Doctor Blue and Sister Robinia

Novembre 30, 2009

ALTAI TRA ROMANZO ED EPOPEA di Valter Binaghi

Altai. Ovvero, il Mediterraneo alla vigilia della battaglia di Lepanto.
Per epoca ed ambientazione, l’ultimo romanzo di Wu Ming si colloca a metà strada tra il lontano “Q” (a quei tempi il collettivo di scrittura si firmava “Luther Blissett”) e il recente “Manituana”, nel tentativo evidente di rendere esplicito un senso storico della modernità, illuminandone episodi talmente significativi da costituirne la contrazione allegorica. È questo percorso, e la filosofia della storia che lo sottende che fanno dei romanzi di Wu Ming qualcosa di più che pregevoli occasioni narrative: si tratta di finzioni letterarie che rivelano in filigrana, per chi sollevi e guardi in controluce, l’intento speculativo e l’operazione colta, senza che questo impedisca al lettore medio di abbandonarsi al romanzesco in quanto tale. È comunque anche alla luce di queste ambizioni di secondo livello che ognuno di essi va collocato e giudicato, il che proverò a fare.

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Novembre 29, 2009

Due volte premiato IL ROSAIO D’INVERNO

La prima raccolta di poesie di Roberta Borsani, pubblicata quest’anno da Fara Editore , ha ricevuto due riconoscimenti nell’ultimo mese:
Primo Premio Natale di Tremestieri Etneo
Terzo classificato al Concorso Nazionale di Poesia e narrativa Guido Gozzano

Un scelta di poesie tratta dalla raccolta
in questa pagina

Novembre 28, 2009

OFFRESI TRAME(7) WHITE CHRISTMAS di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:58 pm
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E’ il nome dell’operazione intrapresa dall’eroica giunta leghista di Coccaglio, in provincia di Brescia: ripulire il paese dagli immigrati col permesso di soggiorno scaduto: passando di casa in casa, suonando i campanelli uno per uno. Ne hanno parlato anche i giornali (qui per esempio), e il ministro Maroni ha fatto i suoi bei complimentoni. Quanto alla beffa razzista che si cela nella denominazione natalizia dell’operazione, l’assessore alla sicurezza Abiendi ha spiegato: “per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità”.
Dov’è la trama? chiederete.
Ecco qua. Tra i singoli e i nuclei familiari in attesa d’espulsione, risulta un neonato. Niente di strano, fin qui, la gente si vuol bene e si accoppia anche senza far domanda in carta bollata.
Ma il 24 dicembre, all’imbocco del ridente paesotto padano, si presentano tre tizi montati sui rispettivi cammelli, vestiti strani, ma piuttosto in grana all’apparenza, e chiedono del sindaco. Il buon uomo si precipita, avendo sentore di qualche lucroso affare con sceicchi arabi.
- Posso esservi utile? – domanda.
- In verità seguivamo una stella – dice il primo: – si è fermata qui sopra al paese -
- La stella segna la nascita di un bambino molto speciale – dice il secondo – nato da pochissimo, probabilmente semita. Ne ha sentito parlare? -
- Dimenticavo – aggiunge il terzo – Ci hanno detto che da queste parti c’è pure un uomo di merda, da cui dobbiamo guardarci. Conosce per caso anche quello? -

Novembre 27, 2009

OFFRESI TRAME(6) GONGO E I SUOI NICKNAMES di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:59 pm
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Il nickname è l’identità – solitamente fittizia – con cui tu ti presenti in rete. Puoi averne uno per ogni chat che frequenti, o cambiarlo più volte mentre scrivi commenti su un blog. Ti obbliga a questo una certa fragilità emotiva, che non consente di essere permanentemente esposti alle reazioni di ciò che scriviamo e dichiariamo. E’ il tegumento, il velo, l’epidermide cibernetica che protegge il corpo nudo. Ostinatamente persistente nel bordello della postmodernità, il comune senso del pudore.
Ma bisogna ammettere che ha i suoi lati piacevoli. Con un nickname, entri nel mundus imaginalis: geografia tracciata nella luce astrale.
Il nickname è il minimo sindacale dell’identità, daccordo, ma l’io minimo è un io multiplo, che offre immagini diverse e pilotate in diverse chat, in ciascuna delle quali profonde una passione particolare e riceve un peculiare piacere. Spesso se ne trae un bilancio soddisfacente con cui consolidare il narcisismo primario, che è un po’ come il colesterolo buono, (il secondario è quello cattivo: fare di sè l’ombelico del mondo).
Come Gongo(1), che non pretenderebbe mai di essere molto più della somma dei suoi nicknames. Il resto è un bilocale moderatamente sporco in via Plinio, un frigo stipato di precotti, ma un guardaroba accurato e una consolle da piani alti.
Gongo è un liberale indignato su Tocqueville, un troll demenziale su Nazione Indiana, amante appassionato su Jaqueline mis a nu e filosofo leopardiano su Vibrisse. Ma anche Therion lo Scrutatore nell’ultimo adventure di ruolo della serie Gotica. Naturalmente alcune di queste identità gli aprono possibilità di incontri, di lavoro, e anche qualche avventura sessuale. Ogni volta Gongo si presenta fedele a se stesso cioè al proprio nick, e compie disinvoltamente il suo destino, e tutto ciò gli riesce molto meglio di prima, quando viveva nella Regione Esterna e cercava di essere uno solo.
Le scorribande di Gongo dentro e fuori dal Web potrebbero riempire un romanzo, altro che racconti.
Perchè non lo scrivo, chiederete.
Faccio prima a viverlo, se voglio: ci siamo ridotti a una condizione in cui la mappa e il territorio coincidono.
E infatti la gente esce sempre meno di casa.

NOTE

1) Il nome è ispirato alla presenza impalpabile e bizzarra di cui si parla nell’omonima canzone di Paolo Conte

Novembre 26, 2009

OFFRESI TRAME(5) LA FORESTA NERA di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:07 pm
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Un’impiegata della Rinascente arrotonda offrendosi in webcam dalle 22 alle 23, ad un pubblico di una trentina di abbonati fissi. La particolarità è che ha una fica pelosissima, (un mito per gli amanti del genere, e infatti il nome d’arte è Foresta Nera), nella quale durante la performance introduce ogni sorta di oggetti.
A un certo punto riceve un’offerta importante da uno di loro. Mettere in commercio filmati del genere “estremo” in un portale criptato, per un giro di abbonati più grosso e più ricco. Si scopre che tra i filmati ci sono anche cose girate da soldati italiani in missione di pace degli anni precedenti (ricordate i nostri eroici militi in Somalia, che defloravano ragazze indigene con proiettili di grosso calibro?) o addirittura in Irak. Lei comunque accetta.
Un anno dopo la troveranno morta nel bilocale in cui abita, e inizialmente il movente dell’assassinio sarà cercato in un presunto torbido giro di amanti dell’estremo, prima di scoprire quante cose può contenere l’hard disk di un computer.
E tuttavia, anche dopo questo, la sua morte sarà presto dimenticata, coperta dalla furibonda polemica politica scatenata dal ritorno a galla di quei vecchi filmati, che gettano discredito sulle gloriose forze armate. Infatti il suo nome, comparso appena un paio di volte nelle cronache, svanirà quasi subito dalla memoria collettiva. In futuro il fatto sarà ricordato come il caso della “Foresta Nera”.

Novembre 25, 2009

OFFRESI TRAME(4) IL PANCHINARO di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:11 pm
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E’ abituato alla panchina: un medianone di rincalzo, buono per i terreni più pesanti, dove c’è da menare e sputare sangue. Durante la partita più importante dell’anno (campi di provincia, serie cadetta) vede tutto il primo tempo, il risultato che non si sblocca, passando dal desiderio di entrare al terrore di essere chiamato e sciupare con una goffaggine quella che è l’occasione della vita per tutti.
Intervallo, le pupe attorniano il centravanti figarino, venti gol l’anno scorso, il gioiellino della squadra con stipendio speciale. Promette di farglielo, il gol, a quelli, “e il premio lo ritiro dopo” ammicca alla più appiccicosa, una brunetta miagolante e popputa.
Secondo tempo: la squadra incassa un gol, il figarino prova a rimediare un rigore alla maniera di Inzaghi ma l’arbitro lo ammonisce e lo espellono. Cambio tattico: un centrocampista coi piedi buoni passa a punta e il panchinaro entra a centrocampo.
Gioca attento, senza timore ma con molti scrupoli. La squadra pareggia fortunosamente, poi lui all’ultimo minuto segna un gol impossibile, in rovesciata, una cosa che nessuno si aspetterebbe mai da un brocco suo pari. All’uscita grandi pacche sulle spalle, ma il figarino talentoso riemerge dagli spogliatoi e lo gela con un “Non ti montare. E’ stata solo una botta di culo”. E se ne va con le tifose, che continuano a snobbare il panchinaro.
Ma lui è tre metri da terra: gli altri non sanno che significa, per una volta nella vita, essere baciato dagli dei.

Novembre 24, 2009

OFFRESI TRAME(3) VISITANDO ELISA di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 5:29 pm
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Elisa è una donna di mezza età, malata terminale di cancro.
Alternare pagine riflessive (l’anima che si stacca dal corpo, il dolore e l’anestetico, la tentazione di maledire Dio) a ricordi vivi di un passato remoto o recente.
Intanto si susseguono le visite giornaliere di amici e congiunti, ma anche il personale ospedaliero. E ognuno proprio a lei, ora che sembra sulla soglia del mondo, sente il bisogno di raccontarsi.
La nipote in guerra con la madre.
Il figlio sposato che confessa i suoi adulteri.
La sorella con cui non si parlavano da anni.
Il marito fragile, più impaurito della propria solitudine che addolorato per la perdita.
Un medico che confessa l’orrore mai reso pubblico di un errore diagnostico che costò la vita al paziente.
Un’infermiera che trafuga morfina per il fidanzato tossico.
E lei ascolta, e trova nell’attenzione al loro dolore la forza che non troverebbe per sé.
Vite inquiete, che a lei si affidano e dalla sua ospitalità ne escono rischiarate, quasi toccate dalla Grazia.
Adesso Elisa è assorta in una lontananza che le permette di vedere e amare, più di prima.
Un racconto sulla buona morte.

Novembre 23, 2009

OFFRESI TRAME(2) IL GIUDICE di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 8:14 pm
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pitbull

Uno yuppie si è addormentato attendendo l’ultima corsa del metro, e si ritrova pesto e confuso nella città sotterranea delle fogne. Lo yuppie prova a frugarsi nelle tasche ma si accorge di essere stato rapinato di ogni cosa: cellulare, portafogli, orologio, documenti, polsini d’oro. Intanto, individui lerci e dall’aria poco raccomandabile, si avvicinano. Tenta di fuggire ma è anche senza scarpe: viene catturato e portato di fronte a un vecchio mendicante, servito da una corte di cani randagi, che tutti chiamano “il giudice”.
Prima che possa reagire alla situazione surreale, la sentenza è pronunciata. In base all’antipatia istintiva dimostratagli da un barboncino, che si è messo a ringhiare appena lui è comparso, il giudice lo condanna a morte. Alle sue proteste il vecchio risponde che l’istinto di un cane è pur sempre meno irrazionale delle speculazioni borsistiche con cui lo yuppie e i suoi simili determinano la miseria altrui.
La condanna viene eseguita: buttato oltre il muro di cinta di una villa principesca (si saprà poi che appartiene a un cliente di cui lui stesso ha curato operazioni finanziarie), viene sbranato da un terzetto di pitbull.

Novembre 22, 2009

OFFRESI TRAME(1) JUVENTINO PER CASO di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:19 pm
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maglietta juventino

Tutti noi crediamo di sapere cos’è un riassunto. E’ la contrazione di un discorso più ampio, preferibilmente una narrazione: per giudicarne la fedeltà e la perspicuità, basta confrontarlo con l’originale. Ma come definireste l’abbozzo di una trama, prima ancora che sia diventato racconto? Forse la visione improvvisa di un paesaggio ancora notturno, illuminato per un attimo dal lampo di un pensiero catturato dall’angelo del futuro e subito restituito ai tempi del mondo. Oppure l’uovo in cui palpita qualcosa che ancora non può dirsi compiuto e vivente, e spetterà alla fatica delle ore realizzare. Per alcuni l’immagine è un nulla d’opera, per altri è l’unica cosa che conta, la sintesi spirituale di un verbo intorno a cui manca solo d’aggiungere una ciccia di parole.
Comunque sia, ho in giro un sacco di trame per racconti che forse non scriverò, e visto che oggi è uno di quei giorni in cui sento di non avere gran tempo davanti a me, ho deciso di offrirle a chiunque voglia provarcisi: l’unica condizione è che chi ne fa un racconto me lo faccia poi sapere. Se vivo più a lungo del previsto magari li scrivo io e non vorrei aprire contenziosi con chicche essia, come direbbe Totò. Non prendetela come un’esibizione di stile (un libro come “Centuria”, cento romanzini di una pagina, è già stato scritto da Giorgio Manganelli), ma proprio per quello che vuol essere: una merenda da dividere anziché buttarla, in odio allo spreco. Dunque, ecco la prima.

Milano, maggio 2006. Ahmed è un marocchino arrivato al cantiere da pochi giorni, non parla l’italiano, è un po’ isolato. Un connazionale e compagno di lavoro gli spiega che c’è l’occasione per familiarizzare cogli italiani, una partita al campo del centro parrocchiale, bisogna solo equipaggiarsi. Il calcio è una cosa per cui gli italiani stravedono, lo sa anche lui. Al mercato vendono bandiere, sciarpe e magliette delle squadre di tutto il mondo, quella della Juve oggi costa meno.
La indossa e si pavoneggia. Passa davanti a un bar, lo segnano a dito, non capisce ma pare che lo sfottono. Lui si ferma, dice qualcosa nella sua lingua. Non sa che è appena scoppiato il caso Moggi e quel bar è l’InterClub del quartiere.
Escono in due, arrabbiati di brutto.
Lo menano, lui toglie il coltello. Lo ammazzano di botte.
La sera, la storia finisce in cronaca: sarà l’unica vera vittima di calciopoli.

Novembre 21, 2009

IL MONDO OLTRE IL VETRO di Alice Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 6:05 pm
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Con questo racconto mia figlia Alice (1991) ha partecipato al Premio Chiara Giovani 2009. Il racconto è stato selezionato per la pubblicazione e si trova ora nel volume Volere…Volare, edito da Amici di Piero Chiara, 2009.

Ci furono giorni di sole accecante, odore d’erba bruciata e rumore di biciclette, albe rosate, tramonti d’ametista, profumo di gelso, di fiori selvatici, spicchi di sole e nuvole cariche di pioggia e poi, di nuovo, eccolo, l’Autunno che tornava. Dietro il vetro della finestra il mondo perdeva colore, il cielo si tingeva di grigio, di tetro. Il Cane aveva smesso di rincorrere le farfalle, i bambini dei vicini non facevano baccano in giardino.
- Dove vanno- si chiedeva Anne – quelle stagioni che finiscono? Vorrei poterne trattenerne una e farla scivolare lentamente fra le dita, assaporarne l’odore o sentirmi un po’ come una rondine, lassù, leggera negli spazi azzurri. Toccare l’acqua del ruscello, sedermi all’ombra del castagno e ridere nell’erba. Vorrei sentire i raggi del sole sulla mia pelle. Poi aspettare che appassisca, vedere il ruscello ghiacciare e le foglie volare a terra. Perché non posso fare tutto questo?-
Anne sedeva davanti alla finestra, il viso pallido e le dita intrecciate sulla veste sciupata. Giorni, mesi, anni, e il mondo era sempre lì, irrreale, evanescente, alla distanza di un vetro trasparente.
Anne era malata.
Scorreva nelle sue vene un veleno tanto potente da costringerla a letto tutti i giorni dell’anno, la soffocava dall’interno fin dal suo primo respiro.
Lei era nata in una splendida giornata di Primavera, mentre i rami del ciliegio si tingevano di rosa e il sole timidamente faceva capolino tra le sue fronde, ma non appena la luce aveva sfiorato la sua pelle candida, Anne aveva lanciato uno strillo acutissimo, il respiro le si era strozzato in gola e sul suo corpo erano comparse macchie rosse come sangue raffermo.
Invano medici diversi avevano tentato di scovarne l’origine…Si erano limitati tutti a scuotere la testa imbarazzati, mormorando qualcosa su una particolare sensibilità ai pollini che vagano nell’atmosfera. Non c’erano spiegazioni soddisfacenti al suo caso.. semplicemente, lei era un fiore così esile e fragile che una folata di vento l’avrebbe portata via.
Così trascorreva le estati, le primavere, gli autunni e gli inverni spiando il mondo muoversi dietro la finestra, sognando l’odore del glicine, il sapore del ribes e il rumore della neve che cade.
(continua…)

Novembre 20, 2009

TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO di Valter Binaghi

tra incudine e martello

La privatizzazione dell’acqua (e tra poco dei semi prodotti da OGM, e della complessiva mercificazione del reale che sembra inarrestabile qui da noi) mi ha fatto venire in mente questo pezzuolo di romanzo, scritto tre anni fa. Possibile che non esista un altro modo di concepire una società civile, tra il mercato e la caserma?

(Da: I tre giorni all’Inferno di Enrico Bonetti, cronista padano, Sironi 2007)

Bonetti si strinse addosso l’accappatoio e corse gocciolante in cucina , in tempo per spegnere il caffè. Accese il televisore sul notiziario delle otto e sedette in poltrona con la tazzina in mano. C’erano preoccupazioni per l’atomica nordcoreana e il Presidente di Tutti i Cristiani aggiornava l’elenco degli stati canaglia. Una delegazione italiana in Cina, larghi sorrisi, strette di mano e le solite facce di culo: buoni affari per le imprese italiche, ai diritti umani ci pensiamo un’altra volta.
Bonetti inghiottì il primo sorso di caffè, ancora bollente.
Lui era stato comunista, da giovane, e simpatizzava per Mao, ma non ne aveva più voluto sapere dopo che gli avevano detto della guerra dei passeri. E’ una storia vecchia ma merita raccontarla, perchè dalla reazione si capisce il tipo.
Siamo nella Cina di Mao, nell’immediato dopoguerra. Gli agronomi del partito scoprono che in alcune province i passeracei s’ingozzano fino al 3 per cento del raccolto di riso. Così i quadri dirigenti istruiscono l’intera popolazione: bisogna battere le campagne, giorno e notte, facendo più baccano che si può. I passeri non riescono a posarsi e sono costretti a restare in volo, finchè gli scoppia il cuore e cadono a terra stecchiti. Così dalle periferie metropolitane ai villaggi più remoti, ovunque campi e boschi battuti da folle di contadini, postini e sovraintendenti, donne e bambini scalzi, che picchiano sulle pentole e agitano sonagli e soffiano nei fischietti, e due giorni dopo i prati gremiti e le risaie galleggianti di cadaverini di passeri infartuati.
Bonetti si trovava a un collettivo studentesco quando aveva letto quella cosa da qualche parte, e ci era rimasto. Dei passeri non glien’era mai fregato gran che – anzi, quand’era all’istituto, giocavano ad abbatterli con la fionda – ma il fiat di un burocrate che cancella una specie, la cupa determinazione a rifare la natura, quello gli dava i brividi. Aveva poco più di vent’anni, e la cosa era successa quando lui non era neanche nato, ma quel giorno doveva scegliere tra l’anarchia della natura e la macchina della felicità. Scelse la prima, e diventò quello che negli anni Settanta si diceva un becero qualunquista. Oggi, che avrebbe potuto sfilare coi vincitori da liberaldemocratico, se ne stava più defilato di prima, perchè nel frattempo la compagnia era diventata pessima.

Novembre 18, 2009

PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA

Archiviato in: Cronache — vbinaghi @ 7:56 pm
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acqua

Posta la fiducia per l’ennesima volta, per approvare il provvedimento più importante (e meno discusso sui media) della stagione. L’articolo è tratto da Agorà Vox

L’acqua ai privati: adesso aspettiamoci di pagare anche l’aria che respiriamo!
Le privatizzazione stanno investendo il Paese: luce, gas, ospedali, scuole, monumenti, uffici pubblici, stanno passando in mano agli “speculatori” privati. Ora anche l’acqua da bene pubblico diventerà, entro il 2010, roba privata. Imprese e ditte varie, sebbene in odor di mafia, ’ndrangheta o camorra potranno spartirsi l’oro blu. A discapito dei più deboli: i cittadini.

Ecco il meccanismo che consegna un bene pubblico ai profitti dei privati:
- con la complicità degli amministratori comunali, le società municipalizzate hanno lasciato marcire i sistemi di distribuzione senza manutenzione e senza innovazione con il risultato di forti disservizi e oltre il 50% dell’acqua perduta per dispersione della rete;
- in zone dove la mafia è proprietaria di pozzi privati si sabota o si devia il flusso dell’acqua pubblica per costringere la gente a rifornirsi a pagamento dalle cisterne private, con taniche da trasportare faticosamente in casa;
- in molte zone del Sud Italia l’acqua arriva un giorno a settimana, da anni, e ciò convince la popolazione che il ricorso all’efficienza dei privati è indispensabile;
- la sorpresa sarà la bolletta, che sicuramente sarà salata;
- come al solito, si ricorrerà alla ambigua forma di società mista, pubblico-privata, dove i profitti andranno ai privati e le perdite saranno addossate alla parte pubblica.
Nella Sanità abbiamo assistito allo stesso scempio: le ricche convenzioni, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, con i privati, ospedali del Vaticano inclusi, che gonfiano le prestazioni o se le inventano, corruzione politica, sabotaggio o lentezze estreme per avere prestazioni diagnostiche o interventi negli ospedali pubblici a vantaggio delle cliniche private. Questi sono i regali di una classe politica inefficiente, incapace, corrotta.

Adesso aspettiamoci di pagare anche l’aria che respiriamo… saremo dotati tutti di una mascherina col “conta-respiri”… basterà trattenere il fiato per risparmiare!

E l’opposizione? chiederete.
Ha fatto il suo: leggete qui.

Novembre 17, 2009

IL GIORNO DI NATALE di Valter Binaghi

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 8:03 pm
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madonna del latte

RACCONTO INEDITO
Il racconto è di diversi anni fa. Qualche passaggio è finito nel mio primo romanzo, “Robinia Blues”.

Sì che era buono lo storione al cartoccio, ogni trancio fasciato da una fetta di pancetta con la sua brava foglia d’alloro, poi avvolto premurosamente nella stagnola e lasciato in forno mezz’ora non un minuto di più. Erano buoni i gamberi, come tanti bei paggi rosati a fare da corteo al re del fiume, disposti in bella fila su guanciali d’insalata tenera, e che dire del risotto al nero di seppia, che i bambini non avevano visto mai ma gradirono alquanto, dopo il primo assaggio perplesso…. Poi il ritmo rallentava solo un poco, e passava in retroguardia la truppa corazzata del panettone farcito di gelato, le stecche fragranti del torrone al cioccolato, e finalmente la fettona d’ananas inzuppata nel maraschino, cui si affidava l’arduo compito di “far digerire” il resto.
Luciano aveva stappato il Muller Thurgau per salutare i gamberi e – tranne un mezzo bicchiere per Sara, praticamente astemia – se l’era tenuto al fianco per tutto il tempo, gettandogli sguardi sempre più affettuosi man mano che calava, fino all’ultimo goccio, serbato fin dopo il caffè, e quindi l’estremo saluto con lacrima all’occhio al valoroso compagno di battaglia.
Tutto buono, complimenti al cuoco e alla pescheria, ma adesso il professore, sdraiato bocconi sul tappeto coi gomiti puntati e la testa tra le mani, navigava torpido sul velo sottile che separa il sonno dalla veglia, le palpebre pesanti e due figli in groppa. Da qualche momento la famiglia intera si era trasferita nel salotto, accuratamente sgombrato da tavolino e oggetti contundenti e ridotto al campo di gioco del tappeto grande, per dedicarsi al passatempo natalizio preferito dai frugoletti, ossia la mamma regina, il babbo cavallo, e loro via via cavalieri, paggi, draghi e quant’altro di saltellante e doloroso una schiena possa sopportare.
- Non così forte…ahia…
Luciano fingeva di lamentarsi nel dormiveglia, ma Sara sorrideva a quei gemiti che sempre più scopertamente sfumavano in un mugolìo di piacere. Averli addosso, sentirne il peso insieme al tepore delle membra, sguazzare in quel groviglio di braccine e di gambine e catturare ogni tanto un muso e riempirlo di baci, e più di tutto, compiacersi per una volta del proprio corpo grande e vigoroso, finalmente restituito al suo pieno valore di fortezza e nido per i cuccioli, come la quercia grande che ripara, l’ombra che ristora, il tronco che sorregge. Essere padre ed essere quel grande corpo, sono una sola cosa, e tutto il resto è nebbia, meno che fumo. Così pensava Luciano. Chi capisce più il soggetto incorporeo e ubiquo delle scienze, a chi interessano le conversazioni elettroniche della Rete?. In questi momenti di abbandono, si torna a camminare a piedi nudi come un tempo, e si ritrova oltre la cultura l’antica verità ch’è sempre spiaciuta ai filosofi: essere e pesare sono una cosa.

- Una storia, babbo…
- Si, raccontaci una storia!
Il gigante stava sempre sdraiato bocconi sul tappeto, i lillipuziani calpestavano beati le sue membra torpide e gli arruffavano i capelli.
(continua…)

Novembre 16, 2009

PICCOLI PASSI(12) LA GNOSI POLITICA COME PERVERSIONE DEL CRISTIANESIMO di Eric Voegelin

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 9:42 pm
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rivoluzione francese

Spirituale e temporale

La lotta fra i vari tipi di verità nell’impero romano si concluse con la vittoria del cristianesimo. Il risultato più importante di questa vittoria fu la dedivinizzazione del potere temporale; ed abbiamo già accennato al fatto che i problemi moderni della rappresentanza sono in qualche modo connessi con un processo di ridivinizzazione dell’uomo e della società. Entrambi questi termini richiedono un’ulteriore precisazione, soprattutto perché il concetto di modernità e il periodizzamento della storia dipendono dal significato che si dà a questa ridivinizzazione. Precisiamo quindi che per dedivinizzazione bisogna intendere quel processo storico attraverso il quale la cultura del politeiismo venne praticamente a morire per atrofia e l’esistenza dell’uomo nella società venne riordinata, in base alle espeerienze della destinazione dell’uomo, per grazia del Dio che trascende il mondo, verso la vita eterna nella visione beatifica. Col termine ridivinizzazione, tuttavia, non bisogna intendere una reviviscenza della cultura politeistica in senso greco-romano. La qualifica di neopagani data ai mooderni movimenti politici di massa – qualifica peraltro abbbastanza di moda – è falsa, perché riduce a una rassomiglianza superficiale la natura storicamente specifica dei movimenti moderni. La ridivinizzazione moderna ha invece la sua origine nello stesso cristianesimo e deriva da componenti che erano state soppresse come eretiche dalla Chiesa universale. La natura di questa tensione, intima al cristianesimo stesso, dev’essere perciò precisata con maggior rigore.
La tensione era già nell’origine storica del cristianesimo come movimento messianico giudaico. La vita delle prime comunità cristiane non risultò stabile sul piano dell’ espeerienza concreta, ma oscillò tra l’attesa escatologica della parousia che avrebbe realizzato il regno di Dio e l’interpretazione della Chiesa come apocalisse di Cristo nella storia. Poiché la parousia non si verificò, la Chiesa di fatto passò da una escatologia del regno nella storia a una escatologia della perfezione ultrastorica e soprannaturale. Con questa evoluzione l’essenza specifica del cristianesimo si dissociò dalla sua origine storica. Questa dissociazione ebbe inizio già durante la vita di Gesù stesso, e fu completata, in linea di principio, con la discesa dello Spirito Santo a pentecoste. Tuttavia, l’attesa di un imminente avvento del regno venne di tanto in tanto fervidamente riaccesa dalle sofferenze delle persecuzioni e la più grandiosa espressione di questo pathos escatologico, l’Apocalisse di san Giovanni, venne inclusa nel canone delle Scritture, nonostante i dubbi sulla sua compatibilità con !’idea della Chiesa. Tale inclusione ebbe conseguenze decisive, perché con l’Apocalisse fu accolto il rivoluzionario annuncio dei mille anni in cui Cristo avrebbe regnato con i suoi santi su questa terra. Tale inclusione non solo sanzionò per sempre nell’ambito del cristianesimo !’incidenza dell’abbondante massa di letteratura apocalittica giudaica, ma pose in primissimo piano la questione di come il chiliasmo potesse conciliarsi con l’idea e con l’esistenza della Chiesa. Se il cristianesimo consisteva nell’ardente desiderio di liberazione dal mondo, se i cristiani vivevano nell’atttesa della fine della storia irredenta, se il loro destino pooteva compiersi soltanto nel regno nel senso del capo 20 dell’Apocalisse, la Chiesa si riduceva a una provvisoria comunità di uomini che attendevano il grande evento e speravano che esso si verificasse nel corso della loro vita. Sul piano teorico, il problema poteva essere risolto solo dal tour de force interpretativo realizzato da sant’Agostino nellla Civitas Dei. In quest’opera egli liquidò apertamente come «ridicola favola» la credenza nel millennio e, quindi, affermò risolutamente che il regno millenario era il regno di Cristo nella sua Chiesa nel tempo presente, che sarebbbe continuato fino al giudizio finale e all’avvento del regno eterno nell’aldilà.
La concezione agostiniana della Chiesa rimase storicamente efficace, senza mutamenti sostanziali, sino alla fine del Medioevo. L’attesa rivoluzionaria di una Seconda Venuta che avrebbe trasfigurato la struttura della storia sulla terra fu liquidata come «ridicola». Il Logos si era fattto carne in Cristo; la grazia della redenzione era stata concessa all’uomo; non ci sarebbe stata alcuna divinizzazione della società oltre la presenza spirituale di Cristo nella sua Chiesa. Il chiliasmo giudaico venne bandito insieme con il politeismo, allo stesso modo che il monoteismo era stato bandito insieme con il monoteismo pagano, metafisico. In questo modo la Chiesa diventava l’universale orrganizzazione spirituale di santi e di peccatori che professano la loro fede in Cristo, come rappresentante della Civitas Dei nella storia, riflesso dell’eternità nel tempo. E, parallelamente, in base a questa concezione, l’organizzazione di potere della società diventava una rappresentanza temporale dell’uomo, nel senso specifico di una rappresentanza di quella parte della natura umana che si disssolverà con la trasfigurazione del tempo nell’eternità. L’unica società cristiana risultò così articolata nei suoi due ordini, spirituale e temporale. Nella sua articolazione temporale essa accettava la conditio humana senza illusioni chiliastiche, mentre elevava l’esistenza naturale mediante la rappresentanza del destino spirituale attraverso la Chiesa.
A completamento del quadro bisogna anche ricordare che !’idea dell’ordine temporale aveva trovato storica concretezza nella realtà dell’impero romano. Roma fu inglobata nell’idea di una società cristiana mediante il riferimento alla profezia di Daniele sulla Quarta Monarchia, all’imperium sine fine, inteso come l’ultimo regno prima della fine del mondo. In questo modo, alla Chiesa come rappresentanza storicamente concreta del destino spirituale dell’uomo si affiancava, con perfetto parallelismo, !’impero romano come rappresentanza storicamente concreta della temporalità umana. Quindi, !’interpretazione dell’impero medievale come continuazione di Roma fu ben più che una vaga reminiscenza storica: essa era parte integrante di una concezione della storia nella quale la fine di Roma significava la fine del mondo nel senso escatologico. Questa concezione sopravvisse per secoli nel mondo delle idee, mentre si andavano via via sfaldando i sentimenti e le istituzioni che ne costituivano la base. La storia del mondo fu costruita in conformità con la tradizione agostiniana per l’ultima volta solo da Bossuet, nella sua Histoire universellle, verso la fine del secolo diciassettesimo, e il primo moderno che osò scrivere una storia universale in diretta oppposizione a Bossuet fu Voltaire.
(continua…)

Novembre 15, 2009

PICCOLI PASSI(11) EDUCARE SENZA AMPUTARE di Romano Guardini

Archiviato in: Scritture — vbinaghi @ 7:34 pm
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Con questi post, nati dalla necessità di fare chiarezza sul cristianesimo dopo la lunga discussione sull’ora di religione a scuola, è al punto di partenza che si doveva arrivare. Ciò che trovo più ridicolo è il laicismo giacobino che vorrebbe, in nome della democrazia e della libertà religiosa, eliminare i riferimenti religiosi dall’educazione. Anche un ateo dovrebbe riconoscere che, insieme ad Atene e Roma, Gerusalemme è una componente essenziale della nostra cultura, ma questo in fondo sarebbe un tributo al passato. C’è molto di più: un’educazione che rinunciasse all’appello spirituale che le religioni hanno rivolto all’uomo, risvegliandolo alla piena coscienza personale di sè, sarebbe amputazione più che formazione, tanto più che, anche quando privato della sua matrice teologica, esso resta il requisito ineliminabile che distingue una democrazia personalistica da una programmazione totalitaria. Il che naturalmente non significa introdurre un privilegio confessionale nella scuola pubblica (l’ora di religione cattolica in Italia è frutto di un concordato che può essere rimesso in discussione, non è una strutturazione di principio, e infatti è facoltativa), ma smettere di considerare la religione come un’incidente increscioso nella storia di un progressismo materialistico presunto: questa sì che, di tutte, è la religione peggiore: quella di chi pretende che tutti si proceda strisciando per non far torto ai nani.

Nella sua essenza, l’attività formatrice, sul proprio esssere quanto su quello della persona affidata all’ educatore, nasce da un impulso e da un’energia, che hanno radici nella dimensione più profonda dell’essere dell’uoomo. Ogni forma di vita che conosciamo esiste nella forma del divenire. La fede cristiana sa di una vita giunta al proprio compimento, che non si svolge più nel divenire, ma possiede la propria pienezza nell’atto di un presente eterno. Per noi questa vita è in fondo al cammino della speranza, ed insieme è mistero. La nostra vita presente ha senso soltanto con riferimento all’ esistenza totalmente infinita di Dio e alla partecipazione della creatura alla vita del suo Signore.
Il nostro vivere riposa sulla forma del divenire. Ciò che dà vita e forma al mio essere, io non lo sono a priori: lo divento nel corso del tempo. A dire il vero, in tale processo è presupposto qualcosa, che immediatamente sovrasta il puro divenire: vivendo, è in mio potere fissare, conservare in mio vivente possesso tutto ciò che qui, nel tempo, da me nasce, in me diviene, e da me viene conquistato. E, d’altra parte: ciò che io divengo, non mi è per nulla «estraneo»: una volta diventato in questo o quel modo, non posso proprio pensare tanto sensatamente di non esserlo diventato. Piutttosto, ciò che io divento è in qualche maniera già presente «in anticipo» in me, cosicché, quando lo realizzzo, mi rendo conto: «sono diventato me stesso».
Questa è la prima dialettica del divenire vivente: l’identità dell’individuo in divenire è in tensione fra le proprie possibilità e la propria realtà. Da tale tensione si sprigiona un accadere orientato ad una meta, e cioè, esattamente: un divenire a partire da sé. In esso l’identità guadagna in ogni istante equilibrio, e configurazione.
C’è una seconda tensione dialettica nel divenire vivente.
Divenendo, io voglio divenire me stesso. Sono consapevole che, se manco quest’obbiettivo, nessuna cosa al mondo potrà risarcirmene il danno. E tale consapeevolezza può darmi la forza di gettar via tutto, per amore di quel «singolo» che sono. Tuttavia, se sono interiorrmente desto ed abbastanza libero, devo ammettere: non posso diventar me stesso, se non mi apro con dedizione a ciò che non sono, alla realtà che mi sta di fronte. Vivere è sempre «vivere qualcosa». Non c’è da nessuna parte un vivere «puro e semplice». Posso realizzare me stesso, vivendo, soltanto se mi protendo al di là di me stesso verso ciò che non sono;. verso l’ente che mi è davanti: le cose, le persone, le idee, le opere ed i compiti che mi attendono. Divengo me stesso, se accolgo quest’ente come oggetto, come contenuto del mio vivere e vivo per lui, in lui, di lui. In verità, solo in virtù del fatto che ne faccio il contenuto della mia vita, un qualsiasi ente può diventare per me reale «oggetto», nel pieno senso della parola. Dunque, non se lo lascio consistere «obbiettivamente» ma se lo «soggettivizzo», lo accolgo cioè nello spazio della mia vita. (…)
Anche questa tensione dà via libera ad un certo movimento: a quello cioè nel quale io abbandono me stesso; vado oltre me stesso, e pervengo all’oggetto; in essso «sono» – gli atti di conoscere, apprezzare, volere e sperimentare sono, secondo la loro intenzionalità, un vero e proprio «passare dalla parte» dell’oggetto ed un «dimorare» in esso. Sono quel moto in cui colgo ciò che mi sta davanti; in cui lavoro «teso» all’oggetto e «per» esso. Proprio così pervengo a me stesso.
Su questa duplice dialettica, e lungo le direttrici della sua polarità, riposa, nella sua interezza, l’impulso della formazione: esso è lo stimolo a promuovere quel passaggio dalll’ambito della possibilità vivente a quello della vivente realtà; a comprendere la sua essenza e la modalità della sua attuazione. A comprendere, in che senso la strada che conduce all’ autorealizzazione corra attraverso la dedizione agli oggetti e alla realtà. A riconoscere, quali oggetti siano quelli «giusti», in mezzo al caos di tutto ciò che ci sta intorno. A riconoscere, in che modo il moto-di-divenire ed il moto-di-dedizione si condizionino e si reggano l’un l’altro.
La particolare struttura del vivere, dalla quale quelle polarità scaturiscono, dà al processo del divenire la caratteristica sua propria: Non è ovvio, né automatiico. E esposto al rischio e proprio in ragione della qualità della sua essenza.
Noi abbiamo finora parlato di «vita» in generale. Di fatto, già nel grado più basso della gerarchia degli esseri viventi c’è qualcosa di quella dialettica e del moto di divenire che ne deriva. Ogni essere vivente raggiunge la piena conformazione del proprio organismo solo gradualmente e in un certo arco di tempo. E proprio in questo modo: entrando in relazione con ciò che esso non è, vale a dire il suo ambiente. Tale processo vitale, definito da quella duplice polarità, è segnato da un carattere per principio diverso dai processi del mondo inorganico, dai fenomeni chimico-fisici. II loro svolgersi segue una ferrea legge di necessità. L’effetto, una volta accertati i fattori causali in gioco, può essere infallibilmente calcolato. Anche nel caso dei processi più commplessi, manca il fattore «creazione»; e, proprio per questo, anche il fattore di rischio. Al contrario, invece, esso è presente già nelle forme più semplici di divenire. Così il vivente è vulnerabile, passibile di distruzione. L’equilibrio di quella tensione può realizzarsi in modo errrato; errato, se misurato sull’intima teleologia propria dell’essere vivente. Può ammalarsi, e morire.
Questo pericolo si fa tanto più grande, quanto più si sale nella scala di valore degli esseri viventi: quanto più alto, tanto più vulnerabile.
Certo, ci sono anche qui degli elementi che offrono una certa garanzia: gli organi di orientamento, di selezione, di autodifesa, di adattamento e di equilibrio. I loro impulsi, capaci di regolarsi «da sé», noi li chiamiamo «istinti». L’elemento istintivo, sul piano degli organismi viventi, corrisponde all’univocità meccanica sul piano del mondo inorganico. Rappresenta una necessità di natura; qualcosa che avviene «da sé». Tuttavia, anche in esso è presente il fattore della tensione in divenire, della produttività, e con ciò anche il momento della possibilità di distruzione. Ed inoltre: quanto più elevato è il vivente, tanto più complessa è la struttura istintuale; con ciò, tanto più limitata la sua garanzia.
Distinguendosi dal mondo vegetale ed animale, il divenire umano acquista poi un carattere qualitativamente nuovo per il fatto di essere posto in mano alla libertà.
La libertà non è per niente un «problema», bensì un dato di fatto. La consapevolezza di essere libero non è il risultato di una dimostrazione, ma immediato contenuto d’esperienza. A meno che una parte di ciò che la coscienza attesta come evidente venga censurato o interpretato in modo assurdo, non posso affermare di non essere libero. E soltanto nel momento, in cui mi chiedo in quale rapporto stia tale libertà con i condizionamenti, altrettanto indubbiamente presenti, che incomincia il problema vero e proprio.
(continua…)

Novembre 14, 2009

SENOR BLUES è la nuova bluesbanda!

Archiviato in: Bacheca — vbinaghi @ 12:53 am
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14 novembre Caffè Scorretto, Parabiago
Inizio spettacolo ore 22

Senor4

Valter Binaghi – voce e chitarra acustica

Francesco Dellavedova – basso elettrico

Clay Gatti – armonica e sax

Paolo Leofanti – chitarre acustica ed elettrica, mandolino

Novembre 13, 2009

PICCOLI PASSI(10) LA TRASFIGURAZIONE DELL’AMORE IN CRISTO di C.S. Lewis

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 8:19 pm
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(Da: I quattro amori, Jaca Book)

Emerson ha detto: «Quando i semidei se ne vanno, arrivano gli dèi»; ma questa è una massima su cui io ho delle riserve. Piuttosto, si dovrebbe dire: «Quando arriva Dio (e soltanto allora) i semidei possono restare». Lasciati in balìa di se stessi, essi finiscono per svanire, o diventano dei demoni. Solo nel suo nome essi possono, con bella sicurezza, «maneggiare i loro piccoli scettri». Lo slogan rivoluzionario «Tutto per amore», è in realtà la condanna a mrte dell’amore -la data dell’esecuzione, per il momento, è lasciata in bianco.(…)
Tra i metodi per dissuaderci dall’amare smodatamente i nostri simili ce n’è uno che mi vedo costretto a respingere in partenza. E lo faccio non senza turbamento, poiché l’ho trovato proposto nelle pagine di un grande santo e pensatore, verso il quale nutro un debito incalcolabile.
Con parole che ancor oggi hanno il potere di commuovermi, Sant’ Agoostino descrive la desolazione in cui lo sprofondò la morte dell’amico Nebridio (Confessioni 4, 10). Da ciò egli trae una morale: questo è quanto accade – egli ci dice – a donare il nostro cuore a qualcuno che non sia Dio, Tutte le cose umane trapassano; non lasciamo che la nostra felicità dipenda da qualcosa che potremmo perdere. Se vogliamo che l’amore sia una benedizione, e non un tormento, dobbiamo indirizzarlo soltanto a quel bene che non tramonterà mai.
Questo è un ragionamento di certo dettato dal buon senso: non imbarcare i tuoi beni su un vascello che fa acqua; non spendere denaro su una casa da cui ti potranno cacciare. Nessun uomo al mondo meglio di me sa apprezzare e far tesoro di queste sagaci massime, Sono una creatura che guarda, prima di tutto, alla propria sicurezza. Di tutte le argomentazioni contro l’amore, nessuna ha più presa su di me di quella che raccomanda: «Prudenza! Questo potrebbe poi farti soffrire».
Questo, dicevo, in rapporto al mio carattere e alle mie disposizioni naturali, ma non alla mia coscienza. Quando io rispondo a questo appello mi sento lontano mille miglia da Cristo. Se di qualcosa sono certo, è che il suo insegnamento non ha mai avuto il fine di rafforzare la mia già innata preferenza per gli investimenti sicuri e le responsabilità limitate. (…) Per essere capaci di un simile calcolo bisogna essere davvero al di fuori della dimensione dell’amore, o di qualunque altro affetto. L’eros, l’eros che si ribella alle regole, che preferisce l’amata alla felicità, è allora più simile a colui che è l’amore stesso.
Penso che questo passo delle Confessioni debba essere considerato più come un residuo delle aristocratiche filosofie pagane in cui Sant’Agostino fu educato, che non come una parte del suo credo cristiano. È qualcosa di più vicino alla «apatia» degli stoici o al misticismo neoplatonico, che non alla carità. Noi siamo seguaci di colui che pianse su Gerusalemme e davanti alla tomba di Lazzaro, e che, pur amando tutti, ebbe tuttavia un discepolo cui si sentiva legato da un affetto speciale.
San Paolo ci parla con un’ autorità che fa presa su di noi più di quella di Sant’ Agostino: San Paolo non cerca affatto di darci a intendere che non avrebbe sofferto come un uomo qualunque né che sarebbe stato ingiusto soffrire, se Epafrodito fosse morto (Fil 2, 27). Ammesso che la miglior politica da adottare fosse quella di assicurarci contro il rischio di avere il cuore spezzato, siamo poi sicuri che Dio ci offra questa possibilità? Sembrerebbe proprio di no; Cristo, prossimo alla fine, è arrivato a dire: «Perché mi hai abbandonato?».
Non c’è possibilità di fuga lungo la strada che Sant’Agostino ci suggeriisce, né lungo altre strade, Non esiste investimento sicuro: amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura in passaatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scriigno–al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto – esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. L’alternativa al rischio di una tragedia, è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno.
(continua…)

Novembre 12, 2009

PICCOLI PASSI(9) L’AMORE O L’APPELLO DEL DIVINO di Maria Zambrano

Archiviato in: Pensiero — vbinaghi @ 7:32 pm
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roveto ardente
Marcello Silvestri – Teofanie: il roveto ardente

Ecco i tuoi piccoli passi, testi di teologi e moralisti che dimostrano quanto il cristianesimo sia il coronamento definitivo dell’aspirazione umana a comprendere e a convivere. Ma qualcuno potrà sempre opporti che c’è in giro molta cattiva teologia che confonde più che illuminare, e che la Chiesa di Cristo oggi appare ai più un luogo di potere o quantomeno di burocratica amministrazione di una carità mercificata.
Poi, chiacchierando con un amico, capita che una sua espressione (“amare è diverso da voler bene”) ti urti, ma è tardi, se ne discuterà un’altra volta. Saluti, torni a casa, continui a pensarci, e alla fine capisci che il cuore della questione è tutto lì.
E’ l’immotivata gratuità dell’amore, la sua trascendenza, che svela il divino nell’uomo, più di ogni altra cosa. E un Dio che si offre alla finitezza della carne per amore, e innocente accetta di portare il peso delle colpe di tutti fino alla croce, per poi risorgere e mostrarsi prima di sparire definitivamente (unica condizione perchè l’Amore resti come un Dono permanente agli uomini che lo accetteranno), questo Dio è ciò che l’umanità oscuramente ha atteso da sempre: nient’altro può attendersi dal Cielo, se non la caduta dei veli che ce ne nascondono la vista piena. In questo passo di Maria Zambrano (tratto da “L’uomo e il divino”, Edizioni Lavoro 2008), si coglie con una finezza rarissima la scoperta dell’eccentricità dell’amore nell’uomo “naturale”, ossia non ancora toccato dalla Luce della Rivelazione: essa appare a tratti nei momenti migliori della Filosofia e della Tragedia greca, ma anche ogni sensibilità umana libera da pregiudizi può facilmente trovarla in sè.

L’amore trascende sempre, è l’agente di ogni trascendenza nell’uomo. E per questo apre il futuro; non l’avvenire, che è il domani che si presume certo, ripetizione con variazioni dell’oggi e replica del passato: il futuro, l’eternità, quell’apertura senza limiti a un altro spazio e a un altro tempo, a un’altra vita che ci appare davvero come la vita. Il futuro che attrae anche la storia.
Ma l’amore ci proietta verso il futuro obbligandoci a trascendere tutto quello che promette. La sua promessa indecifrabile squalifica ogni raggiungimento, ogni realizzazione. L’amore è l’agente più poderoso della distruzione, perrché scoprendo l’inadeguatezza e a volte l’inutilità del suo oggetto, lascia aperto un vuoto, un nulla che atterrisce nel momento in cui viene percepito. È l’abisso in cui sprofonda non solo l’amato, ma la vita, la realtà stessa di colui che ama. È l’amore che scopre la realtà e l’inutilità delle cose, che scopre il non-essere e anche il nulla. Il Dio creatore fece il mondo per amore, dal nulla. E tutto quello che porta in sé una briciola di questo amore scopre un giorno il vuoto delle cose e nelle cose, perché ogni cosa e ogni essere che conosciamo aspira a più di quello che realmente è. E colui che ama si fissa in questa aspirazione, in questa realtà non conseguita, in questa entelechia non ancora attuata, e amandola la trascina dal non-essere a un genere di realtà che appare perfetta per un istante, per poi nascondersi e svanire.
E così, l’amore fa transitare, andare e venire tra le zone opposte della realtà, si addentra in essa e scopre il suo non-essere, i suoi inferi. Scopre l’essere e il non essere, perché aspira ad andare più in là dell’essere; di ogni progetto. E scioglie ogni consistenza.
Distrugge, perciò fa nascere la coscienza, essendo esso simile alla vita piena dell’anima. Eleva all’oscuro impeto della vita l’avidità che è la vita nel fondo elementare, la conduce all’anima e porta l’anima alla ragione. Ma, mostrando l’inutilità di tutto ciò in cui si fissa, rivela anche all’anima i suoi limiti e la apre alla coscienza, le fa dare alla luce la coscienza. La coscienza si amplia dopo una delusione d’amore, così come l’anima stessa si era dilatata col suo inganno. Se nascessimo nell’amore, e ci muovessimo sempre in esso, non avremmo coscienza.
Ma non esiste alcun inganno nell’amore o, quando c’è, obbedisce alla necessità della sua stessa essenza. Perché scoprendo la realtà nel doppio senso – doppio e unico – dell’oggetto amato e di colui che ama, la coscienza di chi ama non sa situare quella realtà che la trascende. Se non ci fosse inganno, non ci sarebbe trascendenza, perché rimarrremmo sempre rinchiusi dentro gli stessi limiti. E, d’altra parte, l’inganno è illusorio, poiché quello che si è amato, quello che si amava davvero quando si amava, è vero; è la verità, anche se non è interamente realizzata e messa in salvo. È la verità, la verità che spera nel futuro.
(continua…)

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