
Con questi post, nati dalla necessità di fare chiarezza sul cristianesimo dopo la lunga discussione sull’ora di religione a scuola, è al punto di partenza che si doveva arrivare. Ciò che trovo più ridicolo è il laicismo giacobino che vorrebbe, in nome della democrazia e della libertà religiosa, eliminare i riferimenti religiosi dall’educazione. Anche un ateo dovrebbe riconoscere che, insieme ad Atene e Roma, Gerusalemme è una componente essenziale della nostra cultura, ma questo in fondo sarebbe un tributo al passato. C’è molto di più: un’educazione che rinunciasse all’appello spirituale che le religioni hanno rivolto all’uomo, risvegliandolo alla piena coscienza personale di sè, sarebbe amputazione più che formazione, tanto più che, anche quando privato della sua matrice teologica, esso resta il requisito ineliminabile che distingue una democrazia personalistica da una programmazione totalitaria. Il che naturalmente non significa introdurre un privilegio confessionale nella scuola pubblica (l’ora di religione cattolica in Italia è frutto di un concordato che può essere rimesso in discussione, non è una strutturazione di principio, e infatti è facoltativa), ma smettere di considerare la religione come un’incidente increscioso nella storia di un progressismo materialistico presunto: questa sì che, di tutte, è la religione peggiore: quella di chi pretende che tutti si proceda strisciando per non far torto ai nani.
Nella sua essenza, l’attività formatrice, sul proprio esssere quanto su quello della persona affidata all’ educatore, nasce da un impulso e da un’energia, che hanno radici nella dimensione più profonda dell’essere dell’uoomo. Ogni forma di vita che conosciamo esiste nella forma del divenire. La fede cristiana sa di una vita giunta al proprio compimento, che non si svolge più nel divenire, ma possiede la propria pienezza nell’atto di un presente eterno. Per noi questa vita è in fondo al cammino della speranza, ed insieme è mistero. La nostra vita presente ha senso soltanto con riferimento all’ esistenza totalmente infinita di Dio e alla partecipazione della creatura alla vita del suo Signore.
Il nostro vivere riposa sulla forma del divenire. Ciò che dà vita e forma al mio essere, io non lo sono a priori: lo divento nel corso del tempo. A dire il vero, in tale processo è presupposto qualcosa, che immediatamente sovrasta il puro divenire: vivendo, è in mio potere fissare, conservare in mio vivente possesso tutto ciò che qui, nel tempo, da me nasce, in me diviene, e da me viene conquistato. E, d’altra parte: ciò che io divengo, non mi è per nulla «estraneo»: una volta diventato in questo o quel modo, non posso proprio pensare tanto sensatamente di non esserlo diventato. Piutttosto, ciò che io divento è in qualche maniera già presente «in anticipo» in me, cosicché, quando lo realizzzo, mi rendo conto: «sono diventato me stesso».
Questa è la prima dialettica del divenire vivente: l’identità dell’individuo in divenire è in tensione fra le proprie possibilità e la propria realtà. Da tale tensione si sprigiona un accadere orientato ad una meta, e cioè, esattamente: un divenire a partire da sé. In esso l’identità guadagna in ogni istante equilibrio, e configurazione.
C’è una seconda tensione dialettica nel divenire vivente.
Divenendo, io voglio divenire me stesso. Sono consapevole che, se manco quest’obbiettivo, nessuna cosa al mondo potrà risarcirmene il danno. E tale consapeevolezza può darmi la forza di gettar via tutto, per amore di quel «singolo» che sono. Tuttavia, se sono interiorrmente desto ed abbastanza libero, devo ammettere: non posso diventar me stesso, se non mi apro con dedizione a ciò che non sono, alla realtà che mi sta di fronte. Vivere è sempre «vivere qualcosa». Non c’è da nessuna parte un vivere «puro e semplice». Posso realizzare me stesso, vivendo, soltanto se mi protendo al di là di me stesso verso ciò che non sono;. verso l’ente che mi è davanti: le cose, le persone, le idee, le opere ed i compiti che mi attendono. Divengo me stesso, se accolgo quest’ente come oggetto, come contenuto del mio vivere e vivo per lui, in lui, di lui. In verità, solo in virtù del fatto che ne faccio il contenuto della mia vita, un qualsiasi ente può diventare per me reale «oggetto», nel pieno senso della parola. Dunque, non se lo lascio consistere «obbiettivamente» ma se lo «soggettivizzo», lo accolgo cioè nello spazio della mia vita. (…)
Anche questa tensione dà via libera ad un certo movimento: a quello cioè nel quale io abbandono me stesso; vado oltre me stesso, e pervengo all’oggetto; in essso «sono» – gli atti di conoscere, apprezzare, volere e sperimentare sono, secondo la loro intenzionalità, un vero e proprio «passare dalla parte» dell’oggetto ed un «dimorare» in esso. Sono quel moto in cui colgo ciò che mi sta davanti; in cui lavoro «teso» all’oggetto e «per» esso. Proprio così pervengo a me stesso.
Su questa duplice dialettica, e lungo le direttrici della sua polarità, riposa, nella sua interezza, l’impulso della formazione: esso è lo stimolo a promuovere quel passaggio dalll’ambito della possibilità vivente a quello della vivente realtà; a comprendere la sua essenza e la modalità della sua attuazione. A comprendere, in che senso la strada che conduce all’ autorealizzazione corra attraverso la dedizione agli oggetti e alla realtà. A riconoscere, quali oggetti siano quelli «giusti», in mezzo al caos di tutto ciò che ci sta intorno. A riconoscere, in che modo il moto-di-divenire ed il moto-di-dedizione si condizionino e si reggano l’un l’altro.
La particolare struttura del vivere, dalla quale quelle polarità scaturiscono, dà al processo del divenire la caratteristica sua propria: Non è ovvio, né automatiico. E esposto al rischio e proprio in ragione della qualità della sua essenza.
Noi abbiamo finora parlato di «vita» in generale. Di fatto, già nel grado più basso della gerarchia degli esseri viventi c’è qualcosa di quella dialettica e del moto di divenire che ne deriva. Ogni essere vivente raggiunge la piena conformazione del proprio organismo solo gradualmente e in un certo arco di tempo. E proprio in questo modo: entrando in relazione con ciò che esso non è, vale a dire il suo ambiente. Tale processo vitale, definito da quella duplice polarità, è segnato da un carattere per principio diverso dai processi del mondo inorganico, dai fenomeni chimico-fisici. II loro svolgersi segue una ferrea legge di necessità. L’effetto, una volta accertati i fattori causali in gioco, può essere infallibilmente calcolato. Anche nel caso dei processi più commplessi, manca il fattore «creazione»; e, proprio per questo, anche il fattore di rischio. Al contrario, invece, esso è presente già nelle forme più semplici di divenire. Così il vivente è vulnerabile, passibile di distruzione. L’equilibrio di quella tensione può realizzarsi in modo errrato; errato, se misurato sull’intima teleologia propria dell’essere vivente. Può ammalarsi, e morire.
Questo pericolo si fa tanto più grande, quanto più si sale nella scala di valore degli esseri viventi: quanto più alto, tanto più vulnerabile.
Certo, ci sono anche qui degli elementi che offrono una certa garanzia: gli organi di orientamento, di selezione, di autodifesa, di adattamento e di equilibrio. I loro impulsi, capaci di regolarsi «da sé», noi li chiamiamo «istinti». L’elemento istintivo, sul piano degli organismi viventi, corrisponde all’univocità meccanica sul piano del mondo inorganico. Rappresenta una necessità di natura; qualcosa che avviene «da sé». Tuttavia, anche in esso è presente il fattore della tensione in divenire, della produttività, e con ciò anche il momento della possibilità di distruzione. Ed inoltre: quanto più elevato è il vivente, tanto più complessa è la struttura istintuale; con ciò, tanto più limitata la sua garanzia.
Distinguendosi dal mondo vegetale ed animale, il divenire umano acquista poi un carattere qualitativamente nuovo per il fatto di essere posto in mano alla libertà.
La libertà non è per niente un «problema», bensì un dato di fatto. La consapevolezza di essere libero non è il risultato di una dimostrazione, ma immediato contenuto d’esperienza. A meno che una parte di ciò che la coscienza attesta come evidente venga censurato o interpretato in modo assurdo, non posso affermare di non essere libero. E soltanto nel momento, in cui mi chiedo in quale rapporto stia tale libertà con i condizionamenti, altrettanto indubbiamente presenti, che incomincia il problema vero e proprio.
(continua…)