
Recensione di Valter Binaghi
Ho passato gli ultimi tre giorni a leggere l’ultimo romanzo di Scurati. Avevo visto “Il sopravvissuto” come qualcosa di promettente, “Una storia romantica” (che ho recensito qui) lodevole almeno nelle intenzioni ma riuscito a metà (la seconda parte sull’amore romantico è stucchevole e accademica). Quest’ultimo è un libro veramente inutile e falso.
Un caso di conclamata pedofilia (ricalca quello di Rignano, abbondantemente amplificato dalle cronache di qualche tempo fa) si trasforma in una sorta di epidemia collettiva in cui tutti (autore-narratore compreso), vengono contagiati prima di scoprire che il tutto è nato dalla mente sconvolta di una moglie abbandonata e depressa.
Che dire quando il soggetto di quello che dovrebbe essere un romanzo è una tesi di laurea (o di dottorato, se vogliamo essere buoni), e lo svolgimento è compitato nel modo più prevedibile, in ossequio alle premesse? Innanzitutto che il risultato è fastidioso più che noioso.
Sociologia di retroguardia (il sistema mediatico crea mostri e noi tutti partecipiamo al rito perchè non abbiamo più un orizzonte morale e d’esperienza che ce ne preservi), che si vorrebbe animata dall’autofiction (l’autore-protagonista ritrova nella fragilità dell’adulto di oggi i fantasmi della propria infanzia) e invece siamo agli antipodi dell’unica sincerità ammessa in letteratura, quella della poesia.
Ogni pagina del libro trasuda retorica, sembra scritta sotto ricatto che almeno tre righe siano buone per una citazione post-modernista sull’inautentico in cui siamo precipitati, inferno in cui però Scurati chiagne e fotte, perchè per liberarsene basterebbe rinunciare a farsene il censore e provare ad immaginare personaggi e vicende che non siano dettati da una teoria preconcetta del sociale ma da una volontà di esplorazione dell’umano pura e semplice. Il compito primario di un romanzo dovrebbe essere quello di immergere il lettore in orizzonti inediti d’esperienza, e non basta dichiarare l’impossibilità della medesima (glossando un Benjamin che i fans di Scurati fingono di non conoscere) per esimersi dal compito, limitandosi a costruire un’allegoria (nel senso non benjaminiano ma deteriore del termine, di illustrazione a chiave) di una visione sociologica largamente condivisa (molto politicamente corretta: interessa un assessorato alla cultura?)
Ma non è tutta colpa degli scrittori, questa deriva sociologica cui assistiamo dai tempi di Aldo Nove (Woobinda) a oggi. Essa viene alimentata puntualmente e e ostinatamente dalle ultime roccaforti di una critica vetero-marxista (leggasi “Nuovi Argomenti”, una rivista che era già vecchia e inutile ai tempi di Siciliano, che adesso serve più che altro a spacciare per letteratura una variante restaurata del programma egemonico dell’intellettuale organico gramsciano ma, senza una rivoluzione da servire, porta acqua al mulino delle major editoriali dove nel frattempo si sono annidati in qualità di editor gli “unni” di un tempo). Così sentiamo parlare di letteratura “sociale”, o alternativamente della riduzione della scrittura a “corpo dolente” e “autofiction”, mettiamo sullo stesso piano autentici talenti come Siti o Genna, giornalisti che scrittori non saranno mai come Saviano e vocazioni ibride e irrisolte come quella di Scurati (ha cultura, slanci poetici per esserlo, ma gli manca la fedeltà alla forma e al personaggio, è troppo preoccupato di definire la propria posizione autoriale e intellettuale rispetto a ciò che racconta), solo perchè assolvono variamente alla missione assegnatagli di rappresentare uno spazio politico: a nessuno di questi sedicenti critici viene in mente che per fare della critica bisognerebbe avere come fondamento un’estetica. Voglio dire che per decidere se un’opera d’arte è pienamente riuscita o trattasi di maniera, se nasce da un’ispirazione geniale o da un intento propagandistico (magari anche pedagogicamente lodevole), sono il linguaggio e lo stile, e non “l’argomento” ad esercitare un ruolo decisivo.
Per rimettermi lo stomaco ho riletto un romanzo di qualche anno fa: “L’età dell’oro” di Edoardo Nesi. Vivaddio, ecco come si racconta la storia attraverso la vicenda di un’anima, senza confondere le proprie velleità pedagogiche con la capacità di lasciar vivere ciò che è vivo e senza cercare alibi ideologici alla propria mancanza d’ispirazione.
Di Scurati lessi il libro d’esordio, “Il rumore sordo della battaglia”, che era un romanzo storico ambientato a fine Quattrocento, nell’epoca in cui la cavalleria medievale veniva spazzata via dall’irruzione delle armi da fuoco. Per la precisione ne lessi la seconda edizione, che a quanto ne so è stata profondamente rimaneggiata. Il protagonista era il cadetto di una famiglia nobile, che rifiuta di accettare la nuova realtà e si ritrova a combattere insieme a una banda di mercenari, fanatici delle armi bianche, decisi a ostacolare in tutti i modi l’avvento della polvere da sparo.
Mi è rimasta l’impressione di un libro che parte bene, con una scrittura potente, evocativa (certe descrizioni delle battaglie tardomedievali che fanno sentire l’odore della polvere, del sudore, del sangue, della carne squarciata), ma che poi via via si perde fino a un finale forzato, tirato per i capelli, asservito a una tesi che fa perdere credibilità e vigore ai personaggi. E poi c’erano anche delle imprecisioni storiche, difficilmente perdonabili a uno come Scurati che se non sbaglio è stato anche ricercatore universitario in storia.
Soprattutto, mi veniva da confrontarlo con il capolavoro di Ermanno Olmi, “Il mestiere delle armi”, e ovviamente rispetto all’assoluta, cristallina purezza di quel film il libro ci perdeva su tutti i fronti.
So che nella prima edizione, accanto alla parte storica, c’erano tutta una serie di digressioni metaletterarie (uno studioso di oggi che ritrova i manoscritti eccetera eccetera), che poi Scurati tagliò. Per fortuna, mi viene da pensare.
Poi ho sentito delle polemiche attorno agli ultimi lavori di Scurati e, come sempre mi capita, quando uno scrittore diventa un idolo polemico mi passa la voglia di leggerlo.
Commento di sergio pasquandrea — agosto 29, 2009 @ 1:09 pm |
una bomba, Binaghi, la tua rece. Non ho letto Scurati, forse volutamente. Mi è bastato qualche suo articolo qua e là, l’ultimo su La Stampa, intorno al popolo degli autogrill. Ecco, e che a me gli annuari ISTAT rivisitati e corretti e come dici tu, spacciati per letteratura, proprio non vanno giù.
PS: di Nesi, ho in lista d’attesa Ride con gli angeli.
Commento di cletus — agosto 31, 2009 @ 6:55 am |
Scurati è uno che cerca autorità nell’immediato: tra il romanziere e il corsivista meglio che scelga il secondo. Finora si è tenuto in bilico ma la sua vocazione è sempre più evidentemente pedagogica che letteraria.
Nesi invece, di cui ho letto solo L’età dell’oro, mi ha lasciato pieno d’ammirazione. Continuerò senz’altro a leggerlo.
Commento di vbinaghi — agosto 31, 2009 @ 10:08 am |
Concordo sul primato del poetico sul pedagogico in letteratura. Scurati mi piace quando evita di spararla grossa e di far l’apocalittico.
Non ho capito quel passaggio sugli autori di talento. Quando dici “mettono sullo stesso piano autentici talenti come Siti o Genna”. Se sono entrambi talenti, vengono messi sullo stesso piano di chi?
Commento di LUCA T. — settembre 2, 2009 @ 1:22 am |
Di Saviano e Scurati, intendevo nella recensione.
Cosa secondo me ingiusta perchè quelli di Saviano sono reportages e non narrativa, e Scurati di fare lo scrittore si è stancato prima di diventarlo: mi pare gl’interessi di più diventare un opinion maker di lusso.
Commento di vbinaghi — settembre 2, 2009 @ 1:50 am |
Mi era piaciuto “Il sopravvissuto”, e dopo la sua uscita avevo anche scambiato un paio di mail con Scurati, partecipando successivamente ad un incontro tra lo scrittore e studenti della mia scuola (sull’argomento scuola, ovviamente). Non ne avevo allora riportato una buona impressione, le opinioni da lui espresse in quell’occasione mi erano apparse banali. Non ho letto i suoi libri successivi, le recensioni mi hanno scoraggiato. Penso che come molti di coloro che sono negli ingranaggi dell’editoria, scriva più di quel che dovrebbe. Mi chiedo che cosa ne possa fare un maestro di pensiero, quale evidentemente desidera essere, sopravvalutandosi. Non ne ha la sostanza. Scurati è senza dubbio mediaticamente sovradimensionato, ma capita a molti. Dovrebbe praticare una autolimitazione, pubblicare un libro ogni 7 anni…
Commento di Fabio Brotto — settembre 2, 2009 @ 7:12 pm |
Il romanzo di Scurati è riferito – mi pare – non al caso di Rignano Flaminio ma piuttosto al caso di Brescia.
Sul quale potete avere un’informazione di parte “innocentista” qui:
http://www.falsiabusi.it/
e una di parte “colpevolista” qui:
http://www.associazioneprometeo.org/
giulio mozzi
Commento di vibrisse — settembre 5, 2009 @ 1:03 pm |
[...] Valter Binaghi il 29/08/2009, parole che non nego vicine al ‘mio sentire’, mio dunque soggettivo e imperfetto per il quale [...]
Pingback di Scurati Antonio – Il bambino che sognava la fine del mondo « Frammentando di Barbara Gozzi — novembre 5, 2009 @ 4:30 pm |