
Brano lungo, libro introvabile eppure tra i pochi necessari, scritto quasi cinquant’anni fa e purtroppo assolutamente profetico: uno dei libri che ci meritiamo, come amo dire a volte ai lettori del blog. I quali, se arriveranno alla fine, vedranno che ne è valsa la pena. Il testo che segue è tratto da: Thomas Molnar, Il declino dell’intellettuale, Edizioni dell’Albero, 1965
Intellettuali e ideologi
È giunto il momento di fare il bilancio della nostra analisi sulle diverse caratteristiche assunte dalle ideologie moderne e di dare una risposta al quesito principale: in che senso gli intellettuali hanno veramente fallito? Ma prima, è giusto identificare l’intellettuale con l’ideologo? La risposta al secondo quesito non potrà essere del tutto soddisfacente, per due ragioni: la prima è che le categorie in cui abbiamo suddiviso gli intellettuali – il marxista, il progressista, il reazionario – non sono del tutto soddisfacenti, inoltre sono state elaborate in modo da rappresentare una tipologia delle tendenze intellettuali contemporanee, ma non sono le uniche e non sono neanche così rigidamente delimitate.
Infatti l’influenza del passato e del presente, le scelte individuali, una duplice o molteplice fedeltà radicata nell’ambiente e nella esperienza fanno sì che la linea di demarcazione tra le varie ideologie non sia nettamente delineata.
La seconda ragione è ancora più importante: un vasto numero di potentissime religioni, filosofie, istituzioni ha contribuito a formare la struttura del mondo moderno. L’intellettuale è colui che per definizione mantiene i rapporti con le tradizioni del passato e con le forze del presente anche se si trova in una posizione critica e nega che abbiano una diretta influenza su di lui. Egli non vive nel vuoto sociale, ma anzi assorbe e reagisce agli innumerevoli fenomeni, politici, sociali e culturali che lo circondano assai più diffusamente ed intensamente dei suoi contemporanei non intellettuali che, solitamente, si preoccupano soprattutto dei problemi legati alla loro professione e agli affari.
È quindi legittimo affermare che l’intellettuale è immerso in un clima d’idee che non soltanto lui ha contribuito a formare ma dalla cui influenza è il meno capace a liberarsi.
Poiché questo clima d’idee è ancora dominato, nel nostro mondo occidentale, dalle linee tradizionali della religione giudaico-cristiana, della filosofia greca, dei concetti legali e politici romani, l’intellettuale non potrà mai aderire totalmente ad una ideologia che nega o disprezzi questi concetti di base e si proponga dei fini in assoluto contrasto con queste tradizioni. L’intelletttuale, in altre parole, non potrà mai coincidere completamente con l’ideologo.
Ma chi è dunque l’ideologo? Le ideologie sono sistemi intellettuali costruiti su di un’idea cui si dà l’esclusiività e la preminenza su tutte le altre. Si tratta, quindi, di spinte vigorose nel mondo del possibile, ipotesi che esigono un riconoscimento assoluto della storia.
Il Rinascimento e la nascita dell’ideologia
(…) È importante rilevare – poiché oggi lo si è completamente dimenticato – che la religione cristiana insegna l’amore spirituale, sovrannaturale, ossia l’amore subordinato al principio superiore: l’adorazione di Dio. I frutti che esso genera sono quindi azioni che, quantunque discrimino il bene e il male, non si cristallizzano in schemi fissi o immutabili. Sul piano delle realtà storiche soociali, ciò ha significato – dato il flusso costante e il mutamento delle circostanze – che non poteva essere concepito un sistema sociale definitivo che conducesse attraverso un sentiero unico, ad un unico fine. Considerato diversamente, il dovere dell’individuo era di salvarsi ma il modo di pervenire alla salvezza – un modo che in larga misura ha condotto in ogni tempo, all’attività sociale e politica – poteva essere molteplice. Sant’Agostino chiedeva soltanto che lo Stato non ostacolasse le inclinazioni verso il soprannaturale dei citttadini e san Tommaso insegnava che la cristianità è compatibile, in linea di principio, con ogni forma di governo.
Gli ideologi intellettuali, invece, hanno tentato di creare l’unica forma di società che assicurasse la felicità di tutti, o, come alcuni di essi hanno affermato, del maggior numero possibile di persone. Naturalmente però la progettata Utopia non poteva essere realizzata; ma almeno delle scelte erano eliminate e, con il progredire della scienza, la sua applicazione, e attraverso la pressione delle masse, la società poteva finalmente essere considerata come una macchina rispetto alla quale discussione e la scelta dovevano essere sempre più limiitate. La percentuale di aumento delle popolazioni, il rapporto tra queste e l’alimento disponibile, la prevedibile crescita della produzione, l’esigenza di industrializzare l’intero globo, lo stimolo dei consumi ed i suoi metodi, sono fattori di una situazione che indubbiamente si è creata al di fuori della sfera di influenza e di azioone degli intellettuali, ma che era in armonia con i loro piani di globalità, e di cui essi hanno indicato la via ideologica per raggiungerla. (…)
Il desiderio di dare un’unità alla Repubblica Cristiana fu l’impulso iniziale, ma ben presto fu chiaro che il concetto cristiano di supremazia spirituale era irrealizzzabile.
I conflitti e le contraddizioni della società feudale, e successivamente l’urto con il mondo nascente della borghesia e delle “scoperte” acuì ulteriormente la tensione. Tuttavia, gli stoici del periodo ellenico riconoscevano che l’umanità era una grande famiglia; la religione cristiana esaltava lo spirito di fratellanza spirituale e incoraggiava l’unità del mondo. Era perciò naturale che la ricerca di nuovi ideali per la felicità individuale e la coesione sociale fosse commpatibile con la visione cristiana del mondo anche se questa veniva ritenuta meno essenziale.
Gli ideologi dell’era moderna iniziarono le loro avvventure intellettuali tentando di realizzare gli ideali cristiani attraverso le loro proposte, sospinti in ciò dal dinamismo e dal fervore della cristianità.
Con il passare dei secoli cominciarono a credere di avere scoperto nuovi strumenti di carattere morale, scientifico e politico che avrebbero favorito la ricostruzione della società e ricomposto la perduta unità. Ma i loro calcoli erano sbagliati poiché quanto proponevano per la necessaria unità e la coesione sociale non era di natura trascendentale, ma era una religione laica che divinizzava l’uomo e i suoi valori autonomi. Ogni ideologia fu dunque un nuovo tentativo per assicurare tale coesione: l’ideologia di MachiaveIli come quella di Hobbes, di Rousseau, di Saint-Simon o di Marx; ideologie il cui principio operante era fondato sull’assolutismo, sulla scienza, sul contrattualismo, sull’industria o sulla società senza classi.
Nessuno di questi tentativi ebbe successo in ciò che si proponeva di realizzare; nacquero anzi nuovi conflitti, moltiplicando la tensione già esistente.
Come la cristianità aveva fallito nel tentativo di organizzare la società, così fallirono le ideologie, che ne erano uno spurio prodotto. Come alcune forze sociali, sviluppatesi durante il Medioevo avevano demolito la struttura della società cristiana medioevale, così i nuovi avvenimenti politici e sociali del mondo contemporaaneo non potevano essere spinti sul letto di Procuste delle ideologie.
Verificheremo, nelle pagine che seguono, alcuni degli errori e dei fallimenti delle tre ideologie (…). Appare tuttavia già evidente (…) che le esagerazioni delle ideologie, i loro insolubili conflitti, avrebbero condotto ad una nuova dottrina, ad un nuovo tentativo di risolvere i problemi del mondo, sia quelli ereditati dal passato che quelli nuovi. Mancando un termine più appropriato, definiremo questo un tentativo di organizzazione scientifica della società (social engineering).
(continua…)