
In un articolo recente(1) e molto interessante, lo scrittore Valerio Evangelisti stigmatizza il carattere sociologicamente convenzionale del romanzo borghese e del giallo-noir, incapaci di penetrare le dinamiche più profonde dell’accadere epocale e, pur riconoscendo che “vi abbonda la paccottiglia”, attribuisce alla migliore fantascienza la capacità residua di parlare del presente: “Romanzi “fantastici”, lontani da quel realismo che è ritenuto forma letteraria privilegiata? Mi si permetta di dubitarne. Allorché Internet si è imposta, le opere di Gibson, Sterling, Rucker ecc. hanno fornito alla nuova realtà la terminologia adatta a descriverla, oltre a una mappa dei suoi possibili futuri”
Proprio quello che per Evangelisti è un merito della science fiction, rapopresenta invece una sottile insidia per quello che insieme a Jean Baudrillard e Ivan Illich è stato probabilmente il più lucido analista del Sistema Tecnico (vale a dire la forma residua e universale del Potere nel mondo post-moderno), cioè Jacques Ellul(2):
“La massiccia produzione di tremendi libri di previsioni del futuro, di science-fiction, o di film come Alphaville, Odissea nello spazio, Fahrenheit 451 è un meccanismo di adattamento alla società tecnica quale essa è in realtà. Ci viene mostrato un modello orribile, inaccettabile, che rifiutiamo con forza (che non è la tecnica, ma una fantasia su ciò che la tecnica potrebbe essere!), e col nostro rifiuto ci condanniamo a ciò: crediamo di aver rifiutato, condannato la Tecnica, di essere quindi lucidi e vigili e di esserci sbarazzati di tale ansia: la tecnica (quella tecnica!) non si impossesserà di noi. Non ci lasceremo sopraffare. Ciò facilita l’accettazione della vera tecnica, che non è malvagia, visibile, impressionante, ma piena di dolcezza e bontà. La Tecnica, non essendo come quella che ci è stata mostrata, ci sembra perfettamente accettabile, rassicurante: ci rifugiamo nella società tecnica reale per sfuggire alla fiction, che ci è stata presentata come la vera tecnica. Questa è la ragione per cui sono contrario a tutti i film e i romanzi contro la tecnica. È sempre la stessa strategia di guerra: si simula un grande attacco, con trombe e luci, in modo da attirare l’attenzione dei difensori della cittadella, mentre la vera operazione avviene in tutt’altro luogo (ad esempio scavando un tunnel).”
Io sono daccordo in parte con entrambi: riconosco con Evangelisti che l’immaginario fantascientifico si confronta con la realtà della Tecnica e con i suoi futuri possibili in modo quasi esclusivo, ma ammetto con Ellul che gli scenari fantascientifici servono spesso ad esorcizzare la reale avanzata della Macchina Mondiale, cui si dà il proprio consenso proprio nel momento in cui se ne paventano gli effetti spettacolari e catastrofici, un po’ come gli Hackers si sono rivelati l’arma migliore per aggiornare i software e i sistemi di protezione, piuttosto che per respingere la minaccia del Controllo Totale. Credo che la buona letteratura non sia questione di contenuto (ciò di cui si narra) ma di anima (la capacità dell’io narrante di sfuggire alla rappresentazione meccanicistica della coscienza e degli eventi imposta dall’Agire Tecnico, e di immergere il lettore in un flusso temporale di esperienza pura, restituendo l’uomo all’uomo). E allora, ecco la fantascienza che piace a me: quella che prova a immaginare non le evoluzioni Tecnologiche della Megamacchina (la quale, come è evidente, evolve da sola e senza alcuna finalità imponibile dall’esterno), ma gli effetti antropologici dell’integrazione al suo universo mostruosamente benevolo. Il brano che segue è tratto da uno dei romanzi che preferisco di J. Ballard, Regno a venire (Feltrinelli, 2006)
Le strade di Brooklands furono devastate dalla sommossa ancora per un’ altra ora. Erano due le casacche indossate, quella della farsa e quella della crudeltà. Bande di tifosi di calcio entravano in ogni supermercato gestito da asiatici e facevano razzie sugli scafffali delle bevande alcoliche, e se la svignavano con casse di birra che poi ammassavano per le strade trasformate in bar che distriibuivano bottiglie gratis alla gente che si trovava a passare. Presto le persone coinvolte nei disordini cominciarono a bere fino all’inncoscienza, ma le bande dei tifosi di hockey su ghiaccio, molto più determinate, si unirono con gli appassionati della corsa su pista e della corsa campestre e marciarono su una zona industriale nelll’area depressa dell’Est di Brooklands, un deserto notturno di telecamere e ronde dei metronotte. Cani da difesa esaltati si lanciavano contro i loro stessi guinzagli, eccitati dai marciatori che agiitavano sciarpe e lanciavano panini con hamburger che avevano saccheggiato oltre la recinzione.
In attesa che arrivasse la polizia, seguii quella milizia privata, non molto disciplinata a dire il vero, sino a un ostello per zingari, accanto a un deposito per autobus. I fischi e i cori aggressivi spaaventarono a morte le stanche donne rom che cercavano di tratteenere i loro mariti. Le lasciai fare e tornai indietro verso il municiipio. Davanti alla scuola di danza c’era una macchina in fiamme caapovolta e un gruppo distaccato di tifosi della boxe che cercava di provocare gli allievi della scuola da loro considerati dei viziati buoni a nulla e dalla dubbia sessualità.
Alle spalle dello stadio di calcio, un gruppetto di dimostranti violenti invase una zona abitata da cittadini del Bangladesh. Bruciarono la sciarpa di una squadra di calcio e il giardino di una caasetta malandata. Una croce di fuoco imbevuta di benzina sbucava da una vecchia Mercedes parcheggiata nel vialetto. Quando il padrone di casa, un dentista asiatico che avevo visto in ospedale, aprì la porta per protestare, fu salutato da un lancio di lattine di birra. (…) Come mi aspettavo, in mezzo a tutto quel fumo e quel baccano comparvero pochissimi poliiziotti. Rimasero ai margini di Brooklands, tenendo lontani i curiosi. Sul tetto del municipio vidi Sangster e accanto il sovrintendennte Leighton, che osservavano la sommossa con la calma di proprietari terrieri che guardano i loro mezzadri in un momento di svago, come se le macchine bruciate o le lotte razziali fossero episodi di una rumorosa ricreazione che si addicevano ai contadini un po’ maneschi delle città attorno all’autostrada. (…)
“Ci piacciono le strade a doppia carreggiata, ci piace 1′architettura delle torri di controllo e le amicizie che durano un pomeriggio. Non ci sono autorità civiche a dirci cosa dobbiamo fare. Qui non stiamo a Islington o South Kensington. Non ci sono municipi né sale convegni. Ci piace una forma di benessere filtrata dalla vendita di automobili ed elettroodomestici. Ci piacciono le strade che portano agli aeroporti, ci piaccciono gli uffici delle compagnie aeree e i piazzali per il noleggio dei furgoni. Ci piace decidere le destinazioni delle nostre vacanze in maniera estemporanea. Siamo cittadini di centri commerciali e del porticciolo, di Internet e della tv via cavo, ci piace stare qui e non abbiamo nessuna fretta di accoglierla tra noi.”
“Ma neanche io ho fretta di essere accolto. Mi creda: me ne andrò appena possibile.”
“Bene.” Maxted annuÌ vigorosamente. “Brooklands è un posto pericoloso e lei rischia di farsi del male. Le città attorno alle autostrade sono posti violenti. E non stiamo parlando di pochi individui che a un certo punto escono di testa. Si tratta di psicologia collettiva. È tutta la zona che non vede l’ora di cacciarsi nei guai. (…) Lei deve pensare all’Inghilterra nel suo insieme, e non solo a Brooklands o alla Valle del Tamigi. Le chiese sono vuote e la monarchia è naufragata schiantandosi contro la sua stessa vanità. La politica è un caos e la democrazia è soltanto un servizio pubblico come il gas o la luce. Non c’è quasi nessuno che abbia un briciolo di senso civico. E’ il consumismo a darci la misura dei nostri valori. Il consumismo è sincero e ci insegna che ogni merce ha un codice a barre. Il grande sogno dell’Illuminismo, cioè che la ragione e l’egoismo razionale un giorno avrebbero trionfato, ha portaato direttamente al consumismo dei nostri giorni.”
Cercai di afferrare la caraffa. “Ma, se le cose stanno cosÌ, che senso ha preoccuparsi? Si guardi un po’ in giro, qui a Brooklands. Avete trovato il paradiso terrestre.”
“Non è un paradiso.” Maxted cercò di dissimulare il suo disprezzo. “Brooklands è un posto pericoloso e patologico. Ci sono cose molto brutte che covano sotto la cenere da queste parti. Tuttto questo razzismo, questa violenza. La gente che dà fuoco ai negozi degli asiatici. Intolleranza pura senza un vero motivo. E questo è solo l’inizio. Ci sono cose ancora peggiori che aspettano di uscire dal loro nascondiglio”
“Ma la ragione e la luce non avevano trionfato?”
“No, perché non siamo esseri ragionevoli e razionali. Tutt’altro. Facciamo ricorso alla ragione solo quando ci fa comodo. Molta gente oggi vive una vita confortevole, e dobbiamo risparmiare un po’ di tempo per essere ragionevoli, se proprio vogliamo esserlo. Siamo come bambini viziati. Siamo stati in vacanza per troppo tempo, ci hanno fatto troppi regali. Chiunque abbia figli sa che il pericolo più grande è la noia. La noia … e un segreto compiacimento della propria tendenza al crimine. Queste cose insieme possono stimolare molto l’ingegno.”
“Riempiamo il bambino di caramelle e vediamo se smette di respirare?”
“Proprio così”. Maxted mi osservava mentre sorridevo con lo sguardo fisso nel mio bicchiere. “(…). Lei ha visto quelli che abitano da queste parti. Conducono esistenze vuote. Montano cucine nuove, comprano la seconda macchina, vanno a soggiornare in qualche hotel in riva al mare. E tutti questi club sportivi sponsorizzati dal Metro-Centre sono solo dei tentativi per aumentare le vendite. Ma non hanno funzionato. La gente si annnoia, anche se non se ne rende conto.”
“Quindi questo significa che ci saranno tanti bambini che a un certo punto diventeranno cianotici?”
“E non soltanto bambini. Quello che sta succedendo qui riguarda intere comunità. Tutte queste cittadine satellite attorno a Heathrowe alle autostrade. E’ rimasta solo una cosa che può ridare un po’ di energia alla loro vita, dare loro un senso di dove stannno andando. Lei ha fatto delle campagne pubblicitarie, ha qualche idea?”
“No. Narcotici? Una cultura delle droghe, leggere e pesanti?”
“Troppo distruttivo. Pensi un po’ a … “
“La guerra? Viene bene in televisione.”
“Ma è difficile da organizzare. La Valle del Tamigi non può accampare pretese territoriali e invadere il Belgio. La cosa a cui sto pensando io è gratis ed è a portata di mano.”
“Il sesso?”
“Hanno provato anche col sesso. Ma prima o poi il sesso diventa un impegno faticoso. Gli scambi di coppie possono essere divertenti, ma si finisce per incontrare troppe persone che si diisprezzano. La decadenza richiede una certa dose di innocenza.”
“E quindi rimane … “
“La follia.” Maxted abbassò la voce e scandì bene le parole, abbandonando la sua abitudine a mangiarsele. “(…) Parlo di una follia volontaria, quel genere di cose che riescono benissimo ai primati superiori. Pensi per esempio a un gruppo di scimpanzé. Si annoiano a star lì a mordicchiare ramoscelli e a spulciarsi a vicenda sotto le ascelle. Vogliono carne, meglio se al sangue, vogliono assaggiare la paura dei loro nemici nel corpo che masticano. E allora cominciano a batttersi sul petto e urlare al cielo. Fanno così fino a esaltarsi e poi vanno a caccia. Incontrano una tribù di colobi e li dilaniano. È una coosa orribile, ma la follia volontaria ha reso i pasti degli scimpanzé molto più saporiti. Ci dormono sopra e poi tornano a mordicchiaare i ramoscelli e a spu1ciarsi.”
“E il ciclo si ripete.” Mi appoggiai allo schienale, percependo nell’aria il fiato caldo di Maxted. “Aumentano gli scontri razziali e gli incendi dolosi, come per esempio quelli negli ostelli per rifugiati. Dopodiché la gente delle città attorno all’ autostrada torna a mordicchiare i suoi ramoscelli. Ho una domanda, però. Chi organizza questi attacchi di follia?”
“Nessuno. È questo il bello. La pazzia elettiva cova dentro ognuno di noi, pronta a venire fuori quando ne abbiamo bisogno. Stiaamo parlando di una forma estrema del comportamento dei primati. La caccia alle streghe, gli auto da fé, gli eretici bruciati sui roghi, i ferri arroventati infilati nel didietro dei nemici, l’orizzonte punnteggiato da file di patiboli. La follia volontaria può dilagare in un quartiere o in un’intera nazione.”
“Come nella Germania degli anni trenta?”
“È un buon esempio. La gente ancora crede che i leader nazisti abbiano trascinato i tedeschi negli orrori della guerra razziale. Ma non è vero. I tedeschi non vedevano l’ora di uscire dalla loro prigione. La sconfitta, l’inflazione, assurde richieste di riparazioni di guerra, la minaccia dei barbari che venivano dall’Est. La pazzia li avrebbe resi liberi, e quindi decisero di mettere Hitler a capo di questa battuta di caccia. È per questo che sono rimasti insieme fino alla fine. Avevano bisogno di venerare un dio psicopatico e quindi hanno preso un signor nessuno e lo hanno posto sull’ altare magggiore. E così che le grandi religioni diventano cose millenarie.”
“Il Cristianesimo e l’Islam esempi di pazzia volontaria?”
“Enormi sistemi di delirio collettivo che hanno portato all’uccisione di milioni di persone, lanciato crociate e fondato imperi. Una grande religione è sempre sinonimo di pericolo. Oggi la gente vuole credere a tutti i costi, ma riesce a trovare Dio soltanto attraverso la psicopatologia. Basta guardare le aree più devote del mondo: il Medio Oriente e gli Stati Uniti. Stiamo parlando di società malate che possono solo peggiorare. La gente è pericolosissima quando non le rimane nient’ altro in cui credere oltre a Dio.”
“Ma in cos’altro si può credere?” (…)
“In nulla. Se non nella follia. (…) La gente sente che può fare affidamento sull’irrazionale, perché è l’unica garanzia di libertà da tutti i luoghi comuni, le stronzate e gli spot pubblicitari che i politici, i vescovi e gli acccademici ci danno in pasto. La gente ha deliberatamente deciso di ritornare a uno stato primitivo. Sente il bisogno del magico e dell’irrazionale. Cose che sono state molto utili in passato e potrebbbero tornare a esserlo. Vogliono di nuovo i secoli bui del Medioeevo. Le luci sono accese, ma la gente si sta rifugiando in un’ oscurità interiore, nella superstizione e nell’irragionevolezza. Il futuro sarà una lotta tra vasti sistemi di psicopatologie, tutte volontarie e intenzionali, che faranno parte di un tentativo disperato di fuggire dal mondo razionale e dalla noia del consumismo.”
“Ma il consumismo conduce a una forma di patologia sociale? Sembra strano.”
“Senz’ altro la facilita. Metà delle merci che compriamo al giorno d’oggi sono solo giocattoli per adulti. Il pericolo è che il consumismo diventerà qualcosa di molto vicino al fascismo se vuole continuare a crescere. Prendiamo per esempio il Metro-Centre e il problema delle vendite. Se chiude gli occhi già vede una nuova Norimberga. Le file dei banconi dei negozi, i lunghi corridoi tra un reparto e l’altro, le insegne e gli striscioni, la dimensione teatrale dell’intera faccenda.”
“Niente stivaloni militari però,” dissi io. “Niente Fiihrer deliranti”.
“Non ancora. Questa gente appartiene alla politica di strada. E le nostre ‘strade’ sono i canali commerciali via cavo. I colori del nostro partito sono l’oro e il platino delle carte fedeltà. Le sembra ridicolo? Sì, ma anche all’epoca la gente pensava che i nazisti fosssero dei buffoni. La società consumistica è la versione soft di uno stato di polizia. Crediamo di poter scegliere, ma è tutto già deciso. Dobbiamo continuare a comprare, se no falliamo come cittadini. Il consumismo crea grossi bisogni inconsci che possono essere sodddisfatti soltanto dal fascismo. O almeno il fascismo è la forma che il consumismo prende quando decide di invocare la strada della pazzia elettiva. E qui a Brooklands si possono già vedere le conseguenze.”
“Qui, nel verde Surrey? Non mi pare proprio.”
“Siamo sulla buona strada, Richard.” Maxted strinse le labbra, come per escludere ogni possibilità di lasciarsi sfuggire un sorriso. “Qui e nelle altre cittadine attorno a Heathrow.”
“E il Fiihrer?”
“Non è ancora arrivato. Ma apparirà, uscirà da qualche centro commerciale. I messia vengono sempre dal deserto. E troverà tutti in attesa di cogliere l’occasione al volo.”
NOTE
1) L’articolo si può leggere interamente e scaricare qui, sul sito di Giuseppe Genna
2) Jacques Ellul, Il sistema tecnico, Jaca Book 2009
OT
Una piccola recensione di questo: http://wxre.splinder.com/post/21145079#comment non guasterebbe.
Commento di lycopodium — agosto 22, 2009 @ 6:14 pm |
Le prime righe mi sembrano interessanti (come molto di quello che ho letto su Effedieffe) purtroppo però quando hanno trasformato il sito in sito a pagamento non mi sono abbonato e così non posso leggerlo integralmente. Certo il Cristo edulcorato del sentimentalismo modernista non piace nemmeno a me, e a questo proposito tengo ben ferme certe pagine magistrali di Marcel De Corte (ad esempio “La grande eresia”, vecchie edizioni Volpe). Di Blondet ho letto parecchi libri. Ne ho un’opinione interlocutoria. Polemista coraggioso, penna eccezionale, spiritualità ardente, ma linguaggio teologico a volte ambiguo: sospetto influssi neopagani (Evola) nella sua formazione ma non è questo il problema. non riesco a risolvere tutti i mali del mondo nel complotto ebraico. Credo che il Mysterium Iniquitatis sia qualcosa di più profondo del versante intelligibile della Storia, e forse la Chiave sta in ognuno, ma proprio ognuno di noi.
Commento di vbinaghi — agosto 22, 2009 @ 7:09 pm |
mi pare, spero, tu stia iniziando in sordina una meditazione sul Male e sul Potere(il Cristo pantocratore, la tecnica come residuo del potere, il commento qui sopra). L’epoca lo richiede. Bene, visto che la mia riflessione sul tema è alquanto grossolana: i due si sovrappongono per buona parte e finisce lì, senza riuscire a captarne e distinguerne le origini o la comune origine, le eredità nobili, i cascami.
Commento di da — agosto 24, 2009 @ 3:41 pm |
Non vorrei fare il pubblicitario di me stesso, ma la riflessione sul Male l’ho iniziata con il mio terzo romanzo, che è probabilmente anche il più impegnativo, dove ho provato a enucleare un ampio affresco allegorico.
De: “I tre giorni all’Inferno di Enrico Bonetti, cronista padano”, trovi qui
http://valterbinaghi.wordpress.com/i-miei-romanzi/
diverse recensioni e qualche estratto, specialmente questo:
Storia semiseria della gnosi moderna
Del senso teologico di questo romanzo ho parlato più volte, in queste interviste:
http://valterbinaghi.wordpress.com/interviste/
Commento di vbinaghi — agosto 24, 2009 @ 5:52 pm |