
Prima di esserci, vivevo.
L’anima mia già cuciva al corpo fiorente un sudario di foglie, eppure fu quel disegno a svelarmi la mia stessa forma, lo riconobbi come il mio corpo e ne collocai il profilo nella provvisoria geografia delle cose e degli eventi. Gli altri pensarono a dargli un nome, e io feci l’errore di credergli.
Nominando me stesso, perdetti l’infinità delle cosmiche parentele e guadagnai il potere. Di legare e di sciogliere. Artefice di storia, nientemeno. Fu un’ebbrezza di breve durata.
Nel recinto scolare vigilato (rosolato allo spiedo delle Storiche Coordinate Amenità) già languivo come un agnello e lamentavo l’inganno (divenni così un filosofo romantico).
Il paradiso perduto mi appariva nelle immagini della Madre violata, dell’unità infranta, e rimpiangendo la soddisfatta ciccia dell’Androgino farneticavo il ritorno dello Sfero.
Ma ci volevano dosi massicce di additivi orientali (o grappa proletaria, a seconda) per credermi capace di una sciamanica restaurazione del Senso. Finchè cedetti, schifai me stesso e il mondo intero (oh, pensavo, essere sparato via, come una palla di cannone dritta in cuore all’odioso satrapo semita che mi ha tratto dal nulla!)
Mi affacciai al davanzale e vidi la tua tristezza, speculare.
Scordai per un attimo la mostruosa canzone del desiderio, che suona lugubre e infinita in questo mondo come in una tibia cava, e sbriciolai il mio ultimo pane. Tu venisti a beccare, pigolando.
Chi sei? Domandai. Il mio principio o la mia fine?
E tu rispondesti coi versi del poeta. Non è lo stesso?
Fratelli a un tempo ingenerò la sorte, Amore e Morte.
Liberami, si udì, da questa miserevole proprietà.
Difficile da credersi: due bocche e una sola voce.
Ciò che accadde, fu attraverso l’Oscuro. Il nome che distingue non sa dire: non c’è che silenzio nel ventre della mutazione. Nessun altro segno, per questa generazione, che quello di Giona.
Di ciò che Io fu resta comunque traccia.
Il sepolcro vuoto, un sudario di foglie.
I cascami della lingua, quando la Parola è altrove.
Molto bello Valter!
…. e la grappa proletaria? E’ molto umano prendersi una sbronza!
C’è una canzone umoristica giapponese del periodo Meiji che dice:
Quando bevo sake,
La primavera appare nel mio cuore,
E gli esattori di debiti,
Sembrano proprio usignoli!
Ciao!
Commento di aiace — Luglio 2, 2009 @ 10:37 pm |
Caro Valter,
come sempre lanci riflessioni radicali, apri delle piste di ricerca, permetti vertiginose associazioni… Non a caso, ho pensato, leggendoti, a questo testo di Jankélévitch, che con parole musicali, direi danzanti, dice:
“Tout est dit, déplore le dogmatisme substantialiste, comme si ce qui était dit n’était plus à dire…Mais non ! rien n’est dit – ou plutôt tout est à dire, et ceci jusqu’à a fin des temps, c’est-à-dire (les temps n’ayant pas de fin, du moins pas de fin empirique) pendant l’éternité : ce qui est dit est encore à redire; ce qui est dit reste à dire comme si jamais personne au monde ne l’avait dit, comme si celui qui disait la vieille nouveauté de toujours la disait le premier pour la première fois !
(…) L’indicible surtout est une invitation à dire et redire sans cesse, un appel toujours renouvelé à la communication. D’un mot : tout est à dire et surtout ce qui a déjà été dit !
Nous craignons qu’à force de parler de l’amour et de la mort les métaphysiciens et les poètes lyriques ne nous aient rien laissé à dire ? Autant craindre que le devenir, depuis si longtemps qu’il devient, ne finisse par actualiser tous les possibles, autant craindre que toute potentialité en ce monde ne soit condamnée à la totale déperdition.
(…) Après tout ce qui a été dit, depuis que le monde est monde, sur l’amour et sur la mort, comment l’intuition trouve-t-elle encore quelque chose à dire ? C’est que les mystères de l’homme sont aussi l’affaire personnelle de chacun, le sujet d’étonnement le plus ancien et le plus neuf et, en quelque sorte, l’éternelle jeunesse d’une expérience philosophique.”
( “Le je-ne-sais quoi et le presque rien”, tome 1, ‘La manière et l’occasion’, pp. 59-60).
Con affetto ( hic!) *
* … grappa proletaria…? Sembra un brindisi in assonanza con qualcosa di già sentito…tanto tempo fa… Ma sì, il novecentesco, caro nonno Baudelaire che ancora sbava sullo spinello: “Per non essere gli straziati martiri del tempo, ubriacatevi senza posa. Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare”. Anche di grappa, perché no? – uno dei tanti distillati dei poveri, magari con una spruzzatina zen. Cin ! :-)
Commento di Gianni De Martino — Luglio 2, 2009 @ 11:17 pm |
Grazie amigos. Vi affacciate al simbolo e (come il simbolo richiede) anzichè decifrare o tradurre recate doni.
Così il simbolo è ciò che dev’essere: ciò che riunisce i viandanti.
Commento di vbinaghi — Luglio 2, 2009 @ 11:34 pm |
ti saresti potuto zittire per sempre, invece t’ha richiamato, mutato
Commento di da — Luglio 2, 2009 @ 11:56 pm |