
Marcello Silvestri – Teofanie: il roveto ardente
Ecco i tuoi piccoli passi, testi di teologi e moralisti che dimostrano quanto il cristianesimo sia il coronamento definitivo dell’aspirazione umana a comprendere e a convivere. Ma qualcuno potrà sempre opporti che c’è in giro molta cattiva teologia che confonde più che illuminare, e che la Chiesa di Cristo oggi appare ai più un luogo di potere o quantomeno di burocratica amministrazione di una carità mercificata.
Poi, chiacchierando con un amico, capita che una sua espressione (“amare è diverso da voler bene”) ti urti, ma è tardi, se ne discuterà un’altra volta. Saluti, torni a casa, continui a pensarci, e alla fine capisci che il cuore della questione è tutto lì.
E’ l’immotivata gratuità dell’amore, la sua trascendenza, che svela il divino nell’uomo, più di ogni altra cosa. E un Dio che si offre alla finitezza della carne per amore, e innocente accetta di portare il peso delle colpe di tutti fino alla croce, per poi risorgere e mostrarsi prima di sparire definitivamente (unica condizione perchè l’Amore resti come un Dono permanente agli uomini che lo accetteranno), questo Dio è ciò che l’umanità oscuramente ha atteso da sempre: nient’altro può attendersi dal Cielo, se non la caduta dei veli che ce ne nascondono la vista piena. In questo passo di Maria Zambrano (tratto da “L’uomo e il divino”, Edizioni Lavoro 2008), si coglie con una finezza rarissima la scoperta dell’eccentricità dell’amore nell’uomo “naturale”, ossia non ancora toccato dalla Luce della Rivelazione: essa appare a tratti nei momenti migliori della Filosofia e della Tragedia greca, ma anche ogni sensibilità umana libera da pregiudizi può facilmente trovarla in sè.
L’amore trascende sempre, è l’agente di ogni trascendenza nell’uomo. E per questo apre il futuro; non l’avvenire, che è il domani che si presume certo, ripetizione con variazioni dell’oggi e replica del passato: il futuro, l’eternità, quell’apertura senza limiti a un altro spazio e a un altro tempo, a un’altra vita che ci appare davvero come la vita. Il futuro che attrae anche la storia.
Ma l’amore ci proietta verso il futuro obbligandoci a trascendere tutto quello che promette. La sua promessa indecifrabile squalifica ogni raggiungimento, ogni realizzazione. L’amore è l’agente più poderoso della distruzione, perrché scoprendo l’inadeguatezza e a volte l’inutilità del suo oggetto, lascia aperto un vuoto, un nulla che atterrisce nel momento in cui viene percepito. È l’abisso in cui sprofonda non solo l’amato, ma la vita, la realtà stessa di colui che ama. È l’amore che scopre la realtà e l’inutilità delle cose, che scopre il non-essere e anche il nulla. Il Dio creatore fece il mondo per amore, dal nulla. E tutto quello che porta in sé una briciola di questo amore scopre un giorno il vuoto delle cose e nelle cose, perché ogni cosa e ogni essere che conosciamo aspira a più di quello che realmente è. E colui che ama si fissa in questa aspirazione, in questa realtà non conseguita, in questa entelechia non ancora attuata, e amandola la trascina dal non-essere a un genere di realtà che appare perfetta per un istante, per poi nascondersi e svanire.
E così, l’amore fa transitare, andare e venire tra le zone opposte della realtà, si addentra in essa e scopre il suo non-essere, i suoi inferi. Scopre l’essere e il non essere, perché aspira ad andare più in là dell’essere; di ogni progetto. E scioglie ogni consistenza.
Distrugge, perciò fa nascere la coscienza, essendo esso simile alla vita piena dell’anima. Eleva all’oscuro impeto della vita l’avidità che è la vita nel fondo elementare, la conduce all’anima e porta l’anima alla ragione. Ma, mostrando l’inutilità di tutto ciò in cui si fissa, rivela anche all’anima i suoi limiti e la apre alla coscienza, le fa dare alla luce la coscienza. La coscienza si amplia dopo una delusione d’amore, così come l’anima stessa si era dilatata col suo inganno. Se nascessimo nell’amore, e ci muovessimo sempre in esso, non avremmo coscienza.
Ma non esiste alcun inganno nell’amore o, quando c’è, obbedisce alla necessità della sua stessa essenza. Perché scoprendo la realtà nel doppio senso – doppio e unico – dell’oggetto amato e di colui che ama, la coscienza di chi ama non sa situare quella realtà che la trascende. Se non ci fosse inganno, non ci sarebbe trascendenza, perché rimarrremmo sempre rinchiusi dentro gli stessi limiti. E, d’altra parte, l’inganno è illusorio, poiché quello che si è amato, quello che si amava davvero quando si amava, è vero; è la verità, anche se non è interamente realizzata e messa in salvo. È la verità, la verità che spera nel futuro.
E se l’amore scopre il non-essere nella vita, scopre il lato negativo di ciò che nella vita è più vivo – in accordo con la sua condizione di intermediario che realizza la contraddiizione -, è lui che trasforma la morte vivente, cambiandone il senso. Ma qui si incontra con la speranza e si mette al suo servizio, nel momento più difficile, quello in cui la speranza si arresta per mancanza di argomento.
L’argomento della speranza non attecchirebbe nell’anima se l’amore non gli preparasse il terreno, proprio con quell’abbattimento, con quell’offerta della persona che l’amore ottiene nell’istante del suo compimento. Poiché l’amore che completa la persona, agente della sua unità, la conduce alla resa; esige, in realtà, che faccia del proprio essere un’offerta, richiede quello che oggi è diventato così difficile da nominare: un sacrificio; il sacrificio unico e vero. E questo abbbattimento, che avviene nel centro stesso del sacrificio, annticipa la morte. Così, colui che ama davvero, muore già in vita. Impara a morire. È un vero apprendistato alla morte. E se la filosofia, un genere determinato di filosofia, è riuscita a fare dei suoi seguaci uomini «maturi per la morte», è stato per l’amore che comporta, per un amore specifico che sta alla radice dell’atteggiamento umano che fa scegliere questa filosofia, e senza il quale nessuna dialettica sarebbe mai stata convincente.
Dunque l’essere umano non cambierà mai intimamente in virtù delle idee se esse non sono la cifra del suo anelito; se non corrispondono alla situazione in cui si trova, si trasformeranno al contrario in ostacolo, in lettera morta o in semplici manie ossessive.
Nell’epoca moderna l’amore apparirà allo sguardo del mondo come amore-passione. Ma quella passione, quelle passioni quando si presentano realmente saranno, sono sempre state, gli episodi della sua grande storia seminascosta. Stadi necessari affinché l’amore possa dare il suo frutto ultimo, perché possa agire come strumento di consunzione, come fuoco che purifica e come conoscenza. Una conoscenza quasi sempre inesprimibile in maniera diretta e perciò nascosta nel pensiero più oggettivo, nelle opere d’arte in apparenza più fredde. Né è più valido l’amore che si esprime direttamente, che si esalta in una vicenda. L’azione dell’amore, il suo carattere di agente del divino nell’uomo, si riconosce soprattutto da quell’affinamento dell’essere che lo patisce e lo sopporta. E anche da uno spostamento del centro di gravità dell’uomo. Perché essere uomini significa essere stabili, significa pesare, pesare su qualcosa. L’amore provoca non la diminuzione bensì la scomparsa di quella gravità che, quando l’amore non esiste, è il sostegno della morale, la condizione di coloro che vivono moralmente, soltanto moralmente. Il centro di gravità della persona si è trasferito alla prima persona amata e, nel momento in cui la passione svanisce, resterà quel movimento, il più difficile, dello stare «fuori di sé». «Vivo ormai fuori di me», diceva santa Teresa, e non è una condiizione che appartiene soltanto a lei. Vivere fuori di sé per essere oltre se stessi. Vivere disposti al volo, pronti a qualunque partenza. È il futuro inimmaginabile, l’irraggiungibile futuro di quella promessa di vita vera che l’amore insinua in chi lo sente. Il futuro che ispira, che consola del presente facendo perdere la fiducia in esso; che raccoglierà tutti i sogni e le speranze, da cui scaturisce la creazione, il non previsto. È la libertà senza alcuna arbitrarietà. Ciò che attrae il divenire della storia, che corre alla sua ricerca. Quello che non conosciamo e ci invita a conoscere. Quel fuoco senza fine che soffia nel segreto di ogni vita. Ciò che unifica con il volo che trascende vita e morte, semplici momenti di un amore che rinasce sempre da se stesso. Quanto dell’abisso del divino è più nascosto; l’inaccessibile che discende in ogni istante.