
L’infinito è nel piccolo come nel grande, quando parliamo di forma compiuta e vivente. Il minimo sindacale di vita è vita. Pensateci, prima di raschiare l’uomo potenziale o di staccare la spina all’uomo terminale.
L’ego che governa questo mondo formula e rivendica diritti ma l’anima di alcuni, privata di finestre, riposa nell’urna di un silenzio misterioso.
Alcuni pensano che la profanazione di questo silenzio sia il destino della libertà, e lo chiamano “biopolitica”. Io credo che ne sia l’estrema perversione, anche se a volte i difensori del “sacro” sono bottegai interessati alla sopravvivenza delle bancarelle intorno al Tempio, e patteggiano i “diritti” del nascituro e del moribondo con gente come il Papi.
La verità è che l’anima non ha ragioni nè diritti.
E’ una vecchia bambina che tesse l’interminata tela delle forme, e custodisce il segreto di una castità inviolabile, per lo Sposo che viene.
Ssssssh!…
Credo che non vi sia emblema (non mi piace la parola “simbolo”…) più affascinante nell’antichità di quello della “tessitrice”. Come anche del “filo” che muove le sfere celesti nel cosmo-arcolaio platonico, che tesse e disfa nel telaio di Penelope, che si svolge inesorabile con le decrepite Moire o che si srotola tra le mani dell’ingrato ma coraggioso Teseo nel Labirinto.
Quel filo, nelle mie peregrinazioni, lo chiamo il “fumine”. Trovo che sia la rilettura all’inverso del corso del tempo. L’anticipazione della dimensione futura, la durata al posto del presente, la “rivelazione” che giunge all’improvviso (come i ladri)… questa gloriosa fine del mondo nascosta a fatica da un presente sempre più ignavo, rumoroso e incapace di ascoltare.
Per quello che dici, mi è venuta in mente la storia del profeta Mikaiah e dei falsi profeti:
Allora Sedekia, figlio di Kenaanah, si avvicinò e diede uno schiaffo a Mikaiah, e disse: “Per dove è passato lo Spirito dell’Eterno quando è uscito da me per parlare a te?”.
Mikaiah rispose: “Lo vedrai il giorno in cui andrai in una stanza interna a nasconderti”
(1Re 22, 24-25)
Inutile dire che sono anche d’accordo sul paradosso frattale (parte/tutto) disseminato negli ultimi tuoi post. Io, per esempio, credo che la nostra propensione per la forma cubica o squadrata (vedi le costruzioni in cui viviamo) nasca dalla struttura cristallina del sale presente nei nostri corpi. E’ una continua e invisibile risonanza.
VM
Commento di Valerio Mele — Luglio 9, 2009 @ 9:38 am |
Ciao a tutti. La sibillina evocazione della tessitrice è suggestiva… Ricordo che in una lirica del Pascoli , la tessitrice, evocata a proposito di un antico amore scomparso, assume voce di morticina e di Parca che parla ( « Mio dolce amore,/non t’hanno detto? non lo sai tu?/ Io non son viva che nel tuo cuore./ Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso/ per te soltanto; come non so:/ in questa tela, sotto il cipresso,/ accanto alfine ti dormirò. » – dai Canti di Castelvecchio ) .
Il poeta scrive, e in qualche modo tesse, fa testo, tra culla e bara, vale a dire tra due pulsioni. L’accenno al silenzio tra amore e morte fa venire in mente che Freud descrive thanatos come « forza muta all’interno dell’organismo » tendente al ritorno alla materia inanimata : terra, acqua, fuoco, aria…
L’anima di alcuni riposa nell’urna di un silenzio misterioso ? Pare proprio così. L’urna è il vaso, il vuoto, l’apertura benedetta e l’uscita nello spazio. Il termine « urna », oltre al vuoto come fresca traccia della manna femminile, evoca anche la sovrana maternità della morte. O perlomeno l’avvicinamento a una pulsante zona di pericolo, se non di ambiguità invischiante, l’estasi.
Il richiamo al silenzio costituisce , nella maggior parte dei casi, l’indice della prossimità del « sacro » riconosciuto nelle sue divergenti estrinsecazioni : dal numinoso al repellente, dal maiestatico e dall’energico fino al terrificante. Lo dice anche la Scrittura, a proposito del divino Jahvè – che nella religione costituita assume qualche ben noto tratto di pericolo, di gelosia e di persecuzione: « Taccia ogni mortale davanti al Signore, poichè egli si è destato dalla sua santa dimora » (Zac., 2,17).
E’ come se l’inaudito ( se non la Cosa ) cercasse di farsi strada come può, ed ogni tanto , brillando attorno alle parole, ce la fa, ma la nostra eredità filogenetica di bestioni ci impone sempre di nuovo la rimozione. Silenzio significa dunque anche rimozione e morte, condensati con senso di mistero e di colpa per pensieri malvagi o incoffessabili ( di solito legati alla natura asociale e idiota del piacere).
D’altra parte, coloro che non parlano sono i morti. Ci si sente in colpa per la morte, e quindi si fa « un minuto di silenzio », oppure ci si identifica con il morto che parla, si diventa, poeticamente, sibillini. Si passa così dal silenzio al canto, e infine alla parola che, echeggiando Nietzsche, è un formidabile strumento contro la conoscenza.
Eppure, per quanto fragile, la felicità terrestre esiste. Ed esiste anche una gioia celeste. Sarebbe la danza lieve e immacolata dei beati… Tra fuoco e fuoco. Roveto ardente. E all’improvviso – nel punto, intenso e feroce, in cui la vita va aldilà – un venticello gentile tra le maglie della rete vuota…
Tregua al terrore naturale. Chissà da dove viene l’amore…un amore che non è rapporto – benché assuma con l’orgasmo un rapporto di consonanza, non di causalità stretta. ( Un tale godimento supplementare, non fallico, si rivela nella statua di Santa Teresa del Bernini, nella sua estatica estraneità al bellissimo angelo di aspetto infantile che la sovrasta, alla lancia e a tutto ciò che la circonda).
La separazione nell’altezza resta una benedizione che trascende incessantemente la comunicazione fonica che vorrebbe ritornare al non separato o a non si sa quale innocenza perduta.
Insomma, quell’ « aria non cercata » che è la vita non la si può dire che in una lingua angelica, o in musica. ( « Ce qui lui manque, la bienheureuse plénitude, l’homme l’éprouvera seulement dans la joie-éclair d’un instant, non dans dans je ne sais quel retour à une innocence perdue », scrive Jankélévitch. La musica sarebbe l’ irradiazione al resto di questo istante fra vita e morte, prolungato, per così dire, in una tessitura che ci fa conoscere questo lampo di gioia fra culla e bara, e fin nell « urna »).
Naturalmente, nel timore della « gioia eccessiva » ( di un’eccedenza mistica, che forse costituisce il segreto del linguaggio) gli adepti della « biopolitica » parlerebbero – volendo menar Lacan per l’aia – di fantasma di godimento femminile, se non di « barriera dell’incesto », eccetera. Senza profanare questo silenzio, direi che talvolta l’anima silenziosa prefigura la possibilità di un godimento oltre il godimento.
L’anima accenna a queste cose tramite un corpo vivo, chiamando a raccolta lo spirito e la memoria della « lingua madre » – mossa da quella “ sete natural che mai non sazia se non con l’acqua onde la femminetta samaritana domandò la grazia…”. E’ l’Altro che fa vivere la creatura e la inonda di gloria liquida.( Di luce, diciamo per tranquillità).
Per l’anima diventata cieca illuminata, non è un idillio, ma godere della ricchezza straripante della vita senza per questo rinchiudersi nell’egoismo del piacere. O in una illusione di trascendenza tutta maschile. Naturalmente, a sentire di essere in rapporto mistico con un Altro che non è l’uomo, è specialmente la donna e quello che di femminile è in ogni uomo, ovvero l’anima – quella vera e propria Bua, o feritina ( anche narcisistica, volendo), e buchino quasi insignificante che per tranquillità diciamo anima. ( In tempi di Riflusso, come si diceva con metafora mestruale, se ne parlava come dell’ “imbuto del privato”, “inconscio rizomatico e desiderante”, eccetera).
… Viene in mente anche la fanciulla Aracne, l’industriosa madre della tappezzeria, della tessitura, del testo… una forma tessuta dall’anima. Tant’è che se al ritorno da una vacanza vedo una ragnatela sul soffitto – in alto, vicino a un poster raffigurante la Sibilla eritrea del Pintoricchio – non la tolgo mai.
Seduta a filare sulla panchetta, la tessitrice, maestra del contrappunto, potrebbe essere l’emblema dell’atto dello scrivere. Operazione, questa, che si svolge nell’alternanza del femminile ( consistente nel porgere orecchio agli ultrasuoni) e del maschile ( consistente nel vergare nel bianco – tra l’ordito e la trama, proprio dov’è caduto il filo, la voce e il sudore).
Tutti alla fine lasciamo, se non proprio un cristallo, una ragnatela e una macchia ? :-)
Commento di Gianni De Martino — Luglio 13, 2009 @ 6:54 pm |
ERRATA CORRIGE
condensati con senso di mistero e di colpa per pensieri malvagi o incofessabili
IN LUOGO DI
condensati con senso di mistero e di colpa per pensieri malvagi o incoffessabili
Commento di Gianni De Martino — Luglio 13, 2009 @ 7:04 pm |
Grazie delle tante bellissime evocazioni, Gianni.
Quanto al ragnolino e alla sua tela, direi che il suo simbolismo è praticamente inesauribile. E la tessitrice? Perfino l’Odissea potrebbe rileggersi come la degradazione romanzesca di un’allegoria mistica, come la cosiddetta favola di Amore e Psiche in Apuleio.
Commento di vbinaghi — Luglio 13, 2009 @ 8:33 pm |
Sì, evidentemente un degrado.
Dall’urlo estatico e il canto al mito, dal mito alla mistificazione. In ogni modo, una morte.
Ma dove nasce questo degrado nostro e della natura di cui si potrebbero cogliere la presenza e gli effetti in letteratura e perfino nell’Odissea ?
Il passato felice, diciamo pure idealizzato, non può risorgere ( come nel Costantius di Kierkegaard, che ne chiede invano la restituzione integrale, il suo recupero nell’identità). Occorre amare e morire, esporsi alla modificazione. E, a lungo andare, all’oblìo, un favoloso oblìo.
E’ allora, suppongo, che la tessitrice stende un velo pietoso, il velo nero… un oblìo, un semplice oblìo.
P.S. Oscuro guscio di chiocciola o luminosa ragnatela e ragnolino, quando sentirò suonare il gong che segni l’ora e l’attimo in cui il labirinto apparirà tra le sue dita come un friabile guscio di chiocciola schiacciato ?
P.P.S. E’ come se alla lotta contro la rimozione ( anche storica) dell’umano , facesse riscontro una falsa coscienza che ogni volta si riforma – una lotta praticamente inesauribile. ( Dall’interno dell’anima, come cospirando in una parentesi, un vaso o un’urna, giunge un frusciare di ali… sospiri e rumori attutiti simili a spari al silenziatore… – mah, forse non sono le parole a fare la lotta, e non è neanche la morte, forse saranno Amore e Psiche che se la spassano).
:-)
Commento di Gianni De Martino — Luglio 15, 2009 @ 6:09 pm |
ciao Valter!
mi sembra giusto farti sapere che mi sono permessa di prenderti queto bellissimo pensiero sull’anima e di abbinarlo ad una mia immagine di “tessitrice” :-)
spero ti faccia piacere…
Commento di Carla — Luglio 17, 2009 @ 3:19 pm |
Certo Carla, e ti ringrazio.
Commento di vbinaghi — Luglio 17, 2009 @ 6:59 pm |