
Nel giorno del nostro anniversario, Roberta ha postato sul suo blog, La fata centenaria, immagini sponsali di uno dei miei pittori preferiti, Chagall.
Io qui di seguito posto l’incipit di un breve romanzo che ho appena terminato e dedicato a lei. Il titolo è “Ucciderò Mefisto“, in uscita (fra qualche mese), per Perdisa Editore.
Leonetti è in piedi dietro all’uomo seduto al tavolo: i palmi appoggiati, la schiena eretta, quasi una posizione da meditante. E’ tranquillo, Leonetti lo capisce dal ritmo regolare del respiro che gli solleva lievemente le spalle. Glielo domanderà restando così, senza guardarlo negli occhi, perchè sia turbato il meno possibile. Lo sguardo diretto imbarazza sempre e predispone al mascheramento, che è l’anticamera della menzogna.
“Perchè l’ha fatto?”
L’altro non svela il minimo sussulto. Del resto la domanda era attesa: non ci sono per questo, i poliziotti? Attende qualche istante prima di parlare, e Leonetti si chiede cosa stia fissando con quello sguardo immobile, se la maniglia della finestra (uno di quei pomelli girevoli di metallo più rustici che antiquati), o quello che c’è fuori, una porzione di cielo stinto come le lenzuola del carcere.
“Vede commissario”, dice: “stamattina sono sceso al bar per un caffè (casa mia ormai è come quella dei terremotati, non c’è una tazzina che non sia rotta o lurida) e una volta giù mi sono accorto che non avevo il portafoglio”. L’uomo ha una bella voce, il tono affabile, privo d’inflessioni, l’espressione impostata senza risultare contraffatta, come di uno per cui parlare in pubblico è un talento naturale più che una professione. “Lei penserà: risali in casa e prendi i soldi, no? Tanto più che abiti nello stesso isolato. E invece no. Mi sono detto: rimani, e vedrai che nel giro di mezz’ora qualcuno verrà ad offrirtelo. Perchè è così che va la vita, se la lasciamo andare. La sete e l’acqua sono fatte l’una per l’altra, e s’incontrerebbero da sole se il diavolo non ci mettesse lo zampino”.
“E com’è finita?”
“E’ arrivato Provasi, quello delle pompe funebri. E mi ha offerto caffè e cornetto, senza nemmeno che dovessi chiederglielo”
“Bene”, dice Leonetti, senza muoversi da dietro. Quell’uomo gli fa pena: sembra vecchio di una sapienza infinita eppure ignaro come un bambino. Vorrebbe mettergli le mani sulle spalle, trattarlo da amico, rassicurarlo. Fargli capire che non è obbligato a inventarsi stronzate. Il delitto è chiaro, lui è reo confesso, si tratta solo di ricostruire il movente.
“Però non capisco il nesso”, aggiunge.
Finalmente l’uomo si scuote dalla sua immobilità. Muove il capo, annuisce.
“Una volta il mondo non era fatto di cose, ma di parole. Gli antichi ascoltavano il vento, guardavano le figure nel volo degli uccelli, ed erano parole di Dio. E’ perchè avevano il cuore puro. Dopo, tutto si è confuso, le cose hanno smesso di parlare e gli uomini hanno cominciato a misurarle. Ma qualcosa è rimasto. Ognuno ha diritto al suo angelo.”
“Cosa vuol dire?”
“Un angelo. La pagina che Dio gli ha affidato per leggervi il proprio nome segreto, quello che solo Dio conosce, e per scrivervi la propria preghiera, l’unica che sarà esaudita. Mi creda commissario. Ognuno ha il proprio angelo in questo mondo, purchè sappia riconoscerlo. Ma il mondo è diventato un casino, la gente anzichè incontrarsi sbatte contro i muri come fosse ubriaca. Perchè c’è chi spaccia veleni, sa? Droghe che creano allucinazioni, specchi deformanti che ci fanno inorridire di noi stessi e fuggire la verità”
“Ma che c’entra con ciò che ha fatto oggi?”
“Al bar c’erano due ragazzi, lei a un tavolo, lui a un altro. Ho visto la luce che avevano intorno, era la stessa, lo stesso colore rosato, la stessa vibrazione, capisce? Ma lei era curva su un libro con l’Y-Pod nelle orecchie, lui guardava dappertutto tranne che da quella parte, poi si è messo a fare l’occhietto alla cameriera, una brunetta con le tettine a punta, alla fine l’hanno chiamato al cellulare, ha pagato e se n’è andato. Quei due venivano dallo stesso pianeta, erano naufraghi della stessa nave, se si fossero incontrati sarebbero stati la salvezza l’uno per l’altro. Ma non è andata così.”
“Dunque?”
“Ho pensato a me e Margherita. Noi ci siamo riconosciuti, ma poi qualcosa ha spezzato il cerchio, e adesso la mia vita è finita. Per me non c’è rimedio, ma altri hanno ancora speranza, come quei due ragazzi. Domattina, al bar, forse sapranno incontrarsi. Ma bisogna togliere i veleni dal mondo, tutta la musica cattiva, quella che confonde le anime, e anch’io devo fare la mia parte. Ucciderò Mefisto, ho pensato, e questo è quanto.”
Auguri a Roberta & Valter.
Un grande abbraccio.
fm
Commento di francescomarotta — luglio 29, 2009 @ 1:00 am |
Auguri!
Commento di Alcor — luglio 29, 2009 @ 2:34 pm |