
Ma davvero bisogna essere cavalcati da un dio per vedere al di là del proprio naso?
Appartengo a una generazione che ha dato per scontata l’assolutezza della razionalità tecnico-scientifica, al punto tale da ritenere che l’unica alternativa praticabile fosse la mania, l’invasamento. Ma siccome gli oracoli tacciono da molto tempo, e comunque non abbiamo più orecchi per essi, molti di noi hanno creduto di potersi auto-iniziare allo sciamanesimo pasticciando con droghe leggere e pesanti. E invece il rinnovamento della percezione era lì, a portata di mano, proprio come la pietra scartata dai costruttori, solo che ci voleva un’ammissione scandalosa per accorgersene, e noi eravamo troppo indottrinati e dialettici per assumerla a quel tempo. La scienza dice la sua verità ma non conosce il reale. La vita, e insieme ad essa la sapienza, è altrove. Il testo che segue è tratto da L. Klages, L’uomo e la terra, a cura di Luisa Bonesio, Mimesis 1998.
Si è soliti intendere in due modi la parola coscienza: come l’insieme di ogni esperire vitale e come l’osservazione rivolta all’ esperire vitale. Nell’ esperire vitale, gli siamo dentro, osservandolo e comprendendolo, gli siamo fuori. Quello ha realtà per sé, questo, soltanto in relazione all’altro. La vita non ha bisogno di essere compresa spiritualmente per esserci, la comprensione spirituale, invece, per entrare in azione, ha bisogno di un acccadere vitale. È perciò di fondamentale importanza, per una teoria della coscienza, se si voglia indiicare con tale parola questo o quello stato. Ebbene, il nome stesso (Bewusstsein) – un infinito usato in modo sostantivato, per dire: io sono consapevole (di una cosa) – indica senza dubbio l’osservazione, e sarebbe certo già degno di nota il fatto che il linguaggio scientifico, in perfetto accordo con quello comune, abbia effettivamente utilizzato soltanto questo significato. Ma l’ha fatto purtroppo in modo così sconsiderato, che l’intera psicologia è stata fondata su un “errore iniziale” (proton pseudos), oltremodo grave per ciò che riguarda le sue conseguenze. Prima di dimostrare questo fatto, è necesssario a questo punto un chiarimento.
Quantunque la coscienza indichi la comprensione spirituale, ci sono due tipi di “incoscienza”: nel linguaggio del sapere scientifico moderno, l’inconscio in senso proprio e l’inavvertito. Alcuni esempi, rintracciabili a dozzine nella letteratura specifica, possono rammentare al lettore la loro differenza. Nessuno ha al momento coscienza di tutto ciò che ha appreso, sebbene questo sia in qualche moodo in lui disponibile “inconsciamente”, pronto ad essere, all’ occorrenza, “portato alla coscienza”. Qui la definizione di un fatto in sé caratterologico, cioè di una nostra acquisizione empirica, come qualcosa di “inconscio”, mira chiaramente a considerare questo, in relazione alla coscienza, soltanto a guisa di un fondo ognora disponibile. Diverso è il caso, se certo viviamo nel presente, ma nello stesso tempo non facciamo attenzione a ciò che viviamo. Sprofondati nella lettura di un avvincente romanzo, “passiamo sopra”, come si è soliti dire, al battito dell’ orologio che ci è davanti; oppure: con la nostra coscienza attenta solo ed esclusivamente alla storia narrata, non abbiamo il tempo di accorgerci che, intanto, i nostri piedi sono diventati freddi. Tuttavia abbiamo vissuto entrambe le situazioni. Così può accadere, che più tardi ci ricordiamo del battito dell’ orologio, e così, certamente, i piedi freddi dannno il loro contributo al nostro sentimento di disagio, che forse già invano abbiamo cercato di interpretare. Inoltrandoci in un nuovo terreno, possiamo anche dire che quanto più un evento ci tocca piacevolmente, tanto meno siamo in grado di riflettere sul nostro stato d’animo: si è detto, con un’espressione particolarmente illuminante, che “ci si dimentica”, nell’ira, nello spavento o nel trasporto di una gioia esuberante. (…)
La coscienza non è la corrente dell’esperire vitale, ma nasce nella misura in cui quest’ultimo è trafitto dal lampo della comprensione. Prendiamo in considerazione, per accertarci di ciò anche empiricamente, le forme in cui si manifesta la vita o, quanto meno, la vita organica. Prendiamo ad esemmpio le piante. In nessuna epoca e in nessun popolo si è mai dubitato del fatto che esse siano viventi; il pensiero autentico ha in comune con quello arcaico la tendenza a scorgere la pienezza della vita, ancor più che nell’irrequietezza dell’animale, proprio nella lussureggiante vegetazione del bosco primordiale, ed il culto degli alberi diffuso quasi dapperrtutto nella preistoria ha proprio in ciò le sue radici. Nessuno (…) attribuirà perciò una coscienza alla pianta, ritenendola capace di avere comprensione tanto del raggio di sole quanto perfino del proprio esperire vitale della luce. Queesto ci porta subito ad un punto ulteriore, in cui conoscenza e vita sono nettamente separate.
Le componenti della vita, nelle piante come negli animali, sono – come noto – le cellule. La vita appartiene sempre al corpo cellulare; ma, in quanto tale, si sottrae interamente alla coscienza. In ciascuno di noi, senza dubbio la vita delle cellule risale ininterrottamente – attraverso milioni di morti e di nascite di caduchi individui – fino ai primi agglomerati di protoplasma del “brodo primordiale”; i nostri ricordi coscienti, invece, non conservano neppure più la vita embrionale del corpo nel ventre materno, per non parlare delle esperienze vitali dei nostri progenitori. Mentre la vita in noi è soltanto la parte anteriore ogni volta istantanea di una corrente incessantemente fluente, che risale senza interruzioni fino all’epoca in cui si formò la roccia scistosa cristallina, la coscienza si vede invece liimitata alla durata esistenziale del singolo essere umano, e in confronto a quella diventa letteralmennte un nulla. È possibile che, nonostante ciò, vita e coscienza siano state confuse?
Intanto, non occorre guardare all’esterno, per trovare conferma del fatto che la coscienza assomiglia soltanto al lampeggiare che continuamente si accende sulle acque della vita, illuminando di volta in volta un raggio limitato, ma lasciando gli orizzonti lontani nella loro oscurità inafferrabile alla coscienza; quotidianamente, infatti, ne abbiamo coscienza da noi stessi. Se la moderna scienza dell’anima, che si presume tale, ha dovuto lasciare in parte allo pseudosapere del cosiddetto “occultismo”, in parte allo pseudosapere della medicina l’intero ambito del “dono profetico”, dal presentimento, dal sogno, dall’istinto, fino al sentimento della lontananza, alla chiaroveggenza e alla percezione sonnambolica, – riuniti dal molto più illuminato Romanticismo nel concetto di “polo notturno della coscienza” -, ciò è allora l’espressione non di una mera mancanza, bensì di una mezza paralisi del pensiero che ha la sua origine nel disconoscimento intellettualistico della vita. In primo luogo si dovrebbe infatti considerare che la coscienza pensante è per sua natura sottomessa ad uno scambio ritmico di accendersi e di rispegnersi, di afferrare e di essere afferrata, di veglia e di sonno. In una ininterrotta continuità, certo, fluisce anche la vita del singolo, benché per il breve tratto di tempo che va dalla nascita alla morte; ma ciò che in noi l’accommpagna, la coscienza, crolla stremata per un terzo del giorno, in modo cosÌ assoluto che nel sonno notturno non sappiamo nulla né del nostro io né del mondo là fuori. Non potrebbe essere trovata una prova più efficace della differenza di natura fra coscienza e vita. Chi le mette insieme, deve affermare che chi dorme sia morto e ogni mattina risorga. Ma, dormendo, siamo così poco prossimi alla morte, che le forze vitali cui sono proprie la guarigione, il risanamento, la conservazione non sono mai così attive come nel sonno profondo, come d’altra parte ci racconta la preistoria con le sue saghe: dai sogni avuti nelle grotte degli dei tellurici e nei templi di Asclepio, essa ha tratto segni e auspici per una vita fortunata e, soprattutto, regole per la guarigione dei suoi malati. Sappiamo tutto ciò, anche se qualcuno l’ha dimenticato per lo strepito del suo pensiero vigile. Perfino uomini freddi e dediti all’utile si ricorderanno, almeno dal tempo della giovinezza, che esiste un risveglio in cui l’anima si crede come strapppata dalle protettrici braccia materne e gettata nella luce spietata, e in cui come presa da una misteriosa nostalgia presagisce gli occulti tesori della sua vita notturna. Il contenuto rivelato di tali stati d’animo è ciò a cui accennano le favole del paradiso perduto e di quell’età aurea e argentea, nella quale, secondo l’espressione di Esiodo, “gli uomini erano simili a eterni fanciulli o anche alla pianta fissa nel suolo”. (…)
Abbiamo mostrato che una cosa è la vita, un’altra la comprensione, e abbiamo così ottenuto il contrassegno distintivo della coscienza. Vogliamo ora provare ad esporre quel che ne consegue per l’essenza della vita, e di quale rinnovamento abbia bisogno l’intera scienza della natura per riuscire a porre al posto della meccanica un’autentica dottrina della vita. Nel nostro intento, cominciamo col confutare il dogma che anche la vita sia qualcosa di meccanico, contestando in particolare l’opinione che il corpo sia una macchina complessa.
Proviamo questa volta a immedesimarci nell’atto di comprensione, indagando la sua forma più semplice: la percezione. Che cosa propriamente percepiamo? Questa sembra essere una domanda alquanto bizzarra, e ci si risponderà forse che è asssolutamente impossibile dare una risposta generale. Fin dove possono arrivare i nostri sensi, vien dietro anche il nostro percepire mostrandoci innumerevoli oggetti: lo spazio, che tutto comprende come un contenitore, l’infinita molteplicità di cose come pietre, piante, animali, uomini, case, terreni, monti, nubi, acque, stelle, infine, ugualmente, anche i vari movimenti di queste e altre cose. Senza volerIo, tale risposta ci avrebbe già detto ciò che sopra ci interessava. Tutto ciò che la percezione, infatti, enumera – e ancora altro potrebbe enumerare – sono cose o quanto meno oggetti sotto forma di cose. Noi percepiamo cose e processi oggettivi, la quiete e il movimento, l’avvicinarsi e l’allontanarsi, l’andare e il venire, al punto che non potremmo immaginare di percepire qualcosa di diverso. (…)
Noi siamo (…) dell’ opinione; contro la maggioranza anche degli odierni ricercatori dell’anima, che prendiamo coscienza dell’interiorità non mediante la percezione, bensì mediante l’autoriflessione. Ammesso soltanto che questo fosse realmente il caso, ciò che è in tal modo scorto avrebbe nuovamente il carattere di realtà dell’ oggetto. Certo, ora non sarebbe lo spazio, i movimenti, i corpi, bensì lo spirito e le sue attività del giudicare, opinare, volere; ma esse rassomigliano tuttavia alle cose, per il fatto che, come queste, “stanno di fronte” a noi come oggetti solidi e immmutabili nel corso del tempo. Tanto basti per la percezione interna.
Quel che vale per la comprensione percettiva, vale ora per la comprensione tout court: essa si riferisce solo ed esclusivamente ad oggetti. Ma questo significa che mediante la semplice comprensione non otterremo mai la benché minima conoscenza della vita.
Se ci immaginassimo uno spirito, che non fosse nient’ altro che spirito, puro e assoluto, come ci insegna tra l’altro la dottrina cristiana a proposito della natura divina, allora la sua onniscienza, se rappportata ad un tempo infinito, avrebbe certo un limite. Un tale spirito potrebbe vedere e sapere tutto, ma gli rimarrebbe assolutamente preclusa proprio la vita. Esso percepirebbe i corpi e i loro processi, peneetrerebbe immediatamente nelle loro strutture più profonde e coglierebbe con un unico sguardo ciò che, con fatica, abbiamo indagato lungo i secoli a proposito del gioco degli atomi e dei fluidi; soltanto, non potrebbe arrivare a supporre qualcosa di vivo in questo continuo movimento. Il qua e là degli animali che strisciano, corrono e volano, non sarebbe per lui essenzialmente differente dalla caduta delle pietre, dal soffiare del vento, dall’ondata dell’acqua; le trasformazioni delle piante in crescita non da quelle della montagna che a poco a poco viene erosa. Quelle come queste avrebbero per lui soltanto l’esistenza meccanica di oggetti mossi e molecole. Senza misteri starebbero poi lì stesi davanti a lui anche gli spiriti, aperti nei loro moti più intimi e perfino in quelli ancora non nati. Ma, di nuovo, non penserebbbe di metterli in una qualche relazione con il corpo. Privi di spazio e luogo, come sono, essi sarebbero dappertutto e in nessun luogo. Lo spirito non apparirebbe come una manifestazione vitale del corporeo, cosÌ come non il corporeo una sfera d’azione dello spirito. Il mondo si spaccherebbe in due parti assolutamente separate l’una dall’ altra: una spirituaale, priva di corpo, ed una meccanica, corporea, e a ciò mancherebbe, per usare un’ espressione di Goethe, il “legame vitale”!
Questa, qui illustrata, non è una fantasia, ma un’interpretazione solo un po’ irriverente di quella concezione fondamentale che, nelle sue linee essenziali già fin da Platone, ma in modo chiaro e deciso a partire dal Rinascimento, ha dominato il pensiero filosofico. Da una parte la materia, che, spaziale e corporea, obbedisce alle “leggi” della meccanica; dall’altra lo spirito che, privo di spazio e di corpo, agisce in base alla propria “libertà”. È la stessa frantumazione dell’ immagine del mondo (…) che abbiamo posto all’inizio della nostra argomentazione, secondo cui non possiamo farci alcuna idea della vita, se la confondiamo con la coscienza. Ora siamo andati un passo più in là, e abbiamo acccertato che la comprensione per sua natura può comprendere soltanto cose e meccanismi. Ma la coscienza pensante non solo è incapace di trovare per conto proprio la vita: oltre a ciò, ha anche la proprietà di uccidere la vita! Su qualunque cosa si abbatta la folgore dello spirito, essa si trasforma sotto la sua azione nella mera cosa, nell’oggetto del pensiero calcolante, che è in relazione con gli altri ogggetti ormai solo “meccanicamente”. La frase di un saggio del nostro tempo (Henri Bergson), “noi percepiamo soltanto morte”, ostica solo in apparenza, esprime in forma lapidaria una conoscenza profonda.
Ma se “meccanico” e “senza vita” sono concetti interscambiabili, allora non commetteremo più l’imprudenza – propria di alcuni volenterosi “biologi” moderni – di cercare in determinati processi del corpo la prova che esso non sia una macchina. Esso è una macchina, nella misura in cui lo “comprendiamo”, e rimane per sempre incomprensibile, nella misura in cui è vivo! Pensare che ciò che è assolutamente morto abbia la capacità di produrre la vita, non è un errore dell’ esperienza, ma un errore del pensiero di non poca assurdità, come se si scambiassero il metro, il chilogrammo o il peso atomico, mediante cui si misurano i processi naturali, per l’origine e la fonte di questi. Come l’oscillazione longitudinale non è già il suonare stesso, bensì soltanto la parte misurabile dell’effettivo fondamento del suonare, così il processo fisico-chimico del corpo cellulare vivente non è la sua vita, ma, propriamente, ciò che resta a prescindere da questa come parte quantificabile del concreto organismo vivente. Sembra, quindi, che dobbiamo rinunciare a ogni indagine sulla vita?
In effetti, occorre rinunciarvi, finché ci fermiaamo al puro cogitare – dal momento che esso dà sempre e soltanto l’esse -, e finché riteniamo che non sia possibile nessun tipo d’intuizione, all’infuori di quella che rientri in concetti “esatti” (..)
La vita non è percepita, bensì sentita con oscura intensità. E a noi basta riflettere soltanto su questo sentimento, per accorgerci della realtà della vita con una certezza, oltre la quale nulla può essere più certo. Se giudichiamo, pensiamo o vogliamo, oppure desideriamo, sognamo, fantastichiamo, è l’unica e medesima corrente del sentimento elementare della vita a sostenere e pervadere tutto ciò, ed essa non può essere paragonata a niente, ricondotta a nulla, né concepita né analizzata, e certo neppure mai “compresa”. E poiché noi stessi, vivendo, sentiamo la vita, allora incontriamo la vita anche nell’immagine del mondo. Detto in breve: viviamo la nostra vita e in essa la vita universale. Da ciò ora segue, che della vita possiamo sapere qualcosa di preciso, solo nella misura in cui noi stessi, vivendo, ci immergiamo in essa con sufficiente profondità da conservarne un ricordo nella veglia cosciente. La scienza della vita ha il proprio ancoraggio non nell’oggettività di ciò che può essere percepito esteriormente e interiormente, con i suoi concetti fondamentali di cosa, forza, causa, effetto, movimento, ma esclusivamente nel ricordo di ciò che si è vissuto. Essa attinge le sue formule asintotiche soltanto dalla vita profonda dello spirito del popolo, ed avvizziisce, come la vegetazione dei continenti disboscati, in tempo di secca. Abbiamo in questo modo portato la discussione su di un terreno, per cui ciò che è meccanico e calcolabile non possiede alcuuna esistenza autonoma, ma è solamente la parte idealmente separata di un Tutto vivente. Non sarebbe mai potuta nascere sulla terra una cellula vivente, se la terra stessa, se l’universo intero non fossero già una manifestazione della vita. Anche la caduta delle pietre, la formazione delle nubi, lo scroscio della pioggia sono manifestazioni della vita, e certo in primo luogo della terra, quindi anche di connessioni di vita più estese: il sistema planetario e il cielo delle stelle fisse, e ciò vuol dire manifestazioni di quelle connessioni di vita che sono così più antiche dell’uomo, che l’età di questi, secondo la nostra esperienza, svanisce quasi impercettibile dietro a quella apparente immmutabilità, propria per lo meno delle proprietà più elementari, che costituisce la sfera d’azione della riflessione meccanicistica sulla natura. Ogni metafisica che si spinga in profondità dovrà presuppporre la realtà originaria della vita, come il matematico le proprie verità fondamentali. A partire da quella, essa comprenderà anche i tratti meccanici, che la vita offre allo sguardo dell’intelletto puro, ma non viceversa da questi la vita. E le sue questioni principali saranno: come si è trasformaata la vita della terra in vita della cellula, e di quali trasformazioni sia ancora capace; che cosa significhi, nell’ eternità della vita, il ritmo del sorgere e del trapassare per quella, del nascere e del morire, per questa; come operi il “macrocosmo” nei “miicrocosmi” .
Si parla oggi spesso e volentieri di “progresso”, e, alle voci ammonitrici che non ritengono sufficiente l’innegabile aumento della forza dell’umanità nel dominio (e purtroppo anche nella distruzione!) della natura per bilanciare l’altrettanto indubitabile perdita dei valori dell’anima, si è soliti contrapporre almeno la crescita del nostro sapere, che garantirebbe anche il rimedio per i possibili danni del futuro. Ma se prescindiamo dal fatto che si può sapere molto, senza perciò essere saggi, si può mettere ordine, senza perciò sentire la bellezza, dovremmo tuttavia allora contestare l’infinita eccellenza della direzione che ha intrapreso la ricerca moderna. Essa ha creato, con un immenso lavoro, una meccanica del mondo (nel senso più ampio del termine) che certo non si ritrova, anche in modo lontanamente simile, in nessuna preistoria; ma è diventata irrimediabilmente cieca verso le questioni della vita incomparabilmente più grandi e più importanti.
Da alcuni passi del lungo brano qui sopra, e sempre che io l’abbia ben capito, mi pare si deduca un’identità (nella parte che riguarda il sonno ad esempio) fra coscienza e pensiero. Se così fosse (ripeto “se”), non mi trova d’accordo. Per me la coscienza è una cosa ed il pensiero un’altra, nonostante siano intensamente intrecciati. Per averne riprova certamente bisogna sperimentare una condizione in cui il pensiero tace (non dico non esiste, dico tace). Di più, non credo che vi sia un solo tipo di coscienza.
Dove va la coscienza quando si dorme? E’ una gran bella domanda! MI riconoscete il fatto che pur non sapendolo sappiamo tutti che però il nostro pensiero (lui si) è sempre lì con noi?
Ciao a tutti
Commento di aiace — Giugno 29, 2009 @ 11:43 pm |
Credo che quello che tu chiami pensiero sia ciò che Klages chiama Spirito (Geist), che lui contrappone come potenza oggettivante all’anima (“Seele”), la quale invece vive ed è vissuta dalle immagini, e più ancora in profondità, dall’unità metafisica che si realizza nel sonno profondo. Quindi tre livelli di coscienza: sonno profondo, onirismo, veglia (dove prevale l’oggettività dello spirito)
Questo post, come avrai inteso, s’inserisce in una lunga serie che ha come scopo lo svelamento del carattere imaginistico (imprescindibilmente sensoriale) della conoscenza. Il fatto che negli ultimi quattro secoli questa sia stata considerata una prerogativa dell’arte, non significa che non ci sia tutta una corrente filosofica che ne abbia rivendicato il valore di conoscenza del reale, da preferirsi alla digitalizzazione della natura operata dalla tecno-scienza. Parlo di Goethe, Holderlin, Von Baader, Schopenhauer, Nietzsche, Bachofen, Walter Otto, Klages, Junger, Husserl, Scheler, Heidegger, ma soprattutto di Bergson, che ha saputo sottrarsi al cupo richiamo dell’arcaismo tedesco.
Resta da decidere 1) se questo dualismo tra spirito e vita sia metafisico e strutturale o il risultato di un’aberrazione storica 2) quale significato rivesta l’incarnazione di Cristo per ricomporre la lacerazione tra Anima e Spirito 3) quale importanza abbia avuto l’abbandono dell’immaginario e della liturgia cattolica da parte del mondo protestante per la banalizzazione della natura e lo strapotere della tecnica che dominano il mondo moderno.
Commento di vbinaghi — Giugno 30, 2009 @ 12:58 pm |
…no Valter, io parlavo proprio del pensiero, ovvero del pensare, quello oggettivante (IO-SONO-QUELLO E’…). Mentre per coscienza intendo quell’essere, percepire, senza oggetto che ha dimensioni, qualità, profondità diverse aldilà del nostro background culturale. La mia domanda era quindi schietta e si riferiva alla nostra esprienza del sogno. Quando sogno (diciamo nella normalità dei sogni) non posso negare d’avere un senso di unità (individuale), ma è esso coscienza? Al risveglio dovrei rispondere di no; viceversa mi rendo conto che lungo il cammino del mio sogno ho (con sentimenti contrastanti) mantenuto integro il fardello del mio pensiero oggettivante (IO-SONO-QUELLO E’… [pur se sfuma e cambia]….), del mio giudizio morale, dei miei “sensi di colpa” o complessi.
E’ vero che talvolta, raramente, esistono altri tipi di sogni; sono più simili a delle “comunicazioni”, sono accolti con candido stupore e, ahimè, al risveglio c’è come un senso di mancanza. Quel momento che, non ricordo più chi, qualcuno ha definito come “il momento in cui gli dei ci parlano”.
Ma ti ripeto che potrei non aver capito un tubo del testo sopra ed allora sto certamente portando fuori argomento.
Ciao
Commento di aiace — Giugno 30, 2009 @ 1:51 pm |
Se il pensiero è quello discriminante (quanto meno tra io e non io) direi che nè per me nè per Klages si identifica con l’intera area della consapevolezza, di cui è piuttosto una concrezione. E’ su questo che si basa la possibilità di avvertire e ritenere molto più di quello che l’io “distingue”, nel sogno e non solo.
Commento di vbinaghi — Giugno 30, 2009 @ 3:15 pm |
L’io è un bersaglio convinto di essere l’arciere.
(…)
Commento di Valerio Mele — Giugno 30, 2009 @ 4:28 pm |
Ma sai che è proprio luminosa?
Sembra Eraclito!
Commento di vbinaghi — Giugno 30, 2009 @ 6:41 pm |
…ma sono io! :)
Mi capita spesso ultimamente di usare la metafora dell’arco (o della folgore) per descrivere la “banale” preveggenza quotidiana (breccia spazio-temporale, apollinea, come la chiami tu), propria anche dei gatti, per esempio. Non è soprendente come sappiano già dove e come si collocheranno dopo alcuni balzi rapidissimi?
Noi non siamo da meno… dopo che un’interlocutore scambia poche battute, spesso capiamo (di -getto, non per prevenzione, si spera) dove vuole andare a parare, prima ancora che si entri nel merito di un qualsivoglia argomento o di complicate discussioni. Basta vedere i concetti come luoghi e il pensiero come un movimento, per andare a “segno”…
Questo io lo chiamo il -getto. In luogo del sog-getto. La freccia scagliata dal “fuori-di-sé” verso l’io. Divenuto una specie di S. Sebastiano…
Ma, mi chiedo, staremo ancora a far della filosofia con tutto questo rincorrere la vita prima del concetto?
VM
Commento di Valerio Mele — Giugno 30, 2009 @ 8:09 pm |
Direi di sì. Anzi, direi che se quello che della filosofia hanno fatto le università è ormai paglia e gergo autoreferenziale, ci manca una solidarietà con l’attuale, ma non una simpatia con l’originario. Presocratici e non solo.
Commento di vbinaghi — Giugno 30, 2009 @ 8:14 pm |