino che conduce dall’ispirazione al canto, il meschino non sa rinunciare a voltarsi indietro, e perde l’anima dell’ispirazione (Euridice) che avrebbe potuto portare con sè nel territorio solare della Lingua solo sacrificandone il possesso e trasformandolo in Dono. Non è il godimento dell’ispirazione che l’artista può trasferire nel linguaggio: solo se accetterà di sacrificarlo potrà ritrovare nell’opera compiuta un godimento persino superiore (perchè condivisibile), quello di chi contempla l’opera medesima.
La seconda insidia lo attende là fuori, all’aperto.
(continua…)

Giugno 19, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(23) DALL’ENIGMA ALLA DIALETTICA di Giorgio Colli

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 8:29 pm
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orfeo euridice

Questo brano di un libretto importante è così importante, che anzichè tentare di commentarlo ve lo sottopongo in chiave a sua volta “enigmatica”. E se la filosofia nascesse da un furto d’anima?
E se Orfeo, colui che raggiunge la sua Euridice in quella che Rilke chiama “l’ardua miniera delle anime” ma non riesce a ricondurla con sè sulla terra, Orfeo il divulgatore dei Misteri, che verrà infine sbranato dalle Menadi, fosse figura non del Musico, ma del Filosofo, ossia colui che ha preteso tradurre la musica d’anima in parola, l’enigmatica coincidenza degli opposti in dialettica?
Il testo è tratto da: La nascita della filosofia (Adelphi)

Attraverso l’oracolo, Apollo impone all’uomo la moderazione, mentre lui stesso è smoderaato, lo esorta al controllo di sé, mentre lui si manifesta attraverso un «pathos» incontrolllato: con ciò il dio sfida l’uomo, lo provoca, lo istiga quasi a disubbidirgli. Tale ambiguità si imprime nella parola dell’oracolo, ne fa un enigma. L’oscurità paurosa del responso allude al divario tra mondo umano e divino. E del resto già le Upanishad indiane dicevano: « perché gli dèi amano l’enigma, e a essi ripuugna ciò che è manifesto». (…)
La serietà e l’importanza dell’enigma in questa età arcaica potrebbero ricevere un’ampia documentazione; in un’epoca appena più recente, nel settimo e nel sesto secolo a.C., si estende la formulazione contraddittoria delll’enigma, e la cosa coincide con il completo
umanizzarsi di questa sfera. Così si trovano formulazioni di enigmi sin dai poemi omerici e da Esiodo, e poi nell’ epoca dei Sette Sapienti – dove la fama di Cleobulo e soprattuttto di sua figlia Cleobuline deriva appunto da raccolte di enigmi – e nella poesia lirica, da Teognide a Simonide.
Più tardi, nel quinto e nel quarto secolo, tutto ciò va gradualmente attenuandosi. Dopo Eraclito, nel cui pensiero l’enigma è qualcosa di centrale, i sapienti si rivolgono a ciò che consegue dall’enigma piuttosto che all’enigma stesso. A questo, per contro, inteso come sfondo religioso, fanno spesso riferimento la tragedia e la commedia.
Ancora in Platone si trovano tracce precise, quasi risonanze arcaiche, che ci permettono una ricostruzione più ampia del fenomeno. Secondo un passo del Carmide, l’enigma compare quando “l’oggetto del pensiero non è certo espresso dal suono delle parole”. Viene quindi presupposta una condizione mistica, in cui una certa esperienza risulta inesprimibile: in tal caso l’enigma è la manifestazione nella parola di ciò che è divino, nascosto, un’interiorità indicibile. La parola è eterogenea rispetto a quanto è inteso da chi parla, dunque è necessariamente oscura. Un altro passo del Fedone pone in connessione l’enigma con la sfera mistica e misterica: «C’è caso che coloro i quali hanno istituito per noi i misteri non siano stati uomini dappoco, ma che realmente si siano espressi da gran tempo per enigmi, indicando che chi sia privo di iniziazione e non abbia partecipato ai misteri, quando giungerà nell’ Ade, giacerà nel fango, mentre colui che si sia purificato e sia stato iniziato ai misteri, giunto laggiù, viivrà con gli dèi. Infatti, come dicono coloro che hanno stabilito i misteri, ‘quelli che portano il tirso sono molti, ma pochi i posseduti da Dioniso’ …”. Quest’ultima citazione, di sapore orfico, sembra essa stessa la formulazione di un enigma. Notevole, in questi passi di Platone, è l’accostamento dell’enigma alla sfera di Dioniso, piuttosto che a quella di Apollo: si ricordi comunque in proposito il suggeriimento dato in precedenza, di considerare cioè Apollo e Dioniso come due dèi fondamentalmente affini, anziché vedere in essi una contrapposizione di due istinti estetici e metafisici, secondo l’interpretazione di Nietzsche.
Come un enigma infine sono forse da innterpretare le ultime parole che Socrate pronuncia prima di morire, nel Fedone platonico: «Siamo debitori di un gallo ad Asclepio: pagate il debito, non trascuratelo ». Si è molto scritto per interpretare queste parole, ma forse più importante della scoperta del loro l significato recondito è la constatazione che un contesto religioso e solenne si accompagna spesso presso i Greci alla comparsa di parole oscure.
Nel corso del quarto secolo a.C. queste risonanze che ancora il giovane Platone avvertiva si spengono del tutto. L’enigma viene usato come giuoco di società, durante i banchetti, oppure lo si impiega con i ragazzi, a scopo di un addestramento elementare dell’intelletto. Ma Aristotele ancora ne parla in contesti seri, nella Retorica e nella Poetica, rintracciando la sua importanza nella tradizione. Interessante è la sua definizione, anche se totalmente avulsa da ogni sfondo religioso e sapienziale: “il concetto dell’ enigma è questo: dire cose reali collegando cose impossibili”. Dato che per Aristotele collegare cose impossibili significa formulare una contraddizione, la sua definizione vuol dire che l’enigma è una contraddizione che designa qualcosa di reale, anziché indicare nulla, come di regola. Perché ciò avvenga, aggiunge Aristotele, non si possono collegare i nomi nel loro significato ordinario, ma bisogna fare intervenire la metafora. L’uso della metafora sarebbe dunque connesso alll’origine della sapienza. Come si vede, lo svuotamento del “pathos” originario dell’ enigma è ormai, con Aristotele, completo.
Utile tuttavia è l’indicazione che caratteristica dell’enigma è la formulazione contradditttoria. Ritorniamo all’età arcaica. Si è detto che con l’entrare dell’ enigma nella sfera umana, con l’attenuarsi della sua provenienza dal dio, va affermandosi sempre più una sua formulazione contraddittoria. C’è un nesso tra i due fenomeni? Prima di esaminare questo probleema, occorre vedere come vada configurandosi questo umanizzarsi dell’enigma, il che coincide con la nascita dei sapienti. Prima il dio ispira un responso oracolare, e il “profeta”, per dirla con Platone, è un semplice interprete della parola divina, appartiene ancora totalmente alla sfera religiosa. Poi il dio attraverso la Sfinge impone un enigma mortale, e l’uomo singolo deve scioglierlo, pena la vita. (…) Un passo ancora, cade lo sfondo religioso, e viene in primo piano l’agonismo, la lotta di due uomini per la conoscenza: non sono più divinatori, sono sapienti, o meglio combattono per conquistare il titolo di sapiente.

Giugno 18, 2009

DELLO SCRIVERE

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farfallediparolenb2

L’invenzione senza disciplina è molto spesso un’invenzione insulsa, nel senso più letterale del termine; ma la disciplina senza invenzione non è meno insulsa, perché non fa presa su nulla. La difficoltà consiste nel trovare un equilibrio, per lo meno uno scambio costante, fra questi due poli estremi. Bisogna possedere in sé l’irrazionale ma nello stesso tempo mantenere la trascrizione razionale, la sola che possa render conto del potenziale irrazionale che si ha dentro. Bisogna che questo elemento irrazionale sia trascritto in termini razionali perché possa esser riplasmato da altre persone, che se ne serviranno per caricarlo a loro volta del loro potere irrazionale
(Pierre Boulez)

quando scriviamo, stiamo in un campo che sta tra l’urlo e la mania. L’urlo è l’urlo: l’espressione incontrollata, prelinguistica, il suono prodotto semplicemente come un gesto, una cosa del corpo. La mania è il controllo assoluto, la lingua dalla sintassi standardizzata e fissa, la corporalità del suono negata. Un esempio di urlo è l’urlo allo stadio, o il pianto, ecc.; un esempio di mania è la scrittura legale, la manualistica per software ecc. Quando noi scriviamo, urlo e mania sono i nostri confini, a destra e a sinistra. Se cadiamo nell’urlo, cessiamo di comunicare: diventiamo una sorta di io/tutti, soggetto archetipico o come dir si voglia, che non comunica ma si limita ad agire. Se invece cadiamo nella mania, semplicemente cessiamo di esistere come soggetto e diventiamo funzione. La pericolosità di ciò che troviamo al di là di questi due confini non deve indurci a stare nel bel mezzo: sarebbe una rinuncia troppo grande (la narrativa di consumo è spesso un buon esempio di questa rinuncia). Cercheremo un equilibrio, uno scambio costante.
(Giulio Mozzi)

Sono solo due frammenti di un post piuttosto lungo ma importante (per giunta, riguarda esattamente il rapporto tra ispirazione e risultato poetico di cui ci siamo occupati ieri). Potete leggerlo interamente su Vibrisse, il blog di Giulio Mozzi.

Giugno 17, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(22) POESIA, ISPIRAZIONE, CATARSI di Henri Bremond

Arturo Martini - Il poeta

Il riorientamento gestaltico (o conversione intellettuale, se preferite) di cui parlavo in un post precedente, è quanto mai necessario per ritrovare il carattere “musaico” della poesia e delle arti in genere, lasciandosi alle spalle la barbarie strutturalista dei decenni passati, e con esso il senso umano prima che estetico di quella che si definisce l’ispirazione, oltre che comprendere perchè Aristotele chiamava “catarsi” o purificazione l’effetto che la poesia (tragica e non solo) suscita nei suoi fruitori. Il testo che segue è tratto da un libro tra i più importanti in materia. e ormai introvabile: Preghiera e poesia (Rusconi Editore).

Animus e Anima: una parabola di Paul Claudel

Non esiste un pieno accordo tra Animus e Anima, lo spirito e l’anima. Sono passati i tempi, è terminata la luna di miele, durante la quale Anima aveva il diritto di parlare a suo piacimento e Animus l’ascoltava rapito. Dopo tutto, non è stata forse Anima a portare la dote e a contribuire all’andamento del «ménage »? Ma Animus non ha accettato per lungo tempo questa posizione subalterna e ben presto ha manifestato la sua vera natura, vanitosa, pedante e tirannica. Anima è una ignorante e una sciocca, non è mai andata a scuola, mentre Animus conosce un’infinità di cose, ha letto un sacco di cose nei libri … tutti i suoi amici dicono che non si può parlar meglio di quanto egli faccia… Anima non ha più il diritto di dire una sola parola Sa meglio di lei quello che ella vuol dire. Animus non è fedele, ma non può fare a meno di essere geloso, perché in fondo, egli sa bene (no, ha finito col dimenticarlo) che è Anima ad avere in mano tutta la fortuna, lui è un poveraccio, non vive che di quello che gli si dà. Per questo non smette di sfruttarla e di tormentarla per farle cacciar fuori denari… Ella resta silenziosa a casa, a far da mangiare e a spazzare, tutto come può … In fondo Animus è un borghese, possiede abitudini regolari, desidera che gli si servano sempre gli stessi piatti.
Ma accade una cosa strana Un giorno in cui Animus era rientrato all’improvviso, ha sentito Anima che cantava tutta soletta, da dietro la porta chiusa, una curiosa canzone, qualcosa che egli non conosceva; nessuna possibilità di riconoscere le note, o le parole, o la chiave, una strana e meravigliosa canzone. Più tardi, egli ha cercato subdolamente di fargliela ripetere, ma Anima finge di non capire. Ella tace appena egli la guarda. L’anima tace appena lo spirito la guarda. Allora Animus ha trovato un trucco, fa in modo da farle credere che egli non c’è … a poco a poco Anima si rassicura, guarda, ascolta, respira, si crede sola e, senza far rumore} apre la porta al suo amante divino.
(continua…)

Giugno 16, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(21) EQUILIBRIO, ARMONIA, RINASCITA di Valter Binaghi

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bilancia

E’ nota la relazione tra il corretto funzionamento degli organi dell’orecchio interno e il senso dell’equilibrio, e che un danno prodotto ai primi (per esempio nella labirintite) provoca sintomi sgradevoli come la vertigine o la perdita dell’equilibrio medesimo. Qui però (lo ripeto per l’ennesima volta) non mi occupo degli organi di senso in quanto tali, ma della loro valenza simbolica a veicolare stili di conoscenza e di condotta umana.
L’equilibrio non solo come fatto fisico ma soprattutto psicologico (ma non sarà questo scarto la vera radice del problema?), è ricercato come una soluzione alle contraddizioni dell’esistenza, prima che a quelle della rappresentazione, ma anche dell’equilibrio si possono dare due rappresentazioni complementari, visuale e uditiva, a seconda che ci si concentri sui piatti o sul perno della bilancia.
Quando domina la bidimensionalità della rappresentazione visuale, la bilancia è soprattutto il simbolo dei contrari e “Polemos è l’origine di tutte le cose” (Eraclito). Se si bada ai piatti e a quello che c’è sopra, è evidente che basta compensare con l’elemento opposto per riequilibrare un eccesso, il che avviene a volte in modo razionale, ma più spesso istintivamente. Nella nostra cultura si passa dalla libidine sfrenata al disgusto, dall’avidità degli appetiti al ripudio gnostico del mondo, dal razionalismo scientista alla superstizione delle coincidenze manipolate dal cartomante di turno, dal progetto velleitario all’anarchia più debosciata. In questa prospettiva l’equilibrio psicologico tende a coincidere con la compensazione, mentre i rapporti umani tendono a porsi in termini rigidamente complementari: come la convivenza tanto detestata quanto simbiotica di certe unioni coniugali, dove ognuna delle parti assume alternativamente il ruolo di pianeta rispetto al satellite: lui lavora un sacco (ma ha molte interessanti occupazioni esterne), lei si cucca i pannolini e piagnistei dei figli (ma ne gestisce l’educazione, allontanandoli quanto più possibile dall’insensibilità del padre e coltivando l’Edipo) oppure lui è appiattito sulla morale della borsa-valori, lei inguaribilmente romantica e preda favorita dell’ultima setta teosofica di turno. Stereotipi borghesi, ma anche no.
Quando la complementarietà rigida (che è la caricatura dell’armonia), si tende fino a rompere l’elastico, allora ecco la furibonda rivendicazione simmetrica dei diritti e dei possessi, che fa la fortuna degli avvocati. Ma, poichè la parità o totale simmetria risulta indeclinabile nelle autentiche relazioni umane (è l’atomizzazione sociale di una democrazia malintesa, la condanna all’estinzione di una società di singles), ecco di nuovo il conflitto sotto altra forma, quella preferita dalle femministe: escalation di potenza, il cui esempio più citato nei corsi sulla pragmatica della comunicazione è quello della guerra fredda, ma di cui anche la perpetua rivendicazione vittimistica è un buon esempio.
Anche in politica, per la cultura a dominanza visuale l’importante è schierarsi (o di qua o di là), rendersi visibili (noi siamo diversi), produrre raffinate (e impraticabili) forme di immaginazione sociale, compensare col vittimismo i propri insuccessi (non ci capiscono, non ci meritano), o saltare il più in fretta possibile sul carro del vincitore (chi è più visibile ha sempre ragione). Entrare umilmente in sintonia con la realtà in quanto tale e provare a governarla con la minor dose di velleitarismo possibile (il “wu wei” di Lao Tze), neanche a parlarne.

Quando domina invece il carattere olistico della rappresentazione uditiva, non è l’opposizione dei piatti ma l’occulta presenza del perno che svela il segreto della bilancia e dell’equilibrio vivente: “L’opposto concorde, e dai discordi bellissima armonia, come quella dell’arco e della lira” (Eraclito).
(continua…)

Giugno 15, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(20) RIORIENTAMENTO GESTALTICO di Valter Binaghi

gestalt3

Uno di quei paroloni … direte. E invece è un concetto piuttosto semplice, e riguarda la percezione, come ci hanno insegnato gli studi della Gestaltpsichologie. Proprio come in questo disegno, dove a seconda della forma che viene percepita (un volto di ragazza o un sassofonista) tutti i dettagli del disegno stesso prendono l’uno o l’altro senso, così occorre un vero e proprio riorientamento per tornare a percepire la realtà dalla dominanza del visuale-lineare-sequenziale-verbale al suo carattere originariamente olistico e dinamico, che si svela nella dominanza acustica. Una volta fatto questo passo, però, ci si accorge di abitare in un mondo molto diverso.
La forma naturale, l’albero per esempio, che sembrava un agglomerato cellulare governato da reazioni chimiche, ritorna ad essere una canzone che svetta al cielo, intenzione di vita dormiente e rigogliosa. Il mondo meccanico di Cartesio lascia il posto alla finalità di Aristotele o all’evoluzione creatrice di Bergson, e la partecipazione silenziosa o la celebrazione rituale dei ritmi naturali ridiventa non solo comprensibile ma ben più necessaria delle descrizioni analitiche che fanno a pezzi il mondo credendo di catturarne il segreto, perchè ritrovando in noi stessi quel ritmo originario possiamo di nuovo danzare – e chi se ne frega dello spartito?
La nostra stessa vita interiore, a partire dal modo in cui ce la rappresentiamo, subisce una profonda metamorfosi: al posto dell’accidentata sequenza filmica dei ricordi (il luogo privilegiato dell’ossessione, di quelli che rimpiangono, di quelli che se la legano al dito), c’è una melodia che, è vero, a volte si inceppa come un disco rotto: ma proprio allora appare evidente che l’anamnesi psicoanalitica non è affatto un rimedio (capire è del tutto diverso da guarire), mentre lo è ritrovare il ritmo originario, a contatto con qualcosa o qualcuno che sia profondamente sano piuttosto che con un sapere presunto della salute.
(continua…)

Giugno 12, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(19) STRUTTURA MUSICALE DEL SIMBOLO di Marius Schneider

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 6:50 pm
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rosa

Riprendo la disanima delle dominanze sensoriali come stili di conoscenza dal punto interrotto, cioè quello dell’udito e della musica. Sarò via qualche giorno e così lascio ai miei lettori un lungo testo da meditare, che commenterò al mio ritorno. E’ un testo che per me riveste un’importanza capitale, ai fini di un’autentica comprensione del fenomeno simbolico. Solo una nota, che potrete trarre voi stessi dalle conclusioni di Schneider: il simbolo non è un legame fra cose o parole, ma fra vissuti esprimibili col medesimo ritmo. Posso dire alla donna del mio cuore che essa è una rosa, solo perchè non c’è altro fiore che regni nel mio giardino. Cioè l’analogia è proporzionale: tu stai al mio cuore come la rosa al giardino. Ma se in altro contesto la rosa fosse accostata al giglio e alla violetta, allora cercheremmo quale virtù esprime accanto a castità e povertà: probabilmente l’obbedienza, vista l’armonia irradiantesi dai petali intorno al centro nascosto. Insomma, non la comparazione concettuale tra termini avulsi, ma il ritmo a cui appartengono svelerebbe la misteriosa capacità del simbolo di produrre risonanze profonde più che di tradurre o suggerire idee. Questo naturalmente ci porta in direzione del numero più che del lessico: nell’accezione qualitativa dell’aritmosofia pitagorica, più che in quella puramente quantitativa che trionfa dopo Galileo.
Ne ho già trattato qui.

(Il testo che segue è tratto da: Il significato della musica, Rusconi 1999 pag. 65-68 e 91-96)

La musica come modello del mondo

Quanto più antico è il passato a cui risaliamo nella storia dell’umanità, tanto più vediamo la musica comparire non in forma di divertimento o di manifestazione artistica, ma come elemento legato ai particolari più umili della vita quotidiana o connesso agli sforzi ostinati tesi a stabilire il contatto con un mondo che possiamo chiamare metafisico.
In tali circostanze la musica costituisce un substrato di tanta importanza da essere quasi onnipresente. Si canta durante una discussione, si canta per salutare o ringraziare una persona, si canta anche davanti ai tribunali, per meglio appoggiare la tesi che si difende. Nel culto ogni azione svolta senza musica o senza il concorso della parola sonora permane debole, poiché è al suono che i riti devono la loro efficacia.
(…) Numerosi racconti, secondo i quali il mondo fu generato da un canto, ci dicono che il creatore produsse quella musica creatrice per ordine di un Dio supremo, immobile e dotato di un corpo tootalmente immateriale, dall’essenza sonora. L’azione del creatore non fu altro che l’attuazione del pensiero puro e sonoro in immagini visivamente e acusticamente percepibili. In numerosi miti di creazione ci è riferito inoltre che tale forza creatrice (il canto) precorse il dio. Essa «cammina dinanzi al creatore », il quale, dopo essere partito dal settentrione, si volse verso levante.
Tale canto, che era all’origine del moto, creò per prima cosa i punti cardinali «sacrificandosi », ossia dileguandosi nello spazio, poiché la nozione del cantare è sempre legata all’idea di sacrificio. Nella tradizione vedica la parola ark (cantare) è sinonimo di «spirare, sacrificare, dispiegarsi, svolgersi». Cantare significa «dare», e udire «ricevere».
Poiché il mondo attuale ha acquisito la sua forma concreta mediante la materializzazione di tali dati acustici primordiali, l’essenza o il substrato di ogni creatura è necessariamente di natura acustica. Perciò numerose civiltà attribuiscono a ogni essere un grido o un canto strettamente personale, nel quale risiede la forza vitale individuale. Presso numerosi popoli, non si prende legalmente atto dell’esistenza di un individuo se non dopo l’acquisizione di tale canzone, detta «personale», o di un nome particolare (generalmente segreto), il cui ritmo contiene l’essenza sonora del suo portatore. (…) Nella sua essenza metafisica la società umana è una polifonia.
(continua…)

Giugno 11, 2009

QUELLO CHE VEDO, QUELLO CHE SOGNO, QUELLO CHE TEMO di Valter Binaghi

Archiviato in: Cronache, Pensiero — vbinaghi @ 6:30 pm
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il gatto e la volpe

Quello che vedo in questo paese è una pluralità di culture di destra e sinistra, le quali si pongono a destra e a sinistra di un’immobilità presunta (il Tao? la quiete dell’inorganico? la solitudine dei numeri primi?), ma in nessuno dei due gruppi una sintesi di governo.
Da una parte una figura equivoca, che si è comprato pezzi della vecchia classe dirigente e ha negoziato col movimentismo leghista. Avrebbe i numeri per governare, ma non ha la creatività dello spirito, solo l’astuzia del mercante: così ha patteggiato con gli alleati innanzitutto la propria immunità personale e poi si è barcamenato tra la richiesta d’efficienza amministrativa che viene dalla Lega e l’elefantiasi burocratica richiesta ad Alleanza Nazionale e UDC dall’assistenzialismo del sud alla meno peggio, facendo pagare solo quella parte dell’elettorato che gli è cronicamente ostile (il mondo della scuola e della cultura). Di tutte le altre chiacchiere (meno tasse ecc) neanche l’ombra.
Dall’altra l’incapacità totale di emarginare le forme più febbrili di rivendicazionismo narcisista e identitario, e di elaborare una piattaforma socialdemocratica credibile che garantisca diritti all’individuo, protezione alla famiglia e faccia riguadagnare posizioni al lavoro sul capitale. Stagioni di pseudogoverno litigiose e inconcludenti, al riparo delle quali la finanza ha fatto i più grandi affari del secolo grazie anche a privatizzazioni scandalose.
In mezzo, l’equivoco della “questione romana”: una gerarchia ormai prigioniera di un ruolo politico che non ha e non dovrebbe più avere, e che si ostina a flirtare con la possibilità di restaurarlo, in un senso o nell’altro, cioè come garanzia di conservazione delle tradizioni o di rivoluzione sociale. Tutto questo, però, accade perchè le culture liberale e socialista sono in perenne affanno sul piano etico, ed entrambe si rivolgono alla loro antica matrice cristiana rifiutandosi di pagare dazio, cioè di riconoscere la propria insufficienza ideologica, il proprio fallimento storico.

Quello che sogno è una classe dirigente, di destra e di sinistra, che abbia il coraggio di dire al paese alcune scomode verità:
a) soprattutto dopo questa crisi (in realtà dalla fine degli anni Settanta) il capitalismo vorace e onnipotente è un mito pericoloso, i limiti dello sviluppo ad oltranza sono quelli della sopravvivenza terrestre, l’austerità dello sviluppo sostenibile deve sostituire i desideri insaziabili dell’epoca consumistica.
b) la famiglia è una risorsa insostituibile, non solo per la stabilità psicologica dell’individuo, ma anche per la società. Una civiltà di singles è la condanna all’estinzione biologica e ha costi insostenibili sul piano sociale. L’uomo occidentale è seriamente minacciato da una povertà relazionale che è peggiore di quella materiale, ma i modelli antropologici che la cultura di massa continua a veicolare sono quelli del consumismo più sfrenato, che impone l’assenza di vincoli comunitari per la sua piena declinazione. Da un certo punto in poi questo diventa un problema ecologico e quindi politico.
c) la globalizzazione dei commerci e dell’informazione non dissolve affatto anzi rafforza la pluralità delle culture, perchè l’uomo è tanto terrestre quanto celeste, e senza radici non può stare. La convivenza democratica è possibile solo sulla base di istituzioni condivise: non s’improvvisa e non si nega in linea di principio, ma si stabilisce sulla base certa di una sottoscrizione consapevole.
d) la democrazia senza un personalismo etico è una forma vuota. Dare per scontato che l’una contenga implicitamente l’altro è pericoloso. Atene, Gerusalemme e Roma hanno prodotto l’Occidente come lo conosciamo oggi, e non è detto che altre culture non possano portare un progresso oggettivo. Quello che non può portare a nulla è il nichilismo laicista che confonde l’azzeramento con una superiore forma di libertà. Chi rifiuta la storia e pretende di riscrivere il mondo da zero finisce per subirne i rigurgiti, come purtroppo è già successo.
e) L’invidia sociale sarà pure un peccato, ma l’ostentazione del lusso non è da meno. L’allargamento della forbice tra poveri e benestanti è una delle poche certezze dell’occidente negli ultimi trent’anni. Chi difende un sistema come questo e lo chiama “libertà” è in malafede. Chi mente ai poveri dicendo che un giorno (eliminati comunisti, zingari e musulmani) tutti potranno guidare un SUV, è un criminale.

Come vedete, non è un programma di destra o di sinistra, almeno nel senso che attualmente si dà a questi termini.
Quello che temo è che niente di tutto questo accadrà a breve, perchè tutti vogliono vincere e subito, e quindi nessuno accetta di essere inattuale, di marcire come il seme sottoterra per portare molto frutto domani, di costruire dal poco e con l’esempio un alternativa di convivenza prima che di governo. Così, al posto dei partiti consunti spuntano i demagoghi, che da una parte e dall’altra parlano la stessa lingua. Il sostituto di Berlusconi è già pronto, e si chiama Di Pietro: povero Fini, povero Casini, povero Franceschini, che credono di governare con la loro faccina educata e le scarpe inglesi un popolo civile, dopo aver contribuito tutti in un modo o nell’altro (pensieri, parole, opere e omissioni) alla sua deriva populista.
Quando il satrapo di Arcore si deciderà a schiattare (dopo una megadose di Viagra), all’ex pm basterà posizionarsi un po’ più in là e stendere la rete, perchè i pesci abbocchino. Il Miracolo Italiano, e l’Italia dei Valori, sono diversi come il Gatto e la Volpe.

Giugno 10, 2009

LA QUESTIONE ROMANA – Capitolo Ennesimo

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don paolo farinella

Dicono che questo è un “prete rosso”. Io penso sempre che “preti rossi” e “preti neri” siano come quei legionari che si spartivano la tunica di Cristo a dadi, sotto la croce. Ma, leggendo il pezzo nel blog del mio amico Marotta, non trovo cose che non avrei scritto io stesso, aggiungendo magari che se non si vuole proprio deplorare pubblicamente i comportamenti (osceni) di qualcuno, bisognerebbe avere la stessa discrezione con tutti, e non fare differenza tra figli e figliastri, a seconda del colore politico più o meno rassicurante per le gerarchie. La questione romana, che non finisce mai.

LETTERA DI DON PAOLO FARINELLA

Genova, 31 maggio 2009

Egregio sig. Cardinale,

viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.
Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato – o meglio non ha trattato – la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.
Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di «frequentare minorenni», dichiara che deve essere trattato «come un malato», lo descrive come il «drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio». Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo e sulla sua pedofilia. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato il suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.

Continua a leggere su La dimora del tempo sospeso

Altre cose sull’argomento qui.

Giugno 9, 2009

CHI HA PERSO LE ELEZIONI? di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:32 pm
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pecore

Proprio io, che alle ultime politiche non ho votato, perchè non potevo scegliere tra il piccolo satrapo e i burocrati della rivoluzione annichilita, proprio io dovrei starmene zitto, direte.
E invece no: sto zitto quando non so di che si parla (e dovrei riferire chiacchiere di giornali e di talk show, cosa che rifiuto), ma l’altro ieri si è votato nel mio Comune, e qui conosco tutti e so di che si parla, così ve lo voglio raccontare.
Il comune è Busto Garolfo (Mi), 13.000 anime e un sindaco uscente di centro sinistra, Giovanni Alli. Un galantuomo, che ha bene amministrato. Certo, si può fare sempre di meglio, direte, e anche dall’altra parte ci saranno galantuomini.
Daccordissimo.
Solo che, a candidature quasi fatte, irrompe il satrapo locale, tale Mantovani (una specie di boss delle case di riposo, oltre che senatore di Forza italia) amico personale di Berlusconi (è arrivato l’anno scorso il principe, ad Arconate, paesotto limitrofo al mio di cui il Mantovani è sindaco, con l’elicottero e qualla santa donna della madre, sono andati in pellegrinaggio i villici, a toccarle un lembo della veste).
Dunque arriva questo Mantovani e dice: questo candidato qui del centro destra non va bene, ci vuole uno più consono, e ci ha messo un giovane farmacista dall’aria timida, tale Pirazzini, esordiente totale. Ha aggiunto che il sindaco di centro-sinistra è un operaio, e un paese grande come il nostro si merita un sindaco laureato. Poi ha detto che con Pirazzini (e l’appoggio del satrapo) si faranno cose grandi, tipo unire quattro comuni limitrofi e fare un aggregato, non so bene, ma insomma roba che fa diventare tutti più ricchi.
Pirazzini ha vinto le elezioni.
Non so bene se le ha vinte lui o il satrapo, ma so chi ha perso.
Non Giovanni Alli, che era e resta un galantuomo, ma i miei concittadini che hanno perso un’occasione per rispedire al mittente protervia e volgarità intollerabili, cui peraltro ci stiamo abituando lentamente, a furia di centellinarli come certi veleni dei film gialli.
Poi ho perso io: la mia tranquillità, dico. Infatti ho proposto alla ex giunta di sinistra di accettare il mio futuro contributo. Si lo so, volevo fare come Cincinnato, ma davanti a questi non si può più far finta di niente o fare i superiori, quelli che la filosofia e la letteratura salvano da tutto, anche dal cancro. E non ditemi che il centrodestra ha vinto in tutta europa: se fossi in Inghilterra forse anch’io voterei per i conservatori. Il berlusconismo non è conservatorismo, è pura e semplice deriva. C’è un patrimonio di cultura e civiltà che la pseudo sinistra non sa usare, ma bisogna impedire ad altri di farne strame.

Io lo so chi ha perso, ma Roberta l’ha scritto meglio di me:

Portiamo anche l’operaio a desiderare come desidera un industrialotto e il gioco sarà fatto. L’uomo sarà perduto. Questo deve aver pensato chi ha manipolato il mondo degli ultimi trent’anni. Io non so dire con esattezza chi per primo ci ha pensato, chi ha cominciato. Ma so che oggi siamo infelici tutti. I poveri (oggetto di puro scherno come mai in precedenza) e i ricchi, oppressi dai sensi di colpa e dalla costante insoddisfazione a cui il loro costume di vita li condanna.

Potete leggere il resto su La fata centenaria

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