Doctor Blue and Sister Robinia

Luglio 7, 2009

INDIZI DI CONOSCENZA(29)LE FALSE EVIDENZE DELLA QUANTITA’ di Valter Binaghi

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 7:20 pm
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frattale

Me ne vado per un paio di giorni nel mio eremo, senza telefono nè collegamento Internet, e vi lascio una questione affascinante, su cui mi arrovello da qualche giorno: il fatto è che da quando ho cominciato a riflettere sul tempo, la “ristrutturazione gestaltica” di cui ho parlato in precedenza si è impadronita davvero della mia visione del mondo, scompaginando le coordinate abituali.
Per esempio, che “il tutto è maggiore della parte” è una di quelle evidenze che il senso comune mai sarebbe disposto a mettere in dubbio, e lo stesso Cartesio ne faceva una delle colonne portanti dell’intrinseca razionalità del reale.
Ma in questi giorni ho trovato almeno quattro esempi che la smentiscono.

Il primo, nella matematica.
Supponiamo la serie infinita dei numeri naturali.
1 2 3 4 5 6 7 ……
Ora supponiamo la serie dei multipli di 2.
2 4 6 8 10 12 ……
A rigor di logica, la seconda serie è una parte della prima.
E invece, essendo entrambe infinite, devono considerarsi equivalenti.

Il secondo, nelle arti.
Se consideriamo un quadro (es. la Gioconda di Leonardo) e un dettaglio del quadro (ad esempio il sorriso), è chiaro che siamo in un rapporto di tutto a parte e che la seconda è “minore” del primo. Ma è proprio vero che l’inquadratura di un dettaglio è una “parte” rispetto a un primo piano, o a un campo medio o lungo in una foto o in un film? Non è invece un tutto d’immagine, di pari dignità e significato estetico e narrativo? Ancora più chiaramente: il movimento di una sinfonia è una parte di essa, ma veramente diremmo che è la nona o la decima parte della sua bellezza, o non piuttosto che procura un emozione estetica autonoma e “totale”?

Il terzo, nell’esperienza concreta della durata.
Siedo nel mio salotto, ho in mano un romanzo breve di Tolstoj, La morte di Ivan Ilic. L’orologio misura tre ore circa, mentre io vivo con tutta l’intensità della mia coscienza gli ultimi mesi di vita di Ivan, fino al suo ultimo respiro. Il tempo della narrazione (che è una parte della nostra vita), può contenere un’intera vita cui noi non ci limitiamo ad “assistere”, ma alla quale partecipiamo totalmente, in un modo che risulta misterioso per il computo ordinario dei tempi. Letteratura a parte, la misura “oggettiva” ed esteriore del tempo (quella di orologi e calendari), definisce l’ora una parte del giorno, ma l’esperienza viva della durata può sovvertire del tutto questa cronologia abituale, come in questo racconto di Kafka, “Il paese più vicino”.
Mio nonno soleva dire: «La vita è straordinariaamente breve. Adesso nella memoria essa si restringe a tal punto che per esempio io difficilmente riesco a concepire come un giovanotto possa decidersi a partire a cavallo per il paese più vicino senza temere che, a parte ogni possibilità di disgrazie, già il tempo d’una esistenza ordinaria e che si svolga felicemente non sia di gran lunga insufficiente a una simile passeggiata.
(Traduzione di Henry Furst)

Il quarto, nella vita spirituale.
Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?
Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi.

(Matteo, 20, 1-15)
Un’ora è certamente solo la parte di un giorno, ma c’è chi guadagna in un’ora quanto chi non in un giorno, ma in un’intera vita. Il guadagno di cui si parla nella parabola, naturalmente, non è un premio esteriormente elargito come un salario, ma la crescita nello spirito, cioè nell’aprirsi all’amore di Dio. Per questo nessuno può giudicare la vita di un altro (e nemmeno la propria) dal suo passato: gli ultimi istanti di un anima possono percorrere distanze siderali nell’amore, che il resto dei suoi giorni non ha coperto. Per questo l’eminente teologo Hans Urs Von Balthasar ha affermato un giorno che l’Inferno come possibilità della vita spirituale esiste certamente, ma potrebbe essere vuoto.

A cosa mi porta tutto questo?
A dire che l’evidenza per cui il tutto è maggiore della parte vale solo per la materia ridotta a pura estensione quantitativa, privata del tempo e della vita. A sospettare che questa materia non esista se non nelle filosofie deviate della modernità e nelle grossolane semplificazioni del senso comune. A concludere che il verbo essere andrebbe usato con prudenza: se si sposa alla materia di Cartesio diventa sinonimo di surgelato. Se si apre al tempo e alla vita invece fa pensare all’infinità di un atto creativo di cui noi stessi non possiamo essere la parte se non, in qualche modo, partecipandone del tutto.

9 Commenti »

  1. Secondo me che il tutto sia maggiore della parte è una evidenza di carattere socio-antropologico, che rimanda all’origine dell’umano, e che non potrà essere mai abbandonata. E’ l’evidenza che si manifesta anzitutto nella spartizione della preda, quindi nella stessa idea di “parte”. La moira, che poi diventa fato, è la parte. Il tutto primariamente è l’intero. E il sacrificio, con le differenziazioni che instaura, si lega strettamente alla spartizione. Bisogna pensare che l’idea di tutto è prima l’idea del tutto-vivente-intero che è questo animale (o questo uomo) strappando le cui parti-membra nello sparagmos e spartendosele si crea l’unità del gruppo-tutto (di cui, ancora, il membro singolo è meno dell’intero).

    Commento di Fabio Brotto — Luglio 8, 2009 @ 11:50 am | Replica

  2. Ciao Fabio (non sono mica partito: stamattina il mio impianto elettrico di casa ha avuto la bella idea di guastarsi e abbiamo trovato il guasto solo adesso). Non solo quello che scrivi è interessante, ma secondo me è un’ulteriore prova a conferma. Quello di cui tu parli, infatti, è la spartizione di un cadavere. Il senso del post, invece, è che l’infinito sia nel piccolo come nel grande, quando parliamo di forma compiuta e vivente.

    Commento di vbinaghi — Luglio 8, 2009 @ 7:22 pm | Replica

  3. Guarda un solo ramo, è lo stesso che tutto l’albero

    Commento di da — Luglio 10, 2009 @ 6:56 am | Replica

  4. In effetti la teoria della natura di Goethe, sviluppatasi a partire da “La metamorfosi delle piante”, andava proprio in questa direzione.

    Commento di vbinaghi — Luglio 10, 2009 @ 9:40 am | Replica

  5. Penso che se non viene definita una relazione d’ordine alla quale riferire il termine “è maggiore”, la frase “il tutto è maggiore della parte” ha un senso talmente allentato che possiamo trarci tutte le suggestioni che vogliamo.

    Per esempio:

    > la seconda serie è una parte della prima

    > essendo entrambe infinite, devono considerarsi equivalenti

    “equivalenti” rispetto a che cosa? le due serie sono certamente simili nell’essere illimitate ad un estremo ma rimangono anche strutturalmente differenti, e dunque non equivalenti, per la maggior parte delle operazioni concepibili con parti limitate di esse.
    Inoltre, la seconda serie “è parte” della prima nello stesso senso in cui la Pietà di Michelangelo era parte del blocco più compatto dal quale è stata tratta. Vi è forse motivo alcuno di aspettarsi un “depotenziamento” da questo tipo di relazione? Ovviamente soltanto per certi usi, che non c’è motivo alcuno di privilegiare metafisicamente.

    Commento di elio — Luglio 17, 2009 @ 11:33 pm | Replica

  6. Ciao Elio. Le mie brevi e dilettantesche incursioni nella matematica sono solo un accenno all’insiemistica di Cantor, di cui ho capito (a stento) qualche concetto basilare, grazie all’esposizione che ne fa Florenskij. Una divulgazione meno compromessa sul piano metafisico si può trovare nel volumetto di Lucio Lombardo Radice “L’infinito” (Editori Riuniti). Il punto fondamentale è che Cantor ha operato con la nozione di infinito attuale, anzichè con quella tradizionalmente (da Aristotele in poi) accettata di infinito puramente potenziale.

    Commento di vbinaghi — Luglio 18, 2009 @ 12:08 am | Replica

  7. La teoria insiemistica di Cantor è affascinante ed abissale, ma queste sue qualità sono imprescindibili dal rigore matematico che Cantor ha adoperato in tali questioni. Temo che in un mistico come Florensky tale rigore si disciolga rapidamente in una sinfonia di suggestioni.

    Commento di elio — Luglio 18, 2009 @ 8:38 am | Replica

  8. So che Florenskij è più conosciuto come teologo, ma in realtà era innanzitutto un matematico. Fu lui a introdurre le teorie di Cantor in Russia. L’esposizione che ne dà in uno dei saggi contenuti nella raccolta “Il simbolo e la forma” (Bollati Boringhieri) è piuttosto dettagliata, anche se gli serve soprattutto per declinarne le implicazioni filosofiche (infinito attuale, discontinuità ecc). Da quel che ho capito dei tuoi interessi, Elio, quel libro sembra scritto apposta per te. Non è direttamente teologico, ma piuttosto orientato a rifondare la filosofia della natura a partire da un’idea di forma che trae spunti anche dal pensiero di Goethe.

    Commento di vbinaghi — Luglio 18, 2009 @ 9:22 am | Replica

  9. Allora me lo annoto, grazie Valter.

    Commento di elio — Luglio 18, 2009 @ 10:18 am | Replica


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