Doctor Blue and Sister Robinia

Luglio 31, 2009

RU486 – OMICIDIO A MANI PULITE di V. Binaghi

Archiviato in: Cronache — vbinaghi @ 1:38 pm
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alice e la pillola

Ce l’abbiamo fatta, siamo un paese più tecnico e più civile. Anche in Italia da oggi avremo la Ru486, cioè la pillola abortiva. Un’alternativa a prolungati dilemmi di coscienza della donna e del medico chiamato ad effettuare l’intervento. Non è meno dannosa per la donna, non è meno cruenta per l’embrione, ma è più pulita per quella caricatura dell’etica che sta diventando la nostra coscienza civile, dove il fatto e la responsabilità contano meno della pubblicità. Da una civiltà di colpa stiamo tornando a essere una civiltà di vergogna, dove l’importante non è essere pietosi o spietati, ma poterlo fare in privato. Quiete, sicure e protette dalle malelingue, le nostre ragazze potranno continuare ad assaggiare la vita senza patemi, come Alice nel paese delle meraviglie. Pillola prima o pillola dopo? Massimizzare o minimizzare?
Sarà un caso che la grancassa progressista che oggi saluta l’evento è stata preceduta ieri dall’incresciosa notizia che una madre poco più che ventenne ha ucciso la sua piccola “perchè piangeva sempre”?
Ma si, basta coi piagnistei degli infanti, con i tentativi di dissuasione di parenti e magari partners, con le obiezioni di coscienza dei medici. Facciamo tutto nell’intimità, tra il soggiorno e la cucina, con una ricetta non troppo diversa da quella di un purgante.
Opporsi al progresso è impossibile, argomentare contro è sconsigliabile, dato che dialetticamente fornisce legittimità all’ordine del discorso, cioè al potere (a proposito, il potere è l’anonima “necessità” cui Destre e Sinistre concordano, mostrando la loro realtà puramente spettacolare). Meglio passare alla macchia, come suggerisce Junger nel “Trattato del ribelle”, scritto più di cinquant’anni fa e forse solo oggi veramente comprensibile come profezia.

“La crudeltà è connaturata al pensiero razionale, nei cui progetti si insinua poco a poco”
(E. Junger, Trattato del Ribelle, Adelphi)

Luglio 29, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(38) DALL’IMMAGINE ALL’OPERA D’ARTE di Valter Binaghi

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 7:20 pm
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MULAS RITRAE FONTANA
Mulas ritrae Lucio Fontana

Esplorati alla mia maniera i cinque sensi nelle loro capacità di “simboleggiare” lo spirito, mi avvio a una ricognizione finale, che vorrebbe essere un rilancio più che un riepilogo, in funzione di quello che fin dal principio era l’obiettivo di questa ricerca, cioè il passaggio dall’estesiologia all’estetica, dalla sensibilità come condizione antropologica all’espressione artistica come rivelazione matura della condizione umana.

1. L’immagine è qualcosa di primario, non ulteriormente scomponibile in elementi psichici più primitivi: si tratta infatti della sintesi originaria del sensibile. Per quanto si possano distinguere, come faceva Aristotele, i sensibili propri di ciascun senso (la luce per la vista, il suono per l’udito ecc.) e i sensibili comuni, cioè percepiti con la collaborazione di più sensi (figura, movimento ecc), l’immagine è irriducibile agli uni e agli altri, perchè li contiene trascendendoli, nel senso che ciò che dà forma e perspicuità all’immagine è l’atto sintetico di un soggetto consapevole. L’immagine è meno il risultato della percezione che il principio della creatività.

2. L’immagine non è mai pura rappresentazione di ciò che è assente o trascorso (Sartre non ha ragione quando la definisce un nulla d’essere, per poi costruire su questo presupposto errato la sua metafisica nichilista), in quanto il suo principio formale è l’espressione del soggetto. L’immagine è Parola.

3. Il suo carattere incompiuto, prospettico, non riguarda soltanto il campo del percepibile che frammentariamente contiene (c’è sempre un altro lato della cosa, un altro tempo per definirne lo svolgimento) ma anche il soggetto che in essa si esprime come in un “correlativo oggettivo” (Eliot), sempre provvisorio per quella che tentasse di essere una definizione del soggetto medesimo, eppure perfettamente consono all’Evento del Linguaggio.

4. Trasformare il simbolismo esistenziale di un’immagine nella convenzione di un segno e nella pubblica trasparenza di un concetto è il fatale prerequisito della convivenza umana, o meglio della scienza e della tecnica che se ne rendono garanti. La prosa del mondo è la tecnica del sottinteso, e, come per le teorie scientifiche e le istituzioni politiche, la sua verità si misura dalla sua praticabilità presente e futura (Peirce). Tuttavia, sbaglia chi (Croce) non vede in questo carattere pubblico e trasparente del “logos” uno dei due poli del conoscere, quello che mira essenzialmente all’oggetto.

5. Rinnovare costantemente il mondo dell’esperienza, mostrare la realtà come nessuno l’ha mai mostrata quand’anche si trattasse dell’oggetto più consueto, questo è il compito dell’arte. L’immagine artistica è parola assoluta, non allude ad altro che a sè nel senso che non chiede altro che di essere pronunciata, indossata, posta come specchio in cui chi contempla si rifletta emergendone come dalla piscina di Siloe, interiormente mutato nella propria sapienza di sè e delle cose. L’arte è la sovversione dell’inedito. La prova della sua riuscita è la capacità di suscitare esperienza pura nel singolo. Sbaglia chi crede che questo avvenga solo a colpi di stravaganza: l’icona bizantina o il blues sono forme d’arte canoniche, eppure altamente commoventi quando riuscite. E’ la forza espressiva dell’immagine, non la novità “mondana” del soggetto a deciderne l’efficacia artistica.
(continua…)

Luglio 28, 2009

VENTIQUATTRO ANNI – Doctor Blue e Sister Robinia

chagall

Nel giorno del nostro anniversario, Roberta ha postato sul suo blog, La fata centenaria, immagini sponsali di uno dei miei pittori preferiti, Chagall.
Io qui di seguito posto l’incipit di un breve romanzo che ho appena terminato e dedicato a lei. Il titolo è “Ucciderò Mefisto“, in uscita (fra qualche mese), per Perdisa Editore.

Leonetti è in piedi dietro all’uomo seduto al tavolo: i palmi appoggiati, la schiena eretta, quasi una posizione da meditante. E’ tranquillo, Leonetti lo capisce dal ritmo regolare del respiro che gli solleva lievemente le spalle. Glielo domanderà restando così, senza guardarlo negli occhi, perchè sia turbato il meno possibile. Lo sguardo diretto imbarazza sempre e predispone al mascheramento, che è l’anticamera della menzogna.
“Perchè l’ha fatto?”
L’altro non svela il minimo sussulto. Del resto la domanda era attesa: non ci sono per questo, i poliziotti? Attende qualche istante prima di parlare, e Leonetti si chiede cosa stia fissando con quello sguardo immobile, se la maniglia della finestra (uno di quei pomelli girevoli di metallo più rustici che antiquati), o quello che c’è fuori, una porzione di cielo stinto come le lenzuola del carcere.
“Vede commissario”, dice: “stamattina sono sceso al bar per un caffè (casa mia ormai è come quella dei terremotati, non c’è una tazzina che non sia rotta o lurida) e una volta giù mi sono accorto che non avevo il portafoglio”. L’uomo ha una bella voce, il tono affabile, privo d’inflessioni, l’espressione impostata senza risultare contraffatta, come di uno per cui parlare in pubblico è un talento naturale più che una professione. “Lei penserà: risali in casa e prendi i soldi, no? Tanto più che abiti nello stesso isolato. E invece no. Mi sono detto: rimani, e vedrai che nel giro di mezz’ora qualcuno verrà ad offrirtelo. Perchè è così che va la vita, se la lasciamo andare. La sete e l’acqua sono fatte l’una per l’altra, e s’incontrerebbero da sole se il diavolo non ci mettesse lo zampino”.
“E com’è finita?”
“E’ arrivato Provasi, quello delle pompe funebri. E mi ha offerto caffè e cornetto, senza nemmeno che dovessi chiederglielo”
“Bene”, dice Leonetti, senza muoversi da dietro. Quell’uomo gli fa pena: sembra vecchio di una sapienza infinita eppure ignaro come un bambino. Vorrebbe mettergli le mani sulle spalle, trattarlo da amico, rassicurarlo. Fargli capire che non è obbligato a inventarsi stronzate. Il delitto è chiaro, lui è reo confesso, si tratta solo di ricostruire il movente.
“Però non capisco il nesso”, aggiunge.
Finalmente l’uomo si scuote dalla sua immobilità. Muove il capo, annuisce.
“Una volta il mondo non era fatto di cose, ma di parole. Gli antichi ascoltavano il vento, guardavano le figure nel volo degli uccelli, ed erano parole di Dio. E’ perchè avevano il cuore puro. Dopo, tutto si è confuso, le cose hanno smesso di parlare e gli uomini hanno cominciato a misurarle. Ma qualcosa è rimasto. Ognuno ha diritto al suo angelo.”
“Cosa vuol dire?”
“Un angelo. La pagina che Dio gli ha affidato per leggervi il proprio nome segreto, quello che solo Dio conosce, e per scrivervi la propria preghiera, l’unica che sarà esaudita. Mi creda commissario. Ognuno ha il proprio angelo in questo mondo, purchè sappia riconoscerlo. Ma il mondo è diventato un casino, la gente anzichè incontrarsi sbatte contro i muri come fosse ubriaca. Perchè c’è chi spaccia veleni, sa? Droghe che creano allucinazioni, specchi deformanti che ci fanno inorridire di noi stessi e fuggire la verità”
“Ma che c’entra con ciò che ha fatto oggi?”
“Al bar c’erano due ragazzi, lei a un tavolo, lui a un altro. Ho visto la luce che avevano intorno, era la stessa, lo stesso colore rosato, la stessa vibrazione, capisce? Ma lei era curva su un libro con l’Y-Pod nelle orecchie, lui guardava dappertutto tranne che da quella parte, poi si è messo a fare l’occhietto alla cameriera, una brunetta con le tettine a punta, alla fine l’hanno chiamato al cellulare, ha pagato e se n’è andato. Quei due venivano dallo stesso pianeta, erano naufraghi della stessa nave, se si fossero incontrati sarebbero stati la salvezza l’uno per l’altro. Ma non è andata così.”
“Dunque?”
“Ho pensato a me e Margherita. Noi ci siamo riconosciuti, ma poi qualcosa ha spezzato il cerchio, e adesso la mia vita è finita. Per me non c’è rimedio, ma altri hanno ancora speranza, come quei due ragazzi. Domattina, al bar, forse sapranno incontrarsi. Ma bisogna togliere i veleni dal mondo, tutta la musica cattiva, quella che confonde le anime, e anch’io devo fare la mia parte. Ucciderò Mefisto, ho pensato, e questo è quanto.”

Luglio 27, 2009

BALSAMO E’ IL TUO NOME di Daniel Ange

van gogh il buon samaritano
Vincent Van Gogh – Il buon samaritano

Senza inutili commenti da parte mia, un lungo testo che non è studio ma vita spirituale: dopo aver letto con la scienza umana gli effetti devastanti della mancanza d’amore, ecco la Parola che guarisce e redime, anche dal passato, e una Scienza del profondo che viene non dalle accademie ma d’Altrove.
Il testo che segue è tratto da Balsamo è il tuo nome, Editrice Ancora, Milano 1982

1. Quando l’uomo piange fin dalle sue radici

Alla tua nascita, il giorno che venisti al mondo, non ti fu tagliato l’ombelico, e non fosti lavata con l’acqua che purifica; non ti fecero le frizioni di sale, né fosti avvolta in fasce. Nessuno ti ha rivolto uno sguardo di compassione; nessuno, per misericordia, ti ha reso uno solo di questi servizi. Fosti gettata via in piena campagna, il giorno in cui sei venuta al mondo … (Ez 16, 4-5).

E così rimani col passare dei giorni, nell’attesa che qualcuno non ti scantoni dal lato opposto della strada, che non distolga pudicamente lo sguardo, ma si curvi su di te, ti raccolga e ti voglia bene. Qualcuno dallo sguardo così purificato da comprendere che cos’è il bisogno di amore; dal corpo abbastanza straziato per sapere che cosa significhi essere ferito. Di persone, ne vedi passare tante: e a tutte tendi la mano … Dopo anni, totalmente deluso, non hai che una sola parola: Non ho nessuno. (Gv 5, 7): nessuno per portarmi verso quelle acque che, si dice, possono guarire, e guarire da ogni malattia, quando un certo fuoco viene a farIe ribollire. lo guardo: nessuno per aiutarmi. Grido la mia angooscia: nessuno per sostenermi (Is 63, 5). Più nessuno per piantare ancora la mia tenda (Ger lO, 20); nessuno di cui mi possa fidare; nessuno a cui dare il meglio di me stesso; nessuno per cui vivere; nessuno per cui essere! Nessuno!
Quale vita, da un giorno all’altro, non è attraversata da una simile desolazione? Rare, sempre più rare quelle che sfuggono ad essa. Orfani lo siamo tutti, in una zona insospettata del nostro essere, nel quale si apre una falla che non vogliamo, che non possiamo conoscere. Riuscirà un giorno ad aprirsi in invocazione? Per una moltitudine, porte di bronzo sbarrano l’accesso!
La solitudine: quella da cui non si vorrebbe uscire, e che nulla, di fatto, viene ad infrangere; quella che mutila, e che nessuuno sguardo viene a illuminare; tanto opprimente, che si finisce col popolarla di inesistenti presenze. Con gli anni essa si accresce inesorabilmente. Si è soli al di dentro: perdute le tracce del prooprio cuore; soli al di fuori: tutt’intorno si è scavata una fossa.
Quale uomo non ha un proprio deserto, così come ha un proprio volto? O, più che un deserto, uno smarrimento; più che una solitudine, un isolamento. Come un gufo tra le rovine, come il passero solitario sul tetto (Sal 102, 7). Nessuno! (…)

La paura! Gli uomini nascono, vivono, muoiono in essa, e molte volte a causa di essa. Sì, la paura fa morire; di paura, i cuori cessano di battere, quando non vogliono, non possono amare … Di paura le labbra si chiudono: non vogliono, non possono benedire …
La nostra terra è troppo glaciale, la nostra esistenza troppo cupa. Non si ha nessuno … Chi di noi non ha conosciuto sguardi che vorrebbero rassicurare e che una inquietudine – nata non si sa dove – viene ad offuscare; labbra su cui il sorriso abortisce in un ghigno, maschere la cui durezza denuncia una prigione interiore … Mai è stata data fiducia, né ricevuta, né donata; al suo posto una diffidenza che scatena la paura. Si ha paura della propria vita, paura della propria morte, al punto da esserne sconvolti. Si ha paura del proprio fratello, e più ancora di se stesso; paura dell’autunno che s’avvicina; paura per ciò che è già appassito. Si ha paura del domani, perché ieri si è avuto paura, una paura sempre viva oggi: paura del che cosa diranno, paura soprattutto di che cosa potrà accadere. Paure retrospettive e paure anticipatrici avvelenano il nostro presente.
Avvinta alla nostra pelle, come una piovra che finisce per strangolare. Piaga mortale, più distruttrice dell’odio; l’odio è il contrario dell’amore, la paura è la sua assenza. L’odio può mutarsi in amore, la paura lo paralizza: rode i giorni, altera la luce. Chi potrà esorcizzare il demonio dell’angoscia che s’aggira attorno alla nostra casa?
(continua…)

Luglio 26, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(37) IL CORPO CONTRAFFATTO

bimbi e tv

I figli di Narciso

Inutile cercare tra noi (compreso chi scrive) dei privilegiati: i nati dal secondo dopoguerra in poi sono figli della devozione ideologica alla realizzazione professionale e all’impiego “creativo” del tempo libero, che a sua volta mascherano l’ossessione narcisistica di una vita come opera d’arte: in questo contesto la prole, per quanto ancora vissuta come finalità naturale della coppia, rappresenta rispetto alle ambizioni dell’Io contemporaneo un peso eccessivo, (fortunatamente?) delegabile alle varie istituzioni pedagogiche (dal nido a mamma televisione).
Scrive Christopher Lasch, insuperato studioso della cultura del narcisismo di massa(1):

E’ probabilmente mal posta la questione se i bambini soffrano per “una precocità nuova” o per il prolungamento non necessario della dipendenza economica ed emotiva (interpretazioni ugualmente plausibili dell’infanzia moderna, avanzate dai critici della nuova pedagogia). Nessuna delle due concezioni coglie le caratteristiche dell’infanzia in una società che sembra indifferente non solo ai bisogni dei bambini, ma a quelli, in generale, delle generazioni future. La scarsa attenzione alle esigenze dei bambini rientra in un quadro più vasto di indifferenza, che include lo sfrutttamento sconsiderato delle ricchezze naturali, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, e la disponibilità a rischiare guerre nucleari “limitate” come strumento di politica nazionale.
Un’inchiesta, apparsa recentemente sul “Globe & Mail” di Toronto, che annunciava che “la mistiça della condizione di genitore è irrevocabilmente in declino”, coglieva l’essenza dell’atteggiamento prevalente nei confronti dei bambini. Un maestro, citato nell’inchiesta, notava che “i bambini, presi a piccole dosi, possono essere divertenti, ma possono anche essere inesorabilmente esigenti. Non hanno molto tempo per le fantasie degli altri, ne hanno solo per le proprie.” Un lettore universitario diceva che i bambini “trasformano la tua compagna in madre, una delle forme più deprimenti che un esssere umano possa assumere”.
Affermazioni del genere, unitamente a un gran numero di altri fatti, fanno supporre che i bambini abbiano pagato un prezzo molto alto per la nuova libertà di cui godono gli adulti. Passano troppo tempo davanti alla televisione, perché gli adulti la utilizzano come surrogato della baby-sitter e le demandano le proprie funzioni di guida e di disciplina. Passano troppi dei loro giorni in centri per l’infanzia che spesso offrono servizi molto carenti. Mangiano robaccia, sentono musica scadente, leggono fumetti di cattiva quaalità e passano ore a giocare con i videogiochi perché i genitori sono troppo indaffarati per nutrire in modo corretto il loro corpo e la loro mente. Frequentano scuole di terza categoria e ricevono consigli morali di terza categoria dai compagni più grandi. Molti genitori e molti educatori, avendo assorbito un’etica di stampo terapeutico e un malinteso ideale ugualitario, esitano a “imporre” i loro metri morali ai giovani o a esprimere apertamente” giudizi”. Secondo uno studio psichiatrico citato da Marie Winn nel libro Bambini senza infanzia, “la maggior parte dei genitori esitano a sostenere con chiarezza che sono loro, e non i figli, a dover stabilire le regole, e qualche genitore affferma che tutti dovrebbero essere uguali”. I genitori di un ragazzino di undici anni che aveva sbattuto la madre contro una porta, le aveva rotto una vertebra e, quando era già a terra, le aveva dato un calcio in faccia, a un intervistatore che chiedeva un giudizio morale sul comportamento del figlio, dissero: “Non era né giusto né sbagliato.”

(continua…)

Luglio 25, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(36) IL CONTATTO PERSONALE E LE ORIGINI DEL PROCESSO EMOZIONALE

neonato

Anima, corpo e linguaggio

Tra le stranezze che il cronista Salimbene de Adam(1) attribuisce a Federico II di Svevia c’è quella
“di voler scoprire che lingua e quale idioma avessero i bambini nel crescere, se non parlavano con nessuno. E perciò diede ordine alle balie e alle nutrici di dare sì il latte agli infanti e lasciar succiare loro le mammelle e far loro il bagno e tenerli netti e puliti: ma che non li vezzeggiassero in nessun modo e stessero sempre mute e silenziose davanti a loro. Intendeva arrivar a conoscere se parlavano poi la lingua ebraica, la quale era stata la prima, o il greco o il latino o l’arabo: o almeno la lingua dei so’ genitori da cui erano nati. Ma s’affaticava invano: i fanciullini ovverosia infanti si morivano tutti. Ché vivere non potrebbero senza quei battimani e quegli altri gesti e la letizia ridente del volto e le carezze delle loro balie e nutrici. E fescennine sono chiamate le cantilene che la donna dice movendo la culla, per addormire il bambinello. E senza quelle ninnenanne il bambino non riuscirebbe ad addormentarrsi e a trovar la sua pace nel sonno”.

Non so quanta verità storica e quanta leggenda ci sia in questo episodio, ma il macabro risultato dell’esperimento mi pare verosimile. Eppure, si dirà, ci sono bambini che sopravvivono a privazioni, violenze e turpitudini di ogni genere. Ci sono bambini sopravvissuti nei boschi e allevati da animali, e non parlo solo dei gemelli capitolini o del Mowgli di Kipling. Perchè la sola mancanza di comunicazione emotiva dovrebbe risultare letale? Do una risposta provvisoria che cercherò più sotto di confermare con interventi di psicoterapeuti illustri. Il contatto personale, non necessariamente verbale ma almeno intenzionalmente affettivo, è a quell’età l’unico strumento per elaborare risposte emozionali e di seguito linguaggio. Senza questo un animale può sopravvivere, un essere umano no. L’umanità è natura, non cultura, e non di solo pane vive l’uomo.
Per chi ne avesse bisogno, questo sarebbe già un capestro per materialisti d’accademia o da salotto e darwinisti d’accatto.
Ma seguiamo la ricostruzione psicogenetica del processo emozionale con la sintesi efficace di J. Konrad Stettbacher(2):
(continua…)

Luglio 24, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(35) SCAVARE E PORTARE ALLA LUCE: IL TESORO NASCOSTO, I RELITTI DEL PASSATO MITICO, IL DONO CELESTE

cristallo

La vocazione alla scoperta

Rovistando e facendo buchi nel giardino (occupazione pericolosa: mio nonno aveva le mani come badili), mi capitò un giorno di trovare una monetina da una lira, consunta dal tempo. Era già fuori corso da un pezzo (cosa credevate, non sono così vecchio!), ma quando mi spiegarono, ne ricavai l’impressione di una scoperta eccezionale, foriera di un destino luminoso. Da quel momento ricordo un periodo di prodigiose fantasticherie dell’antico e del profondo, ed esplorazioni anche nei dintorni, condivise coi coetanei e materia per speculazioni ardite, cui loro fingevano almeno di credere: così spacciai una lama arrugginita trovata nel pratone per una baionetta della prima guerra mondiale ma la mia credibilità colò a picco quando tentai di far credere che nella mia cantina il nonno custodiva un elmo cornuto di origine gallica (fosse stato vero, Bossi mi avrebbe fatto almeno senatore). Però tutto questo è niente, rispetto alla scoperta dei quarzi, quando per la prima volta durante una vacanza in montagna potei liberamente esplorare i dintorni senza la presenza asfissiante dei genitori. Ricordo le mie gelose collezioni di quell’estate, e le contemplazioni profonde dei miei tesori. Credo sinceramente che la vocazione alla conoscenza abbia molto a che fare con le fantasie primarie del bambino che scava e porta alla luce ciò che è nascosto. Proverò a convincervi con tre brani di grandi sognatori della materia. Il primo è di Novalis(1). Sentite come parla del suo mestiere questo minatore, e ditemi se non potrebbe con le stesse parole descrivere ciò che pertiene all’archeologo, al filosofo, all’uomo di scienza.

- Signore, – disse il vecchio rivolgendosi a Enrico e asciugandosi alcune lagrime, – il mestiere del minatore deve essere benedetto da Dio, poiché non c’è nessun’altra arte che faccia più felice e nobile chi la pratica, che meglio ecciti la fede in una saggezza e provvidenza divine, e che serbi più pura l’innocenza e la fanciullezza del cuore, di quella del minatore. Povero nasce il minatore, e povero se ne rivà. Egli si contenta di sapere dove si trovino le forze metallifere, e di trarle alla luce; ma il loro accecante splendore non può nulla sul suo cuore puro. Non ardendo di pericolosa follia, egli più si rallegra delle loro mirabili forme, della singolare loro origine e sede, che del loro tanto promettente possesso. Esse non hanno per lui alcun fascino, quando siano diventate mercanzie, e piuttosto egli le cerca fra mille fatiche e pericoli nel cuore della terra, che seguire il loro richiamo nel mondo e sulla superficie con astute e bieche arti inseguirle. Quelle fatiche serbano fresco il suo cuore e vivi i suoi sentimenti; egli si gode la sua esigua ricompensa con intima gratitudine, e risale ogni giorno dalle oscure gallerie del suo lavoro con rinnovata gioia di vivere. Solo lui conosce l’incanto della luce e del riposo, il benessere dell’aria libera e del guardarsi attorno; solo per lui bevanda e cibo hanno un gusto davvero ristoratore e sacro, come il corpo del Signore; e con che animo amante e tenero non va fra i suoi compagni, o stringe al petto la moglie e i figli, e grato gode del bel dono della conversazione familiare!
Il suo solitario lavoro lo strania per una gran parte della sua vita dalla luce del giorno e dal commercio cogli uomini. Pure egli non s’abitua a un’ottusa indifferenza verso queste profonde cose di sopraterra, e conserva la sua vena infantile, per cui tutto gli appare nel suo spirito più proprio e nel suo vivace incanto originario. La natura non vuol essere possesso esclusivo d’un solo. Se tale, si muta in un perfido veleno che scaccia ogni pace e mena la fatale brama di attrar tutto nel cerchio del possessore, con una sequela d’affanni infiniti e di selvagge passioni. Così essa scava la terra sotto i piedi di quello e presto lo sepppellisce nell’abisso aperto, per passare di mano in mano e gradatamente soddisfare, così, la sua disposizione a esser di tutti.

(continua…)

Luglio 23, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(34) IL TATTO: LA MATERIA E LA RIVELAZIONE DELLA VOLONTA’ di V. Binaghi

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 6:51 pm
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castello di sabbia

TOCCARE ED ESSERE TOCCATI: ESTROVERSIONE E INTROVERSIONE

L’ultimo dei sensi esterni, la cui disanima ci conduce all’origine dell’essere spirituale nella sua condizione incarnata, è il tatto. Last but not least, direbbero gli inglesi, visto che proprio attraverso il tatto il soggetto manifesta la sua presa attiva sul reale, ma anche gli viene rivelata la sua propria intimità. Toccare e manipolare, o essere toccati: ecco una polarizzazione che dice ben più di una semplice reversibilità dell’atto. Qui, infatti, quelle che si aprono sono due vie opposte e complementari, forse l’origine stessa di ogni cosmica complementarietà: l’esterno e l’interno, l’azione e la passione, il dominio e la vulnerabilità: infine, il maschile e il femminile, quando questi termini non indichino la differenza di genere nella specie umana, ma le due colonne di una metafisica dell’esperienza, come accadeva nelle antiche cosmologie di Pitagora e Lao Tse.

LA VOLONTA’ DI FORMA: PREISTORIA DELL’ANIMUS

Ad ogni consistenza della materia, corrisponde un progressivo disvelamento della volontà creatrice, e una diversa gioia.
Quando avevo tre anni mio nonno, che aveva fatto diversi mestieri tra cui il muratore (ma per sua e mia fortuna non sapeva nulla di psicodidattica à la page) fece portare a casa una carrettata di sabbia, per me. Non avevo ancora mai visto il mare, ma per parecchio tempo quello fu il mio gioco preferito. Ricordo solo vagamente il monticello (che ogni sera lui provvedeva a rimpignare, dopo le mie scorribande), non i giochi che ne traevo, ma se chiudo gli occhi risento nelle mani il piacere inestinguibile della forma.
A scuola scoprimmo la plastilina (il Pongo!), meravigliosa e legale: basta coi furti di stucco dai vetri delle finestre, e con gli scapaccioni che ci procuravano! Il pongo, la scatola minima di sei bastoncini coi colori fondamentali (solo i più benestanti potevano permettersi i dodici o i diciotto, come per le matite), durava poco, però. Nei pomeriggi d’inverno riempivo la credenza di casa di personaggi minuti, un presepe lunare che a mia madre non piaceva. Smontate le figure e rimessi a posto i pezzi, colore per colore, la purezza originaria della barretta risultava irraggiungibile. Tanto valeva allora procedere con il miscuglio, e provare ad ottenere i colori intermedi. Giallo e rosso, fa l’arancio. Così il bambino celebrava le nozze della luce e della morbidezza, finchè gli esperimenti dissennati non riducevano il tutto a un bolo grigiastro e di pessimo aspetto. Ecco un’altra grande verità, alla scuola della materia: l’irreversibilità dei processi, e l’entropia che ogni settimana faceva arricchire il cartolaio del paese!
(continua…)

Luglio 22, 2009

ADOLESCENZA E VOLONTA’ DI CREAZIONE di Maria Zambrano

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 7:11 pm
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febbre adolescente

Questa pagina mi ha illuminato il campo, mentre vagavo riflettendo sulla creatività come bisogno profondo, la volontà di forma che prolunga la pulsione primordiale di plasmare se stessi e il proprio destino. L’adolescenza è l’irruzione di questa nuova dimensione dello spirito nella quiete dell’infanzia. Se a diciott’anni avessi letto questa pagina, forse avrei capito di più della febbre che mi divorava allora, e che mi ha fatto sbattere come un ossesso contro i muri dell’epoca.
E’ stato detto che la salvezza del mondo è affidata alle donne. Leggendo opere come quelle di Annah Arendt e di Maria Zambrano, vien da pensare che anche la salvezza della filosofia lo sia.
Il testo che segue è tratto dalla raccolta di scritti brevi Per l’amore e per la libertà (Marietti 2008).
Altri testi di Maria Zambrano sul blog di Roberta, la Fata Centenaria e sul blog di Francesco Marotta

Pare che l’adolescenza custodisca qualche segreto della vita propriamente umana, o almeno pare che scopra con più evidenza la condizione propria dell’umano.
Pare essere così perché il riconoscimento dell’adolescenza, e anche il suo essere in auge, sia un fatto che dipende dalla storia, in un certo senso, è un lusso che si dà in alcuni momenti della storia quando l’umanità, con maggiore audacia e risolutezza, è tornata in possesso della Terra in tutti i suoi aspetti. Si può dire che è un lusso dell’umanesimo. Ricordiamo, come esempi, il periodo della Democrazia ateniese, centro e vittima allo stesso modo, ricordiamo il vecchio Socrate attorniato da adolescenti, la Firenze di Lorenzo il Magnifico, quando il pittore adolescente Botticelli dipinge il quadro della Primavera per commemorare le gare poetiche nelle quali fu premiato il poema dell’adolescente Angelo Poliziano. Di queste gare fu regina Simonetta Vespucci – già morta quando il quadro fu compiuto – e fu eroe quasi mitologico Giuliano de Medici. Tutti i geni fiorentini di quel tempo, Pico della Mirandola compreso, risplendevano non solo per la loro adolescenza, ma si può dire che furono geni dell’ aadolescenza in quanto tale. La stessa città di Firenze, con la sua tensione ardente, con il suo estremismo, è l’espressione dell’ adolescenza come se finalmente l’adolescenza, consegnata più alla distruzione che alla costruzione, avesse conseguiito la capacità di costruire e anche di costruirsi.
Essere adolescenti è come un «di più», come un lusso che, come tutti i lussi, può essere fatale quando non sta sottomesso a una disciplina che prescinde dal compimento di una finalità.
L’adolescenza, se è qualcosa, è l’irruzione del propriamente umano: la necessità e l’entusiasmo di creare. Si può obiettare a tutto questo dicendo che la fanciullezza è spontaneamente scrittrice, che i bambini creano senza rendersene conto. Questo è certo. Tuttavia, esiste una differenza tra il creare spontaneo dell’infanzia e il processo di creazione che irrompe nell’adolescenza. Nel bambino l’Io non è ancora rivelato; l’infanzia è un processo di separazione nella quale l’individuo come tale va scoprendo se stesso. Nell’adolescenza si presenta dominando questo essere separato, questa soolitudine propria dell’uomo. In seguito, si produce la rivelazione dell’individuo, e l’individuo umano è per necessità creatore o, quantomeno, realizzatore.
A tutto questo si unisce la rivelazione che chi scrive resiste al fatto di doverla chiamare «sesso», preferendo l’antica denominazione di «eros», di amore che conduce alla generazione, il che è perfettamente coerente con quanto si è detto perché anche questa specie d’amore è determinata dalla necessità e dal desiderio di creare, di dar vita a altri esseri umani che, oltre i confini della vita visibile, chiamano per essere fatti nascere.
Così l’adolescente che si scopre come individuo, come esssere non scambiabile con altri, sente il dominio della forza che impone di mettere al mondo altri esseri originati da lui – anche se non creati propriamente -; ha desiderio di rispondere al mondo intorno con qualcosa di suo: un’ azione, un pensIero, un opera.
Ma tutto questo non accade tanto semplicemente. Si trattta, per il momento, di un conflitto; un confitto con il monndo stabilito, con l’amore nascente, un conflitto con se stesso, che è ciò che conta di più. Se l’adolescente còmbatte con ciò che gli sta intorno è perché lo fa con se stesso, perché non ha potuto ordinare il caos che nella sua anima risveglia la riivelazione della totalità della vita: la vita si presenta cosÌ, in un istante, come «tutta la vita» con la quale bisogna riuscire a combinate qualcosa. Per questo, spesso l’adolescente desidera donarla tutta, il che può dar origine all’ eroismo o meglio, a un’ azione distruttiva contro la società o contro se stessso. L’adolescenza porta con sé l’ombra del possibile suicidio.
Educare l’adolescenza è salvarla e salvare la sua potenza individualizzatrice e creatrice nel caos che la circonda. Connviene ricordare che a maggior potenza creatrice corrisponde maggiore estensione del caos. Il maestro non può dimenticarlo.

Luglio 21, 2009

COSMOLOGIA DI UNA MASSAIA di Valter Binaghi

Archiviato in: Pensiero, Scritture — vbinaghi @ 6:56 pm

impastare

Curvo sotto il peso di gravi pensieri il filosofo passeggiava nel giardino della sua casa: contava mentalmente i passi che la critica deve percorrere per giungere dal verosimile al certo.
Tutto assorto nel suo compito, passò davanti alla finestra della cucina e vide sua moglie,intenta ad impastare una focaccia. Con viso lieto la donna lavorava,e scandiva la fatica cantando una strana canzone. Il filosofo porse orecchio per origliare di nascosto.
La canzone diceva così :
“Il segreto di una buona focaccia
è nascosto nel cuore di Dio.
Non è forse simile alla sua la mia opera ?
Impastò acqua e terra, come io faccio con la farina,
poi mise l’anima come un lievito
ed espose il mondo al sole, perchè ogni germoglio
si destasse all’ora giusta.
Non fu forse lui ad insegnarci l’arte del fuoco?
Per imparare basta far silenzio ed ascoltare!”

Il filosofo si affacciò al davanzale e le gridò: “Donna,la fatica dei dotti è stata dunque vana, se tu non cessi di riverire i parti grotteschi della fantasia! Quali sciocche opinioni vuoi trasmettere ai tuoi figli, sottraendoli all’apprendistato della ragione? Chetati,che ti possono sentire!”
Rispose la donna: “Se tu sai distinguere la Verità dall’Illusione, per quale motivo non ridi nè canti mai, non mostri felicità per le altezze da te raggiunte – non si sta bene lassù, presso il Sole?”
Il filosofo scosse la testa: “Che cosa ha a che fare la Bellezza con la Verità? Anzi è il loro divorzio che ha finalmente liberato gli uomini dai miti. Sappi che il filosofo è grave proprio perchè la sua mente è spoglia di queste facili consolazioni. Eppoi la scienza è studio severo, non frivolezza di danza”
“Lasciami allora”, disse la donna, “lasciami al mio umile impasto. Io non arrivo a comprendere la nobiltà della tua Scienza. Mettendo il lievito nella pasta e sedendo ad aspettare, mi contento di veder nascere il mondo”.

Luglio 20, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(33) I VALORI TRA MORALISMO E CORRUZIONE. PER FARLA FINITA CON LE NEUROSCIENZE di V. Binaghi

neuroscienze

Ci sono motivi diversi per fare una cosa, e ogni volta è un diverso valore che funge da criterio della scelta. Si può smettere di fumare perchè la cosa ha perso il suo gusto. Si può smettere di fumare perchè il medico ti ha messo paura. Perchè tua moglie è rimasta incinta e non vuoi dar fastidio a lei e al bambino. O perchè, col tempo, hai preso in odio ogni forma di dipendenza, e vuoi essere un uomo libero. L’atto è lo stesso (astinenza dal fumo) ma i motivi non sono ugualmente nobili, e questo è un modo per capire che esiste una gerarchia nei valori.
Ci sono motivi diversi per cercare la compagnia di una donna. Ci si piace, ci si prende, ci si coccola. Si dà soddisfazione a una pulsione profondamente vitale e salutare come la sessualità. Oppure si cerca in lei il profondo benessere che danno compagnia stabile e confidenza. O la si elegge come compagna per la vita, in una dimensione che diventa inevitabilmente sacramentale (anche se non come tale celebrata), perchè implica la serietà assoluta, la sacralità di ciò che è definitivo.
Ci sono dimensioni diverse nella comunità umana. C’è la sicurezza che protegge dai pericoli. C’è la condivisione degli affetti, che conforta l’anima. C’è l’obbedienza alle leggi e la condivisione del linguaggio, che consente la comunicazione personale ai livelli più coscienti e appaganti. C’è l’universale riconoscimento della dignità dello spirito, che va oltre i confini e le differenze etniche, e prefigura la Città di Dio.
La gerarchia dei valori è accessibile nella sua interezza solo a un’esperienza corrispondente. Non si può imporre nè presupporre, anche se si può educare l’uomo a completare il suo percorso.
Chiamo moralismo la pretesa di giudicare le scelte altrui, senza tener conto del livello d’esperienza e di consapevolezza del valore che le sorregge. Il moralismo produce posizioni grette e spietate anche quando si proclama ispirato da nobili intenzioni. Come accade in certo cattolicesimo, che poco ha a che fare con lo spirito del Vangelo.
Chiamo corruzione intellettuale la negazione della gerarchia dei valori, per giustificare costumi improntati a valori inferiori, e ideologie consolidate in qualche tipo di rifiuto dell’intelligenza. E’ il caso di quel misto di scientismo, materialismo e relativismo etico che le culture liberali e post marxiste continuano a diffondere nel tessuto sociale.
(continua…)

Luglio 19, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(32) LA GERARCHIA DEI VALORI IN MAX SCHELER

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max scheler

Ho trovato in Rete questa scheda, che ripropongo anche se non riesco più a ricostruire il sito e l’autore da cui l’ho presa, perchè la scheda è singolarmente sintetica e chiara. Chiunque ne rivendichi la paternità mi faccia una segnalazione, e sarà prontamente citato.

Generalmente, egli dice, si pensa ai «valori» intesi come «beni» o come «fini». Ma il bene non è un valore; esso incorpora un valore. Il fine poi non è necessariamente un valore; può averne uno o non averne affatto. Bisogna allora che il problema dei valori sia affrontato con metodo fenomenologico; in tal caso si scopre che l’«essere del valore» si rivela solo all’interno dell’«esperienza emotiva»; in questa esperienza – che è di tipo «intuitivo» – il valore «si dà» in modo immediato. Sicché il «valore» è l’oggetto di una «relazione intenzionale», cioè di un rapporto di conoscenza. E siccome Husserl ha mostrato che l’oggetto dell’atto intenzionale ha una sua realtà indipendente da quella della coscienza, allora bisogna ammettere che c’è un «mondo dei valori» che è, in quanto «oggettivo», autonomo rispetto alla coscienza, non dipendente dagli atti con cui lo apprendiamo. Esso ha quindi un ordinamento «a priori», che consiste nel rapporto gerarchico sussistente tra i vari tipi di «valori»; ha un ordinamento intrinseco che, sottolinea Scheler, non è costituito dal soggetto umano.
Quattro sono i tipi o i gradi di valore, che corrispondono a quattro modi con cui l’uomo li coglie. Il grado inferiore è costituito da quei valori che possiedono la modalità della «gradevolezza-sgradevolezza», e che sono colti con il «sentire sensibile», per il quale l’uomo gode o soffre; segue, sovraordinato a questo, il grado dei «valori vitali», colti col «sentimento vitale», per il quale l’uomo avverte, ad esempio, di «star bene» o «star malato»; superiore a questo è il grado dei «valori spirituali», colti col «sentire spirituale», e a cui appartengono tutti i valori estetici, teoretici, giuridici, ecc.; al livello piú alto stanno poi i «valori religiosi», che vengono colti con quel «sentire» in cui si prova beatitudine-disperazione; essi cioè si apprendono con un atto di «amore», di quell’amore che ha come carattere specifico il relazionarsi alle altre «persone».
Nella vita emotiva, dunque, l’uomo «sente», «apprende» valori; in quella pratica poi opera una «preferenza»; non c’è vita pratica senza una «preferenza» di valori. Preferenza non è scelta: è un atto che sta alla base della scelta stessa; infatti quando l’uomo «sceglie» un fine da raggiungere, questo viene scelto proprio in relazione ad un atto preferenziale, prioritario, di un determinato valore.
(continua…)

Luglio 17, 2009

LA GERARCHIA DEI VALORI IN UN PAESE CORROTTO di V. Binaghi

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sofri e ferrara

Erroneamente si considera spesso il valore come sinonimo di bene. Ma il bene è sempre concreto: qualsiasi cosa possa essere oggetto di appetito, da un cornetto caldo a un film western, dalla tenerezza di un amante, al compenso per un lavoro svolto. Il valore, invece, è piuttosto il criterio con cui scegliamo tra un bene e un altro bene, soprattutto quando i beni implicano diversi ordinamenti della vita .
Ad esempio, il cornetto fresco a colazione è un bene. Ma se lo voglio tutte le mattine, devo organizzarmi in modo da fare la spesa di cornetti due volte a settimana, da avere un frigorifero in cui riporli, un reddito fisso per mantenere queste abitudini ecc.
Quest’ordine può risultare più o meno gratificante, a seconda delle persone. Alla domanda: “Ne vale la pena?” rispondo si. Ma se, come pare, l’equilibrio planetario si regge sul fatto che solo una famiglia al mondo su venti possiede un frigorifero, e il giorno in cui tutti compresi i cinesi avessero un frigorifero il pianeta rischierebbe la sopravvivenza, forse dovremmo rivedere il giudizio. Non ne vale la pena, perchè la sopravvivenza vale più del confort momentaneo di pochi.
Ai tempi dei miei bisnonni un operaio di Nerviano andava in bicicletta a lavorare a Rho e ci metteva un quarto d’ora. Poi si sono diffuse le automobili, che hanno permesso a mio nonno di metterci cinque minuti. Ma attualmente, dato il numero di automobili presenti sulla statale del Sempione all’ora dei pendolari, per percorrere quella distanza di minuti per me ce ne vogliono anche venti. Guardo la mia automobile e mi chiedo: ne vale la pena?
Ora, questi esempi non pongono grossi problemi perchè portano a scelte quasi obbligate: come se, a certe condizioni, di fronte ai vincoli posti da un certo ordinamento di vita, tutti darebbero le stesse risposte. In quel caso le decisioni politiche in materia economica, tecnologica e civile sarebbero semplicissime perchè avrebbero un consenso unanime.
Ma le cose non stanno così. Negli anni Trenta le maggioranze vociferanti d’Italia, Spagna e Germania, si sono rifugiate sotto la protezione di un’ideologia nazionalistica (che li preservava dal relativismo e dalla paralisi di un liberalismo bolso) e di un padre della patria (su cui proiettare le angosce derivanti dalla svalutazione psicologica del soggetto). Molti altri, però, in quegli stessi paesi, hanno rischiato (spesso perduto) beni e vita per opporsi a questo genere di ordini. Per loro ne valeva la pena.
Oggi grazie a Dio non siamo in mezzo a una guerra civile, ma quando gli italiani, interpellati da un referendum se volessero o no le interruzioni pubblicitarie nei film in TV hanno risposto si, io ho pensato per un attimo di chiedere la cittadinanza del Burkina Faso.
(continua…)

Luglio 16, 2009

EDUCAZIONE SIBERIANA di Nicolai Lilin

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Educazione siberiana

Questo libro mi ha accompagnato negli ultimi tre giorni, ed è uno dei libri che ho più apprezzato in questo 2009, insieme all’ultimo romanzo di Giuseppe Genna e all’esordio narrativo di Giorgio Vasta.
E’ una storia a sfondo autobiografico ma di grande interesse antropologico, e racconta un’adolescenza vissuta all’interno di una comunità siberiana deportata dai sovietici in Transnistria (un tempo detta Bessarabia) e costituitasi in società criminale, dove insieme alla dura vita del fuorilegge il protagonista ha assimilato una tradizione e un’etica imperniate sull’autorità degli anziani, la devozione al cristianesimo ortodosso, l’assoluto rispetto per la parola data e la protezione dei deboli, e un codice di comportamento e comunicazione particolarissimi, in cui il tatuaggio funge da narrazione personale e documento d’identità. Rimandandovi a questa presentazione di Roberto Saviano per ulteriori notizie sul libro, ne propongo un brano.

La nostra filosofia di vita ha un rapporto stretto con la morte, ai bambini viene insegnato che il rischio e la morte sono cose legate all’esistenza, e quindi togliere la vita a qualcuno o morire è una cosa normale, se c’è un motivo valido. Insegnare a morire è impossibile, perché una volta fatto l’affare non c’è ritorno, e dall’ aldilà non ha ancora telefonato nessuno per raccontare come si sta. Però insegnare a convivere con la minaccia della morte, a «tentare» il destino, non è difficiile. Molte fiabe siberiane parlano dello scontro mortale tra criminali e rappresentanti del governo, dei rischi che si corrrono ogni giorno con dignità e onestà, della fortuna di quelli che alla fine hanno preso il bottino e sono rimasti vivi, e della «buona memoria» per quelli che sono morti senza mollare gli amici in difficoltà. Attraverso queste fiabe i bambini percepiscono i valori che danno senso alla vita dei criminaali siberiani: rispetto, coraggio, amicizia, dedizione. Verso i cinque-sei anni i bambini siberiani dimostrano una determinazione e una serietà invidiabili anche per gli adulti di altre comunità. E su basi cosi solide che si costruisce l’educazione a uccidere, ad agire fisicamente contro un essere vivente.
Di solito il padre si porta dietro il bambino fin da piccolo per fargli vedere come si uccidono gli animali da cortile: galline, oche, maiali. Così il bambino si abitua al sangue, ai particolari dell’uccisione. Dopo, verso i sei-sette anni, al bambino viene offerta la possibilità di ammazzare da solo un picccolo animale. In questo processo educativo non c’è spazio per i sentimenti sbagliati, come il sadismo o la vigliaccheria. Il bambino va educato e gestito in maniera tale da fargli raggiungere una piena consapevolezza delle proprie azioni, e soprattutto dei motivi e dei significati profondi che stanno dieetro quelle azioni. (…)
Una volta, mio padre mi ha chiamato in giardino:
- Vieni qua, piede scalzo! E porta con te un coltello! Ho preso un coltello da cucina, quello che di solito usavo per ammazzare le oche e le galline, e sono corso in giardino. Sotto un grande e vecchio albero di noce erano seduuti mio padre, il suo amico zio Aleksandr, che tutti chiamavano «Osso», e mio zio Vitalij. Stavano parlando di colombi, la passione di ogni criminale siberiano. Zio Vitalij stringeva fra le mani un colombo, gli apriva l’ala e la mostrava a mio padre e a Osso, spiegando qualcosa.
- Nicolai, figliolo, ammazza una gallina e portala a tua madre. Dille di pulirla e fare una zuppa per stasera, che zio Osso rimane da noi a parlare un po’ .
«Parlare un po’» significa che i maschi della famiglia stanno insieme a bere e mangiare tutta la notte fino all’ esauriimento fisico, finché non crollano esausti uno dopo l’altro. Quando i maschi parlano un po’ nessuno li disturba, tutti fanno le loro cose fingendo che il posto dove si svolge la riuunione non esista.
Io sono corso nel pollaio in fondo al giardino e ho preso il primo pollo che ho trovato.
(continua…)

Luglio 13, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(31) IL SIMBOLISMO MORALE DEI SAPORI di Valter Binaghi

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 5:50 pm
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torte in faccia

Senza scomodare l’esoterismo alchemico o i percorsi cristallizzati delle neuroscienze, le metafore che animano il linguaggio quotidiano suggeriscono più di quanto gli intellettuali siano disposti a riconoscere, in tema di corrispondenze tra i sensi del corpo animato e la spirituale intelligenza del reale. Basterebbe interrogarle.
E, a proposito di intelligenza, perchè si parla del sale della sapienza?
Perchè la tenerezza è dolce, come l’amichevole compagnia?
Perchè la galanteria è piccante e la zitella è acida?
Perchè la rinuncia e la privazione lasciano l’amaro in bocca?
Si tratta di corrispondenze talmente primitive, che sarebbe impossibile ricondurle a qualcosa di più elementare. Qui, come sempre accade coi simboli, l’unica via percorribile è quella dell’amplificazione. Anzichè sottoporre le metafore alla decifrazione archeologica, prolungarne la risonanza, e seguirne per un tratto più lungo possibile la direzione, sapendo di non poter giungere ad un porto finale, perchè il loro oggetto è l’infinito respiro della vita.
Quel che più conta, è che proprio come i sapori che li simboleggiano, i diversi valori dell’esperienza umana sono fondamentali, irriducibili e bipolari.
La sapienza ordina l’azione, ne anticipa i decorsi e ne giustifica il senso, ma priva il soggetto dell’irresponsabile spontaneità che fa felici i bambini. Molto sapere, molto dolore, ha scritto qualcuno: difficile dargli torto.
La dolcezza degli affetti intenerisce il cuore e inumidisce l’anima. Eraclito non diceva un gran che bene dell’anima umida, forse perchè cala le difese e si abitua a sciogliersi anche di fronte a piaceri indegni.
Il piccante infiamma, e non solo le parti basse: cosa saremmo senza la curiosità intellettuale, e l’ammirazione per lo straordinario, l’inusuale, il meraviglioso? Eppure, l’eccitazione perseguìta come un metodo, porta a sensibilità estenuate, pronte a sacrificare il quieto godimento dell’armonia per la ricerca affannosa dello shock.
L’acidità non è forse la spina della rosa? Niente di dolce e prezioso sussiste a lungo senza una difesa, non sopravvive forma senza discontinuità con il vivente prossimo.
Quanto all’amarezza, non è solo del dolore o della privazione subita, ma anche dell’ascesi volontaria, del penoso sacrificio, e dell’accettazione della condizione mortale. C’è forse amore senza dono di sè, c’è forse vera e profonda conoscenza che non sortisca da un “memento mori”?

Luglio 12, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(30) SAPORI E VALORI di Valter Binaghi

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 8:05 pm
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natura morta

Sicurezza o ospitalità? Generosità o prudenza?
Valori vitali o estetici, produttivi o cavallereschi?
Quando sento che “non ci sono più valori” e che bisognerebbe in qualche modo ristabilirli mi vien da ridere: come se i valori fossero qualcosa che si costruisce con impegno, trasmissibili con l’evidenza persuasiva di un teorema.
Innanzitutto i valori non si possono costruire ma solo riconoscere, perchè sono oggetto di una percezione del tutto spontanea e certamente non trasmissibile per via intellettuale: come ha insegnato Max Scheler(1), l’intuizione del valore è più vicina alla sfera del sentimento che a quella della dimostrazione razionale. Nessuno potrà mai dimostrare razionalmente all’usuraio che la misericordia è più importante del profitto, o ad Achille che la tranquilla esistenza familiare e la gioia di una prole valga più di una breve vita avventurosa, coronata da fama imperitura.
In secondo luogo i valori sono diversi, tanti quanti i livelli di esperienza umana, e proprio perchè diversi e incommensurabili si pone ogni volta il problema di una scelta che implica una gerarchia, almeno momentanea. Non ci si chiede cosa vale, ma cosa vale di più, ed è precisamente questo che fonda la libertà del volere. Kant credette di poter definire la moralità in base all’incondizionatezza del volere (sono libero quando scelgo per puro dovere, senza che a motivare la mia scelta sia un qualche tipo di appetito o inclinazione), ponendo quindi come unico valore la libertà intesa come autonomia. Ma proprio Scheler ha dimostrato a mio avviso una volta per tutte che possiamo rinunciare a un valore solo per affermarne un altro, e l’etica kantiana non è affatto autonoma come il filosofo di Konigsberg pretendeva, ma si fonda sulla preminenza gerarchica di un tipo di valore, il valore ascetico come viene interpretato da un certo protestantesimo.
A metterci sulla strada per comprendere la pluralità e l’irriducibilità dei valori può essere invece proprio un altro dei sensi negletti, troppo spesso confinati alla materialità e incompresi nella loro capacità di declinare metaforicamente l’intelligenza del reale.
Parlo del gusto. Qui sotto cito una classificazione tradizionale dei sapori collegati ai Cinque elementi dell’antica cosmologia cinese. Tanto per aprire il campo d’indagine: come i sapori, i valori sono diversi, conoscibili solo per esperienza, irriducibili l’uno all’altro e tutti ugualmente necessari (anche se non tutti allo stesso modo per ogni occasione). In un prossimo post, vedrò di stabilire una connnessione analogica tra sapori e valori.
Infine, porrò il problema di una gerarchia.

Quando la teoria yin-yang è applicata al reale, cioè inserita nello spazio e nel tempo, essa dà origine alla teoria dei Cinque Movimenti: Acqua, Legno, Fuoco, Terra e Metallo. I Cinque Movimenti sono semplicemente delle fasi della trasformazione yin-yang: l’Acqua rappresenta infatti il massimo yin ed il Fuoco il massimo yang; il Legno ed il Metallo rappresentano rispettivamente il passaggio dallo yin allo yang e dallo yang allo yin. La Terra, da ultimo, rappresenta il Movimento centrale che stabilizza gli altri quattro. Ogni fenomeno ed ogni aspetto del reale trovano una loro corrispondenza in questa teoria e ciò accade anche per i sapori. In questa maniera ad ogni Movimento è assegnato un sapore corrispondente: il salato all’Acqua, l’acido al Legno, l’amaro al Fuoco, il piccante al Metallo ed il dolce alla Terra.
(Dal sito del Dr. Lucio Sotte, medico chirurgo esperto in Agopuntura e Medicina Cinese)

NOTE

1) Si veda la sua opera fondamentale: Il formalismo nell’etica e l’etica materiale del valore, che non solo contiene una critica puntuale all’etica kantiana, ma getta le basi per la fondazione di un’etica basata sull’intuizione originaria dei valori molteplici e pone il problema di una gerarchia psicologica e culturale dei medesimi.

Luglio 11, 2009

UN POPOLO DI EMIGRANTI

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:57 pm
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emigranti italiani

Questo post è dedicato a fautori e difensori della nuova politica italiana sull’immigrazione.
(I documenti sono tratti da giornali americani dell’epoca, e riprodotti in: G. A. Stella – L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi. – Rizzoli)

Usano lo stiletto come un pungiglione
«È noto che gli uomini provenienti dal Sud Italia e dalla Sicilia hanno minor controllo su di sé. Fra di loro l’impulso omicida scoppia come una fiammata di polvere da sparo e il loro stiletto è sempre pronto come il pungiglione delle vespe.»
(New York Times, Usa, 25-8-1904)

Assassini dopo due bicchieri
«Si suppone che l’Italiano sia un grande criminale. È un grande criminale. L’Italia è prima in Europa con i suoi crimini violenti. Il criminale italiano è una persona tesa, eccitabile, è di temperamento agitato quando è sobrio e ubriaco furioso dopo un paio di bicchieri. Quando è ubriaco arriva lo stiletto. Di regola, i criminali italiani non sono ladri o rapinatori — sono accoltellatori e assassini.»
(New York Times, Usa, 14-5-1909)

I peggiori rifiuti d’Europa
«Alcuni uomini della Società Italiana dichiarano che le persone che arrivano in America appartengono alla “classe più pericolosa d’Europa; sono carbonari e banditi e non aspettano altro che la più piccola provocazione per manifestare il proprio carattere”; così New York diventerà “una colonia penale per i rifiuti dell’Italia”.»
(«Gli immigranti italiani: una classe pericolosa», New Heralch Usa, 12-12-1872)

Pigri, venali e camorristi
«Perciò, se ci mettiamo a osservare l’Italia, scopriamo uno stato di cose davanti al quale i nostri racket, le tangenti e gli affari sporchi impallidiscono per un’evidente inferiorità di scelleratezza. Nella misura in cui l’italiano è più pigro, più pettegolo e più adatto agli intrighi rispetto all’americano, è anche più che un artista a “gestire le cose”. D’altra parte, Cavour stesso, per realizzare l’unità d’Italia, dovette trattare con i Borboni, venali e corrotti. Eppure questi furono i capi politici che Cavour dovette conquistare e poté farlo solo in un modo: promettendo loro la possibilità di continuare le loro attività di monopolio e arricchimento. Le ramificazioni della camorra arrivano al foro e alla magistratura, al Governo, e non risparmiano nemmeno la Corte del re.»
(«Una naturale tendenza alla criminalità», New York Times, Usa, 16-4-1876)

Luglio 10, 2009

AGNESE DI DIO di Norman Jewison

Archiviato in: Arti visive — vbinaghi @ 8:19 pm
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L’ho rivisto da poco, e mi sembra un modo perfetto per chiudere questo ciclo di post sull’anima, la vita, il mistero.
Un film straordinario.

agnese di dio

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