
Ma davvero bisogna essere cavalcati da un dio per vedere al di là del proprio naso?
Appartengo a una generazione che ha dato per scontata l’assolutezza della razionalità tecnico-scientifica, al punto tale da ritenere che l’unica alternativa praticabile fosse la mania, l’invasamento. Ma siccome gli oracoli tacciono da molto tempo, e comunque non abbiamo più orecchi per essi, molti di noi hanno creduto di potersi auto-iniziare allo sciamanesimo pasticciando con droghe leggere e pesanti. E invece il rinnovamento della percezione era lì, a portata di mano, proprio come la pietra scartata dai costruttori, solo che ci voleva un’ammissione scandalosa per accorgersene, e noi eravamo troppo indottrinati e dialettici per assumerla a quel tempo. La scienza dice la sua verità ma non conosce il reale. La vita, e insieme ad essa la sapienza, è altrove. Il testo che segue è tratto da L. Klages, L’uomo e la terra, a cura di Luisa Bonesio, Mimesis 1998.
Si è soliti intendere in due modi la parola coscienza: come l’insieme di ogni esperire vitale e come l’osservazione rivolta all’ esperire vitale. Nell’ esperire vitale, gli siamo dentro, osservandolo e comprendendolo, gli siamo fuori. Quello ha realtà per sé, questo, soltanto in relazione all’altro. La vita non ha bisogno di essere compresa spiritualmente per esserci, la comprensione spirituale, invece, per entrare in azione, ha bisogno di un acccadere vitale. È perciò di fondamentale importanza, per una teoria della coscienza, se si voglia indiicare con tale parola questo o quello stato. Ebbene, il nome stesso (Bewusstsein) – un infinito usato in modo sostantivato, per dire: io sono consapevole (di una cosa) – indica senza dubbio l’osservazione, e sarebbe certo già degno di nota il fatto che il linguaggio scientifico, in perfetto accordo con quello comune, abbia effettivamente utilizzato soltanto questo significato. Ma l’ha fatto purtroppo in modo così sconsiderato, che l’intera psicologia è stata fondata su un “errore iniziale” (proton pseudos), oltremodo grave per ciò che riguarda le sue conseguenze. Prima di dimostrare questo fatto, è necesssario a questo punto un chiarimento.
Quantunque la coscienza indichi la comprensione spirituale, ci sono due tipi di “incoscienza”: nel linguaggio del sapere scientifico moderno, l’inconscio in senso proprio e l’inavvertito. Alcuni esempi, rintracciabili a dozzine nella letteratura specifica, possono rammentare al lettore la loro differenza. Nessuno ha al momento coscienza di tutto ciò che ha appreso, sebbene questo sia in qualche moodo in lui disponibile “inconsciamente”, pronto ad essere, all’ occorrenza, “portato alla coscienza”. Qui la definizione di un fatto in sé caratterologico, cioè di una nostra acquisizione empirica, come qualcosa di “inconscio”, mira chiaramente a considerare questo, in relazione alla coscienza, soltanto a guisa di un fondo ognora disponibile. Diverso è il caso, se certo viviamo nel presente, ma nello stesso tempo non facciamo attenzione a ciò che viviamo. Sprofondati nella lettura di un avvincente romanzo, “passiamo sopra”, come si è soliti dire, al battito dell’ orologio che ci è davanti; oppure: con la nostra coscienza attenta solo ed esclusivamente alla storia narrata, non abbiamo il tempo di accorgerci che, intanto, i nostri piedi sono diventati freddi. Tuttavia abbiamo vissuto entrambe le situazioni. Così può accadere, che più tardi ci ricordiamo del battito dell’ orologio, e così, certamente, i piedi freddi dannno il loro contributo al nostro sentimento di disagio, che forse già invano abbiamo cercato di interpretare. Inoltrandoci in un nuovo terreno, possiamo anche dire che quanto più un evento ci tocca piacevolmente, tanto meno siamo in grado di riflettere sul nostro stato d’animo: si è detto, con un’espressione particolarmente illuminante, che “ci si dimentica”, nell’ira, nello spavento o nel trasporto di una gioia esuberante. (…)
(continua…)









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