Mentre continuo ad ascoltare di tutto e disordinatamente, all’inizio degli anni Novanta il Blues è diventata la MIA musica. Quella da studiare, da riproporre nelle più differenti versioni, quella da suonare e cantare soprattutto. Dal 90 ad oggi ho fondato diverse blues band (Blues Ortiga, Blue Valentine, Doctor Blue and the healers e infine Senor Blues, che esordirà a giorni e vi dirò). Perchè il Blues? Perchè è diventato un canone, cioè una struttura intramontabile e inamovibile su cui ogni autore e interprete può inserire la propria sensibilità, certo di trovare un mezzo adatto alla sua anima perchè il blues intercetta qualcosa di universalmente umano, come è accaduto in letteratura con la tragedia, nata in Grecia e divenuta patrimonio comune dell’umanità, o l’icona bizantina, divenuta un modello intemporale della pittura religiosa. E’ qui che l’arte dismette i panni arlecchineschi dell’invenzione ad ogni costo e trova nell’intramontabile una mimesi dell’eterno. Vi propongo prima l’originale e poi una versione celebre di Love in vain.
Poi due versioni ugualmente lontane eppure ugualmente vicine nello spirito all’originale di Walkin’ blues. Ce ne sarebbero molte altre, innumerevoli, a dimostrazione di quanto dicevo sopra. Ci vuole umiltà e talento a ripetere senza imitare.
Oltetutto, senza il blues non esisterebbe il 90% della popular music contemporanea, includendoci il rock, il pop e anche buona parte della musica leggera.
Ogni tanto è bene ricordarlo.
Voglio dire: ascolta questo e dimmi se non è già rock’n'roll (e siamo negli anni ’20).
Commento di sergio pasquandrea — ottobre 26, 2009 @ 10:58 pm |
Vero. E poi c’è il Jazz, come figli di una stessa madre che ogni tanto si rincontrano. Uno dei CD che ho perso e mi piacerebbe ritrovare è il soundtrack di “The hot spot”, di John Lee Hooker e Miles Davis. Che coppia.
Commento di vbinaghi — ottobre 27, 2009 @ 1:42 am |