
(Da: Il valore magico della parola, trad. di Graziano Lingua, Edizioni Medusa 2003)
Una recensione di Roberta Borsani a questo libro qui, su La Fata Centenaria
Siamo abituati a vedere manifestarsi, nella parola, il significato, e facciamo bene a identificarla con il significato. Ma spesso dimentichiamo che, oltre a questo, essa è proprio la manifestazione del significato, per cui insieme alla suddetta identificazione ne è senz’altro possibile un’altra, quella di parola e manifestazione. La parola è nello stesso modo in noi e fuori di noi e, se è giusto vedere nella parola un avvenimento della nostra vita interiore, non dobbiamo tuttavia dimenticare che nello stesso tempo si è già sottratta al nostro potere e che si trova sciolta dalla nostra volontà nella natura esterna. Fin che noi disponiamo liberamente della parola, la parola non è ancora, quando si manifesta noi non la possediamo più. «La parola è come un passero, lasciala libera e non la prenderai mai più», dice la saggezza popolare. Ma questo istante cogente della parola viene dimenticato quasi subito, specialmente dalle persone che sono di casa nella scienza, malgrado il popolo, complessivamente, non lo dimentichi mai. Ma se si considera la forza e il potere della parola, una tale dimenticanza non rimane impunita e non conduce soltanto a errori teoretici, ma annche a mancanze sociali e personali che in certi casi non possono che essere definite un crimine.
Il problema è che la parola, quale termine intermedio fra mondo esterno e interno, è un’ entità anfibia, che vive sia nell’uno, sia nell’altro, intesse specifiche relazioni tra questo e quel mondo, e tali relazioni, per quanto l’occhio del positivista stenti a percepirle, tuttavia esistono e stanno alla base di tutte le ulteriori funnzioni della parola. Questa base, evidentemente, punta a due direezioni: anzitutto muove da colui che parla verso l’esterno, come attività che da colui che parla esce fuori verso il mondo; in secondo luogo, in quanto percezione che riceve colui che parla dal mondo esterno, va verso colui che parla. Detto altrimenti: attraverso la parola la vita viene trasformata e assimilata allo spirito. O ancora: la parola è magica ed è mistica. Considerare l’aspetto magico della parola significa comprendere come e perché noi possiamo agire nel mondo tramite la parola. Indagare come e perché la parola sia mistica significa rendersi conto del senso di quella dottrina secondo cui la parola è la realtà da essa significata. (…)
Compito nostro sarà dunque rilevare la possibilità, e anzi la probabilità dell’effetto magico della parola, nella prospettiva di mostrarne anche l’effetto mistico. La persuasione della forza magica della parola, d’altro canto, rappresenta il patrimonio secolare e milllenario dei più diversi popoli, ed è difficile trovare un popolo, e un’ epoca nella sua storia, che non manifesti una fede vivissima in essa. Questa fede era ed è così diffusa che bisogna considerarla, trattando di popoli, inscindibilmente connessa all’uso della lingua, occorre riconoscervi un momento indispensabile nella vita della lingua. È pertanto quanto di più naturale che ci atteniamo, in questa sede, al più generale e popolare sentimento della vita, alla ragione onni-umana, e non seguiamo nella questione proposta l’accezione negativa del positivismo linguistico, ma poniamo alla base della parola la concezione positiva dell’intera umaanità. Dell’onere della dimostrazione se ne faranno carico quanti, dissociandosi dall’umanità, sostengono l’impotenza e il vuoto della parola, contrariamente a tutte le tradizioni della storia.
La maggioranza, la schiacciante maggioranza dei nostri contemporanei, non appena ha assaporato la «concezione scientifica del mondo», si è fermamente persuasa che la parola, se agisce, agisce solo come significato razionale, e non riflette minimamente su come questo senso possa essere trasmesso da una coscienza all’altra e quali siano i processi interni che rendono possibile la rivelazione del senso della coscienza. Il segreto presupposto di questa semplificazione estrema delle cose è il dualismo cartesiano nella comprensione generale del mondo, dualismo cui non si sottrae nemmeno un problema specifico come quello della parola. L’uomo consiste di materia, che è di natura esclusivamente meccanica, e di anima, la cui essenza va ricercata in modo altrettanto esclusivo nella coscienza. Le due sostanze di Descartes, res extensa e res cogitans, tra loro incomparabili, pur avendo perso in evidenza continuano tuttavia a segnare la comprensione del mondo in ampie cerchie dell’ intelligentja; è una verità scontata, per questa, che i processi della realtà materiale e il senso che si rivela nella coscienza possano non aver nulla in comune; ma se l’anima e il corpo non hanno nulla in comuune, se l’uomo in senso proprio non è una totalità, allora tanto meno la sua parola può essere una totalità. Sul filo di questa interpretazioone, secondo cui la parola non è una totalità, ma è costituita da un involucro esterno e da un contenuto interno organicamente scollegaati, corre l’ostacolo per la comprensione della magia della parola e del suo effetto sovrarazionale sulla coscienza, sull’anima e sul corpo; di più: sull’intera natura dell’uomo.
(continua…)