Doctor Blue and Sister Robinia

Settembre 30, 2009

E’ L’OPPOSIZIONE CHE FA IL GOVERNO PORCO di Beppe Grillo

Archiviato in: Cronache — vbinaghi @ 9:11 pm
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Altro che tirare il carro ai giornali del gruppo De Benedetti contro quel gaglioffo di Feltri, altro che parlare di socialismo e democrazia contro i fascisti di destra, cari intellettuali progressisti, che vi ostinate a pensare che in questo paese la classe politica preveda ancora un’opposizione. Ecco quello che abbiamo: porco di qui e porco di là.

due maiali

Il testo è preso dal blog di Beppe Grillo

300 MILIARDI DI EURO torneranno in Italia protetti dallo scudo fiscale di Tremorti. Lo Stato incasserà il 5% per il condono. Soldi di cui non si sa nulla, con tutta probabilità mai tassati. Di chi sono questi capitali? Conoscete qualche operaio, impiegato, elettricista, meccanico, parrucchiere con decine di milioni in qualche paradiso fiscale. Insomma, conoscete qualche LAVORATORE che godrà dello scudo di Tremorti? Chi paga le tasse al 15/27/35/50% ha diritto di sapere nomi e cognomi degli esportatori di capitali e le origini del malloppo. Vogliamo la lista pubblicata sui giornali per legge, altro che impunità e anonimato.
Tremorti ha affermato: “Non credo che la criminalità si servirà di questo strumento. I capitali criminali o sono in Italia perfettamente sbiancati o continueranno la loro attività all’estero”. NON CREDO? Un ministro dell’Economia che non crede che su 300 miliardi vi siano capitali mafiosi, di bancarottieri, di evasori totali, frutto del riciclaggio, denaro sporco? Ma chi crede di prendere per il culo? Questo condono di Stato è, fino a prova contraria, un condono alle mafie.
Franceschini Boccon del Prete ha detto in Parlamento, prima che lo scudo fiscale è: “uno schiaffo in faccia a tutti gli italiani che pagano onestamente le tasse”. Dalle parole ai fatti. La cosiddetta opposizione, su proposta dell’Italia dei Valori, ha chiesto il voto alla Camera per l’incostituzionalità dello scudo fiscale. Se i 280 deputati di PD, IDV e UDC fossero stati presenti lo Scudo Tremorti sarebbe stato bocciato. Ma erano al bar, al ristorante, forse ad Arcore per pubblicare un libro con Mondadori o farsi intervistare in prima serata su Canale 5. Forse a puttane con Testa d’Asfalto. Forse in gita con Tarantini. Ovunque, ma non in aula. 59 deputati del PDmenoelle non c’erano, insieme a otto dell’UDC e due dell’IDV. Del PDmenoelle erano assenti i due campioni delle Primarie Franceschini e Bersani, insieme a D’Alema, il miglior amico dello psiconano. Questa è la “durissima opposizione”. Con questi figuranti, sodali e complici lo psiconano durerà anche dopo la sua imbalsamazione. E’ l’opposizione che fa il governo porco. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

MENZOGNA AFGANA di Massimo Fini

Archiviato in: Cronache — vbinaghi @ 2:13 am
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soldati

Dobbiamo piantarla con la menzogna che siamo in Afghanistan, oltre che per portarvi una democrazia di cui a quella gente non importa nulla, per combattere il terrorismo internazionale.
Gli afgani non sono mai stati terroristi, tantomeno internazionali. Non c’erano afgani nei commandos che abbatterono le Torri Gemelle, non un solo afgano è stato trovato nelle cellule, vere o presunte, di Al Quaeda scoperte dopo l’11 settembre. C’erano arabi sauditi, yemeniti, giordani, egiziani, algerini, tunisini, ma non afgani. Nei dieci anni di durissimo conflitto contro l’invasore sovietico gli afgani non si resero responsabili di un solo atto terroristico, tantomeno kamikaze, né dentro né fuori dal loro Paese, e se dal 2006 si sono decisi a ricorrere anche a quest’arma all’interno di una guerra di guerriglia è perché si trovano di fronte ad un nemico quasi invisibile che usa prevalentemente bombardieri, possibilmente Dardo e Predator, aerei senza pilota ma armati di missili, telecomandati da Nellis nel Nevada. Del resto non si può gabellare una lotta di resistenza che dura da otto anni, con l’evidente appoggio di gran parte della popolazione senza il quale non potrebbe esistere, per terrorismo. Gli stessi Pentagono e Cia, nei loro documenti, chiamano i guerriglieri “insurgents”, insorti. Solo il ministro La Russa usa ancora il termine “terroristi”.

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Settembre 29, 2009

IL PAPA HA RAGIONE: LA FAMIGLIA ALLARGATA E’ UN CAOS di Ferdinando Camon

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 12:52 am
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infanzia triste

(Da: “Avvenire” 27 settembre 2009 ora anche sul blog di F. Camon)

“Il giorno più brutto della mia vita? Quando papà e mamma si sono separati”: la bambina che mi parla così ha 7 anni, dunque siamo arrivati ai tempi in cui una bambina di 7 anni cataloga i giorni brutti della sua vita, e stabilisce qual è il peggiore? E se il giorno in cui papà e mamma si son separati è il più brutto, ci potrà mai essere, in futuro, un giorno ancora più brutto? Sì: “Quando il papà o la mamma avranno un nuovo fidanzato”. La bambina è la prima della classe, scrive perfino delle poesie. Senza rima, ma ormai chi usa più la rima? Leggevo, ieri, che ci sono bambini per i quali avere tre o quattro genitori è una festa: si divertono di più. Se poi i nuovi genitori hanno dei bambini, i figli nati dai due-tre matrimoni formano una squadra, giocano sempre, è come se fossero continuamente al parco. Questo leggevo. Ma la mia esperienza non me lo conferma. Ogni tanto la madre della bambina che ho introdotto all’inizio di questo articolo fa qualche viaggio, per stare in pace col nuovo compagno, e per non far sentire l’abbandono alla figlia la chiama col cellulare, e la prima risposta della figlia è: “Dove sei? sei sola? o sei con X?”. La piccola ha un’ossessione: che la madre introduca un nuovo marito, e cioè un nuovo padre. Il bambino sente padre-madre come una coppia perfetta, si sente il frutto di una pefezione. Se la coppia si spacca, nel bambino s’infiltra un’autosvalutazione, si sente frutto di un errore. Avevo un amico che era uscito di casa, viveva con un’altra donna, e da queste donna ebbe un nuovo figlio. Il figlio avuto dalla moglie precedente andò a trovarlo, stava al quinto piano, guardò il fratellastro in culla, uscì sul terrazzino e si buttò. Ricordi come questo, di figli finiti male o sbandati perché papà e mamma si son separati, a una certa età si fan numerosi.
(continua…)

Settembre 27, 2009

L’ITALIA S’E’ DESTA di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:20 pm
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RACCONTO INEDITO

italia capovolta

- Insomma, quello che so è che il figlio di Pippo, che è ingegnere, è rimasto a spasso. Lavorava alla Motorola di Torino, un centro ricerche della multinazionale. Pensa che il sindaco di Torino gli ha fatto ponti d’oro a quei bastardi: miliardi di euro per ristrutturare l’edificio che doveva ospitarli. Questi hanno aperto e dopo pochi anni hanno chiuso: il centro è più conveniente aprirlo in India o in posti così, dove un ingegnere gli costa cento dollari al mese. Risultato, questi non solo sono a spasso, ma senza uno straccio di cassa integrazione, perchè Motorola non ha versato agli enti assistenziali e a loro la Cassa integrazione non spetta. Capito che figata la globalizzazione? -
- Bastardi sul serio – mi esce spontaneo.
- E perchè?- dice lei: – dovresti ammirarli, invece. E’ gente della tua razza. Clic. Con un colpo di mouse cancellano quattromila posti di lavoro. Clic. Un altro colpetto e spostano capitali da Torino a Calcutta, navigando nell’aria come se il mondo sotto fosse letame da schivare –

A Silvana non piace il mio lavoro alla Goldman Sachs, e da un tot di anni non le piaccio nemmeno io. Non dico che la cosa mi sconvolge, però un po’ mi addolora. Io a lei ho voluto bene: mio padre è rimasto vedovo a quarant’anni e lei gli ha scaldato il letto per tutto questo tempo, impedendogli di uscirsene pazzo. E poi, lo confesso, quand’ero alle medie ci ho fantasticato anch’io su quelle tettone lentigginose, ma non più di troppo, mi pareva brutto.
- Adesso basta, Silvana. Sono qui per sapere cos’è successo a mio padre –
- Tuo padre è andato con Pippo e suo figlio a Torino. Era prevista una manifestazione di protesta davanti agli uffici della Motorola, o del Comune, non so. Questo l’altro ieri sera. Ieri ho provato a chiamarli tutt’e due al cellulare. Niente. Fino a stamattina. Mi ha risposto Pippo. Dall’ospedale. Allora ti ho chiamato –
- Infatti ho preso il primo volo. Ma vuoi dirmi… –
- C’è stata una carica della polizia. Botte. Tuo padre è ferito –
- Grave? –
- Non lo so. Se non venivi tu sarei partita io –

Ecco, nemmeno si aspettava che mi precipitassi al suo messaggio. Va bene che sono nella finanza, ma non ho mica una carta di credito al posto del cuore. E poi, in aereo mi sono pure divertito. Un mazzo di carte l’ho sempre in tasca: ho giocato a Sette e mezzo con un tizio di Varese, un vero pollo detto tra noi, ma senza infierire. I trucchetti che ho imparato maneggiando carte in questi anni li riservo a gente ricca sul serio, che merita di essere spennata.
Certo che mio padre, ficcarsi in un guaio così…
- Maledizione. Sono trent’anni che se ne sta tranquillo a fare raccolta di figurine della rivoluzione, proprio adesso si ricorda di essere una testa calda? –
- Proprio adesso? Ma tu hai idea di chi stai parlando? Tu di tuo padre non hai mai capito niente, anzi hai capito quello che ti faceva comodo. Mario è stato sempre un punto di riferimento per il movimento, qui in zona. E sempre in prima fila, nelle situazioni dove c’era da rischiare la faccia e anche il culo –
- Ma io… non mi ha mai detto niente… –
- Per farsi sfottere da uno che l’ha sempre trattato come un illuso? –
- Mi pareva uno fuori dal tempo… –
- O forse era il tempo che era fuori di sè. Sono vent’anni che viviamo in un film, quello che ci fanno vedere in televisione. Lustrini, tette al vento e Isola dei Famosi. Ma basta che vada via la corrente e la gente è costretta ad aprire gli occhi. E allora quelli come tuo padre, che sembravano vivere nel passato, forse sono gli unici all’altezza del proprio tempo –

Il pronto soccorso funziona coi colori, come un semaforo: bianco verde giallo e rosso. Ma al contrario: è col rosso che si passa prima. Ovviamente i colori sono per gravità crescente. Per esempio mettiamo che torni a casa due ore prima dall’ufficio e trovi tua moglie che tromba con l’idraulico: la cosa ti procura uno sbalzo di pressione e un mancamento, ma quando arrivi in ospedale hai già avuto tempo di meditare sulla possibilità di liberarti di una zoccola come quella e la pressione è tornata a livelli poco superiori al normale. Allora il codice è bianco e bisogna che ti armi di pazienza: la sanità pubblica ha i suoi tempi, ed è meglio che ti fai portare un tramezzino e una Coca dal Bar prima di sera. Ma, supponiamo che cadendo sul luogo dell’adulterio tu abbia pestato la testa sullo spigolo del tavolino del salotto (i due trescavano sul divano, è chiaro, lo stesso divano dove tu e lei mano nella mano avete visto tutte le puntate di Elisa di Rivombrosa) e ti ritrovi un bernoccolo grosso come un uovo e sospetta commozione cerebrale. Allora è verde. Se però il tuo carattere sanguigno e la difesa dell’onore ferito ti hanno portato a una colluttazione col rivale, dopo la quale ti ritrovi due costole incrinate e non ce la fai a camminare da solo, allora è sicuramente giallo. Ma se, per colmo di sventura, il tuo rivale ha il fisico di un boscaiolo norvegese e le mani grosse come badili per cui ti lascia più morto che vivo, bè, allora sei fortunato: il codice è rosso, infermiere e medici ti stendono la passatoia e ti fanno mille moine come Bruno Vespa quando riceve Berlusconi a Porta a Porta. Papà in effetti era codice rosso.
(continua…)

AFORISMI di Franz Krauspenhaar

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 12:42 am
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Franz krauspenhaar

Franz Krauspenhaar è un fatto storico (vive a Milano, è uno scrittore ed è amico mio) ma è in pole position per diventare un mito (almeno nei miei pensieri). Ve lo dimostro.

La deformazione
dell’osservatore esperto:
il pregiudizio
che si scatena
alla prima occhiata.

Le “beauty farms” son
gulag di autopunizione
per ricchi “dissidenti”
da un “sé”
ingombrante.

Il self control
è la capacità
di implodere
al momento
opportuno.

Servi si nasce
servili si diventa
schiavi ci s’impone.

Questo ed altro, qui, sul blog di Franz

Settembre 23, 2009

FINZIONE DELLA VITA E VERITA’ DEL ROMANZO di Gabriele Lodari

chisciotte

(Intervento al Convegno “Letteratura ed Altro”, Torino, 11.6.2005. Il testo è preso dagli archivi di Tracce freudiane. In un contesto diverso, eppure a mio avviso trattandosi del Medesimo, consiglio la lettura anche di questo testo di Giuseppe Genna, su Carmilla)

Quale linea di spartizione è possibile indicare fra la fiction, ad esempio il personaggio di un romanzo, e la realtà? Questa domanda sembra intrigante. Ancor più se rivolta a un analista.
Possiamo immaginare che un romanziere sia sempre alla ricerca di una teoria del personaggio, inserendolo in una serie di eventi più o meno necessari o affatto contingenti, allineati più o meno manifestamente secondo una logica soggiacente che talvolta l’inventore si diverte a mascherare o rendere difficile da decifrare. Di questa logica (che può trapelare anche nella forma o nello stile) lo scrittore artefice si può avvalere per dispiegare i tratti caratteristici di una personalità o lasciar affiorare i riflessi più profondi di un’epoca. In ogni caso, ciascuno (scrittore o lettore che sia) è indotto a supporre un po’ ingenuamente che esista sempre uno scarto ben definito fra il personaggio inventato e la cruda realtà. La realtà è di solito immaginata come un cerchio banale, più o meno ampio, in cui sono allineati gli eventi, necessari o contingenti, intesi come già dati, anche quando, come avviene per qualcuno, siano creduti animati da forze occulte, soprannaturali. Gli eventi appaiono tragici o comici, fortuiti o rigidamente determinati, ma che io sappia, ben pochi osano affermare o sanno riformulare l’ipotesi (in verità, non sconosciuta nel mondo antico) che questi eventi potrebbero essere potentemente manovrati dalla posizione simbolica in cui siamo immersi, voglio dire, proprio dal racconto non scritto che ci muove e che ci determina. Che è proprio questo racconto a renderci eroi, o al contrario zimbelli, oppure semplicemente mediocri e così via. Perché oggi quasi nessuno, che io sappia, giunge a costatare che il burattinaio è ancora quello di sempre, sia nel racconto che nella vita. Nessuno si arrischia più a considerare che è il burattinaio, Dio, Altro, linguaggio, parola, inconscio, racconto, come lo si voglia chiamare, a orientarci e plasmarci in profondità.
In generale, su un fatto pare che la critica sembri più o meno tacitamente concordare. Cioè che la realtà avrebbe comunque degli attributi propri e distinti più o meno riconoscibili, e che l’autore, imbastendo la storia dei suoi personaggi, si ingegnerebbe nel tentativo di riprodurla in qualche modo, di imitarla più o meno accuratamente o comunque, utilizzando le armi della retorica, di parodiarla, drammatizzandola o facendola più lieve. Limitandosi ad accentuarne aspetti parossistici che, in ogni modo, essa già conterrebbe di per sé.
Mi sento di affermare che l’esperienza clinica mi ha appreso a rovesciare questo luogo comune di una realtà sussistente di per sé secondo leggi proprie, e di considerarla piuttosto come un racconto. La storia di ciascuno di noi (che sia nevrotico, psicotico, oppure che si creda “normale” non ha qui molta importanza, dal momento che non è così facile tracciare confini), non è che la storia derivata dai racconti che noi costruiamo sulla nostra esistenza. Certamente, se siamo immersi in un racconto nevrotico, racconteremo di una storia segnata dai fallimenti o dalle umiliazioni, e potremo eventualmente assegnare a questo nostro racconto l’attributo dell’ineluttabilità. Mentre se siamo, per così dire, “normali” vivremo la nostra vita come una serie di racconti a lieto fine, persino colma di fascino e soddisfazioni. Ma sempre di racconti si tratta. La vita avrebbe forse qualche valore, ma di più, avrebbe qualche consistenza al di fuori del racconto che ne facciamo?
(continua…)

Settembre 22, 2009

IL VALORE MAGICO DELLA PAROLA di Pavel Florenskij

magia della parola

(Da: Il valore magico della parola, trad. di Graziano Lingua, Edizioni Medusa 2003)
Una recensione di Roberta Borsani a questo libro qui, su La Fata Centenaria

Siamo abituati a vedere manifestarsi, nella parola, il significato, e facciamo bene a identificarla con il significato. Ma spesso dimentichiamo che, oltre a questo, essa è proprio la manifestazione del significato, per cui insieme alla suddetta identificazione ne è senz’altro possibile un’altra, quella di parola e manifestazione. La parola è nello stesso modo in noi e fuori di noi e, se è giusto vedere nella parola un avvenimento della nostra vita interiore, non dobbiamo tuttavia dimenticare che nello stesso tempo si è già sottratta al nostro potere e che si trova sciolta dalla nostra volontà nella natura esterna. Fin che noi disponiamo liberamente della parola, la parola non è ancora, quando si manifesta noi non la possediamo più. «La parola è come un passero, lasciala libera e non la prenderai mai più», dice la saggezza popolare. Ma questo istante cogente della parola viene dimenticato quasi subito, specialmente dalle persone che sono di casa nella scienza, malgrado il popolo, complessivamente, non lo dimentichi mai. Ma se si considera la forza e il potere della parola, una tale dimenticanza non rimane impunita e non conduce soltanto a errori teoretici, ma annche a mancanze sociali e personali che in certi casi non possono che essere definite un crimine.
Il problema è che la parola, quale termine intermedio fra mondo esterno e interno, è un’ entità anfibia, che vive sia nell’uno, sia nell’altro, intesse specifiche relazioni tra questo e quel mondo, e tali relazioni, per quanto l’occhio del positivista stenti a percepirle, tuttavia esistono e stanno alla base di tutte le ulteriori funnzioni della parola. Questa base, evidentemente, punta a due direezioni: anzitutto muove da colui che parla verso l’esterno, come attività che da colui che parla esce fuori verso il mondo; in secondo luogo, in quanto percezione che riceve colui che parla dal mondo esterno, va verso colui che parla. Detto altrimenti: attraverso la parola la vita viene trasformata e assimilata allo spirito. O ancora: la parola è magica ed è mistica. Considerare l’aspetto magico della parola significa comprendere come e perché noi possiamo agire nel mondo tramite la parola. Indagare come e perché la parola sia mistica significa rendersi conto del senso di quella dottrina secondo cui la parola è la realtà da essa significata. (…)
Compito nostro sarà dunque rilevare la possibilità, e anzi la probabilità dell’effetto magico della parola, nella prospettiva di mostrarne anche l’effetto mistico. La persuasione della forza magica della parola, d’altro canto, rappresenta il patrimonio secolare e milllenario dei più diversi popoli, ed è difficile trovare un popolo, e un’ epoca nella sua storia, che non manifesti una fede vivissima in essa. Questa fede era ed è così diffusa che bisogna considerarla, trattando di popoli, inscindibilmente connessa all’uso della lingua, occorre riconoscervi un momento indispensabile nella vita della lingua. È pertanto quanto di più naturale che ci atteniamo, in questa sede, al più generale e popolare sentimento della vita, alla ragione onni-umana, e non seguiamo nella questione proposta l’accezione negativa del positivismo linguistico, ma poniamo alla base della parola la concezione positiva dell’intera umaanità. Dell’onere della dimostrazione se ne faranno carico quanti, dissociandosi dall’umanità, sostengono l’impotenza e il vuoto della parola, contrariamente a tutte le tradizioni della storia.
La maggioranza, la schiacciante maggioranza dei nostri contemporanei, non appena ha assaporato la «concezione scientifica del mondo», si è fermamente persuasa che la parola, se agisce, agisce solo come significato razionale, e non riflette minimamente su come questo senso possa essere trasmesso da una coscienza all’altra e quali siano i processi interni che rendono possibile la rivelazione del senso della coscienza. Il segreto presupposto di questa semplificazione estrema delle cose è il dualismo cartesiano nella comprensione generale del mondo, dualismo cui non si sottrae nemmeno un problema specifico come quello della parola. L’uomo consiste di materia, che è di natura esclusivamente meccanica, e di anima, la cui essenza va ricercata in modo altrettanto esclusivo nella coscienza. Le due sostanze di Descartes, res extensa e res cogitans, tra loro incomparabili, pur avendo perso in evidenza continuano tuttavia a segnare la comprensione del mondo in ampie cerchie dell’ intelligentja; è una verità scontata, per questa, che i processi della realtà materiale e il senso che si rivela nella coscienza possano non aver nulla in comune; ma se l’anima e il corpo non hanno nulla in comuune, se l’uomo in senso proprio non è una totalità, allora tanto meno la sua parola può essere una totalità. Sul filo di questa interpretazioone, secondo cui la parola non è una totalità, ma è costituita da un involucro esterno e da un contenuto interno organicamente scollegaati, corre l’ostacolo per la comprensione della magia della parola e del suo effetto sovrarazionale sulla coscienza, sull’anima e sul corpo; di più: sull’intera natura dell’uomo.
(continua…)

Settembre 21, 2009

CHIESA E MONDO di Thomas Stearns Eliot

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:20 pm

Eliot

Nei commenti all’ultimo post si sono mischiate troppe cose: violenza tribale, pericolosità vera o presunta dell’Islam radicale e, come sempre, equiparazione laicista di tutte le culture religiose (cristianesimo compreso) nell’unico calderone del fanatismo integralista: il preludio illuminista al tentativo di mettere il bavaglio alla Chiesa ogni volta che pretende di rendere pubblico il proprio insegnamento in materia morale. Ora, siccome è giusto che i visitatori del blog sappiano come la penso in materia, propongo questo testo che sottoscriverei parola per parola. L’autore non è un vescovo lefebvriano nè il cameriere di Ratzinger ma colui che è unanimamente riconosciuto come uno dei più grandi poeti del XX secolo. Il testo riproduce una conversazione radiofonica, pronunciata nel febbraio del 1937 nel corso di una serie di conferenze su “La Chiesa, la Comunità e lo Stato”, e pubblicata in “The Listener”.

Che tra la Chiesa e il mondo vi sia antitesi, la più alta delle autorità lo afferma. Lo studio della storia c’insegna, d’altronde, che una certa tensione tra Chiesa e Stato è augurabile. Quando tra la Chiesa e lo Stato il distacco è completo, la cosa pubblica ne soffre, e quando la Chiesa e lo Stato vanno troppo d’accordo, è la Chiesa che ne soffre. Ma la distinzione tra Chiesa e mondo non è così facile da tracciare come quella tra Chiesa e Stato. Non è, infatti, di una comunità o di una organizzazione ecclesiastica determinata che si vuol parlare, ma di tutti i cristiani in quanto tali; e non di alcuno Stato in particolare, ma di tutta la società, di tutto il mondo nel suo aspetto secolare. L’antitesi non riguarda soltanto due opposti gruppi di individui: ogni individuo di per sé è un campo dove le forze della Chiesa e del mondo si combattono.
Quando si dice “messaggio della Chiesa al mondo”, s’intende forse soltanto che il compito della Chiesa sia di continuare a parlare? lo sono del parere che sarebbe più consono alla gravità della situazione dire che “compito della Chiesa è d’intervenire negli affari del mondo”. Secondo un principio generalmente ammesso, e che io disapprovo, “si deve vivere e lasciar vivere”. Così se lo Stato non s’immischia in ciò che fa la Chiesa, e la protegge fino ad un certo punto dalle molestie che possono esserle arrecate, la Chiesa perde il diritto di occuparsi dell’ordinamento della società o della condotta di chi nega i suoi principi di fede. Si ritiene comunemente che qualsiasi ingerenza della Chiesa sarebbe il tentativo di una minoranza di opprimere la maggioranza. Ora io dico che i cristiani devono considerare il loro dovere in modo molto diverso. Ma, prima di descrivere in quale maniera la Chiesa potrebbe intervenire nelle cose del mondo, dobbiamo tentare di rispondere ad un’altra domanda: per quale ragione dovrebbe intervenire?
(continua…)

Settembre 20, 2009

UCCIDE LA FIGLIA PERCHE’ AMA UN CRISTIANO di Ferdinando Camon

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 12:35 pm

(Da: Quotidiani delle Venezie, 17 settembre 2009)

islam violento

È venuto qui in mezzo a noi con la figlia Sanaa, la figlia crescendo s’è innamorata di uno di noi, e lui per punirla le taglia la gola: dunque odia noi, ci odia a morte, giudica meritevole di morte quel che noi siamo, tutta la nostra civiltà, e anzitutto la nostra religione. È l’amarissima conclusione che dobbiamo trarre dal figlicidio di Pordenone, nei termini in cui le cronache lo raccontano. Aveva un lavoro, il padre. Un lavoro più che dignitoso, faceva il cuoco. Lavorava anche la figlia. Carina, vitale, gioiosa. Nella foto ride e splende come il sole, povera anima. Uccisa come un animale non da noi, non dalla nostra società, non dal razzismo, ma dal cuore del cuore della cultura di suo padre, che (inutile girarci intorno, e cercare formule attenuanti) si riduce a questo: un musulmano e un cristiano non possono convivere, dove c’è un musulmano il cristiano deve morire. Oppure: se un musulmano, e sia pure una figlia, non la pensa così, va ucciso lui. Avendo un lavoro, quest’uomo è il perfetto esempio di quelli che noi consideriamo integrati: fa quel che facciamo noi, guadagna, sbarca il lunario, siamo a posto. Invece no. Evidentemente, anche fra quelli che noi consideriamo integrati ce ne sono che considerano la nostra civiltà inammissibile sulla faccia della terra. Così facendo, quest’uomo (va detto onestamente che sono pochi come lui, ma altrettanto onestamente che non è il solo) mostra di non accettare niente dei cardini che regolano la nostra vita individuale, famigliare e sociale: e cioè, i codici e la costituzione.

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Settembre 19, 2009

ACCIDIA (LA SALA DEGLI SPECCHI) di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:11 pm
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magritte specchio falso
René Magritte – Specchio falso

Ho paura.
Ho paura di aver paura.
Ho paura di aver paura di aver paura.
Dai giorni che l’urlo di sabbia del profeta
mi ha strappato al torpido Egitto
io mi moltiplico
in un coito senza sudore
con la cattiva opinione di me stesso

Universo parallelo
in cui l’ombra rifugge l’esemplare
discerno e non distinguo
tra corpi e simulacri,
l’intimo e l’altrove.

Accecato dai barbagli si dibatte
il verme nella fossa.
Il cammino è precluso.
L’inferno è la sala degli specchi

Settembre 18, 2009

LO SPECCHIO di Roberta Borsani

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:04 pm
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il mondo in televisione

Alzarono lo specchio in cima alla collina. Operai con addosso tute gialle portarono sui camion pezzi di specchio e scale. Uomini vestiti di bianco bisbigliarono guardinghi pochi secchi ordini, e gli operai eseguirono senza fiatare. Lo specchio fu montato e fissato con grosse funi nel giro di una settimana. Poi gli operai e gli uomini vestiti di bianco se ne andarono. Rimasero soltanto alcuni militari in uniforme: fumavano e tacevano.
Io fui il solo a rimanere fuori dal raggio dello specchio, a parte quelli sulla collina naturalmente. L’unico a rimanere intatto. Fedele alla sua forma.
Avevano rastrellato la serra da cima a fondo per sei lunghi giorni; scovato e incatenato i pochi refrattari: guardiacaccia, allevatori di capre, apicultori… gente che un’antica solitudine aveva reso strana e selvatica. Gente con cui avevo trascorso le sere davanti alle stelle. Gente che amavo.
Me, per fortuna, non seppero prendermi. Troppo astuto per loro, conoscevo la foresta palmo a palmo.
Per prima cosa confusi il mio odore avvoltolandomi nel fango come fanno le bestie che si sanno braccate. Poi mi acquattai sotto le felci cresciute sul torrente, nel punto terribile in cui l’acqua si getta con rabbia di lupo sopra le rocce.
Scampai alle guardie e ai cani, che mi latrarono addosso senza vedermi, senza sentirmi.
Io invece vidi e sentii tutto. Dapprima senza capire, poi…
Poi ogni cosa fu chiara.

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Settembre 17, 2009

LO SCOIATTOLINO TILLY di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:21 pm
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scoiattolo

Non mi hai detto niente, non ti ho chiesto niente. Era forte, quasi irresistibile la voglia di sapere chi o che cosa ha spezzato il tuo sorriso e il tuo respiro, e ti ha fatto entrare in casa quasi di corsa, in lacrime. Quei balordi della tua compagnia, o qualche zelante testa di cazzo di professore? dimmelo che gli faccio pentire di esserti arrivato a un metro. L’ira funesta di tuo padre. Il tuo padre meraviglioso, il tuo padre povero idiota, il tuo padre innamorato.
Ma tu mi sei venuta tra le braccia e mi sono tappato la bocca.
Stringerti senza chiedere niente, e ridarti la tua tana, cucciolo. Il divano, dove ti rannicchi e io ti seguo, mi fai spazio perchè mi sieda al tuo fianco. E’ così che ci mettevamo, tu con la copertina preferita, io a leggerti le storie.
E penso che da qualche parte c’è ancora il librino dello Scoiattolino Tilly. Il librino dei tre anni, che ancora a dieci tu reclami nei giorni veramente bui, e vuoi che ancora io lo rilegga, a te che ormai frequenti Salgari e Jules Verne, perchè è una infallibile formula di dolcezza, che ha il potere di riportarti alla calma protetta di allora. E ogni volta io recito quasi a memoria, col libro aperto ma senza leggere, la storia dell’animaletto che stava tranquillo nel cavo dell’albero, una piccola tana con provviste di noci e ghiande per l’inverno, quando un fulmine colpì la quercia poderosa, e lo scoiattolino scampò a malapena. Alle soglie dell’inverno, senza una casa.

Alzi la testa dal cuscino, e mi guardi stupita. Che ho fatto? Senza accorgemene ho pensato ad alta voce e ti ho raccontato quella vecchia storia, a te che fra un mese sarai maggiorenne.
- Vai avanti – dici. E ti stendi di nuovo, in attesa.
Tilly prova con tutti i suoi amici, ma chi ha famiglia numerosa, chi non è troppo in salute, nessuno può ospitarlo. Nemmeno compare Riccio, nemmeno il signor Talpa. La temperatura scende e Tilly è all’addiaccio.
Ci sarebbe una possibilità, ma è un rischio tremendo.
Disturbare il letargo dell’Orso. Quello di spazio ne ha quanto ne vuoi, ma anche un brutto carattere, specialmente quando lo svegliano. Tilly ha paura, ma fuori fa sempre più freddo.
Sulla soglia dell’antro, esita. Farsi annunciare da uno squittio, o avvicinarsi direttamente a lui, aspettando che se ne accorga? L’orso è una montagna di carne e pelo, che soffia rumorosamente, e la caverna avvolge lo scoiattolino nel suo tepore. Ma l’olfatto dell’orso è finissimo, e subito il ritmo del respiro s’interrompe. L’orso fiuta nell’aria, poi gira il testone: due occhi nerissimi, grandi come fondi di bicchiere che ti scrutano. “E tu chi saresti?”
Vocina: “Sono lo scoiattolino Tilly. Il fulmine ha bruciato il mio albero e non ho un posto dove andare. Potrei stare qui per l’inverno?”

A quel punto mi mettevo sempre in pausa.
Tu sgranavi gli occhi, alzavi la testa dal cuscino, allertata dalla mostruosa possibilità di un rifiuto. In quel momento tutto il buio, tutto il disamore, tutta l’angoscia del mondo condensava i tuoi molti fantasmi in uno solo, incombente, quello dell’abbandono.
“E lui?” domandavi, col fiato sospeso.
“E lui dice: va bene”. La mia voce rischiarava le tenebre come quella di Geova in persona.

“Va bene” ripete mia figlia chiudendo gli occhi, e tira un lungo sospiro.
Si è addormentata, proprio adesso.

Settembre 16, 2009

PEDAGOGIA CALCISTICA: IL TECNICO di Stefano Benni

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 3:36 pm
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al bar

Il tecnico da bar, più comunemente chiamato «tennico» o anche «professore», è l’asse portante di ogni discussione da bar. Ne è l’anima, il sangue, l’ossigeno. Si presenta al bar dieci minuti prima dell’orario di apertura: è lui che aiuta il barista ad alzare la saracinesca. Il suo posto è in fondo al bancone, appoggiato con un gomito. Lo riconoscerete perché non si siede mai e porta impermeabile e cappello anche d’estate. Dal suo angolo il tecnico osserva e aspetta che due persone del bar vengano a contatto. Non appena una delle due apre bocca, lui accende una sigaretta e piomba come un rapace sulla discussione. Nell’avvicinarsi, emette il verso del tecnico: «Guardi, sa cosa le dico», e scuote la testa.
Il tecnico resta nel bar tutta la mattina: nei rari momenti di sosta tra una discussione e l’altra, studia la «Gazzetta dello Sport». Normalmente, si ciba solo di aperitivi, olive, patatine fritte e caffè, venti normali e venti hag, al giorno. Oppure fa un rapido salto a casa e mangia invariabilmente tortelloni, anzi li ingoia dicendo «Ho fretta, devo andare in ufficio». L’ufficio è il bar, dove il tecnico ricompare alle due meno dieci per restarvi fino all’ora di chiusura. A mezzanotte, il tecnico accompagna a casa tutti gli amici per le ultime discussioni della giornata. Va a letto e parla nel sonno recitando classifiche fi¬no alle sette, sette e mezzo. (…)
Di cosa parla un tecnico? Di calcio, di sport in genere, di politica, di morale, di macchine, di agricoltura, di prezzi della frutta, di diabete, di sesso, di trattori, di cinema, di imbottigliamento, di spionaggio. In una parola, di tutto. Quale che sia l’argomento trattato, il tecnico lo conosce almeno dieci volte meglio dell’occasio¬nale interlocutore, anzi, dirà, è una delle cose che lo ha interessato di più fin da piccolo. Il ve¬ro tecnico suffraga spesso la sua competenza con parentele. Esempio: se si parla di comunismo, lui ha un cognato che lavora a Togliattigrad; se si parla di pesca subacquea, ha un fratello fidanzato da sei anni con una cernia; se si parla di edilizia, ha un cugino manovale, e così via. Inoltre, è stato compagno di scuola di tutti i ministri dell’arco costituzionale, che spesso gli telefonano per sfoghi e confidenze.
(continua…)

Settembre 15, 2009

PEDAGOGIA MEDIATICA: IL RE DELLE FREQUENZE(1)

Archiviato in: Cronache, Divagazioni — vbinaghi @ 7:41 pm
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berlusconi e D'addario

PD: Sai da quanto tempo non faccio sesso come ho fatto con te stanotte? Da molti mesi, da quando ho lasciato il mio uomo… E’ normale? SB: Mi posso permettere? Tu devi fare sesso da sola… Devi toccarti con una certa frequenza
Andavano a caccia di portafogli e borse da viaggio negli aeroporti di mezza Italia, ma il circuito di telecamere di sicurezza del Marconi, a Bologna, li ha immortalati e incastrati
Il governatore cattolico Roberto Formigoni è a due passi di distanza. Patrizia, a Roma, è tornata in albergo. A Rho Berlusconi, intanto, non si ferma. “I conduttori televisivi sono appecoronati sulla sinistra”, dice. Poi passa a difendere la scuola privata cattolica, sostenendo che i tagli non la toccheranno
18enne calabrese incoronata Miss Italia 2009, si gode la vittoria a Salsomaggiore. «Ci speravo» dice in conferenza stampa. «Io mi sono messa in gioco, non so cantare né fare l’attrice né ballare, però ho cercato di dare il massimo, superando me stessa»
Presentata querela contro il direttore del giornale Vittorio Feltri in relazione all’articolo ‘Il presidente Fini e la strategia del suicidio lento. Ultima chiamata per Fini: O Cambia rotta o lascia il Pdl’”
PD: quale lettone.. quello di putin? SB: quello di Putin PD: ah che carino… quello con le tende
A dicembre i Nas sequestrano a Brescia circa 100 tonnellate di prosciutti di Parma Dop e altri salumi e insaccati invasi da larve e scaduti da anni, pronti per essere venduti nei mercatini rionali a 2,5 euro al chilo
Un temporale che s’annuncia micidiale è venuto dall’Espresso, settimanale debenedettiano e già scalfariano: intercettazioni telefoniche, ormai sostitutive del guanto della sfida, lanciate a Silvio Berlusconi per fargli capire che dovrà battersi all’ultimo sangue
Gli 007 avrebbero quindi voluto aver contezza di quanto era stato raccolto in Questura sul direttore del quotidiano della Cei? Difficile, improbabile anche perché non rientrerebbe nelle loro competenze. Di certo quel fascicolo dov’era non c’è più
Siluro a Dell’Utri, La pista mafiosa per incastrare Silvio
Bianco, rosso e nero: tre colori bastano a Gabriele Corni a raccontare le sue donne “Adoperabili”, bambole sessuali di silicone
Diego Armando Maradona è a Merano, nel centro benessere di Henri Chenot. Il ct dell’Argentina dovrebbe fermarsi un paio di settimane per perdere qualche chilo
Si sono svolti stamane al duomo di Milano i funerali di Mike Bongiorno. Presenti alla cerimonia funebre i suoi familiari (la moglie Daniela, i figli Michele, Nicolò e Leonardo), le autorità dello stato, numerosi volti della televisione italiana e circa 10.000 persone
PD: Un giovane sarebbe già arrivato in un secondo. Sai, cioè, sarebbe arrivato…I giovani hanno un sacco di pressioni… SB: Però se posso permettermi (…) il guaio secondo me è di famiglia PD: Quale? SB: Avere l’orgasmo

1) I testi riportati sono tratti da Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Giornale, Libero, L’Espresso
Fin qui il cazzeggio. Per una riflessione più seria leggete Roberta qui, su La fata centenaria

Settembre 14, 2009

PEDAGOGIA MUTA: LA VIA DEL FIUME di V. Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 5:45 pm

Ogni tanto viene un genitore, a lamentarsi dal prof: “Mio figlio non legge mai niente. Bisogna puntargli la pistola per fargli aprire un libro”. Io annuisco e dentro mi spunta la domanda inevitabile: “Signora/e, ma lei quanto legge?”. Perchè è risaputo che certe abitudini si prendono da bambini, e i bambini fanno soprattutto quello che vedono fare. La domanda arriva a fior di labbra ma poi non esce. “Non è giusto”, mi dico, non tutti hanno il tempo e le opportunità che hai avuto tu.
Quando i nostri figli erano piccoli (intendo in età pre-scolare), io e Roberta gli leggevamo a turno interi libri, con tanto di tono affabulante, ed entrambi hanno continuato sulla scia, prendendo gusto alla lettura e alla scrittura. Entrambi detestano la televisione senza che nessuno gli abbia tenuto discorsi edificanti sul primato della lettura, semplicemente perchè la televisione era usata con parsimonia e solo per vedere videocassette Disney, e nessun bambino preferisce la TV a una serata coi genitori, se è abituato a questa. Se poi il cellulare e il collegamento Internet gli vengono concessi a quattordici anni compiuti anzichè a sette, si può stare sicuri che il suo sistema percettivo-comunicativo è già formato sul livello del tempo naturale e dei ritmi umani anzichè su quello del mouse e del telecomando, principale causa dell’ipercinesi e della bassa capacità di concentrazione delle ultime generazioni.
Ma, tutto sommato, non credo sia nemmeno questa la cosa migliore che abbiamo fatto per i nostri figli: non basta tenerli lontani da ciò che è tossico per educarli. La cosa migliore è stato fargli scoprire il ritmo lento della natura e il silenzio che lo avvolge, con lunghe passeggiate in mezzo ai boschi e l’immersione quanto più frequente possibile in una bellezza che non è quella dell’artificio, ma quella della forma vegetale, in attesa paziente che anche l’animale si mostri, airone nella lanca o scoiattolo sul ramo, come un nume tutelare che si concede fugacemente e benedice il viandante.
Non dite che sono esperienze inaccessibili a chi non vive in campagna: perfino un posto orrendo come Milano si può lasciare in mezz’ora per ritrovarsi tra le cascine del Parco Sud, sui colli della Brianza, o sulle sponde del Ticino, il parco fluviale più grande e bello d’Europa.
Ieri io e Roberta abbiamo rifatto uno di quei percorsi: un sentiero a piedi dal parcheggio del Ristorante Ticino Blu di Castelletto di Cuggiono fino alla lanca di Bernate. Un chilometro e mezzo, quaranta minuti di meraviglioso silenzio pieno d’anima. Le foto sono di un dilettante (il sottoscritto), pura documentazione di un cammino: niente di speciale, ma questo passa il convento e accontentatevi.

lanca di bernate settembre 2009002 ridotta

Così appare il fiume in uno dei suoi tratti fluenti e maestosi. Lasciata la sponda, il sentiero s’intuba nel bosco dove all’ombra di querce e ontani cresce una vegetazione ricca, molto varia. Nei primi tratti ancora assolati questi margheritoni che si chiamano topinambur…
(continua…)

Settembre 12, 2009

PEDAGOGIA AMBIENTALE: NICHILISMO IN ROSA di V. Binaghi

l'eleganza del riccio

Dopo tutto quello che abbiamo detto sulla scuola nei post precedenti, aggiungiamo che sbaglierebbe di grosso chi credesse che le direttive ministeriali possano vantare l’influenza determinante sul comportamento dei docenti e quindi sulla prassi educativa. Da che mondo è mondo, sono il costume, i media e la letteratura che formano la mentalità di base con cui l’operatore culturale affronta il suo ruolo. Si tratta di una pedagogia implicita o ambientale se preferite, più un “clima” diffuso che un sistema organico di idee, che solitamente è difficile trovare sintetizzato in un solo luogo.
Fa eccezione un libro che ha avuto uno straordinario successo in Francia e poi in traduzione italiana: un romanzo “al femminile” che, data la femminilizzazione della professione docente e la netta prevalenza delle donne nel novero dei lettori mediamente colti (per intenderci, quelli che non si fermano a Faletti, Moccia e Melissa P.), è stato letto probabilmente da molte insegnanti. Con questo non voglio dire che un romanzo possa imprimere una svolta al clima pedagogico, ma esattamente il contrario: proprio perchè sa incarnare al meglio stereotipi intellettuali diffusi, chi li pratica già inconsapoevolmente vi si riconosce e trova esplicitate le proprie tendenze.
Dico subito che questa non è una recensione (il libro ha un valore modesto ma non spregevole, è un’infiocchettatura del nulla ma scritta con eleganza come solo i francesi sanno fare, e tanto basti) ma una lettura sintomale: m’interessa la filosofia spicciola che vi si enuncia tanto più che l’autrice, Muriel Barbery, è stata per qualche anno docente di filosofia e ci tiene a farcelo sapere per tutto il libro.
Si comincia con un bel bigino leopardiano (il lessico del pessimismo di Leopardi senza l’anima di Leopardi, ovviamente)

La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso in una boccia. Mi chiedo se non sarebbe più semplice insegnare fin da subito ai bambini che la vita è assurda. Questo toglierebbe all’infanzia alcuni momenti felici, ma farebbe guadagnare un bel po’ di tempo all’adulto – senza contare che si eviterebbe almeno un trauma, quello della boccia. (…) Il problema è che i bambini credono ai discorsi dei grandi e, una volta grandi, si vendicano ingannando a loro volta i figli. «La vita ha un senso e sono gli adulti a custodirlo» è la bugia universale cui tutti sono costretti a credere. Da adulti, quando capiamo che non è vero, ormai è troppo tardi. Il mistero rimane, ma tutta l’energia disponibile è andata da tempo sprecata in stupide attività. Non resta che cercare di anestetizzarsi, nascondendo il fatto che non riusciamo a dare un senso alla nostra vita e ingannando i nostri figli per cercare di convincere meglio noi stessi.

Dal momento che questa è la condizione umana, è ovvio per la Barbery (o meglio per Paloma l’adolescente borghese e per Renèe la portinaia, che nel romanzo si fanno portavoce dell’autrice) che la cultura umana è semplicemente un nonsenso. Eccoci a un bigino questa volta nietzscheano, ad uso e consumo di chi vuole risparmiarsi i numerosi volumi del filosofo tedesco.

Non c’è niente di più duro e ingiusto della realtà umana: gli uomini vivono in un mondo dove sono le parole e non le azioni ad avere il potere, dove la massima competenza è il controllo del linguaggio. È una cosa terribile, perché in definitiva siamo soltanto dei primati programmati per mangiare, dormire, riprodurci, conquistare e rendere sicuro il nostro terrritorio, e quelli più tagliati per queste cose, i più animaleschi tra noi, si fanno sempre fregare dagli altri, cioè da quelli che parlano bene ma che non saprebbero difendere il proprio giardino, portare a casa un coniglio per cena o procreare come si deve. Gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare. È un terribile oltraggio alla nostra natura animale, una specie di perversione, di contraddizione profonda.

L’azzeramento etico e gerarchico che la civiltà post-industriale ha prodotto, ha lasciato sul terreno una sorta di sensibilità evirata e femminarda, che non è più in grado di concepire alcuna forma di trascendenza non dico religiosa, ma nemmeno culturale. Il valore di ciò che oltrepassa la singola vita umana, la paziente costruzione della storia cui ogni generazione è chiamata a partecipare senza vederne i frutti, tutto questo appare all’aborigeno colto di quest’epoca post-atomica incomprensibile e assurdo, o peggio: menzognero. Si tratta, come ci spiegano le sacerdotesse del nuovo pensiero femminardo, di antiquati residui del patriarcato,che era ascetico, fanatico, e gli puzzavano pure le ascelle.

(continua…)

Settembre 11, 2009

DIDATTICISMO DI REGIME: LA VALUTAZIONE “OGGETTIVA” di Massimo Bontempelli

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:10 pm
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esami a scuola

(Da: M. Bontempelli, L’agonia della scuola italiana, CRT Pistoia, 2000)

Mai come in questa fase, nella quale è stato posto l’obiettivo dell’autonomia degli istituti scolastici, le scuole sono state più inondate dal centro di un diluvio di prescrizioni o indicazioni burocratiche, formalistiche, pedanti, dettagliate e invadenti. Ciò sembra un assoluto paradosso, ma quando comprenderemo il significato reale dell’autonomia scolastica ci renderemo conto che non lo è.
Le prescrizioni e le indicazioni di cui le scuole vengono inondate riguardano in larga misura la didattica. Questo didatticismo non nasce certo oggi: oggi, semplicemente, ha trovato la sponda politica che gli consente per la prima volta di avere un’effettiva influenza pratica. Esso è stato però presente da decenni, sia pure senza reale incidenza nella scuola, in alcuni settori della burocrazia ministeriale, in piccoli gruppi di insegnanti sperimentatori, e soprattutto nella cerchia accademica dei pedagogisti. Lo spazio disciplinare che questi ultimi si sono ritagliati è veramente singolare: pur non essendo ancorato al benché minimo criterio epistemologico di scientificità assume una veste esteriore di oggettività scientifica; pur essendo costruito senza alcuna base filosofica, pretende di comprendere la relazione educativa; pur non essendo connesso con i contenuti conoscitivi di alcun campo specifico del sapere, propone metodi per trasmetterli e per verificare il loro apprendimento.
Gli odierni discorsi specialistici nell’ambito della pedagogia e della didattica sono quindi, dal punto di vista dei loro reali effetti di conoscenza, veri e propri discorsi sul nulla. Possono dilungarsi incredibilmente sui metodi di insegnamento e di verifica dell’apprendimento di una determinata disciplina di studio, senza mai entrare nel merito dei suoi effettivi contenuti. Quando cercano di connettere i metodi a contenuti disciplinari specifici, il lettore o l’ascoltatore competente avverte subito che si tratta di richiami estrinseci, improvvisati, slegati dai fondamentali valori conoscitivi del campo del sapere a cui pretendono di riferirsi. Colpisce poi in maniera impressionante il vuoto culturale totale su cui vengono costruiti tali discorsi, che non si basano su alcuna comprensione filosofica della comunicazione umana, su alcuna assimilazione dei valori delle grandi tradizioni spirituali della nostra storia, su alcuna consapevolezza critica della natura della nostra società.
Questo vuoto culturale è coperto dalla proliferazione di sempre nuove convenzioni semantiche e specificazioni verbali. Lo spazio disciplinare costruito dai pedagogisti è infatti, nella sua essenza, niente altro che una terminologia. Per esserne competenti, basta usare i suoi termini nel modo, diverso da quello comune, che esso è arrivato a prescrivere.
Un dispositivo intellettuale culturalmente così nullo ha potuto assumere la funzione di testa d’ariete dell’innovazione nella scuola a causa dell’ideologia che esprime, particolarmente congrua alle tendenze di una società che non ha più valori di civiltà da trasmettere, come se non avesse né radici né futuro. L’ideologia sottesa alle odierne impostazioni pedagogiste e didatticistiche può venire schematizzata in tre punti.
Il primo punto di questa ideologia è una radicale svalutazione,tanto più insidiosa in quanto mai riconosciuta per tale, dei contenuti teorici delle discipline di studio. La sua attenzione è infatti focalizzata interamente sui metodi di insegnamento e di verifica dell’apprendimento, di fatto, anche se non dichiaratamente, separati dalla trama teorica dei contenuti a cui dovrebbero applicarsi. Ma metodi separati dai contenuti sono concettualmente vacui e del tutto insignificanti anche come metodi. Non a caso il grande Hegel ha più volte affermato che il vero metodo altro non è che il movimento logico stesso del contenuto.
Senza una comprensione profonda dei contenuti del sapere di cui viene richiesta la trasmissione, i discorsi di pura metodologia didattica si riducono a chiacchiere. Seguirne il filo, infatti, risulta molto frustrante per il lettore colto, che vorrebbe misurarsi con una sostanza concettuale, e che vi trova invece soltanto, nel migliore dei casi, una successione di banali ovvietà irritantemente espresse con una fraseologia pomposa, e con schemi grafici tanto supponenti quanto inutili. Si tratta, insomma, di discorsi privi di ogni dignità culturale, ma non per questo ininfluenti. Essi hanno infatti una forte valenza ideologica (non consapevole, naturalmente, perché soltanto una solida base culturale offre gli strumenti per cogliere l’ideologia di cui si è portatori), da cui discende direttamente, senza alcuna mediazione culturale, una rilevante efficacia pratica. L’ideologia della inessenzialità, per il buon funzionamento della scuola, della trasmissione di contenuti di sapere teoricamente strutturati, si presta infatti in modo particolare a dare spazio alla odierna tendenza della società a rinunciare all’educazione delle giovani generazioni.
Ciò spiega come attorno alle sconcertanti banalità dei pedagogisti e dei burocrati ministeriali sia rapidamente emersa una vera e propria didattica di regime, che, nel suo cercare di imporre cervellotiche metodologie, e nel suo pretendere sempre nuovi adempimenti formali, ottiene con la massima efficacia il risultato di rendere progressivamente sempre più evanescenti, deconcettualizzati e destrutturati i contenuti di sapere trasmessi dalla scuola.
(continua…)

Settembre 10, 2009

PEDAGOGIA PROGRESSISTA: STESSA SBOBBA PER TUTTI di Valter Binaghi

sbobba

Se dovessimo stilare una classifica dei principali responsabili dello sfacelo della scuola italiana (in questo caso penso soprattutto alle superiori), la palma della (discutibile) vittoria spetterebbe certamente a certa pedagogia di sinistra che usurpa il titolo di progressista e ha determinato la maggior parte delle scelte sindacali e culturali dell’ultimo cinquantennio. Interpretando il diritto democratico all’emancipazione culturale e sociale (che significa: io scuola ti aiuto a realizzare al massimo le tue potenzialità e finalità) in senso maldestramente ugualitario (propongo e impongo a tutti i medesimi obiettivi culturali presupponendo in tutti le medesime attitudini e capacità), ha prodotto un peggioramento complessivo dell’offerta formativa e una frustrazione diffusa nei soggetti implicati, docenti e discenti. Spiego meglio dopo: prima beccatevi questa storiella.

Il maestro Tosui, capo di un gran tempio, decise un giorno di abbandonarlo per unirsi a dei mendiicanti lebbrosi. Nei tempi antichi i lebbrosi, perseguiitati da tutti, erano costretti a vivere in comunità isolate dal mondo. .
Uno dei suoi discepoli volle seguirlo.
Tosui gli disse: «Se vuoi seguirmi, abbandona tutto! Ti basterà una stuoia di paglia per dormire ».
E il discepolo abbandonò tutto e lo seguì.
Un giorno Tosui gli comandò di scavare una fossa per seppellire un uomo morto di lebbra, e il discepolo obbedì.
Il cadavere era completamente putrefatto dalla lebbra, e quando il maestro ordinò al discepolo di aiutarlo a calarlo nella fossa, costui obbedì ancora, sebbene non riuscisse a vincere la nausea. Dopo aver sepolto il lebbroso, il discepolo, per riprender forza, chiese a Tosui del cibo. Il maestro rispose: « Mangia pure la zuppa del morto ».
Il discepolo si disse: « Se non lo faccio, mostrerò che la mia determinazione vacilla! Devo mangiare!».
Ma aveva la gola serrata. La zuppa contaminata non riusciva a passare.
Il maestro Tosui allora gli disse: «Esser mio discepolo è molto difficile, e tu non ne sei in grado ».
Il discepolo scoppiò in lacrime, e Tosui continuò: « La mia dimensione e la tua non coincidono. E annche le nostre situazioni sono diverse. Tu non puoi essere un mendicante. Il tuo destino è divenire capo del tempio ».
E così accadde.
(Da: La tazza e il bastone. Storie Zen, SE Edizioni 1991)
(continua…)

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